Storia del Monocromo in arte: la potenza del colore

L’arte del ‘900 ci ha abituati a tutto: dai capolavori figurativi in perfetto stile classico realizzati dagli artisti de “Il ritorno all’ordine”, alle vere e proprie provocazioni dei dipinti decorati con urina, escrementi o scarti vari.

Tra un estremo e l’altro, di tutto e di più è stato messo in mostra: oggetti di uso quotidiano trasformati con un pigro gesto in opere che raggiungono quotazioni a nove zeri, tele tagliate, blocchi di cemento, sacchi di iuta, plastica bruciata, animali morti e animali vivi, scatolette piene di merda e gabinetti d’oro 24 carati, compressione di rottami di automobile e letti disfatti, ragazzi down e bambini impiccati, pupazzi d’acciaio e manga giapponesi… etcetera, etcetera, etcetera…

Una lunga lista di materiali, oggetti o soggetti poco ortodossi che hanno fatto gridare ad alta voce: “Ma questa non è arte!

Nello stesso periodo e in parallelo a questi lavori, ma con più garbo, senza offendere la morale né mostrare al mondo la sua indecente oscenità, ci sono stati artisti che hanno rivoluzionato il modo di fare arte senza abiurare completamente gli strumenti classici, ma utilizzando colore e pennello in un modo del tutto nuovo.

Le loro tele si presentano agli occhi di fruitori inesperti come delle pareti affrescate con un’unica tinta, più o meno piatta a seconda dei casi: sono gli artisti del Monocromo.

In questo articolo vedremo quando e come è nato questo nuovo modo di rapportarsi alla tela e al colore tracciando una breve storia del monocromo.

Alle origini del Monocromo: Malevic il grande anticipatore

La Storia del Monocromo ha una data di nascita e un luogo ben definiti: sabato 19 dicembre 1915 a Pietrogrado, l’odierna San Pietroburgo. È nella ex capitale russa infatti che, in un elegante palazzo affacciato sul Campo di Marte, si inaugura quel giorno una mostra che sarebbe diventata epocale: “0.10 L’ultima mostra futurista”.

Questa esposizione avrebbe dato vita, in verità con largo anticipo rispetto ai tempi, a quella che oggi è definita l’arte monocromatica.

Il mondo dell’arte era già stato travolto da diversi anni da un vero e proprio terremoto e la pittura accademica aveva subito attacchi da ogni lato che ne avevano minato in modo irreparabile le fondamenta.

In pittura il colore aveva sempre avuto una funzione importante ma comunque subordinata alla forma. La secolare sfida tra Linea e Colore, nata nel Cinquecento ad opera di Giorgio Vasari, che metteva a confronto i coloristi veneti e il mirabile disegno dei fiorentini e che si trascinava da secoli annoverando di volta in volta nuovi protagonisti da una parte e dall’altra1, con l’Impressionismo aveva visto per la prima volta nella storia l’ago della bilancia tendere dalla parte del colore.

La rivoluzione impressionista aveva dato il primo scossone alla pittura accademica, rifiutandosi di dipingere la realtà nei minimi particolari ma trasportando sulla tela solo ciò che l’occhio dell’artista percepiva, un misto cioè di luce e colori. Da questo momento in poi un intero filone artistico porterà il colore a diventare il fattore dominante di un’opera d’arte.

Già con il Post Impressionismo di Van Gogh e Gauguin, il colore non è più infatti un semplice strumento subordinato alla composizione ma diventa il mezzo più importante del dipinto: con superfici piatte e compatte di colori spesso irreali, i due artisti esprimono le emozioni e la coscienza dei soggetti delle loro opere.

Dopo essere stata scomposta e distrutta da Picasso e dai cubisti, la figura scompare totalmente dalla tela solo nel 1910. A Monaco, dove risiedeva, il pittore russo Vasilij Kandinskij dipinge il primo acquarello astratto, l’opera che segna la nascita dell’Arte Astratta: la pittura si libera definitivamente della necessità di descrivere la realtà.

Tutte queste rivoluzioni avevano ovviamente contagiato anche i giovani pittori russi.

Quel sabato sera, all’inaugurazione de “0.10 L’ultima mostra futurista”, i visitatori non erano quindi del tutto impreparati di fronte alle sorprese dell’arte contemporanea e sapevano benissimo che ciò che avrebbero visto non avrebbe avuto sicuramente niente a che fare con la pittura tradizionale.

Quando entrarono nelle sale della galleria però, si trovarono davanti a qualcosa di completamente nuovo: una serie di tele decorate con forme geometriche e composizioni regolari tutte dipinte con tinte di un solo colore.

A dominare la sala vi era un’opera in particolare, posta più in alto di tutte nel punto di incrocio tra due pareti e il soffitto, quello che i russi chiamano l’angolo bello o angolo rosso2.
Questo posto, tradizionalmente riservato alle immagini sacre, alle icone, era in quella occasione occupato da un grande quadrato nero su fondo bianco.

Vista della sala di 0.10 L’ultima mostra futurista
La sala di "0.10 L’ultima mostra futurista"
Malevic - Quadrato Nero del 1915
Kazimir Malevic - Quadrangolo

L’autore di quest’opera, intitolata Quadrangolo perché non è veramente un quadrato dato che ha i lati leggermente inclinati, è Kazimir Malevic.
In realtà non è neanche un vero monocromo in quanto una forma, per quanto minima, esiste… e non è nemmeno veramente nero perché il colore è il risultato di una somma di altri colori.

Comunque sia, le intenzioni di Malevic e i motivi che l’hanno portato a creare un’opera così radicale, sono alcune di quelle che verranno riprese quarant’anni dopo dagli artisti che affronteranno e porteranno avanti l’avventura del monocromo.

Quali sono queste intenzioni?

Nell’arte astratta di Kandinsky, così come in quella che sarà poi di Mondrian, al colore era stata finalmente data la libertà di esprimere tutte le sue potenzialità. Ciò nonostante la sua arte non si era ancora liberata completamente della composizione: i colori erano sempre limitati dagli accostamenti e dalle forme in cui erano contenuti che davano il loro fondamentale contributo all’armonia dell’opera. Un significato, per quanto astratto e interiore che fosse, era ancora presente.

Malevic compie un passo avanti: le sue composizioni non sono determinate dall’interiorità e dallo stato d’animo dell’artista ma dalla logica del “grado zero”: voleva creare un’opera che fosse puro significante.

La sua nuova forma di pittura, che chiamerà Suprematismo, rappresenta la supremazia del colore svincolato da qualunque esigenza rappresentativa e il suo obiettivo è la creazione di un’arte pura, completamente libera da ogni significato3.

Per suprematismo intendo la supremazia della sensibilità pura nell’arte.
Dal punto di vista dei suprematisti le apparenze esteriori della natura non offrono alcun interesse; solo la sensibilità è essenziale.
L’oggetto in sé non significa nulla.
L’arte perviene col suprematismo all’espressione pura senza rappresentazione”

Kazimir Malevich

Malevic non era un positivista, al contrario è sempre stato un fedele antirazionalista con delle spiccate tendenze mistiche. Le sue ricerche erano anche la risposta alle nuove scoperte scientifiche sui corpi celesti, elettricità e forza d’attrazione. È arrivato a riflettere sulla concezione mistica dello spazio vuoto e del colore puro raggiungendo l’apice con il Quadrato bianco su sfondo bianco che fluttua alle soglie della visibilità, continuando questa ricerca fino a dipingere infine una tela completamente bianca.

La censura politica della Russia sovietica, avversa a qualsiasi forma di arte astratta, porterà Malevic lontano dalle sue ricerche, ma il cammino era ormai segnato e altri artisti, partendo anche da approcci diversi, riprenderanno da dove lui aveva interrotto.

Bisognerà aspettare però la fine degli anni ’504.

Kesemir Malevic: Composizione-suprematista bianco su bianco (1918) Museum of Modern Art (New York) - Olio su tela
Kesemir Malevic: Composizione suprematista bianco su bianco (1918) Museum of Modern Art (New York) - Olio su tela
Rodchenko: Rosso, Giallo e Blu puri
Rodchenko: Rosso, Giallo e Blu puri (1921)

NOTE:

[1] Pensiamo alla rivalità tra Ingres (disegno) e Delacroix (colore)

[2] In russo rosso significa bello, la Piazza Rossa di Mosca è chiamata così proprio a indicare la sua bellezza.

[3] Importanti in tal senso i rapporti con il giovane linguista Roman Jackobson futuro linguista e iniziatore della scuola del formalismo e dello strutturalismo.

[4] In verità nel 1921, l’artista russo Aleksander Mikhailovich Rodchenko ha esposto a Mosca alla mostra “5×5 = 25”  tre tele monocrome (una rossa, una blu e una gialla) dichiarando: “Io ho ridotto la pittura alla sua logica conclusione: è tutto finito”. A differenza di Malevic nella cui opera è sempre presente una vena spirituale, Rodchenko avvia una riflessione materialista sul quadro in quanto oggetto e sull’opera d’arte in quanto bene di consumo.

Un solo colore: la storia del Monocromo

Nel mezzo ci passa una grande guerra e lo shock della bomba atomica. Gli artisti rifiutano completamente la razionalità, considerata la causa di questo disastro, e si abbandonano all’espressione libera delle proprie pulsioni interne eliminando dal quadro qualsiasi tipi di figurazione.

L’Informale in Europa e l’Action Painitng in America rappresentano questa crisi dell’artista che è sempre più chiuso in se stesso, concentrato sulla propria interiorità e impegnato a esprimere la propria tragedia.

All’interno di questi gruppi le differenze tra gli artisti sono enormi e, soprattutto in America, alcuni di loro si erano concentrati proprio sulle potenzialità del colore. Nelle opere di Mark Rothko, Barnett Newman ed Ellsworth Kelly la forma ha una funzione secondaria, sono i colori i protagonisti dell’opera, i custodi del significato.

Nel caso di Rothko, per esempio, le grandi campiture di colore sulla tela, con ampie velature rettangolari, modulate emotivamente, manifestano la sua aspirazione ad un colore puro e privo di ogni possibile referente esterno. Ma non siamo ancora arrivati al monocromo puro.

Opera rossa di Mark Rothko
Mark Rothko - Red
Opera blu di Barnet Newman
Barnett Newman - Cathedra, 1951

Saranno gli artisti della generazione successiva a prendere definitivamente questa direzione e lo faranno proprio in aperto contrasto con l’arte informale e seguendo più o meno volontariamente le due linee tracciate nei primi anni venti in Russia, quella spirituale di Malevic (Klein, Reinhardt) e quella materialista di Rodchenko (Rauschenberg, Manzoni, Ryman).

Robert Rauschenberg e i White Paintings

Nel 1951 Robert Rauschenberg dipinge cinque tele tutte uguali, completamente bianche e con pochissime tracce di rullo.

Il 18 ottobre invia una lettera a Betty Parson, la sua gallerista di New York, in cui annuncia i suoi lavori: “…sono una serie di dipinti che recano in sé la contraddizione che garantisce loro di meritare un posto assieme ad altri straordinari dipinti eppure non sono Arte, perché ci conducono in un luogo della pittura nel quale l’arte non è ancora arrivata… Sono tele larghe e bianche (bianche come DIO) selezionate e organizzate nel corso del tempo e presentate con l’innocenza di una vergine… È del tutto irrilevante che sia io a farli. Il loro creatore si chiama Oggi.

La forza dirompente di queste opere sta nella rinuncia da parte dell’artista all’espressione del proprio io, il pittore si sbarazza dell’autorialità dell’opera.
Dichiarando che il suo ruolo nella creazione dell’opera è una componente irrilevante e che l’esistenza fisica delle opere non sia una condizione necessaria all’esistenza delle stesse, Rauschenberg anticipa di qualche anno il Minimalismo e l’Arte Concettuale.

Coerente con quanto dichiarato, Rauschenberg utilizzò queste tele come supporto per altri dipinti e ne regalò una a Cy Twombly che a sua volta la riutilizzò, per questo motivo le tele esistenti oggi non sono quelle dipinte negli anni ’50.

Tre pannelli dell'opera White Paintings di Robert Rauschenberg
Tre pannelli dell'opera White Paintings di Robert Rauschenberg

Yves Klein: l’uomo che inventò il blu

Il 2 gennaio del 1957 alla Galleria Apollinaire di Milano si inaugura una mostra radicale di un artista francese all’epoca ancora per lo più sconosciuto, Yves Klein. In “Proposte monocrome, epoca blu”, questo il titolo della mostra, erano esposti a una certa distanza dalla parete, undici dipinti blu oltremare d’identico formato (78 x 56cm) proposti al pubblico ognuno ad un costo di acquisto differente.

L’unico che comprò un’opera fu l’artista Lucio Fontana, che in quegli anni stava creando le sue tele monocrome piene di buchi e successivamente di tagli. Ma se per l’italo-argentino, come per altri artisti quali Castellani, Bonalumi e Scheggi, l’importanza del colore era subordinata alla riflessione sullo spazio, per Klein il colore è invece tutto.

Lo spazio che cerca Klein è uno spazio di puro spirito, il monocromo è elevazione all’assoluto e il blu, secondo la dottrina esoterica Rosacrociana seguita dall’artista, “indica il tipo di spiritualità più elevata.

Fedele alla sua missione, Klein elesse il blu oltremare a colore assoluto brevettandone uno tutto suo, l’International Klein Blue, e dichiarando: “Il blu non ha dimensioni, è fuori dalla dimensione, mentre gli altri colori ne hanno. Ci sono degli spazi psicologici, il rosso per esempio presuppone un fuoco d’irraggiamento del calore; tutti i colori portano a delle associazioni in maniera psicologica a delle idee concrete, materiali o tangibili, mentre il blu ricorda al limite il mare o il cielo, dopo tutto ciò che è astratto nella natura tangibile e visibile.”

Quella personale alla galleria milanese inaugurerà l’Epoca Blu di Klein e l’artista per sottolineare l’invenzione della tecnica (anche se non era stato proprio il primo a dipingere in maniera monocromatica) coniò per se stesso il soprannome “Yves le Monochrome”.

Quella mostra, oltre a quella di Lucio Fontana, incontrò l’ammirazione di un altro giovane artista italiano che di lì a poco avrebbe lasciato il suo segno nella storia dell’arte: Piero Manzoni.

Monocromo Blu di Yves Klein del 1960
Monocromo Blu di Yves Klein del 1960

Piero Manzoni e l’azzeramento dell’arte

Il monocromo di Manzoni nasce dalla necessità di ragionare su cosa sia un quadro. La sua è una riflessione sul ruolo del colore e sul lavoro dell’artista:

La questione per me è dare una superficie integralmente bianca (anzi integralmente incolore, neutra) al di fuori di ogni fenomeno pittorico, di ogni intervento estraneo al valore di superficie: un bianco che non è un paesaggio polare, una materia evocatrice o una bella materia, una sensazione o un simbolo o altro ancora: una superficie bianca che è una superficie bianca e basta: essere (e essere totale è puro divenire).

Piero Manzoni

Le sue opere in verità non possono essere considerate dei monocromo, in quanto mostrano in realtà la mancanza stessa di colore. A differenza di Klein, che attribuiva significati mistici al colore, l’obiettivo di Manzoni è quello di svuotare completamente il quadro di ogni significato. I suoi Achrome rappresentano l’azzeramento dell’arte, fanno tabula rasa di tutto ciò che era venuto prima, mettono in discussione non solo la pittura, ma il colore stesso.

Nei primi Achrome l’artista imbeve la tela in un mix di caolino e colla e la lascerà poi asciugare, affidando la trasformazione del materiale (grinze, pieghe, rigonfiamenti, scanalature) ad un processo autonomo e spontaneo. In seguito l’artista sperimenterà nuove tecniche e materiali come cotone, fibra di vetro, piume, polistirolo e addirittura rosette di pane per ridurre ancor di più il gesto dell’artista.

In questo modo l’immagine che ne viene fuori non esibisce alcuna manipolazione della materia e si presenta come puro significante e priva di ogni significato esterno, nascosto o imposto. Il quadro così creato, non è più una finestra aperta sul mondo, ma diventa oggetto e soggetto dell’arte, materia lasciata a se stessa.

Un Achrome di Piero Manzoni realizzato con caolino su tela del 1957/1958
Achrome di Piero Manzoni - Caolino su tela (1957/1958)
Achrome di cotone di Piero Manzoni del 1962
Achrome - Cotone (1962)

Ad Reinhardt e l’eredità di Malevic

Ad Reinhardt è senza dubbio il pittore che può essere considerato l’erede più vicino a Malevic, l’artista che, realizzando dei monocromi neri in cui non c’è distinzione tra figura e fondo ma tutto viene assorbito dal puro nero della pittura, continuò la ricerca della “pittura grado zero” iniziata dal maestro russo.

Nello sforzo di purificare l’arte da tutti i contenuti extraartistici, Reinhardt è arrivato a elaborare queste dipinti fondendo due paradigmi dell’astrattismo: la griglia e il monocromo. Quel nero infatti apparentemente compatto, ad una visione più attenta, si mostra in realtà come una composizione di blocchi di differenti tonalità di nero.

Il suo linguaggio è diventato con gli anni sempre più rigoroso e minimalista: le linee di demarcazione della griglia sono completamente scomparse e i segni neri sovrapposti sono appena visibili.

L’azzeramento espressivo delle sue tele prefigura le posizioni del Minimalismo.

Una esposizione dei Black Paintings di Ad Reinhradt
Black Paintings di Ad Reinhradt

Robert Ryman, il pittore del nulla

Robert Ryman dipinge le sue tele interamente di bianco, con un gesto ripetuto che vuole mettere in evidenza il processo di pittura in quanto tale. L’artista ha realizzato centinaia di monocromi completamente bianchi giocando semplicemente sulla diversità di cornici e texture, cambiando i pigmenti utilizzati (caseina, gouache, olio, gesso , acrilico) e i supporti (giornali, garza, carta, cartone ondulato, lino, iuta…).

A chi gli ha chiesto “Ma perché proprio quel colore?” Ryman ha risposto: “Non ho mai pensato al bianco come a un colore. Il bianco può fare cose che i colori non possono fare. Ha la tendenza a rendere le cose visibili.

Per Ryman il bianco è il colore dello spazio assoluto, un luogo mentale di purezza e incorruttibilità.
Il bianco valorizza le pennellate e il processo della pittura in quanto tale e le sue opere rappresentano l’atto stesso del dipingere.

Decidendo che niente della realtà là fuori vale la pena di essere ricreata sulla tela, l’attenzione è tutta concentrata in quel semplice gesto pittorico in sé. Un gesto che nella sua banalità fa spesso gridare “Ma questo lo sapevo fare anch’io!

Il problema è che non l’hai fatto e intanto nel 2015 “Bridge”, una sua tela bianca, è stata venduta da Christie’s per 20,6 milioni di dollari.

L'opera Bridge di Robert Ryman del 1980
Bridge di Robert Ryman (1980)
Untitled di Robert Ryman
Untitled di Robert Ryman

Monocromo una storia infinita

Sono tanti gli artisti che si sono confrontati con il monocromo ma che non sono stati citati in questo articolo. Jasper Johns per esempio a inizio carriera realizzò una tela completamente verde. Avrei sicuramente dovuto includere Agnes Martin con le sue griglie di linee evanescenti, lo stesso Joseph Albers tra le cui opere che studiano le interazioni cromatiche è presente anche una serie sul bianco… e come dimenticare i monocromi di Mario Schifano.

Per parlare in modo approfondito di tutti questi artisti purtroppo non basterebbe un libro. Comunque per chi vuole approfondire in fondo alla pagina trova la biografia con l’elenco dei volumi che ho consultato per la stesura di questo articolo.

L’evoluzione dell’arte del colore non si è certo fermata con gli anni ’70. In Italia il grande mecenate e collezionista Giuseppe Panza di Biumo diede ampio spazio a questi artisti non fermandosi a quelli ormai storicizzati.

Per Panza il monocromo è…

...l'assoluto. Una traccia di infinito che si materializza, un angolo di cielo che cade sulla terra. Un monocromo di qualità è un'opera la cui bellezza apre sull'immateriale e ritengo che ogni monocromo corrisponda a un certo silenzio o, meglio, a un certo modo di far risuonare il silenzio. Si tratta ogni volta di mondi diversi.

Giseppe Panza di Biumo

Questa bellezza e questo silenzio, Panza li ha cercati in diverse forme d’arte, collezionando opere di diversi artisti dediti al monocromo, in quanto “…ciascun monocromo è differente perché esprime il silenzio particolare di ogni artista. Si tratta di un ‘arte di privazione perfetta per esprimere il silenzio, ma questa privazione si affaccia su di una grande ricchezza, su di un vero e proprio universo, attraverso il colore. Non un universo fisico, ma un universo immateriale capace di penetrare molto profondamente in noi.

Se infatti nella sua collezione erano presenti fin dai primi anni artisti come Mark Rothko e i Minimalisti americani, egli continuò anche negli anni ’80, ’90 e fino alla sua morte ad arricchirla con le opere di quegli artisti che continuarono a lavorare su questa strada.

In collezione sono presenti gli italiani Ettore Spalletti, i cui colori rimandano a quelli degli affreschi del Rinascimento fiorentino e Alfonso Fratteggiani Bianchi che, utilizzando come supporto la pietra serena, riesce a presentare ai nostri occhi i colori puri dei pigmenti non corrotti da nessun collante.

Poi ci sono gli americani David Simpson che utilizza colori metallici mescolati a un minerale che riflette la luce con un angolo determinato, Anne Appleby che, utilizzando una pittura ad olio mescolata con cera, riesce a conferire alla superficie una grande profondità, Phils Sims, Anne Truitt e tanti altri le cui opere si possono ammirare alla Villa Panza di Biumo a Varese.

Giuseppe Panza davanti a un'opera di David Simpson
Giuseppe Panza davanti a un'opera di David Simpson

Conclusioni

Dipingere con un solo colore potrebbe sembrare una cosa semplice da fare e banale da osservare.
Ad uno sguardo veloce e superficiale, le differenze tra le opere di questi artisti potrebbero sembrare davvero minime.

Se si vuole stabilire una connessione con questi dipinti è fondamentale dedicare loro del tempo e non passare davanti dando una furtiva e distratta occhiata. L’occhio si deve abituare al colore per riuscire a cogliere le diverse sfumature: nelle opere di David Simpson, per esempio, è il mutare della luce del giorno che cambia l’effetto del quadro e ne svela la magia.

Poi ci sono i grandi dipinti di Rothko, come i piccoli monocromi blu di Klein, che richiedono una vera e propria silenziosa e lenta forma di osservazione/meditazione.

Purtroppo la società odierna corre, non ha tempo e ci ha abituati ad avere tutto e subito.
Secondo uno studio del 2019, i visitatori della Tate Gallery di Londra osserverebbero in media ogni dipinto per non più di 8 secondi. Si capisce perché i quadri dipinti con un unico colore non incontrino ancora il favore del pubblico.

Un giorno a Picasso fu chiesto cosa servisse per capire un suo quadro. L’artista, che stava realizzando una delle sue innumerevoli opere, posò il pennello, fece qualche passo indietro e dopo aver osservato a lungo il suo lavoro, si girò verso l’interlocutore e rispose: “Una sedia”.

Sedia = Tempo

Il tempo è il bene più prezioso della nostra vita, l’unica e vera unità di misura che ne regola la qualità. E dato che l’arte ha sempre a che fare con la vita, il tempo è anche un fattore fondamentale che dovremmo recuperare quando ci approcciamo all’arte… non solo a quella monocromatica.

BIBLIOGRAFIA

Catastrofi d’arte – Storie di opere che hanno diviso il Novecento di Luigi Bonfante
Arte dal 1900 di Hal Foster, Rosalind Krauss, Yve-Alain Bois, Benjamin H.D. Buchloh
Ricordi di un Collezionista di Giuseppe Panza
Scritti sull’arte di Piero Manzoni
Piero Manzoni. Vita d’artista di Flaminio Gualdoni
Verso l’immateriale dell’arte. Con scritti inediti di Yves Klein
Yves il provocatore. Yves Klein e l’arte del Ventesimo secolo di Thomas McEvilley

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Monochrome di Yves Klein contro Achrome di Piero Manzoni

Yves Klein e Piero Manzoni, due intelligenze a confronto

Scomparsi a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, Klein a 34 anni e Manzoni a 29, nella loro breve e fulminante carriera hanno realizzato cose straordinarie, ancora oggi discusse, amate e odiate allo stesso tempo.

Le loro storie, come la loro arte, presentano diversi parallelismi ma anche parecchie divergenze che spesso sono sfociate nella legenda.

In questo articolo ho cercato di separare il mito dalla realtà e raccontare qualcosa di questi due grandi dell’arte

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