La fotografia compie 200 anni: dalla finestra di Niépce a 2.000 miliardi di scatti

Quante fotografie hai nel telefono in questo momento? Qualche migliaio, scommetto. E quante ne hai riguardate davvero nell’ultimo mese?

Due secoli fa, per ottenere una sola immagine, un signore della Borgogna lasciò una lastra di metallo esposta alla luce per ore, forse per giorni. Si chiamava Joseph Nicéphore Niépce e quella lastra, con la vista sui tetti della sua tenuta, è la più antica fotografia arrivata fino a noi. La data esatta non è certa: 1826 secondo la tradizione, estate del 1827 secondo gli studi più recenti. Per non sbagliare, la Francia ha deciso di celebrare il bicentenario della fotografia su due anni, il 2026 e il 2027, con mostre, incontri, progetti per le scuole e una mappa degli eventi in tutto il paese.

Duecento anni sono un’occasione per festeggiare, ma anche per farsi qualche domanda. Che cosa ha cambiato quella lastra? E che cosa è rimasto, oggi che di fotografie ne scattiamo migliaia di miliardi all’anno?

Una finestra in Borgogna

Siamo a Le Gras, la casa di campagna di Niépce a Saint-Loup-de-Varennes, vicino a Chalon-sur-Saône. Niépce non è un artista: è un inventore, uno di quei gentiluomini dell’Ottocento con la testa piena di progetti. Da anni cerca un modo per fissare l’immagine che si forma dentro la camera oscura, lo strumento che i pittori usavano già da secoli per copiare il paesaggio.

Vedere quell’immagine era facile: il difficile era trattenerla. Niépce ci riesce con un procedimento che chiama eliografia, scrittura del sole: spalma su una lastra di peltro di circa 16 per 20 centimetri uno strato di bitume di Giudea, una sostanza che indurisce alla luce. Mette la lastra nella camera oscura, la punta verso la finestra e aspetta. Dopo il lavaggio, il bitume rimasto indurito disegna le forme dei tetti, di una torretta, di un albero.

La vista dalla finestra di Le Gras di Niépce, la più antica fotografia conservata
Joseph Nicéphore Niépce, Point de vue du Gras (vista dalla finestra di Le Gras), 1826-27, eliografia su lastra di peltro, Harry Ransom Center, University of Texas at Austin. Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Per molto tempo si è detto che l’esposizione fosse durata otto ore, perché il sole sembra illuminare gli edifici da entrambi i lati. Chi ha provato a rifare l’esperimento con il metodo di Niépce è arrivato a una conclusione diversa: servirono diversi giorni. Pensaci la prossima volta che scatti dieci foto allo stesso piatto di pasta.

L’immagine è sgranata, quasi illeggibile se non sai cosa cercare. Eppure lì dentro c’è tutto quello che sarebbe venuto dopo: il ritratto di famiglia, il reportage di guerra, la foto ricordo, il selfie.

Una foto che si è persa per cinquant’anni

La storia di questa lastra è un piccolo romanzo. Nel 1827 Niépce va in Inghilterra e mostra il suo lavoro al botanico Francis Bauer, che lo spinge a presentarlo alla Royal Society. La Royal Society però rifiuta la sua relazione perché Niépce non vuole rivelare il procedimento. Lui torna in Francia e lascia la lastra a Bauer.

Da lì la fotografia passa di mano in mano, viene esposta per l’ultima volta nel 1905 e poi sparisce. La ritrovano solo nel 1952 due collezionisti e storici della fotografia, Helmut e Alison Gernsheim. Dal 1963 è conservata all’Harry Ransom Center dell’Università del Texas, ad Austin. La prima fotografia della storia, francese, sta quindi in America.

Niépce intanto non ha avuto la gloria che meritava. Muore all’improvviso nel 1833, dopo essersi associato con un pittore e scenografo parigino, Louis Daguerre, che porta avanti le ricerche. Nel 1839 è il procedimento di Daguerre, il dagherrotipo, a essere presentato ufficialmente in Francia e a fare il giro del mondo. Ed è il suo nome che per decenni resterà legato all’invenzione.

La presentazione è una regia perfetta. Il 19 agosto 1839 lo scienziato e deputato François Arago illustra il procedimento all’Accademia delle Scienze di Parigi. Lo Stato francese compra l’invenzione e Arago propone di farne un dono al mondo intero. In cambio Daguerre e Isidore Niépce, il figlio di Nicéphore, ricevono un vitalizio di 4.000 franchi l’anno ciascuno. Daguerre ne ottiene altri 2.000 per il suo Diorama. Ancora oggi il 19 agosto si celebra la Giornata mondiale della fotografia.

Daguerre aveva capito una cosa che a Niépce era sfuggita: un’invenzione non basta farla, bisogna anche saperla raccontare. Ti ricorda qualcosa? Su questo blog ho scritto più volte che il marketing funziona solo su un prodotto valido. Qui il prodotto c’era, eccome: mancava il racconto. E il racconto lo ha fatto un altro.

Boulevard du Temple a Parigi in un dagherrotipo di Louis Daguerre del 1838
Louis Daguerre, Boulevard du Temple, Parigi, 1838, dagherrotipo. In basso a sinistra l’uomo che si fa lucidare le scarpe. Wikimedia Commons, pubblico dominio.

C’è un’immagine di Daguerre che mi ha sempre colpito, il Boulevard du Temple del 1838. È una strada di Parigi che a quell’ora doveva essere piena di carrozze e di gente, ma nella fotografia è quasi deserta. Con un’esposizione di diversi minuti, tutto ciò che si muoveva è sparito. È rimasto solo un uomo fermo a farsi lucidare le scarpe, ed è probabilmente il primo essere umano mai fotografato. È entrato nella storia perché era l’unico a stare fermo.

«Da oggi la pittura è morta»

Quando la fotografia arriva, i pittori si spaventano. La frase più famosa è attribuita a Paul Delaroche, che davanti ai primi dagherrotipi avrebbe detto: «Da oggi la pittura è morta». Non è sicuro che l’abbia pronunciata davvero, ma la ripetiamo da quasi due secoli.

Anche Charles Baudelaire, nel suo Salon del 1859, se la prende con la nuova invenzione: la fotografia per lui deve restare la serva delle scienze e delle arti: una serva molto umile. Non deve invadere il territorio dell’immaginazione.

Sappiamo com’è andata. La pittura non è morta: ha lasciato alla macchina la copia perfetta del vero e si è presa la libertà di dipingere la luce, il movimento, le emozioni, l’invisibile. Ne ho parlato a lungo in Arte e fotografia: storia infinita d’amore e odio e non lo ripeto qui.

Mi interessa di più notare un’altra cosa: questa scena si ripete identica a ogni nuova tecnologia. Oggi l’imputato è l’intelligenza artificiale e la frase è diventata «L’IA ha ucciso l’artista». Ho provato a rispondere in L’intelligenza artificiale ha ucciso l’artista? e la conclusione è simile: la tecnica cambia gli strumenti, ma non toglie all’arte il suo compito, che è far pensare.

Cento anni per entrare nei musei

C’è un dettaglio che spesso dimentichiamo. La fotografia ha cambiato la pittura quasi subito, ma per essere considerata arte lei stessa ha dovuto aspettare a lungo.

Per buona parte dell’Ottocento la fotografia è un mestiere: ritratti in studio, documentazione, cartoline. Ci sono fotografi geniali, come Nadar, nel cui ex studio parigino si tiene nel 1874 la prima mostra degli impressionisti, ma il pubblico non mette una fotografia sullo stesso piano di un quadro. Il Museum of Modern Art di New York apre un dipartimento dedicato alla fotografia solo nel 1940, più di un secolo dopo la lastra di Niépce.

Oggi la fotografia è ovunque nei musei, ha i suoi festival (quello di Arles compie più di cinquant’anni), le sue aste e i suoi maestri. Il bicentenario francese insiste proprio su questo: celebrare non solo un’invenzione tecnica, ma due secoli di autori e di sguardi. Oltre alle mostre, il programma prevede un bando per finanziare nuovi lavori di fotografi, materiali per gli insegnanti, incontri nelle biblioteche e la ristampa di libri sulla fotografia ormai introvabili.

Mi piace che una nazione decida di festeggiare un’invenzione con due anni di iniziative, per giunta in provincia oltre che a Parigi. Anche l’Italia ha avuto un ruolo importante nella storia della fotografia, dai fratelli Alinari a Firenze, che dal 1852 hanno documentato il nostro patrimonio artistico, fino ai grandi autori del Novecento. Sarebbe bello vedere anche da noi un anniversario celebrato con la stessa convinzione, magari in uno dei tanti musei che conservano i loro archivi.

Se ti capita di passare in Francia nei prossimi mesi, vale la pena cercare gli eventi sulla mappa del Ministero della Cultura: ci sono mostre nelle grandi città e anche in provincia.

Due secoli dopo: fotografiamo tutto, guardiamo poco

E arriviamo a noi. Secondo le stime della società di ricerca Rise Above Research, nel 2025 nel mondo sono state scattate più di 2.000 miliardi di fotografie. Niépce aspettava giorni per un’immagine. Noi ne facciamo dieci in un secondo, quasi sempre con il telefono. E la maggior parte non la riguarderemo mai.

Sia chiaro, non sono un nostalgico. La fotografia ha reso l’arte accessibile a tutti: grazie alle immagini conosciamo opere che non vedremo mai dal vivo e possiamo preparare una visita, studiare un dettaglio, riscoprire un artista dimenticato. Questo è un guadagno enorme.

Il rischio però è un altro. Al museo, davanti a un capolavoro, quanti lo guardano e quanti lo fotografano? Ho scritto di questo in Arte e selfie e da allora la situazione non è migliorata. Scattiamo per non dimenticare e finiamo per non vedere. La fotografia non ha ucciso la pittura, ma rischia di uccidere lo sguardo lento, quello che un’opera d’arte chiede per aprirsi.

Il paradosso è che la prima fotografia della storia è nata proprio dalla lentezza: una lastra ferma davanti a una finestra, per ore o per giorni, ad aspettare che la luce facesse il suo lavoro. Forse il modo migliore per festeggiare questi duecento anni è restituire un po’ di quella pazienza. La prossima volta che sei davanti a un quadro, prova a tenere il telefono in tasca per un minuto intero. Poi, se ti va, scatta pure.

Duecento anni fa una finestra ha insegnato al mondo a fissare la luce. Oggi tocca a noi imparare di nuovo a guardarla.

E tu, quante delle foto che hai nel telefono hai guardato davvero? Ti è mai capitato di accorgerti, a casa, di non aver visto quello che avevi fotografato? Scrivilo nei commenti qui sotto.

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