L’intelligenza artificiale ha ucciso l’artista? Si cerca di nuovo l’assassino

Qualche anno fa su questo blog ho aperto un’indagine: la pittura è morta, si cerca l’assassino. Alla fine il principale indiziato, il ’68, era stato scagionato. Il fatto non sussiste, la pittura era viva e vegeta.

Oggi devo riaprire il fascicolo, perché c’è un nuovo cadavere sul tavolo dell’obitorio. Questa volta non si tratta della pittura ma direttamente dell’artista, e il sospettato numero uno ha un nome che sentiamo ormai cento volte al giorno: intelligenza artificiale.

Scrivi due righe su Midjourney, aspetti dieci secondi ed ecco un paesaggio al tramonto “in stile Van Gogh”, un ritratto “alla Caravaggio”, una veduta di Venezia che nemmeno il Canaletto. Allora a cosa servono più gli artisti? Perché passare anni sui libri e in studio se una macchina fa tutto prima e meglio?

Dì la verità, almeno una volta ci hai pensato anche tu.

Bene, mettiti comodo, perché in questo articolo voglio provare a capire se abbiamo davvero trovato l’assassino o se, ancora una volta, stiamo accusando la persona sbagliata.

Il precedente: quando l’assassina era la fotografia

Partiamo da un piccolo salto indietro nel tempo, perché la storia dell’arte, come sempre, ci ha già visti passare da queste parti.

Siamo a Parigi nel 1859. La fotografia esiste da appena vent’anni ed è già entrata al Salon, il tempio ufficiale della pittura. Un poeta che di arte se ne intendeva parecchio, Charles Baudelaire, scrive parole di fuoco: la fotografia è “il rifugio di tutti i pittori mancati”, deve restare “l’umilissima serva delle scienze e delle arti” e guai a lei se si permette di invadere il campo dell’immaginazione.

Ti suona familiare?

Sostituisci “fotografia” con “intelligenza artificiale” e quelle frasi potresti leggerle oggi in uno dei tanti commenti indignati che girano sui social.

Ne ho già parlato a lungo nell’articolo Arte e fotografia: storia infinita d’amore e odio, quindi non mi ripeto. Ricordiamoci solo come è andata a finire: la fotografia ha strappato ai pittori il monopolio sull’immagine, è vero. Ma proprio per questo i pittori hanno smesso di copiare la realtà e hanno cominciato a smontarla. Senza la fotografia, probabilmente, non avremmo avuto gli impressionisti, né Picasso, né l’arte astratta.

L’assassino presunto si è rivelato, alla fine, il miglior complice che la pittura potesse desiderare.

I fatti: cosa è successo in questi anni

Prima di emettere qualsiasi giudizio, facciamo come ogni buon investigatore e guardiamo le prove.

2018, Christie’s New York: un ritratto sfocato di un signore immaginario, Edmond de Belamy, generato da un algoritmo dal collettivo francese Obvious, viene battuto a 432.500 dollari. Stima di partenza: 7-10 mila. Al posto della firma, in basso a destra, c’è la formula matematica che l’ha generato.

Ritratto di Edmond de Belamy, collettivo Obvious
Ritratto di Edmond de Belamy, collettivo Obvious (2018), venduto da Christie’s per 432.500 dollari. Fonte: Wikimedia Commons, pubblico dominio

2022, Colorado: Jason Allen vince il primo premio di arte digitale alla fiera statale con Théâtre D’opéra Spatial, un’immagine creata con Midjourney. Gli altri concorrenti non la prendono benissimo.

Théâtre D'opéra Spatial, Jason Allen con Midjourney
Théâtre D’opéra Spatial, Jason Allen con Midjourney (2022). Fonte: Wikimedia Commons, pubblico dominio

2023: il fotografo tedesco Boris Eldagsen vince il Sony World Photography Award con un’immagine in bianco e nero di due donne. Poi rifiuta il premio e rivela che non è una fotografia: l’ha generata un’intelligenza artificiale. Lo ha fatto apposta, per aprire il dibattito. Se non è marketing questo.

The Electrician di Boris Eldagsen, immagine generata con IA
Boris Eldagsen, The Electrician, dalla serie Pseudomnesia (2022): l’immagine generata con l’IA che vinse il Sony World Photography Award 2023. Fonte: Wikimedia Commons, pubblico dominio

2024, Sotheby’s: un ritratto di Alan Turing dipinto da Ai-Da, un robot umanoide, supera il milione di dollari.

Il robot Ai-Da accanto ai suoi ritratti di Alan Turing
Il robot Ai-Da accanto ai suoi ritratti di Alan Turing, nella mostra personale alle Nazioni Unite. Foto: Aneonv36, Wikimedia Commons, CC BY 4.0

2025, ancora Christie’s: la prima asta interamente dedicata all’arte creata con l’intelligenza artificiale, Augmented Intelligence, incassa circa 729 mila dollari. Prima dell’asta, una lettera aperta firmata da oltre 5.600 artisti ne chiedeva la cancellazione, perché questi software sono addestrati su milioni di immagini protette da diritto d’autore, senza che nessuno abbia chiesto il permesso o pagato un euro.

Machine Hallucinations NYC di Refik Anadol
Refik Anadol, Machine Hallucinations NYC (2019). Un’opera della stessa serie è stata il lotto più pagato all’asta Augmented Intelligence di Christie’s. Foto: Refik Anadol, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Il dato più interessante però è un altro: quasi metà di chi ha partecipato a quell’asta era nato dopo il 1980 e più di un terzo non aveva mai comprato niente da Christie’s. Un pubblico nuovo, che il mercato tradizionale faticava a raggiungere.

Se ti stai già indignando per le cifre, ti ricordo una cosa che ripeto da anni: l’arte è una cosa, il mercato un’altra. Ne ho parlato nell’articolo Investire in arte: 10 buoni consigli per non sbagliare. Che un’opera venga pagata tanto non dice ancora nulla sul suo valore, né in un senso né nell’altro.

L’equivoco di fondo: confondere la mano con l’idea

Arriviamo al punto, quello che secondo me spiega quasi tutto il panico di questi anni.

Se pensi che l’artista sia colui che sa fare cose belle con le mani, allora sì, l’intelligenza artificiale è un problema serio. Una macchina che in dieci secondi sforna un tramonto perfetto toglie il lavoro a chiunque abbia costruito la propria identità sulla bravura tecnica.

Ma questo è esattamente uno dei luoghi comuni che ho cercato di smontare nell’articolo I 9 (banali) luoghi comuni sull’arte (soprattutto) contemporanea. L’artista si è liberato del lavoro manuale più di un secolo fa.

Jeff Koons fa fondere i suoi cagnoloni da un’azienda metalmeccanica. Gli arazzi di Alighiero Boetti li hanno ricamati donne afghane. Le grandi opere del Minimalismo venivano vendute come progetto e realizzate da qualcun altro. E ancora prima, nelle botteghe del Rinascimento, Raffaello e Tiziano lasciavano ai loro assistenti buona parte del lavoro.

Per non parlare di Marcel Duchamp che nel 1917 prende un orinatoio, lo gira, lo firma e lo manda a una mostra. Con le sue mani non ha fatto praticamente niente. Eppure quel gesto ha cambiato la storia dell’arte più di mille tramonti dipinti alla perfezione.

Fontana di Marcel Duchamp fotografata da Alfred Stieglitz
Marcel Duchamp, Fontana (1917), nella fotografia di Alfred Stieglitz. Fonte: Wikimedia Commons, pubblico dominio

Quello che conta in arte non è la mano, è l’idea. Lo era con Duchamp, lo è con Midjourney.

Il saper riprodurre con perfezione un soggetto è puro esercizio tecnico, virtuosismo. E il virtuosismo, oggi, la macchina lo regala a tutti. Questo non uccide l’arte, uccide semmai l’equivoco che la tecnica bastasse a fare un artista.

Chi è l’autore? (Spoiler: non è la macchina)

C’è poi un’altra domanda che sento fare spesso: se l’opera la fa la macchina, chi è l’artista?

Facciamo un esempio banale. Hai mai visto una macchina fotografica vincere il Pulitzer? Un pennello esporre al MoMA? Uno scalpello entrare nei libri di storia?

L’intelligenza artificiale è uno strumento, potentissimo, ma pur sempre uno strumento. Da sola non decide niente. Non sceglie il tema, non sa perché lo sta facendo, non sa per chi lo sta facendo e soprattutto non sa cosa è venuto prima di lei, se non come una gigantesca media statistica di tutto quello che le hanno fatto vedere.

Ed è proprio qui il suo limite. Una macchina che impara dalla media di milioni di immagini tende, per sua natura, a produrre la media. L’immagine perfetta, gradevole, levigata. Quella che piace a tutti e che il giorno dopo nessuno ricorda.

L’arte invece è sempre stata uno scarto rispetto alla media: Caravaggio che mette i piedi sporchi di un contadino in primo piano in una pala d’altare, Manet che piazza una donna nuda tra due signori vestiti al Déjeuner sur l’herbe, Fontana che taglia la tela. Tutte cose che, se le avessi chieste a un algoritmo addestrato sull’arte di quel momento, non sarebbero mai venute fuori.

Madonna di Loreto (Madonna dei Pellegrini) di Caravaggio
Caravaggio, Madonna di Loreto o dei Pellegrini (1604-1606), Roma, Sant’Agostino: i piedi sporchi del pellegrino in primo piano fecero scandalo. Fonte: Wikimedia Commons, pubblico dominio

Lo dicevo già parlando di arte ed emozione: lo scopo di un’opera d’arte non è emozionare, è far ragionare. Generare belle immagini è facile. Generare un pensiero nuovo è un’altra faccenda.

E le polemiche sul diritto d’autore?

Qui devo essere onesto, perché non tutte le critiche sono superficiali.

La questione sollevata da quei 5.600 artisti è seria e legittima. Questi software hanno imparato a “dipingere” studiando il lavoro di milioni di persone, molte delle quali vive, che non hanno mai dato il loro consenso e non hanno ricevuto nulla in cambio. Quando chiedi un’immagine “nello stile di” un illustratore vivente, stai di fatto usando il suo lavoro senza pagarlo.

Su questo le leggi stanno arrivando, lentamente, come sempre arrivano le leggi rispetto alla tecnologia. Ma attenzione a non confondere i piani: il problema del copyright è un problema economico e giuridico, non estetico. Dice qualcosa su come viene costruito lo strumento, non su cosa sia l’arte.

È un po’ come la storia del mercato e della storia dell’arte: due partite diverse, giocate su due campi diversi. Mischiarle crea solo confusione.

Allora, chi ha ucciso l’artista?

Ricapitoliamo le prove.

  • La fotografia, accusata dello stesso omicidio 160 anni fa, ha finito per liberare la pittura.
  • L’artista non è più colui che sa fare con le mani da almeno un secolo, da Duchamp in poi.
  • La macchina produce la media, mentre l’arte ha sempre vissuto di scarti e di idee nuove.
  • Il problema del diritto d’autore è reale, ma riguarda l’economia, non l’essenza dell’arte.

Il verdetto, almeno per me, è chiaro: l’intelligenza artificiale non ha ucciso l’artista. Sta facendo fuori qualcun altro, cioè quello che si limitava a eseguire. L’illustratore da catalogo, il decoratore di immagini, il “pittore della domenica” che pensava di essere un artista perché sapeva fare un bel cielo.

Lo so, detto così suona crudele, e mi dispiace sinceramente per chi si guadagna da vivere con quel lavoro. Ma dal punto di vista della storia dell’arte non è una novità: la stessa cosa era successa ai ritrattisti di provincia quando sono arrivati i primi studi fotografici.

Gli artisti veri, quelli che hanno un’idea da esprimere e un pensiero da comunicare, hanno appena ricevuto in regalo un nuovo strumento. Qualcuno lo userà male, producendo tonnellate di immagini inutili (e già succede, basta aprire un qualsiasi social). Qualcuno lo userà bene e tra qualche anno lo troveremo nei libri di storia dell’arte, accanto ai fotografi che i Baudelaire di turno chiamavano “pittori mancati”.

Come sempre, sarà la Storia a tirare i conti. Il miglior critico di sempre ha solo bisogno di un po’ di tempo.

Nel frattempo, la prossima volta che senti dire “tanto ormai lo fa l’intelligenza artificiale”, prova a rispondere con la domanda che dovremmo farci davanti a qualsiasi opera: sì, ma cosa vuole dire?

Se la risposta è “niente”, non è arte. E non l’avrebbe fatta più arte nemmeno una mano umana.

E tu cosa ne pensi? Hai mai provato a “creare” un’opera con l’intelligenza artificiale? Secondo te un giorno vedremo un’opera generata da una macchina accanto a un Fontana al museo? Scrivilo nei commenti qui sotto.


BIBLIOGRAFIA

  • Charles Baudelaire, Salon del 1859 (in Scritti sull’arte)
  • Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica
  • Francesco Bonami, Lo potevo fare anch’io
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