Dalla Gioconda ai gioielli del Louvre: perché alcuni furti trasformano i capolavori in leggende, mentre altri finiscono nel dimenticatoio.
Domenica 19 ottobre 2025, alle nove e mezza del mattino, il Louvre era aperto da appena mezz’ora. Due uomini vestiti da operai salgono con un montacarichi fino a una finestra della Galerie d’Apollon, tagliano il vetro con una smerigliatrice, sfondano due vetrine e scappano con otto gioielli della Corona di Francia. L’operazione dura meno di otto minuti. Il bottino vale, secondo le stime, 88 milioni di euro.
Un anno dopo dei gioielli non c’è ancora traccia. Del furto invece si è parlato moltissimo: giornali, televisioni, meme, pubblicità e perfino costumi di Halloween.
Ma prova a rispondere a una domanda: sapresti riconoscere anche uno solo dei gioielli rubati? Probabilmente no. Nemmeno io, lo confesso.
Eppure nel 1911, proprio al Louvre, accadde qualcosa di molto simile. Un italiano rubò la Gioconda di Leonardo da Vinci e quella sparizione contribuì a trasformare un dipinto già celebre negli ambienti artistici nel quadro più famoso del mondo.
Perché allora il furto della Gioconda ha alimentato un mito che dura da oltre un secolo, mentre quello dei gioielli rischia di essere ricordato soprattutto per il montacarichi usato dai ladri?
Per rispondere bisogna fare un viaggio attraverso alcuni dei furti più incredibili della storia dell’arte. Ci sono opere diventate leggendarie dopo essere state rubate, altre che hanno continuato a far parlare di sé senza essere mai ritrovate e altre ancora che sono semplicemente scomparse dalla memoria collettiva. E, come vedremo, il valore economico c’entra molto meno di quanto si potrebbe pensare.
1911: quando la Gioconda diventò più famosa grazie a un ladro
Chissà se i ladri che quella domenica di ottobre sono entrati al Louvre vestiti da operai per rubare i gioielli della Corona conoscevano Vincenzo Peruggia. Forse si sono persino ispirati a quell’italiano che, più di un secolo prima, era riuscito a uscire dallo stesso museo con la Gioconda nascosta sotto la giubba usando lo stesso travestimento. Con una differenza: Peruggia al Louvre ci aveva lavorato davvero.
La sua storia, d’altronde, è piuttosto conosciuta. Ne ho già parlato in un articolo dedicato a come la Monna Lisa è diventata famosa, quindi qui mi limiterò agli aspetti che ci interessano.
Il 21 agosto 1911 Peruggia, un decoratore italiano che aveva lavorato al Louvre, sottrae il dipinto di Leonardo. La sparizione viene scoperta il giorno seguente, quando il pittore Louis Béroud si presenta al museo per copiarlo e trova la parete vuota. Scoppia uno scandalo internazionale: la polizia indaga, i giornali pubblicano le fotografie della Gioconda, si arriva persino ad arrestare il poeta Guillaume Apollinaire e a interrogare Pablo Picasso.
Ma il particolare più curioso è un altro: quando il Louvre riapre, la gente fa la fila per vedere il posto dove prima c’era il dipinto. Qualcuno lascia addirittura dei fiori. Pensaci: migliaia di persone entrano in uno dei musei più importanti del mondo per guardare una parete vuota.
Se ci pensi, oggi non è cambiato molto. Anch’io sono stato davanti alla Gioconda, come milioni di turisti: la sala piena, il quadro dietro il vetro a qualche metro di distanza, una selva di telefoni alzati per fotografarlo. Più che guardarla, la gente la documenta. Si va a vedere la Gioconda perché è la Gioconda, cioè per la sua storia, molto più che per la pittura di Leonardo.
Per oltre due anni la Gioconda rimane nascosta nell’appartamento parigino di Peruggia. Nel dicembre 1913 il ladro tenta di venderla a Firenze, ma viene scoperto e arrestato. Prima di tornare al Louvre il quadro viene esposto in Italia, agli Uffizi, a Roma e a Milano: a Brera, tra il 29 e il 30 dicembre 1913, oltre sessantamila persone vanno a vederlo. Il 4 gennaio 1914 la Gioconda torna a Parigi.


Prima del furto non era certo un quadro sconosciuto: Leonardo era già considerato un genio e il dipinto godeva di enorme prestigio. Ma prestigio artistico e popolarità sono due cose diverse. Il furto aveva portato il volto della Gioconda davanti agli occhi di milioni di persone che, fino a quel momento, probabilmente non conoscevano nemmeno l’esistenza del dipinto. Il quadro era diventato il protagonista di una storia che tutti potevano capire, con un ladro, un mistero, una ricerca internazionale e finalmente un ritorno trionfale.
Non tutti i furti, però, hanno bisogno di un lieto fine per diventare leggendari.
1969: il Caravaggio che nessuno ha più visto
Nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969 qualcuno entra nell’Oratorio di San Lorenzo di Palermo e porta via la Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi di Caravaggio. Non è un piccolo quadro facile da trasportare, ma una grande tela alta quasi tre metri. I ladri la tagliano dalla cornice e spariscono. Da allora nessuno ha più potuto vedere l’originale.

La storia si intreccia presto con quella della mafia siciliana. Nel corso degli anni diversi collaboratori di giustizia raccontano di aver visto il dipinto o di conoscerne la sorte. Secondo alcune versioni sarebbe stato usato dai boss come simbolo di potere, secondo altre sarebbe stato nascosto in una stalla e danneggiato dagli animali, secondo un’altra ancora venduto all’estero e tagliato in più parti. Sono racconti spesso contraddittori, mai dimostrati.
Proprio questa incertezza ha alimentato la leggenda. La Natività è diventata il simbolo di un patrimonio artistico sottratto alla collettività e alla sua sparizione si sono interessati giornalisti, investigatori, scrittori e registi: anche Leonardo Sciascia ne ha tratto ispirazione per Una storia semplice.
Nel 2015, grazie al lavoro di Factum Arte, nell’oratorio è stata collocata una ricostruzione del dipinto basata sulla documentazione fotografica. Oggi chi entra nell’Oratorio di San Lorenzo vede una riproduzione della Natività, sapendo che quella autentica è scomparsa.
La Gioconda è diventata ancora più famosa perché è stata ritrovata, il Caravaggio continua a far parlare di sé proprio perché non è mai tornato. In entrambi i casi il furto ha dato all’opera una seconda storia, indipendente da quella artistica: non guardiamo più soltanto ciò che Leonardo o Caravaggio hanno dipinto, guardiamo anche quello che è successo ai loro quadri.
1990: il museo dove si espongono le cornici vuote
A Boston esiste un museo in cui alcune delle cose più famose da vedere sono opere che non ci sono: l’Isabella Stewart Gardner Museum.
Nella notte del 18 marzo 1990 due uomini vestiti da poliziotti suonano all’ingresso del museo, dicono di dover controllare un disturbo e il sorvegliante li lascia entrare. Poco dopo lui e un collega sono legati nel seminterrato. I falsi poliziotti trascorrono ottantuno minuti nelle sale e portano via tredici opere, tra cui Il concerto di Johannes Vermeer e Cristo nella tempesta sul mare di Galilea di Rembrandt, l’unica marina conosciuta del pittore olandese.
Il valore complessivo è stimato in centinaia di milioni di dollari ed è considerato uno dei più grandi furti d’arte mai commessi. Da allora nessun quadro è stato recuperato e il caso non è mai stato risolto. Il museo continua a offrire una ricompensa milionaria per il ritrovamento delle opere.


Le cornici dei dipinti rubati, però, sono ancora appese alle pareti. Isabella Stewart Gardner nel suo testamento aveva vietato di cambiare la disposizione della collezione, così chi entra nella Sala Olandese trova grandi cornici dorate che racchiudono soltanto il vuoto. A Boston hanno trasformato l’assenza in qualcosa da guardare: le cornici ricordano ciò che è stato perduto e tengono viva la speranza che i dipinti tornino.
Non siamo poi così lontani da quello che accadde al Louvre nel 1911, quando la gente andava a vedere una parete vuota. Solo che a Boston, a distanza di trentasei anni, quella parete fa ancora parte della visita.
1994 e 2004: quando rubano un quadro che è già un mito
Finora abbiamo visto furti che hanno contribuito ad accrescere la fama delle opere. Può succedere anche il contrario, che sia la notorietà di un dipinto a rendere clamoroso il furto. È il caso dell’Urlo di Edvard Munch.
Nel febbraio 1994, mentre la Norvegia ospita le Olimpiadi invernali di Lillehammer, due ladri entrano nella Galleria Nazionale di Oslo e portano via una versione dell’Urlo. Lasciano persino un biglietto per ringraziare il museo della scarsa sicurezza. Il dipinto viene recuperato pochi mesi dopo.

Dieci anni più tardi, nell’agosto 2004, un’altra versione dell’Urlo viene rubata dal Museo Munch insieme alla Madonna, questa volta con una rapina a mano armata davanti ai visitatori. I quadri vengono ritrovati nel 2006, danneggiati.
Eppure non credo che siano stati questi due furti a trasformare l’Urlo in un’icona mondiale. L’uomo con le mani sul volto e la bocca spalancata era già entrato nell’immaginario collettivo: come la Gioconda, è una di quelle opere che si riconoscono subito, anche senza sapere chi le abbia dipinte. Qui il furto non crea il mito: è il mito già esistente a rendere il furto una notizia internazionale. Spesso confondiamo la celebrità di un’opera con la notorietà di quello che le succede.
1997: il Klimt che scomparve e ricomparve nello stesso museo
C’è poi una storia italiana che sembra uscita da un romanzo. Nel 1996 una studentessa di Piacenza, Claudia Maga, sfoglia una monografia di Gustav Klimt e nota qualcosa di strano: il Ritratto di signora della Galleria d’arte moderna Ricci Oddi sembra nascondere un altro dipinto dell’artista, ritenuto perduto. Le analisi confermano l’intuizione: Klimt aveva ridipinto la tela, sovrapponendo una nuova figura femminile a un ritratto precedente.
La scoperta suscita grande interesse. Ma nel febbraio 1997 il quadro sparisce dal museo.
Per oltre ventidue anni si susseguono ipotesi, indagini e presunti ritrovamenti. Poi, nel dicembre 2019, alcuni operai impegnati nella manutenzione di un muro esterno della galleria trovano una nicchia nascosta. Dentro c’è un sacco e nel sacco c’è il Klimt. Non sappiamo con certezza quando il dipinto sia stato messo lì, né cosa gli sia successo durante i ventidue anni di assenza.

Un’opera che aveva già attirato l’attenzione per la scoperta di un dipinto nascosto diventa così protagonista di una seconda vicenda, altrettanto misteriosa. Il ritrovamento è una notizia internazionale e quando il quadro torna esposto il pubblico va a vedere non soltanto un Klimt, ma il Klimt rubato e ritrovato nel muro. Quella storia ormai fa parte dell’identità del quadro.
Basta allora appartenere a un grande artista ed essere rubati per ottenere lo stesso risultato?
La risposta è no: lo dimostra un furto al Louvre di cui quasi nessuno si ricorda.
1998: il Corot rubato al Louvre che quasi nessuno ricorda
Il 3 maggio 1998 un ladro entra al Louvre durante il normale orario di apertura e ruba un piccolo paesaggio di Camille Corot, Il sentiero di Sèvres. Veduta di Parigi. Il museo viene chiuso, la polizia perquisisce centinaia di visitatori e viene offerta una ricompensa. Il quadro non viene mai recuperato.

Corot non è certo un artista secondario: è uno dei grandi protagonisti della pittura francese dell’Ottocento e una figura chiave per la nascita del paesaggio moderno. Eppure quanti conoscono questa vicenda? Scommetto che anche tu ne senti parlare per la prima volta. Il dipinto non è tornato, non è diventato un’icona popolare e il suo furto non ha prodotto un racconto capace di restare nell’immaginario collettivo.
È un caso che mi interessa particolarmente, perché smonta un equivoco: non basta rubare un’opera di un artista importante e non basta nemmeno rubarla al Louvre. La storia dell’arte ricorda Corot per la sua pittura, non per il furto del suo paesaggio. Per la Gioconda invece la storia del furto si è sovrapposta a quella del dipinto ed è diventata inseparabile dalla sua fama popolare.
Il valore artistico, però, non dipende da questa differenza. Un Corot non diventa meno importante perché nessuno ricorda che è stato rubato, così come la Gioconda non è diventata un capolavoro grazie a Peruggia.
2025: quando i ladri diventano più famosi delle opere rubate
Torniamo al 19 ottobre 2025, nella Galerie d’Apollon del Louvre. I ladri portano via nove pezzi appartenuti alle famiglie reali e imperiali francesi: il diadema, la collana e un orecchino della parure di zaffiri delle regine Maria Amalia e Ortensia, la collana e gli orecchini di smeraldi dell’imperatrice Maria Luisa, diversi pezzi dell’imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone III, e la sua corona.
La corona la perdono durante la fuga. Realizzata per l’Esposizione universale del 1855 e decorata con oltre milletrecento diamanti e cinquantasei smeraldi, viene ritrovata sul marciapiede, danneggiata. Gli altri otto oggetti sono ancora scomparsi.


Il furto provoca uno scandalo enorme. Vengono fuori le falle nella sicurezza, si apre un dibattito sulla protezione delle collezioni e nel febbraio 2026 la direttrice Laurence des Cars lascia l’incarico.
Ma quello che mi colpisce di più è il modo in cui questa vicenda viene raccontata fuori dai giornali. L’azienda tedesca che produce il montacarichi sfrutta l’episodio per una pubblicità ironica, IKEA scherza sulla sicurezza delle sue campane di vetro e un signore elegante con il cappello, fotografato per caso davanti al museo, diventa un improbabile detective nella fantasia dei social. Il furto si trasforma in uno spettacolo.
E i gioielli? Prova a ricordare la fotografia di una collana o di un diadema rubato. Probabilmente ricordi molto meglio il montacarichi appoggiato alla facciata del Louvre.
Nel 1911 la storia del furto aveva reso celebre il volto della Gioconda. Nel 2025 ha reso celebre soprattutto il modo in cui il furto è stato compiuto. E non credo sia solo una questione di social network o di superficialità del pubblico: c’è una differenza più profonda, che riguarda la natura stessa degli oggetti rubati.
Un quadro è un quadro, un diamante può diventare un altro diamante
Immagina di essere un ladro con tra le mani un dipinto di Leonardo, Caravaggio o Vermeer. Hai un oggetto preziosissimo ma anche difficilissimo da vendere. Non puoi tagliarlo a pezzi e venderli separatamente conservandone il valore, né cambiare qualche dettaglio per farlo diventare un altro quadro: la sua identità dipende dall’opera intera.
Un gioiello funziona diversamente. Una collana storica è un oggetto unico, ma è fatta di materiali che hanno anche un valore autonomo: diamanti, smeraldi, zaffiri, oro. Un ladro può smontarla, separare le pietre, ritagliarle e rimetterle sul mercato. Non sappiamo se sia questo il destino dei gioielli del Louvre, ma diversi esperti lo considerano probabile.
Una collana appartenuta all’imperatrice Maria Luisa non vale soltanto per i carati dei suoi smeraldi. Vale perché è quella collana, realizzata in un preciso momento storico da un preciso gioielliere e indossata da una precisa persona. Se la smonti e disperdi le pietre, parte del valore materiale sopravvive, ma il valore storico dell’oggetto è distrutto per sempre. È la differenza tra prezzo e valore nell’arte di cui ho parlato altre volte, nella sua versione più brutale.
E poi la Gioconda ha un volto, l’Urlo ha un volto e perfino la Natività di Caravaggio continua a esistere attraverso le sue riproduzioni. I gioielli rubati hanno una storia e un’identità, ma non li riconosce quasi nessuno. Ci ho pensato scrivendo questo articolo: i miei amici che di arte non sanno niente riconoscerebbero la Gioconda al primo sguardo, mentre io, come tanti appassionati, non saprei riconoscere nemmeno uno dei gioielli rubati. Anche un gioiello può diventare un’icona, basta pensare ai diamanti più celebri del mondo e alle leggende che li accompagnano. Nel caso del Louvre, però, il pubblico si è affezionato molto più al racconto della rapina che agli oggetti scomparsi.
Una sala senza nemmeno le vetrine vuote
Quando la Galerie d’Apollon ha riaperto al pubblico, il 22 luglio 2026, il Louvre aveva tolto le vetrine. I visitatori possono ammirare il soffitto dipinto, gli stucchi e le decorazioni, ma non c’è più niente che ricordi cosa è stato rubato. Al Gardner Museum l’assenza è esposta, al Louvre è stata sottratta anche alla vista.

Se un giorno i gioielli venissero ritrovati intatti, potrebbero tornare in mostra con una storia nuova, capace di attirare visitatori che prima non sapevano nemmeno che esistessero. Se invece le pietre sono già state smontate e vendute, di questa vicenda resteranno i meme e un montacarichi famoso. Il valore storico di quei gioielli esisteva prima del furto e resterà anche se nessuno se ne ricorderà: è il mito a funzionare in un altro modo.
Non basta che un’opera sia importante per entrare nella memoria collettiva. Serve una storia che le persone vogliano continuare a raccontare.
Tu quale di questi furti conoscevi già? E saresti andato al Louvre, nel 1911, a vedere la parete vuota della Gioconda? Scrivilo nei commenti qui sotto.
Fonti
- AGI, «Un anno fa il colpo al Louvre. Dei gioielli rubati nessuna traccia», 18 ottobre 2026: www.agi.it
- Gazzetta di Malta (AP), «Furto al Louvre, un anno dopo: 4 sospettati in carcere, gioielli ancora introvabili», ottobre 2026: gazzettadimalta.com
- Sortiraparis, riapertura della Galerie d’Apollon, luglio 2026: www.sortiraparis.com
- NPR, «First, came the Louvre heist. Then came the memes», 25 ottobre 2025: www.npr.org
- Wikipedia, «2025 Louvre heist»: en.wikipedia.org
- Finestre sull’Arte, «Il furto della Gioconda: quando Vincenzo Peruggia rubò il celebre dipinto di Leonardo»: www.finestresullarte.info
- RNZ, «The art heist that made the Mona Lisa arguably the most famous painting in the world», 2025: www.rnz.co.nz
- Il Giorno, «La Gioconda esposta a Brera 110 anni fa»: www.ilgiorno.it
- Il Post, «Il furto della Natività di Caravaggio è ancora un mistero», 18 agosto 2026: www.ilpost.it
- Wikipedia, «Isabella Stewart Gardner Museum theft»: en.wikipedia.org
- Il Post, «Quando rubarono l’Urlo di Munch, vent’anni fa», 22 agosto 2024: www.ilpost.it
- Linkiesta, «Rubato, poi restituito. E nessuno sa perché: la vera storia del Ritratto di Signora di Klimt», novembre 2020: www.linkiesta.it
- Il Post, «Potrebbe essere stato ritrovato il Ritratto di signora di Gustav Klimt», 10 dicembre 2019: www.ilpost.it
- Wikipedia, «The Road from Sèvres» (Corot, furto del 1998): en.wikipedia.org



