Luigi Ontani, il genio che i collezionisti hanno paura di appendere in salotto

Nel novembre del 2014 sono andato alla GAMeC di Bergamo a vedere la mostra di Luigi Ontani. Ne ho scritto qui sul blog e chi mi legge da un po’ sa che Ontani è da sempre uno dei miei artisti preferiti. Ricordo soprattutto due cose: le sale piene di fotografie storiche enormi e il fatto che, a girarle, ero praticamente da solo.

Sono passati dodici anni. Ontani ha ricevuto nel frattempo il Premio Presidente della Repubblica dall’Accademia di San Luca, e ha continuato a esporre in mezzo mondo. Eppure, se guardi le sue quotazioni, ti accorgi che il mercato non ha ancora fatto i conti con lui.

Perché?

Le ragioni sono diverse, e in questo articolo voglio provare a metterle in fila. Una però la sento ripetere più spesso delle altre, quasi sempre a mezza voce: “bellissimo, ma con tutti quei nudi dove lo metto?“

Ci arriviamo. Prima però conviene capire chi è Luigi Ontani, per chi non lo conosce.

Un artista che si è fatto opera

Ontani nasce nel 1943 a Montovolo, sull’Appennino bolognese, e si forma a Bologna. A metà degli anni Sessanta realizza i suoi primi lavori, gli Oggetti pleonastici: forme in gesso, inutili per definizione già dal titolo. Già qui c’è tutto il suo carattere, un misto di ironia e di cultura altissima travestita da gioco.

La svolta arriva alla fine del decennio, con la fotografia. Dal 1969 Ontani comincia a mettere in scena i suoi tableaux vivants: si traveste, si mette in posa e diventa San Sebastiano trafitto dalle frecce come in Guido Reni, Dante, Pinocchio, Bacco, Raffaello, Leda con il cigno. Lui è insieme autore, modello e personaggio. La fotografia è il documento di questa trasformazione, e spesso Ontani la ritocca a mano con i colori, come si faceva con le vecchie cartoline.

Siamo negli anni dell’Arte Povera e del concettuale, quando gran parte dell’arte italiana ragiona su materiali, energia, processi. Ontani va da un’altra parte: prende la storia dell’arte, i santi, gli eroi, le fiabe, e ci entra dentro con il proprio corpo. Gioca, certo. Ma gioca con la stessa serietà con cui giocano i bambini, che è una serietà assoluta.

Mentre attorno a lui tanti artisti facevano i conti con la politica e con la cronaca, Ontani ha scelto di non farsi condizionare dal contesto socio-politico del suo tempo, e nemmeno dalla quotidianità. Il suo impegno, come ha raccontato lui stesso, è trovare un’«alterità dell’arte». Ha voglia di fantasia, parole sue.

Ed è esattamente quello che ha fatto. In sessant’anni di lavoro Ontani si è costruito un mondo fantastico tutto suo, popolato da personaggi onirici che riconosci al primo sguardo: figure ibride metà uomo e metà animale, divinità e santi che hanno il suo volto, centauri, maschere, Pinocchi e Ganesh che convivono senza nessun problema. È uno dei pochi artisti di cui riconosci un’opera dall’altra parte della sala, prima ancora di leggere il cartellino. Per un collezionista non è un dettaglio: è la stessa ragione per cui un Fontana o un Boetti li riconosci a dieci metri di distanza.

Il travestimento e l’autoritratto in costume, qualche anno dopo i suoi primi tableaux vivants, diventeranno un genere frequentatissimo della fotografia contemporanea. Penso a Cindy Sherman, che con i suoi Untitled Film Stills comincia nel 1977. Ontani ci lavorava già da otto anni. Tieni a mente questo dato, perché quando parleremo di prezzi ci tornerà utile.

Luigi Ontani, San Sebastiano nel bosco di Calvenzano (d’après Guido Reni), 1970
1970. Luigi Ontani, San Sebastiano nel bosco di Calvenzano (d’après Guido Reni), fotografia. Collezione Fabio Sargentini, Roma. Immagine: Artribune
Cindy Sherman, Untitled Film Still #21, 1978
1978. Cindy Sherman, Untitled Film Still #21, stampa ai sali d’argento. The Museum of Modern Art, New York. © Cindy Sherman. Immagine: moma.org

Oriente, maschere, ceramiche e titoli che sono poesie

Negli anni Settanta Ontani comincia a viaggiare in India e da lì l’Asia entra nella sua opera in modo stabile. Nelle sue immagini cominciano a convivere Ganesh e Pinocchio, divinità indù e santi della tradizione cristiana, l’Appennino bolognese e Bali.

Proprio a Bali fa intagliare dagli artigiani locali le sue maschere in legno; a Faenza, con la Bottega Gatti, realizza le grandi ceramiche policrome, le cosiddette ErmEstEtiche: busti e figure ibride che sembrano uscite da un tempio e da una fiera di paese nello stesso momento. Lavora con i vetrai, con i ceramisti, con i maestri del legno. Ontani disegna e progetta, la mano del maestro artigiano realizza: esattamente come succedeva nelle botteghe del Rinascimento.

E poi ci sono gli acquerelli, che per molti collezionisti sono la porta d’ingresso al suo mondo. Colori leggeri, figure sospese tra sogno e mitologia, corpi rosa e azzurri che galleggiano su paesaggi appena accennati.

Acquerello di Luigi Ontani con figura maschile nuda, esposto a Maleo
Luigi Ontani, acquerello. Il Peso dell’Arte, Pesa Pubblica di Maleo (ottobre 2026). Foto: E mettila da parte

Un capitolo a parte meritano i titoli. Ontani li costruisce come piccoli giochi linguistici, fondendo parole, nomi e lingue diverse: GaneshaMusa, NapoleonCentaurOntano, ErmEstetica NeronEros. Il titolo è parte dell’opera e spesso ne è la chiave. Se non è personal branding questo, mettere il proprio cognome dentro i nomi delle opere.

Ontani ha esposto alla Biennale di Venezia nel 1972, nel 1978, nel 1984 e nel 1995, al Guggenheim di New York nel 1982, al Centre Pompidou di Parigi, al Reina Sofía di Madrid. Nel 2001 il PS1 del MoMA di New York gli ha dedicato una grande antologica, GaneshamUSA, poi sono arrivati lo SMAK di Gand e il MAMbo di Bologna. Parliamo di un pezzo di storia dell’arte del secondo Novecento.

Allora perché costa così poco?

Partiamo dai numeri, che sono sempre il modo migliore per non perdersi in chiacchiere.

Il record d’asta di Ontani è stato battuto da Pandolfini nel giugno del 2023: una grande ceramica policroma degli anni Novanta, ErmEstetica NeronEros, stimata 50-90 mila euro, è stata aggiudicata a 148.850 euro. Un ottimo risultato, ma resta un’eccezione. Nelle aste italiane i disegni e gli acquerelli passano di mano per lo più tra i 5.000 e i 10.000 euro, le fotografie spesso anche meno, e le piccole sculture superano di rado le poche decine di migliaia.

Per avere un termine di paragone: una fotografia di Cindy Sherman, l’artista che ha cominciato a travestirsi davanti all’obiettivo otto anni dopo di lui, nel 2011 da Christie’s ha superato i 3,8 milioni di dollari.

Lo so, i confronti tra artisti diversi vanno presi con le pinze e ho ripetuto mille volte che il prezzo di un’opera non coincide con il suo valore. Però una differenza di questa misura qualche domanda la fa venire.

Secondo me le risposte sono principalmente tre.

1. È italiano. Lo scrivevo già nel 2014: se Ontani fosse nato a New York o a Londra, oggi parleremmo di lui in tutt’altra dimensione. Il sistema dell’arte anglosassone sa costruire i suoi artisti, li sostiene con musei, gallerie, critica e collezionisti che fanno squadra. Noi i nostri contemporanei tendiamo a lasciarli lì, salvo riscoprirli quando li hanno già comprati gli altri.

2. È inclassificabile. Il mercato ama le etichette, perché le etichette si vendono facilmente. Arte Povera, Transavanguardia, Spazialismo: dici il nome del movimento e il collezionista sa già cosa sta comprando. Ontani non è mai stato dentro nessun gruppo. Fa fotografia, performance, acquerello, ceramica, maschere, vetro. Per un artista questa è libertà; per un mercante è un problema, perché non sai bene in quale scaffale metterlo.

3. I nudi. E qui arriviamo al punto più delicato.

“Bellissimo, ma dove lo metto?”

Negli acquerelli di Ontani il corpo maschile è spesso nudo e il fallo è lì, ben visibile, senza nessuna foglia di fico. Nei tableaux vivants è lui stesso a posare nudo o quasi, coperto solo da fiori, ghirlande, conchiglie.

Un acquerello e una fotografia di Luigi Ontani esposti a Maleo
Luigi Ontani, acquerello e fotografia. Il Peso dell’Arte, Pesa Pubblica di Maleo (ottobre 2026). Foto: E mettila da parte

Ho sentito più di un collezionista dire che un’opera di Ontani gli piacerebbe tantissimo, ma che non saprebbe come giustificarla in salotto davanti agli ospiti, ai suoceri, ai figli. Dal loro punto di vista è comprensibile. Ma è un pudore che con la storia dell’arte ha poco a che fare.

Il fallo, infatti, è uno dei soggetti più antichi che l’uomo abbia mai rappresentato. Nella preistoria era il simbolo della fertilità, cioè della sopravvivenza del gruppo. Nella Grecia classica il nudo maschile era la norma per atleti, dei ed eroi e a Roma il fallo diventava addirittura un portafortuna contro il malocchio, appeso alle porte delle case e al collo dei bambini. A Pompei, all’ingresso della Casa dei Vettii, gli ospiti venivano accolti da un affresco di Priapo che pesa il proprio membro su una bilancia, con un sacchetto di monete sull’altro piatto. Altro che salotto.

Affresco di Priapo che pesa il fallo su una bilancia, Casa dei Vettii, Pompei
Priapo, affresco all’ingresso della Casa dei Vettii, Pompei (I secolo d.C.). Foto Sudodana2048, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

Il pudore, semmai, è arrivato dopo. Nel Cinquecento Michelangelo riempie di corpi nudi il Giudizio Universale della Cappella Sistina, nel cuore della cristianità e dopo il Concilio di Trento a Daniele da Volterra tocca coprirli con drappi e veli: da allora a Roma lo chiamano il Braghettone. Oggi delle sue braghe sorridono quasi tutti, mentre il Giudizio resta uno dei capolavori più visti al mondo.

Michelangelo, Giudizio Universale, Cappella Sistina
Michelangelo, Giudizio Universale (1536-1541), Cappella Sistina, Città del Vaticano. Wikimedia Commons, pubblico dominio

È una storia lunga e curiosa, che merita un articolo tutto suo. Prima o poi te la racconterò per bene.

Il pudore non è un criterio di giudizio

Il nudo, fallo compreso, attraversa tutta la storia dell’arte: dalla preistoria a Roma, da Michelangelo fino al Novecento. Ontani si mette dentro questa tradizione con lo stesso spirito con cui si mette nei panni di San Sebastiano o di Pinocchio. Nelle sue figure il sesso c’è, come c’è nella mitologia, ma è sempre giocoso, mai volgare. Più vicino a Priapo con la bilancia che a qualsiasi immagine porno che oggi passa su un telefono in tre secondi.

Rinunciare a un grande artista perché “non si può appendere” significa giudicarlo con un criterio che con l’arte non c’entra. Lo dico da collezionista appassionato: l’opera si compra con la testa, non con il timore di cosa dirà la suocera.

E dal punto di vista del mercato, chi supera questo pudore oggi si trova davanti a un artista storicizzato, presente nei grandi musei del mondo, con quotazioni ancora lontane dalla sua importanza. Situazioni così, nell’arte, non durano per sempre. Prima o poi la Storia tira i conti.

Dove vedere Ontani in questo momento

Se vuoi vedere dal vivo alcune sue opere, fino al 31 ottobre Luigi Ontani è esposto a Il Peso dell’Arte, il progetto curato da Marco Romanelli dentro la vecchia Pesa Pubblica di Maleo, in via Monsignor Trabattoni, nel Lodigiano. È uno spazio piccolo, con una vetrina sulla strada e si può visitare 24 ore su 24: puoi passarci anche di notte, tornando da cena.

La vetrina della Pesa Pubblica di Maleo con le opere di Luigi Ontani
La Pesa Pubblica di Maleo, sede de Il Peso dell’Arte, con le opere di Luigi Ontani visibili dalla strada 24 ore su 24. Foto: E mettila da parte

Un’opera di Ontani dentro una vecchia pesa pubblica. Viene in mente Priapo con la sua bilancia, e credo che a lui, appassionato di giochi di parole e di rimandi, la cosa farebbe sorridere.

Tutte le informazioni le trovi sul sito ilpesodellarte.it.

E tu cosa ne pensi? Appenderesti un acquerello di Ontani in salotto o anche tu ti faresti qualche problema? Scrivilo nei commenti qui sotto.


BIBLIOGRAFIA

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