Yves Klein e Piero Manzoni, due intelligenze a confronto

Ci sono stati due fenomeni, Klein e Manzoni.
Il «blu» di Klein e la «linea infinita» di Manzoni.

Lucio Fontana

Il 6 febbraio del 1963 due donne in evidente stato di agitazione attraversano a passo spedito via Fiori Chiari a Milano, dirette al numero 16 dove si trova lo studio di quello che è il figlio di una e il fidanzato dell’altra. Sono diverse ore che non risponde al telefono ed entrambe hanno un bruttissimo presentimento.

Quando aprono la porta si rendono immediatamente conto che le loro paure erano fondate: il giovane Piero Manzoni è riverso a terra ormai senza vita, colpito da una paralisi cardiaca. Aveva solo 29 anni.

Esattamente sette mesi prima, il 6 giugno del 1962, a Parigi un infarto aveva stroncato a 34 anni la giovane vita di un altro protagonista dell’avanguardia artistica di quegli anni: Yves Klein.

Il mondo dell’arte perde così nel giro di pochi giorni due delle più floride, incisive e rivoluzionarie intelligenze degli anni del secondo dopoguerra, due artisti che con le loro opere avevano anticipato alcune pratiche che si sarebbero sviluppate negli anni a venire e la cui influenza è evidente ancora oggi nel lavoro di molti protagonisti della scena artistica contemporanea.

Questa morte precoce in giovane età, entrambi traditi dal cuore per lungo tempo messo a dura prova da una vita di eccessi, fu solo l’ultimo parallelismo tra due personaggi che hanno segnato per sempre la storia dell’arte.

Sfida Klein-Manzoni, tra realtà e leggenda

Confronto Ives Klein e Piero Manzoni

Quando si parla di Yves Klein e di Piero Manzoni, spesso si fa riferimento a una sorta di sfida in atto tra questi due artisti. Una sfida “all’ultima opera” in quanto perpetrata appunto a suon di opere d’arte che, per qualcuno, altro non sono se non la continua e reciproca risposta di uno al lavoro dell’altro.

La leggenda di questa contesa nasce intorno agli anni ’60 più che altro come trovata giornalistica volta ad aumentare il clamore attorno alla figura di due personaggi che per la peculiarità dei loro lavori apparivano già particolarmente eccentrici agli occhi del grande pubblico1.

Dopo la loro morte, critici e amici da una parte e dall’altra, hanno gettato altra benzina sul fuoco, aumentando i sospetti di dissapori personali tra i due e sottolineando l’influenza o meno dell’uno rispetto al lavoro dell’altro.

In realtà, dalle poche lettere a colleghi o galleristi giunte fino a noi, Manzoni cita Klein sempre con toni di assoluta stima e la stessa Rotraut Klein-Moquay, moglie del francese, ricordando un incontro tra i due a Parigi, non fa cenno ad alcun particolare dissidio.

Tenendo in considerazione i loro temperamenti è quindi sì molto plausibile l’esistenza di una sorta di “concorrenza”, ma, più che di una feroce rivalità, questa dovrebbe essere considerata come una corretta competizione agonistica tra due grandi professionisti che stimavano a vicenda il lavoro e le capacità dell’altro (simile, per capirci, a quella che oggi vediamo tra campioni dello sport quali per esempio Cristiano Ronaldo e Lionel Messi oppure Federer e Nadar).

Sgombriamo quindi subito il campo da ogni riferimento a inimicizie e rivalità e andiamo a vedere cosa accomuna e cosa divide il lavoro di questi due artisti.

Manzoni e Klein: incontro e influenza

Si può dare come assodata una iniziale influenza del francese sull’opera dell’italiano. Era infatti il 2 gennaio 1957 quando Piero Manzoni, all’inaugurazione di una mostra alla Galleria Apollinaire di Milano, si trova di fronte a delle opere profonde, vitali e dal potente impatto visivo come non ne aveva mai viste prima: sono i famosi monocromi blu di Yves Klein.

In quel periodo l’italiano si era già da tempo lasciato alle spalle gli esordi figurativi per dedicarsi a un’arte sempre più astratta e stava portando avanti la sua ricerca con il Movimento Arte Nucleare.

Manzoni fa parte di quella giovane generazione di artisti cresciuta nella Milano del boom economico che guarda con fiducia al futuro e che vuole per questo dimenticare gli orrori della guerra e con essa tutto ciò che in pittura aveva a che fare con un passato prossimo o lontano: la tradizione artistica italiana e il più recente movimento dell’Espressionismo Astratto.

Qualche mese prima aveva firmato  il manifesto “Per la scoperta di una zona di immagini” in cui il quadro era associato a un’area di libertà dove le immagini sono “…giustificate solo da se stesse, la cui validità è determinata solo dalla quantità di GIOIA DI VITA che contengono.2

A quella data Klein aveva invece fatto il suo improvviso e folgorante ingresso nel mondo dell’arte solo da un paio d’anni, senza aver alcun tipo di percorso formativo alle spalle.

Personaggio dal carisma ammaliante, un figlio d’arte che dall’arte si era però ben tenuto alla larga, dopo aver completamente snobbato la scuola e gli studi, per diversi anni aveva dedicato tutta la sua energia al Judo e allo studio della Cosmogonia dei Rosacroce.

Sono proprio queste due discipline che lo riavvicineranno alla pratica artistica. Ottenuto il quarto dan di cintura nera in Giappone, non riesce a farsi riconoscere dalla Federazione di Judo francese e il ripiego sulla scuola di judo di Madrid non è sufficiente a saziare le sue ambizioni. Trovatosi in un vicolo cieco, decise di intraprendere l’unica strada che sembrava dargli uno spiraglio d’uscita, quella della carriera artistica.

Non avendo alcun tipo di studio alle spalle, la sua arte non poté che essere fondate sull’unica filosofia alla quale aveva dedicato un po’ di tempo ed energia, la mistica rosacrociana, e su una formazione personale fatta di meditazione, esercizi tantrici e judo. Si costruisce un curriculum truccando letteralmente le carte e inventandosi dei finti cataloghi con riproduzioni dei suoi monocromi. Al resto ci pensa la sua eccezionale personalità.

Fondamentale l’incontro con il giovane critico Pierre Restany che da zero costruisce una teoria artistica attorno a questo giovane spuntato dal nulla. È anche grazie a lui se quel 2 gennaio viene allestita a Milano “Proposte monocrome, epoca blu”, undici dipinti blu oltremare d’identico formato che per Manzoni sono una vera rivelazione.

Yves Klein fa una mossa di Judo davanti ai suoi quadri
Yves Klein :" Proposte monocrome, epoca blu", Galleria Apollinaire, 1957
Piero Manzoni, all'inaugurazione della mostra di Yves Klein
Piero Manzoni, all'inaugurazione della mostra di Yves Klein

Qualche mese più tardi infatti, il giovane italiano firmerà il manifesto “Contro lo stile” in cui, tra le altre cose, si dichiara “Noi ammettiamo come ultime possibili forme di stilizzazione le «proposizioni monocrome» di Yves Klein (1956-1957): dopo di ciò non resta che la «tabula rasa» o i rotoli di tappezzeria di Capogrossi3.

Da lì a poco Manzoni creerà i suoi primi Achromes, opere che vanno dritte per la strada che conduce alla tabula rasa. In questa fase il lavoro di Klein ha quindi sicuramente inciso sul percorso artistico di Manzoni, quest’ultimo non ha però di certo subito passivamente l’influenza del francese.

Lo stesso Lucio Fontana, amico e profondo ammiratore di entrambi, in un’intervista del 1968 a una rivista francese, alla domanda se Manzoni fosse stato influenzato da Klein, rispose: “Era poco più giovane. Deve essere successo più o meno allo stesso tempo. Manzoni in ogni caso ha compreso la lezione di Klein, il Nulla nell’arte. Non era la copia. Ci sono artisti intelligenti che vedono cose e poi fanno opere personali, e altri che osservano per fare la stessa cosa o cose idiote.4

Manzoni ha quindi fatto suoi gli elementi più vitali dell’opera del collega per poi rielaborarli con estrema consapevolezza, creando delle opere che, pur all’apparenza simili, sono frutto di una ricerca diametralmente opposta. Come vedremo infatti, pur essendoci diversi tratti comuni tra i due, sono altrettanto evidenti e incisive le cose che li distinguono.

Klein e Manzoni: le differenze

Se vogliamo analizzare i punti in comune e le differenze tra le opere di Klein e Manzoni, dobbiamo partire parlando di altri due artisti, Malevic e Duchamp.

Assoluti protagonisti del panorama artistico del primo ‘900, anche se forse meno famosi, conosciuti e apprezzati dal grande pubblico rispetto ad artisti dello stesso periodo come Picasso e Kandisnky, il russo e il francese hanno più di tutti messo in discussione non solo ciò che era l’arte tradizionale, ma il concetto di pittura in generale. Fin troppo avanti per i loro tempi, la loro arte avrebbe influenzato largamente gli artisti delle generazioni successive, a partire da quelli nati dopo gli anni ’30. 

Diversi per personalità e teoria estetica, l’influenza di entrambi è viva sia nei lavori di Klein che in quelli di Manzoni, ad un’analisi più approfondita, possiamo però affermare che il francese è più vicino ella filosofia di Malevic mentre l’italiano a quella di Duchamp.

Thomas McEvilley, nel suo saggio “Vivere una contraddizione” spiega come la teoria estetica di Duchamp “…andava nella direzione opposta a quella di Malevic. Mentre quest’ultimo seguiva il corso dell’arte trascendentale spingendosi fino alle vette del non oggettivismo e scartando il mondo della vita quotidiana…, Duchamp metteva in risalto la presenza estetica nella vita quotidiana…

Questa differenza è ben visibile anche tra Klein e Manzoni. Consideriamo i Monochromi e gli Achrome: mentre i primi puntano ad uno spiritualismo cromatico come spazio immateriale, i secondi pongono l’accento sul bianco materico della tela, tant’è vero che l’artista sperimenterà proprio diversi materiali per evidenziare la presenza tattile della superfice.

Da questo punto di vista possiamo valutare anche il diverso approccio dei due all’oro.

Piero Manzoni in bagno con una sua scatoletta di Merda d'artista
Piero Manzoni in bagno con una sua scatoletta di Merda d'Artista - 1961
Yves Klein e Dino Buzzanti sulla riva della Senna a Parigi mentre gettano in acqua le foglie d'oro
Yves Klein e Dino Buzzati durante il rituale di cessione di una “Zone de sensibilité picturale immatérielle” – Parigi, Pont-au-Double, 26 gennaio 1962.

Klein si servì di questa nobile materia per vendere le sue zone di sensibilità pittorica: una cosa così pura e impalpabile doveva essere scambiata per contrasto con qualcosa di assolutamente materiale. Scartato fin da subito il vile denaro, la scelta cadde sull’oro.

L’acquirente che voleva comperare una zona di sensibilità pittorica doveva fornirsi di fogli o barrette di oro puro e riceveva in cambio assegni fac-simile con scritto: “Ricevo tot. … grammi d’oro fino in corrispettivo di una zona di sensibilità pittorica immateriale.

Dopodiché, come in una sorta di rito esoterico, se voleva che quella sensibilità si trasfondesse veramente in lui, doveva bruciare la ricevuta. A sua volta l’artista gettava in un fiume o in un mare parte dell’oro ricevuto che assumeva così valenze alchemiche spirituali quali la nobiltà d’animo e la perennità.

Manzoni è all’opposto: con le sue famigerate scatolette legava l’oro all’idea massima di disvalore, agli escrementi e i 30g di merda d’artista venivano scambiati per una somma di denaro corrispondente al valore corrente di 30 grammi d’oro.

Qui non c’è nulla di “spirituale” e i riferimenti sono tutti alla polemica terrena e attuale sulla democratizzazione dell’arte attraverso i multipli e sul ruolo del mercato.

Un’altro caso emblematico delle differente visione dei due, è il coinvolgimento di modelle per fare arte: il francese le usa come strumenti, come pennelli viventi. Mentre un’orchestra suona composizioni musicali di una sola nota ripetuta, l’artista le guida sulla tela in modo da lasciare delle sorte di timbri, le Antropometrie, ovviamente del suo blu brevettato.

Queste opere sono legate al tema del vuoto, concezione ripresa dalla filosofia Zen, un vuoto quindi privo di influenze materiali e che può essere ottenuto solo eliminando il classico contenuto artistico: per questo i dipinti erano privi di immagini e la musica era mono nota.

Una modella nuda con il corpo intinto in vernice blu, si stende sulla tela seguendo le indicazioni di Ives Klein
Creazione di una Antropometria: una modella con il corpo spalmato di vernice blu oltremare si stende sulla tela seguendo le indicazioni di Klein

Manzoni invece si appropria delle modelle ponendo una firma sul loro corpo e trasformandole con questo gesto in opere d’arte. In questo modo consolida l’idea che Arte è solo ciò che viene considerato tale e che a contare sia la firma dell’autore, non l’opera in sé, ovviamente il tutto con il suo proverbiale atteggiamento critico e beffardo.

A tal proposito, tornando al saggio di  Thomas McEvilley e alle differenze tra Malevic e Duchamp, leggiamo come per il primo l’arte era il progetto metafisico più serio, per il secondo era invece un modo per prendersi gioco delle aspirazioni solenni e metafisiche.

Tenendo sempre conto che sia in Klein che in Manzoni sono presenti tutte e due queste sfumature, anche in questo caso non si può negare di come il primo sia più vicino al russo mentre il secondo al francese.

Marco Meneguzzo ha evidenziato in un suo saggio come “[…] Contrariamente a ciò che avviene in Klein, sul viso di Manzoni traspare sempre un sorriso […]. Klein, invece, è all’opposto; non deroga mai alla sua disciplina […], la differenza essenziale risiede nel concetto di impermanenza  che sottende tutte le azioni di Manzoni, laddove la ricerca dell’assoluto caratterizza quella di Klein. [grassetto mio]”5

Piero Manzoni firma una modella
Piero Manzoni firma una sua "Scultura Vivente"
Yves Klein
Yves Klein

Qui sta il succo del tema: pur utilizzando strumenti e mezzi simili e un linguaggio artistico spesso parallelo, Manzoni e Klein partono da due concetti diversi che pongono agli antipodi i loro lavori.

Chiudo questo tema sottolineando come le differenze fin qui argomentate siano tutte da chiudere nel campo artistico e hanno poco a che fare con la personalità dei due artisti.

Sia Klein che Manzoni erano ossessionati dal riconoscimento del proprio lavoro a cui si dedicavano senza risparmiarsi e con uno stacanovismo che fu una delle concause della loro morte precoce.

Entrambi abituali consumatori di alcol e stimolanti, se non di vere e proprie droghe, erano soggetti a furiosi attacchi di ira. Se è facile vedere Manzoni immerso in tutti i problemi e i vizi di una vita moderna, non dobbiamo immaginare la figura di Yves come una sorta di monaco zen, nonostante il carattere etero e spirituale di alcune sue opere.

Lo stesso Jean Tinguely, amico del francese, dichiarò riferendosi a Klein:

Non aveva nessuna delle qualità che ti aspetteresti da uno che faceva monocromi: tranquillità, capacità di contemplazione, equilibrio.
Faceva monocromi come un iconoclasta, un antipittore. Era in lotta con la madre e con il padre.

Jean Tinguely

I punti in comune tra Klein e Manzoni

Viste le differenze possiamo passare in rassegna ora i punti in comune tra i due. Mentre le divergenze erano legate per lo più ai contenuti e alle rispettive filosofie estetiche, le similitudini si riscontrano nei modi di affrontare il lavoro e di presentarsi all’esterno.

Vediamole subito:

  1. Sia Klein che Manzoni sono stati degli assoluti geni nel farsi promotori della propria immagine costruendo con estrema efficacia e precisione la propria eccezionalità artistica anche attraverso un utilizzo intelligente dei mezzi di comunicazione di massa allora ancora agli esordi.

  2. Entrambi sono andati ben oltre ogni limite fino ad allora segnato dalla culturale vigente, spiccando un vero e proprio salto nel vuoto. Attraverso trovate eclatanti hanno esplorato linguaggi e modi di fare arte veramente rivoluzionari (e per questo sono stati spesso considerati dei cialtroni dai contemporanei) anticipando di molti anni le pratiche della Performance e della Conceptual Art che si svilupperanno negli anni ’70.

  3. A proposito del salto del vuoto (proverbiale la foto di Klein che documenta il suo “Le Saut dans le vide”) nelle opere di entrambi c’è una netta prevalenza del concetto sul lavoro materiale. L’opera appena citata come anche la mostra Le Vide alla galleria di Iris Clert oppure le Linee di Manzoni come il suo Socle du monde, sono delle vere e proprie opere filosofiche, delle poesie visive.

  4. Pur se in maniera e in misura diversa, in entrambi è presente il tentativo di annullare la soggettività e l’interiorità dell’artista: sia Klein che Manzoni rifiutano di mettere i mostra l’inconscio individuale e la loro personale caratterizzazione psicologia portando avanti il discorso dell’abbandono dell’io: non più rappresentazione dell’”anima dell’artista” ma dichiarazione di poetica antisoggettiva.

Conclusioni

Istrionici imbonitori o geni assoluti dell’arte?

Le opere di Yves Klein e di Piero Manzoni fanno discutere ancora oggi ed è forse proprio questa la loro forza.

Dopo oltre sessant’anni dalla loro creazione mantengono ancora tutta la loro potenza e hanno conservato la capacità non di dare risposte, ma di suggerirci domande su cui riflettere per trovare individualmente le risposte.

Chi è stato influenzato da chi o la natura dei loro rapporti interpersonali, sereni o di assoluto astio che siano, in fin dei conti poco importa.

Le vicende artistiche di Klein e di Manzoni sono l’ennesima dimostrazione che in arte le idee non hanno confine né distanze ma sono figlie del loro tempo e spesso madri dei nostri sentimenti [cit. Wassily Kandinsky].

Attraverso soluzioni comuni  e sfruttando la forza comunicativa di mezzi simili, nelle loro brevi ma esplosive carriere hanno portato avanti con forza i loro personali obiettivi artistici: il raggiungimento di una dimensione spirituale e immateriale per Klein, una critica intelligente e ironica alla società contemporanea e al nascente sistema dell’arte per Manzoni.

Figli di una stessa epoca, accomunati da destini in parte affini, Klein e Manzoni hanno entrambi dimostrato che si possono dire cose diverse in maniera simile o cose simili in maniera diversa.

NOTE:

[1] Sulla supposta ostilità tra Manzoni e Klein interessante il saggio di Jacopo Galimberti “Yves Klein e Piero Manzoni. Genealogia di un mito”

[2] Testo firmato da Camillo Corvi-Mora, Piero Manzoni, Ettore Sordini, Giuseppe Zecca, datato 9 dicembre 1956.

[3] I firmatari del manifesto “Contro lo stile” sono Arman, Enrico Baj, Franco Bemporad, Gianni Bertini, Jacques Calonne, Stanley Chapman, Mario Colucci, Sergio Dangelo, Enrico De Miceli, Reinhound D’Haese, Wout Hoeboer, Friedensreich Hundertwasser, Yves Klein, Théodore Koening, Piero Manzoni, Nando, Joseph Noiret, Arnaldo Pomodoro, Giò Pomodoro, Pierre Restany, Antonio Saura, Ettore Sordini, Serge Vandercam, Angelo Verga (settembre 1957).

[4] Intervista a Lucio Fontana pubblicata per la prima volta in “Yves Klein, le monochrome”, «Art et Création», n.1, Parigi, gennaio-febbraio, 1968, p. 78.

[5] Klein et l’Italie entre ‘Nucléaires’ et ‘Spatialistes’ in Yves Klein. Corps, coleur, immatériel (Parigi, Centre Georges Pompidou, 5 ottobre 2006 – 5 febbraio 2007), a cura di Bènédicte Ramade, Camille Morineau, Parigi, Centre Georges Pompidou, 2006, p. 193.

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Monochrome di Yves Klein contro Achrome di Piero Manzoni

Yves Klein e Piero Manzoni, due intelligenze a confronto

Scomparsi a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, Klein a 34 anni e Manzoni a 29, nella loro breve e fulminante carriera hanno realizzato cose straordinarie, ancora oggi discusse, amate e odiate allo stesso tempo.

Le loro storie, come la loro arte, presentano diversi parallelismi ma anche parecchie divergenze che spesso sono sfociate nella legenda.

In questo articolo ho cercato di separare il mito dalla realtà e raccontare qualcosa di questi due grandi dell’arte

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