La pittura è morta: si cerca l’assassino

La pittura è morta, nessuno vuole più dipingere, è molto più facile e meno faticoso prendere un oggetto e esporlo in una galleria presentandolo come opera d’arte concettuale. Ah maledetto Duchamp!Marcel Duchamp, Ruota di bicicletta

Ma sarà poi vero? Stiamo veramente assistendo al funerale della pittura?

Una delle domande più frequenti che in molti si pongono quando entrano in un museo di arte contemporanea è la seguente: “Ma perché diavolo i pittori hanno smesso di dipingere? Dove sono finite le velature, le sfumature e la ricerca del tono giusto? Perché hanno abbandonato i cari e tanto amati pennelli?

È vero, le domande sono tre, ma possono essere riassunte e tradotte in un’unica questione: perché da un certo periodo storico in poi, gli artisti hanno abbandonato il modo tradizionale di lavorare e di fare arte?

Ovviamente il motivo non è uno solo, ne esistono diversi e vanno cercati tutti all’interno del contesto storico e culturale durante il quale questo cambiamento avveniva.

‘900: l’inizio della fine

Tutto ha inizio agli albori del 20° secolo con le avanguardie storiche. La grande pittura, quella d’Accademia, aveva già subito forti attacchi prima dai pittori realisti, poi dagli impressionisti e infine dai magnifici tre, i padri della pittura moderna: Paul Cézanne, Paul Gauguin e Vincent Van Gogh.

Les Demoiselles d’Avignon (1907), Pablo Picasso È però nel primo decennio del 1900 che si compie la rottura finale con la tradizione: Les demoiselles d’Avignon (1907) di Pablo Picasso butta a terra il castello della prospettiva che aveva dominato il mondo dell’arte per oltre 600 anni.

Passano pochi anni e nasce la pittura astratta: il primo acquerello astratto di Kandinskij è datato 1910. Nel frattempo Picasso e Braque avevano inserito materiali vari nelle loro tele creando i primi collage. Queste non sono semplici novità o stili nuovi, ma vere e proprie rivoluzioni.

Si continua così fino ad arrivare a uno dei gesti più estremi in campo artistico di quegli anni: l’esposizione in un museo di un orinatoio rovesciato da parte di Marcel Duchamp.

A questo punto si potrebbe pensare che a inizio secolo fare il pittore volesse dire andare controcorrente, avere un animo ribelle, sfidare a tutti i costi lo status quo, atteggiamenti questi che portarono a una rivoluzione del fare arte.

Ma se ci fermiamo a osservare bene il contesto storico, noteremo che cambiamenti epocali non si ebbero solo nel campo della pittura: in quegli anni Arnold Schoenberg inventava la dodecafonia, che segna una forte rottura con il passato.

Pensiamo a come le scoperte di un altro immenso genio, Albert Einstein, stessero rivoluzionando la fisica, o come gli studi di Sigmund Freud stessero facendo altrettanto per la psicologia. Pensiamo alla letteratura e a quello che stava facendo James Joyce al romanzo.

Non solo in pittura dunque, si cercano e si trovano nuove strade che portano a un profondo rinnovamento di pensiero e azione.

Un passo indietro e poi un’accelerata

Dopo tutti questi cambiamenti, alcuni pittori in tutta Europa, a partire dallo stesso Picasso, tornano a dipingere in uno stile classico: è il periodo del così detto ritorno all’ordine.

È un modo per staccarsi da canoni avanguardistici divenuti ormai una stanca e vuota ripetizione di modelli precostituiti e, dall’altro lato, un tentativo di sollevarsi al disopra del livello industriale dell’oggetto di massa a cui soprattutto il readymade aveva rilegato l’arte, abbassando il livello di abilità dell’esecuzione.

Ma non dura molto. Dopo la seconda guerra mondiale è tutto uno sbizzarrirsi di inedite tecniche, idee, novità originali. Si Alberto Burri - Grande saccoparte con Alberto Burri che fa pittura non più con pennelli e colori ma con plastiche, sacchi e legni.

E poi arriva il ’68, il fatidico ’68: inizia a diffondersi l’uso di materiali non convenzionali, si sviluppa la fotografia come mezzo artistico, si lavora con il corpo e con l’ambiente, nascono le prime performance.

Nel clima generale di rifiuto delle tradizioni, chi dipingeva ancora con colori e pennelli, non riusciva a trovare nessun gallerista disposto a rappresentarlo.

Dagli inizi del ‘900 agli anni ’70, dopo una lenta agonia, sembra proprio che la pittura sia morta. Ma come si è arrivati a questo efferato omicidio?

Chi ha ucciso la pittura?

A partire dal ‘900, ci sono sicuramente due eventi che hanno contribuito più di tutti alla rottura dei canoni tradizionali della pittura:

1. L’invenzione della fotografia

Ho già parlato ampiamente di questo nell’articolo Arte e fotografia: storia infinita d’amore e odio quindi è inutile qui dilungarsi oltre.

2. L’industrializzazione

Lo sviluppo dell’industrializzazione ha sicuramente un profondo effetto sulla vita delle persone e sulla società e di conseguenza anche sugli artisti e sul loro modo di fare arte. Pensiamo ai temi della velocità, del movimento e delle macchine che già a inizio secolo iniziano a interessare gli artisti come i futuristi ma non solo.

Le profonde trasformazioni tecnologiche e organizzative rendono possibile la produzione in serie che diventa ben presto produzione di massa. Dall’operaio specializzato si passerà all’operaio-massa a bassissima professionalità, saranno sempre più le macchine a fare tutto: ecco spiegato (in parte) Duchamp.

L’industrializzazione offre quindi nuovi metodi di produzione, non solo agli imprenditori, ma  anche agli artisti. Questi ultimi iniziano ad approcciarsi in maniera completamente nuova alla materia evitando di proposito lavori cheL'opera Torques Ellipses di Richard Serra richiedano capacità tecniche elevate.

Come ai lavoratori erano richieste capacità diverse da quelle che caratterizzavano il lavoro artigianale fulcro delle società antecedenti la rivoluzione industriale, così gli artisti puntano su skills completamente nuove rispetto alle tradizionali.

Alla capacità di saper miscelare i colori si preferisce lo spirito di ricerca. Piuttosto che saper riprodurre esattamente la realtà è sviluppata l’attitudine alla deduzione, al ragionamento e al pensiero radicale e innovativo. Niente scalpello, meglio la sperimentazione di nuovi materialiCollaborazione invece che continuo miglioramento di competenze esclusivamente personali.

Insomma l’arte cambia perché la società cambia e come non esistono più i mestieri di una volta, anche i pittori non vogliono più affacciarsi al loro lavoro come si faceva in passato.

Così nascono sculture che sono di proposito non monumentali, dipinti di proposito non virtuosistici, disegni di proposito semplici e, in apparenza, infantili, e persino lavori che, sempre di proposito, non sembrano per niente opere d’arte.

Perché i pittori hanno smesso di dipingere e gli scultori di scolpire

Sono diverse le ragioni che spingono gli artisti, soprattutto a partire dagli anni ’70, verso questi nuovi modi di fare arte:

  1. Sicuramente una delle principali, a cui per altro ho già accennato, è il desiderio di liberarsi dalla tPerformance di Marina Abramovic e Ulayradizione. È un desiderio diffuso in tutta la società, non succede solo nell’arte: pensiamo alla rivoluzione giovanile e a quella operaia, ai movimenti femministi e a quelli spirituali. Gli artisti vivono, si nutrono e spesso alimentano questo clima di cambiamento.
  2. Ci si interroga sul valore dell’unicità dell’oggetto artistico. Il ‘900 è il così detto secolo delle masse, in quanto queste ultime per la prima volta guadagnano un ruolo nella storia. Questo porta all’estendersi dell’alfabetizzazione e della cultura, appunto di massa, che però è diversa rispetto alla cultura “alta” ma che ne influenza le forme espressive, soprattutto in pittura. Per qualcuno l’arte non deve più essere un ambito esclusivo per élite privilegiate, ma deve parlare e essere alla portata di tutti: ecco la Pop Art.
  3. Si riconsidera la separazione fra arte e vita: nascono così gli happening e le performance, si esce dagli spazi istituzionali e dalle gallerie, si contamina l’arte con la vita e viceversa.
  4. Si polemizza con il sistema commerciale dell’arte che tratta l’oggetto artistico alla stregua di un mero trofeo per Piero Manzoni - Merda d'artistagente ricca e spinge gli artisti a creare opere che soddisfino questo bisogno. Pensiamo alle scatolette di Merda d’artista di Piero Manzoni che già negli anni ’60 esprimevano una profonda e ironica critica a questo sistema.

Tutte queste idee culminano e trovano il loro più ampio sviluppo negli anni ’70. Insomma stando alle prove è il ’68 che ha ucciso la pittura.

La pittura è morta? Forse un falso allarme

Ma la pittura è morta per davvero? In verità, a ben guardare, sembra proprio viva e in perfetta salute. Il ’68 non ha ucciso proprio niente e nessuno: colpevole scagionato, il fatto non sussiste.

Il ’68 semplicemente ha segnato uno spartiacque fra passato e presente, piantando i germogli per una pittura che guarda al futuro. I pittori non hanno mai smesso di dipingere, semplicemente non lo fanno più come lo si faceva un tempo, seguendo i canoni tradizionali.

Se ci si avvicina all’arte contemporanea aspettandosi di trovare quadri dipinti alla maniera di Raffaello e Michelangelo si rischia di rimanere estremamente delusi. L’arte riflette e ha sempre rispecchiato il proprio tempo, quanto sarebbero contemporanee oggi madonne, angeli e resurrezioni?

Oggi anche l’arte è entrata nel ciclo della globalizzazione e gli artisti si trovano a dialogare con culture diverse e lontane come quelle di Cina, India e Africa, entrate di forza anche loro nel giro dell’arte che conta. Cambiano i temi, cambiano i mezzi, cambiano soprattutto i linguaggi. Ma la pittura è viva, vegeta e, anzi, in gran forma.

Quelle qui sotto sono opere di ottimi pittori contemporanei, vediamo se ne riconosci qualcuno e se soprattutto ti piace il loro modo di dipingere (cliccando sulle immagini ti comparirà il nome).

E tu conosci qualche altro pittore contemporaneo di cui apprezzi il lavoro? Presentalo anche a noi nei commenti.

Arte ed emozione: come sprecare un’ottima occasione davanti a un quadro

So bene che con l’articolo di oggi mi sto per incamminare su un terreno impervio e sto per affrontare un argomento molto delicato, ma è da un po’ che sento il bisogno di fare chiarezza sul tema “arte ed emozione”. Cosa ci sarà di tanto delicato in questo tema, ti chiederai tu, è un binomio così scontato al quale c’è davvero poco da aggiungere:

Arte = emozione.

Un’equazione praticamente perfetta, giusto? Sbagliato.
È proprio questo il punto delicato.

Riporto qui quello che avevo già scritto nell’articolo I 9 (banali) luoghi comuni sull’arte (soprattutto) contemporanea:
L’arte non è emozione, o meglio, emozionare non è la sua funzione primaria e principale. L’arte è innanzitutto pensiero. Poi può anche arrivare l’emozione, ma non necessariamente. Mentre per essere considerata un’opera d’arte, qualsiasi creazione di un artista deve contenere del pensiero, il fatto di emozionare non è una condicio sine qua non per cui si decreta lo statuto artistico di un’opera.

Si capisce quindi come io non sia per niente d’accordo con l’equazione di partenza e in questo articolo spiegherò il perché. Per evitare qualsiasi equivoco, voglio chiarire subito che con quello che andrò a scrivere di seguito non voglio assolutamente dire che è sbagliato emozionarsi davanti a un dipinto, al contrario: ridi, piangi, urla, arrabbiati, offenditi, fai di tutto davanti a un quadro, fuorché rimanere indifferente.

C’è solo una cosa che dovresti assolutamente evitare: confondere il valore di un’opera con l’emozione che essa fa nascere in te.

Non mi emoziona quindi non è arte!” è il più grande equivoco e il più banale errore di giudizio che si può compiere davanti a un’opera d’arte.

Emozione, cattiva maestra

Partiamo dal principio: fin troppo spesso mi è capitato di discutere con amici sul valore artistico delle opere di certi artisti contemporanei o comunque del ventesimo secolo. Questo tipo di incomprensioni partono infatti più o meno sempre con le avanguardie, per l’arte precedente dubbi non esistono.

Per fare un esempio pratico scegliamo un artista che è spesso protagonista della diatriba “è arte – non è arte”, Lucio Fontana, la cui figura catalizza feroci critiche anche per le enormi, e per molti inconcepibili, quotazioni che le sue opere raggiungono. L’accusa più utilizzata dai suoi detrattori, oltre alla classica “lo potevo fare anch’io”, è, appunto: “Non è arte perché non mi emoziona”. Capirai bene che ragionando in questa maniera ci si infila in un vicolo cieco dal quale diventa impossibile uscire: l’emozione è qualcosa di estremamente personale e come si fa a decretare lo statuto di opera d’arte seguendo principi prettamente soggettivi?

Paesaggio di montagnaFacciamo un esempio banale: prendiamo due persone, Marta nata in un caratteristico paesino delle Alpi e Giorgia su un’isola del Mediterraneo. L’infanzia di entrambe è segnata da esperienze, ricordi Paesaggio marinoed emozioni legate anche inevitabilmente all’ambiente nel quale hanno passato la loro infanzia. Cresciute e trasferitesi a vivere in città, si conoscono e un bel giorno, in visita a una mostra, si trovano davanti a un dipinto raffigurante un maestoso paesaggio di montagna. Ovviamente Marta ne è affascinata: un insieme di ricordi e di emozioni le si affollano nel cuore. Rimane incollata al dipinto, non riesce a staccare gli occhi dal quadro. Giorgia invece passa avanti del tutto indifferente, a lei la neve non provoca nessuna reazione, per lei quella non è arte. Però quando scorge un dipinto raffigurante una bella marina, i ruoli si invertono ed è lei ad essere ipnotizzata, mentre Marta non si accorge neanche del dipinto. Le due ragazze stanno giudicando le due opere attraverso il filtro delle loro emozioni, quindi ciò che è arte per una, può non essere arte per l’altra.

Oltre ogni giudizio personale

Qual è dunque quella caratteristica unica e sopra le parti, intrinseca in ogni opera d’arte e che oggettivamente (per quanto possibile) può permetterci di goderne la grandezza indipendentemente dai nostri gusti, ricordi o Rodin - Il pensatoresensazioni personali? Sicuramente il pensiero.

Non mi stancherò mai di dirlo, lo scopo di un’opera d’arte non è quello di farci emozionare, ma quello di farci ragionare, l’emozione è solo una conseguenza.

Cosa rende grande una persona e la pone un gradino sopra agli altri, forse la sua capacità di emozionarsi? La storia ci racconta per caso la vita e le gesta di personaggi che sapevano emozionarsi più e meglio degli altri? Direi proprio di no.

Mi dispiace deluderti, ma se sei una di quelle persone che vive credendo di essere superiore agli altri perché possiede un cuore sensibilissimo, dolce e delicato, forse ti stai un po’ illudendo. È sempre stata la capacità di pensare e di ragionare, non di emozionarsi, quella che ha contraddistinto un uomo da un altro e che ha portato l’umanità a certi alti livelli. D’altronde, pensiamoci bene, tutti si emozionano, anche le persone che in apparenza sembrano più fredde provano delle emozioni che probabilmente per loro sono persino fortissime. Questo perché emozione è vita e chiunque respiri e muova i passi su questa terra non può non provarne.

Anche il mio gatto si emoziona, quando torno a casa, quando gli do da mangiare o quando lo accarezzo. Non è quindi l’emozione che ci differenzia dagli animali, ma ancora una volta il pensiero e l’arte, essendo la più alta delle espressioni umane non può che essere manifestazione del pensiero, non dell’emozione.

Artisti ed emozioni

E Van Gogh allora, non esprimeva le sue emozioni sulla tela?!

Van Gogh - Lettere a TheoSì certo, lo faceva, come in generale lo fanno tutti i pittori così detti “espressionisti”. Ma ti chiedo, hai mai letto “Lettere a Theo”, la raccolta di lettere, appunto, che in vent’anni Van Gogh ha scritto quasi quotidianamente al fratello? Se non l’hai letto te lo consiglio, è un libro molto interessante che permette di capire più a fondo il lavoro di questo grande artista da molti considerato matto. Sai qual è la cosa più sorprendente che viene fuori da questi scritti?

Leggendo ti accorgi di come questo rozzo olandese non fosse poi uno sprovveduto ma, al contrario, fosse un grandissimo conoscitore della pittura. Van Gogh aveva un credo estetico molto sviluppato e l’emozione espressa dai suoi quadri è filtrata da un pensiero profondo e da una conoscenza dei colori, dell’arte e della pittura in generale, fuori dal comune.

Bisogna dire due cose importanti su arte ed emozione:

  1. Mark Rothko - The Seagram Murals -Tate ModernCi sono periodi storici e correnti artistiche per le quali il binomio arte ed emozione funziona alla perfezione: in determinate opere, l’emozione del fruitore prende esplicitamente parte al significato dell’opera. Ho già accennato alle varie forme di espressionismo, ma pensiamo anche a tutta l’arte barocca che aveva come obiettivo quello di dare risalto alla grandezza della Chiesa e lo faceva cercando di toccare le corde emotive dello spettatore. Oppure prendiamo in considerazione i lavori di Mark Rothko che sono il tentativo di smuovere le emozioni di chi si ferma in loro contemplazione. Oppure ancora, possiamo parlare di Marina Abramović, le
    cui performance suscitano sicuramente forti reazioni emotive nello spettatore. Ci sono invece artisti a cui il lato emotivo dello spettatore interessa meno: pensiamo a Piet Mondrian, ad Joseph Alberts, a Marcel Duchamp, ecc. Questi artisti cercano di dialogare quasi esclusivamente sul piano intellettuale con l’osservatore, cercano di stimolare il loro pensiero piuttosto che le loro emozioni. Per quanto sicuramente più celebrale, non è arte anche questa?
  2. Tutti gli artisti quando creano le loro opere provano emozioni. Non solo Van Gogh, Munch o Rothko, anche Lucio Fontana, Enrico Castellani, Piet Mondrian, per quanto le loro opere possano Piet Mondrian (Amersfoot 1872 - New York 1944) Grande composizione A 1920, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna. olio su telasembrare più fredde, sono emotivamente impegnati durante il processo creativo. Non c’è alcuna differenza da questo punto di vista. D’altronde, sempre per il motivo di cui accennavo prima, cioè che l’emozione è strettamente legata alla vita, anche tu, qualsiasi sia il tuo lavoro, proverai una qualche emozione nel compierlo, positiva o negativa che sia (se così non fosse, fatti qualche domanda, forse è arrivato il momento di cambiarlo). Quindi in ogni opera, che ti piaccia o no, vi è sempre un po’ dell’emozione dell’artista. Quello che la rende grande rispetto ad altre è e rimane però sempre il pensiero da essa espresso.

È arte o è artigianato?

Può il ritratto di un bambino che piange emozionare? Senz’altro.

Che sia frutto del lavoro del più grande artista del mondo o che sia opera di un pittore della domenica, il soggetto è di per sé commovente. Quindi, se entrambe le tele, quella di un artista e quella di un “artiArte ed emozione: bimbo che piangegiano”, hanno la capacità di emozionare, non è sicuramente questa la caratteristica che apre le porte della storia dell’arte al primo e che lascia nell’ambito ristretto dell’artigianato il secondo.

Sarà allora la tecnica? Neanche, ho visto tanti artigiani possedere una tecnica del tutto invidiabile e per certi aspetti, per esempio se si guarda l’aderenza alla realtà, si potrebbe anche dire superiore a quella di grandi maestri come Van Gogh o Renoir. Anzi forse è proprio l’aver affinato e risolto solamente i problemi tecnici della creazione, la caratteristica tipica dell’artigianato.

L’arte è un’altra cosa, non è semplice capacità tecnica come non è semplice emozione. Arte è un processo creativo in grado di dare vita a opere che sono il frutto dell’ingegno umano e che contribuiscono alla crescita intellettuale di tutti gli uomini.

La pubblicità deve emozionare, l’arte deve far ragionare.

Dire che un dipinto deve obbligatoriamente emozionare, vuol dire porlo sullo stesso piano di un cartellone pubblicitario.

Quadro di Delacroix utilizzato per la pubblicità di TimLo scopo della pubblicità è senza dubbio emozionare. Chi, come me, viene dal mondo del marketing sa benissimo che non è con un ragionamento razionale che si vende un prodotto, ma piuttosto parlando alla pancia delle persone, provocando loro emozioni. Non è descrivendo nel dettaglio le fredde specifiche tecniche dell’iPhone che la Apple ha venduto milioni e milioni di telefonini, ma costruendo e comunicando uno stile di vita e un modo di pensare che ha fatto presa sulle emozioni di milioni e milioni di persone.

L’obiettivo finale della pubblicità è vendere: un prodotto, un servizio, un’idea, un partito politico. L’obiettivo finale dell’arte è far ragionare. L’arte è innanzitutto conoscenza e, per quanto da un certo punto di vista anch’essa sia strettamente legata alla vendita, non è quello l’obiettivo primario che un’artista si pone quando si mette al lavoro. L’artista interpreta la realtà, esprime un pensiero, contribuisce a formare una coscienza. La vera arte ci insegna ad avere idee proprie, a costruire un personale pensiero critico.

La pubblicità non vuole farci pensare. Se ci fermassimo troppo a ragionare, non spenderemmo mai i soldi guadagnati con sudore e fatica per portarci a casa oggetti inutili che non ci servono veramente e che molto probabilmente non utilizzeremo mai. Per questo parla e gioca con le nostre emozioni e non al nostro cervello.

Lo stesso discorso lo possiamo fare per i politici: parlano alle nostre teste o piuttosto cercano di colpire le nostre pance? Direi senza alcun dubbio la seconda, basta ascoltare i discorsi di Berlusconi, di Renzi o del Presidente degli Stati Uniti, Donal Trump, solo per citare i più bravi in questo.

L’ultima cosa che un politico (non tutti, ma molti sì) vuole, è avere dei sudditi pensanti, sarebbe troppo rischioso. Per questo fanno di tutto per relegare l’arte in un angolo, nella sfera delle emozioni: essa darebbe un grosso scossone che sveglierebbe le coscienze di molti, se fruita con occhi e mente aperta, mentre loro ci vogliono tenere addormentati, non vogliono farci ragionare con la nostra testa.

Arte ed emozione, forse non è solo questo 

Se l’arte fosse davvero solo emozione, non esisterebbe l’ormai decennale problema dei musei vuoti. Le loro enormi sale sarebbero sempre e costantemente affollate di gente, un po’ come gli stadi la domenica pomeriggio. Di gente addormentata ma comunque pagante.

Invece la realtà è diversa e anche le mostre o i musei che raccolgono i capolavori Rinascimentali, l’arte per eccellenza, quella che emoziona davvero, non sempre riescono ad attirare un gran numero di persone. Dove sono qui tutte quelle persone che dicono che l’arte deve emozionare?

Semplicemente sono a cercare emozioni altrove e lo trovo anche logico. Anch’io quando voglio emozionarmi non mi chiudo certo nella quattro mura di un museo: piuttosto gioco con le mie nipotine, organizzo una sciata in montagna, faccio una passeggiata in riva al mare, vado a un concerto, esco con gli amici o con le persone che amo. Guarda, se mi piacesse ancora il calcio, arrivo addirittura a dirti che piuttosto andrei allo stadio a vedere una partita.

Se decido di passare un pomeriggio in un museo, non lo faccio certo con l’intenzione di trascorrere la giornata più emozionante della mia vita. L’obiettivo è quello di arricchirmi, di nutrire occhi e mente.

Allora tu non ti emozioni mai davanti a un’opera?!

Al contrario, mi emoziono quasi sempre. Per me l’arte è sorgente di grandissime emozioni, se così non fosse non perderei tempo e soldi per visitare mostre, gallerie, fiere, leggere libri per informarmi e soprattutto per scrivere gli articoli di questo blog.

L’arte per me è una grandissima fonte di emozione, ma è un’emozione che ha un forte legame con il pensiero. Mi viene in mente una citazione di Robert R. Kiyosaki: “Bisogna usare le emozioni per pensare, non pensare spinti dalle emozioni.

Forse nell’arte funziona un po’ così o forse no.
La cosa certa è che non bisognerebbe mai giudicare un quadro dall’emozione che suscita in noi.

Secondo te quanto è importante l’emozione quando si guarda e si giudica un’opera? Scrivilo nei commenti qui sotto.

I 9 (banali) luoghi comuni sull’arte (soprattutto) contemporanea

Oggi di arte si parla poco e spesso a vanvera. Ovviamente non mi riferisco a te che, se sei capitato su questo blog, un certo interesse lo devi pur avere, e nemmeno ai pochi come te per i quali ancora sopravvive la passione per questo mondo.

In generale, purtroppo, per la stragrande maggioranza delle persone, l’arte è un’attività che non ha senso, un’assoluta perdita di tempo.

E pensare che un tempo l’arte faceva mondo e gli artisti si sedevano allo stesso tavolo di papi, re e imperatori prima, di presidenti, politici e industriali poi. Oggi il loro posto è stato occupato dalle Star di Hollywood, dalle celebrità della televisione o dai campioni (o presunti tali) dello sport.

Gli artisti hanno perso il loro fascino e in parte questo è dovuto, e nello stesso tempo ha portato, al diffondersi di banali luoghi comuni sull’arte che non fanno altro che allontanarla ancor di più dal grande pubblico.

Questo succede soprattutto per quanto riguarda l’arte contemporanea. Quando si parla di artisti dei giorni nostri, infatti, anche fra gli amanti dell’arte, sono sempre in troppi quelli che non ne riconoscono la grandezza.
Perché succede questo?

Forse perché, soprattutto in Italia, siamo ancora troppo legati ai canoni della nostra grandiosa tradizione e non vogliamo renderci conto che in un mondo che cambia, cambiano anche i linguaggi utilizzati per descriverlo.

Ma quali sono questi famigerati, quanto banali, luoghi comuni sull’arte contemporanea? Eccoli…

Luoghi comuni sull’arte (contemporanea) da evitare con cura

Veniamo quindi al dunque e cominciamo a elencare questi luoghi comuni che sicuramente avrai sentito pronunciare migliaia di volte davanti a un’opera d’arte.

Su alcuni di essi non mi soffermerò troppo, per altri invece ci saranno più chiacchiere da spendere. Partiamo subito con il primo.

1. L’arte deve riprodurre la realtà

Chissà quante volte davanti a un bel ritratto, a una mano dipinta con maestria o a un bel paesaggio fiorito, avrai sentito Un dettaglio delle mani di Mona Lisa di Leonardoesclamare: “Che artista!

Davanti a un quadro astratto o a un’opera “concettuale”, invece, le reazioni sono il più delle volte molto blande, se non di vera e propria irritazione. Un pittore per essere definito tale deve imitare la natura, non accostare quattro colori a casaccio sulla tela!

Questo è stato vero per tantissimo tempo. Lo era ai tempi di Giotto, ai tempi di Leonardo, in quelli di Caravaggio e lo è stato per quasi trecento anni ancora: i pittori avevano il compito di imitare la realtà, infatti, si parla di arte mimetica. Poi, la nascita della fotografia ha tolto il monopolio sulle immagini agli artisti (ne ho parlato abbondantemente nell’articolo Arte e fotografia: storia infinita d’amore e odio) che hanno così smesso di guardare la realtà solo per come si presentava davanti ai loro occhi, anzi, hanno proprio cominciato a smontarla.

Hanno iniziato i Fauves liberando i colori, Picasso e i cubisti hanno quindi distrutto la forma e la prospettiva, infine un giovane artista russo trasferitosi a Monaco, si mette in testa di dare alla pittura la stessa libertà espressiva della musica (mai obbligata a imitare la realtà) e inizia a pensare ai colori come a un coro da fissare sulla tela: “In generale il colore è un mezzo che Opera di Kandinsky - Yellow Red Blueconsente di esercitare un influsso diretto sull’anima. Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto, l’anima il pianoforte dalle molte corde. L’artista è una mano che toccando questo o quel tasto mette in vibrazione l’anima umana….

È la nascita dell’arte astratta e l’artista in questione si chiama Wassily Kandinsky.

Ovviamente non ho la pretesa di spiegare l’arte non figurativa in così poche righe, basta qui semplicemente comprendere che accostare quattro colori sulla tela in modo che il quadro abbia un suo equilibrio e riesca a comunicare con l’anima, è difficile quanto disegnare una mano che sembra vera.

2. L’Artista è colui che crea l’opera

In tanti rimangono ancora a bocca aperta quando scoprono che alcune opere presenti nei musei di arte contemporanea non sono state create direttamente dall’artista. Alcuni esempi: il cagnolone gigante in acciaio di Jeff Koons è stato fuso e realizzato da un’azienda metalmeccanica americana. Meglio ancora, le aspirapolveri che l’artista espone dentro teche di vetro, sono prodotti commerciali che si potrebbero trovare in qualunque grande centro commerciale.

Le mappe o gliMappa Alighiero Boetti arazzi di Alighiero Boetti sono state cucite da donne afghane. Il processo di realizzazione dei dipinti di Takashi Murakami, come le opere di Damien Hirst o di Maurizio Cattelan, coinvolge decine se non migliaia di assistenti o persino lavoratori che operano lontano dallo studio dell’artista.

Ma che razza di artista è se con le sue mani non fa assolutamente niente?

Spesso si confonde l’arte con l’artigianato. L’identità dell’artista è cambiata molto negli anni e bisogna sempre fare riferimento alla storia. La Rivoluzione Industriale ha liberato l’uomo dal peso di dover realizzare da sé gli oggetti utili alla vita quotidiana, affidando questo compito alle macchine. Come conseguenza anche l’artista non ha più sentito l’obbligo di dover produrre con le proprie mani le sue opere. Quello che conta oggi sono soprattutto le idee, l’artista si è liberato del lavoro manuale. Questo non vuol dire che chi sa dipingere o chi scolpisce ancora con martello e scalpello non sia più un artista, semplicemente questa non è più una condizione necessaria.

Il semplice saper utilizzare con maestria un pennello e riuscire a ritrarre con perfezione un soggetto è puro esercizio tecnico, semplice virtuosismo. Quello che conta e che fa e ha sempre fatto la differenza in arte è il contenuto dell’opera, l’idea.

L'opera Torques Ellipses di Richard SerraPensa d’altronde alle opere dell’Arte Minimalista: la realizzazione di quei grandi monumenti non era affidata alle mani degli artisti. Essi si occupavano solamente del progetto e nella maggior parte dei casi era quello a essere venduto, non l’opera finita. Era compito poi del collezionista o dell’istituzione che lo acquistava affidare a qualche azienda la realizzazione finale.

Un artista oggi può permettersi anche di non saper disegnare alla perfezione e delegare questo compito a qualcuno che lo svolga al suo posto senza compromettere la propria autorialità.

In passato non era così e per essere definiti artisti era assolutamente necessario saper dipingere. Non per questo però bisogna pensare che le opere rinascimentali siano frutto della mano unica e solitaria del grande maestro a cui sono attribuite. Esiste una grandissima tradizione di atelier in cui i grandi artisti (Raffaello, Michelangelo, Giovanni Bellini, Tiziano, ecc.) lavoravano affiancati da assistenti che realizzavano gran parte delle opere lasciando al maestro solo le parti principali o addirittura solo l’onere della firma.

L’artista incompreso che crea le proprie opere nella solitudine del suo studio è un retaggio romantico che è vero per una percentuale bassissima di artisti.

3. L’artista deve essere povero e maledetto

Questo è un altro retaggio romantico, forse il più stupido e dannoso per l’arte. Ho già parlato del rapporto fra artisti e soldi nell’articolo Arte e denaro, le verità che spesso non si dicono, non starò quindi qui a ripetermi.

Passiamo alla seconda parte di questo luogo comune: l’artista genio maledetto e incompreso.

Credere che un vero artista sia una persona solitaria, lontana dalle regole e un po’ pazza, è una cosa alquanto Gustave Coubert - Uomo disperato (autoritratto)ridicola. Basta pensare a grandi personaggi come Leonardo Da Vinci, Piero della Francesca, Tiziano e Raffaello per capire come possa essere stupida un’idea del genere. Prova a fare mente locale e pensa agli artisti che potrebbero essere considerati maledetti. Farai fatica ad arrivare a dieci. Io nell’articolo Arte e morte, mito e tragedia ne ho contati a malapena sette e due di loro li ho citati più per l’opera che per le vicende della loro vita.

La conseguenza più grave di questo banalissimo luogo comune è l’aver relegato l’arte in un universo di mito e fantasia, completamente staccato dalla vita di tutti i giorni. Un luogo dove essa non possa più incidere sulla società, un angolo dove non dia alcun fastidio.

Come ho già detto all’inizio, una volta gli artisti erano considerate persone degne di sedersi ai tavoli dei regnanti ed essi utilizzavano questo potere per cercare di influenzare e di migliorare la società. Oggi, nel pensiero comune, gli artisti non sono altro che degli strambi e solitari personaggi e vengono ammirati più per il loro comportamento fuori dalle righe che per il valore delle loro opere.

La cosa più triste è che ci sono pseudo-artisti (spesso di scarso livello) che atteggiandosi in pose da finti ed estrosi creativi, alimentano questo luogo comune, pensando che per essere considerati tali basta vestirsi in modo strambo e atteggiarsi in maniera ridicola.

4. Artista è colui che sa fare cose belle

Il concetto di bellezza è molto cambiato nel tempo ed è molto difficile da definire. Diciamo che filosoficamente parlando, Van Gogh - Autoritrattoin arte la Bellezza è un puro ideale, un valore assoluto a cui l’uomo tende ogni momento.

È espressione di un qualcosa più elevato del suo stesso essere che non può venire ordinata tramite gli strumenti umani, dato che li trascende. Per questo motivo non bisogna confondere il Bello con il piacevole.

Si deve anche dire che ciò che piaceva ieri, oggi magari non piace più e ciò che in passato era considerato brutto, oggi è messo su un piedistallo. Van Gogh per esempio: quando era in vita le sue opere erano considerate degli orrori, dei veri e propri obbrobri. Oggi è l’artista per eccellenza e anche il profano più e a digiuno d’arte china il capo davanti alle sue opere.

Ma può essere considerato un suo ritratto bello secondo i canoni a cui siamo abituati? No, però ci piace.

Quindi l’arte è questione di gusto?

5. L’arte è una questione di gusto

Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace.

Seguendo questo assioma tutto potrebbe essere arte, oppure niente lo potrebbe essere.

Un bel casino.

Forse c’è qualcosa che non va in questo gioco di parole che, come ogni proverbio, nasconde un paradosso.

È bello ciò che è bello e piace ciò che piace.

Questa mi sembra una versione più plausibile, anche per quanto riguarda il mondo dell’arte.

Ognuno è, infatti, libero di esprimere i propri giudizi e i propri gusti personali, che tali però dovrebbero rimanere e mai, per nessun motivo, devono essere considerati universali.

Dietro a un’opera si nascondo valori storici, filosofici, estetici ed etici di una determinata epoca, riconosciuti, sanciti e accettati da una collettività che ha decretato l’artisticità di un oggetto.

Opera di Jenny Saville

I critici e gli storici dell’arte sono delle persone che, come i medici, gli ingegneri, gli architetti e tutti gli altri professionisti, hanno studiato e dedicato la loro vita a una determinata materia e, sviscerandola in profondità, ne sono diventati esperti. Se stabiliscono che l’orinatoio di Duchamp è arte, chi sono io, che nella vita faccio un mestiere completamente diverso, per ostinarmi ad affermare che è vero il contrario?

Sarebbe come se insistessi nel ripetere che la Tachipirina va assunta per curare il mal di stomaco e non per l’influenza oppure che per costruire un palazzo bisogna partire dalle mura e non dalle fondamenta.

A ognuno il suo mestiere e a ognuno la libertà di esprimere il proprio giudizio ricordandosi però sempre che il gusto personale non ha niente a che vedere con l’arte.

6. L’arte del passato era un’arte democratica, quella di oggi è snob, arte per un ristretto circolo di intellettualoidi

Devo ammettere che è vero, da un certo periodo in poi l’arte si è allontanata dalla gente e ha iniziato a parlare a se stessa e non più a un pubblico. Siamo intorno agli anni ’70, un periodo storico di grandi cambiamenti sociali in cui sono messi in discussione tutti i vecchi valori e, anche in arte, tutto ciò che è tradizione è negato.

È anche il momento in cui gli artisti iniziano a capire di star perdendo quello che era stato fino ad allora, un ruolo di primo piano all’interno della società.

Essi sono stati da sempre cercati e ammirati e la figura dell’artista è sempre stata circondata da un alone quasi sacro. La televisione oltre a togliere definitivamente dalle loro mani il monopolio sulle immagini, strappa dal loro corpo anche questa aurea di mito e la dona alle star nate dal suo schermo.

Andy Warhol lo aveva capito molto bene, in anticipo su tutti, e serigrafando i volti di questi divi del cinema sulle sue tele decretava la morte dell’arte e la nascita di nuovi miti.

Sentendosi messa in secondo piano, l’arte si rifugia su se stessa, apre un dialogo solo con chi è disposto a fare lo sforzo di capirla e diventa così un discorso per pochi.

Ma non si deve pensare che gli artisti del passato, invece, quando producevano le loro opere avessero in mente il contadino o il pastore del paesino di montagna.

L’arte del Rinascimento aveva un carattere elitario maggiore di quella di oggi. Aveva anche una funzione diversa, quindi è vero che molti dei capolavori nascevano con lo scopo di essere mostrati a un numero grandissimo di persone. Ricordiamoci però che il numero grandissimo di persone che aveva accesso a queste opere è pur sempre infimo rispetto a quelli che hanno accesso all’arte ai giorni nostri, per due semplici motivi:

  1. Non esistevano i musei e la stragrande maggioranza delle opere erano create su ordinazione di un committente che le custodiva nel proprio palazzo dove solo pochissimi nobili avevano il privilegio di entrare. Solo oggi è concesso a tutti di ammirare le bellissime Madonne di Giovanni Bellini in un museo. Un tempo esse erano perlopiù custodite nelle cappelle private di aristocratiche famiglie, quindi ben lontane dagli occhi del popolo.
  2. Anche le opere create per glorificare la potenza di un signore o di una città o per educare le masse (si pensi ai capolavori delle chiese barocche), erano comunque viste da una stretta cerchia di persone. Ai tempi non esisteva il turismo (e tanto meno la stampa come la conosciamo oggi), solo gli abitanti delle più importanti città avevano quindi accesso a queste bellezze. Ma non credere che il contadino lasciasse su due piedi il suo lavoro nei campi per andare ad ammirare i capolavori di Michelangelo o Raffaello.

Inoltre dietro all’apparente semplicità dei dipinti Rinascimentali, si celano una serie di allegorie e significati nascosti che solo una stretta cerchia di intellettuali allora riusciva a comprendere e che, anche oggi, rimangono indecifrabili ai più.

Opere di Joseph Kosuth e Sandro Botticelli a confronto

 7. L’arte è ispirazione

Fare l’artista è un mestiere come altri. Sì, bisogna avere determinate capacità e possedere una specifica forma mentis, ma anche il dottore o lo sportivo o lo psicologo devono avere determinate capacità e possedere una specifica forma mentis per diventare dei professionisti nel loro settore.

Fare arte è prima di tutto una questione di preparazione e di conoscenza. Per diventare artista bisogna studiare, esercitarsi e innanzitutto conoscere quello che c’è stato prima. Dopodiché quello che rimane è lavoro e ancora lavoro.

L’ispirazione è una piccolissima parte del percorso.

Ernest Hemingway diceva che le sue opere erano solo per  il 5% ispirazione, il resto era sudore e fatica (non sono sicuro che le percentuali siano precisissime ma il senso è quello).

È sempre stato così e, al contrario di quello che comunemente si crede, in arte la componente razionale è importantissima. Esiste la diffusa e errata convinzione che gli artisti rinascimentali realizzassero i loro capolavori rapiti da una sorta di estasi e di ispirazione religiosa, quasi divina. Assolutamente falso.

Dietro ad ogni capolavoro del passato c’è un artista e un committente. Spesso quest’ultimo decideva a priori il soggetto principale, il numero di personaggi e i colori da utilizzare. Poi ovviamente l’artista ci metteva del suo.

Se i consoli dell’Arte della Lana e gli Operai del Duomo di Firenze non avessero commissionato il David a Michelangelo, quel capolavoro non sarebbe mai nato. Se Francesco del Giocondo non avesse commissionato il ritratto di sua moglie Lisa Gherardini, Leonardo non avrebbe mai realizzato il dipinto più famoso della storia, la Monna Lisa oggi al Louvre.

Che un pittore del ‘500 si svegliasse nel mezzo della notte colto dall’ispirazione per dipingere una Madonna e due angioletti di sua spontanea iniziativa è una cosa alquanto improbabile.

La committenza, almeno fino a quando è esistita (quindi più o meno fino alla Rivoluzione Francese), ha avuto un ruolo decisamente più importante nella storia dell’arte rispetto all’ispirazione. Si può forse anche affermare che gli artisti contemporanei, spesso tanto bistrattati nel confronto con gli antichi, in quanto a ispirazione, non avendo più nessuno che indichi loro cosa fare, li battano di gran lunga.

8. L’arte deve emozionare, l’arte è emozione

Questo è sicuramente il luogo comune più duro da abbattere, anche perché è vivo persino tra chi dice di amare pittura, scultura e tutte le sue sorelle. Oltre a essere difficile da frantumare, è, a mio parere, un altro di quelli più dannosi per l’arte.

L’arte non è emozione, o meglio, emozionare non è la sua funzione primaria e principale. L’arte è innanzitutto pensiero. Poi può anche arrivare l’emozione, ma non necessariamente. Mentre per essere considerata un’opera d’arte, qualsiasi creazione di un artista deve contenere del pensiero, il fatto di emozionare non è una condicio sine qua non per cui si decreta lo statuto artistico di un’opera.

So benissimo che su questo punto scatenerò le ire di molti, per cui mi fermo qui e scriverò un intero articolo a riguardo (l’ho poi scritto, se ti interessa lo trovi a questo link: Arte ed emozione: come sprecare un’ottima occasione davanti a un quadro).

Ti lascio con una piccola riflessione: sii sincero con te stesso, quale emozione ti suscita la Gioconda di Leonardo o il ritratto qui sotto di Picasso, oppure un’opera di Mondrian o di Malevic?

La Gioconda di Leonardo Da Vinci, un ritratto di Pablo Picasso, un'opera di Piet Mondrian e una di Kazimir Malevich

Non sono da considerare opere d’arte queste e artisti i loro autori?

9. Lo potevo fare anch’io

Chiudiamo con il più comune dei luoghi comuni (scusate il gioco di parole), Francesco Bonami lo ha anche utilizzato come titolo di un suo libro (Lo potevo fare anch’io, appunto).

Tecnicamente ci sono tante opere che avresti potuto fare tu o avrei potuto fare io. Già, tecnicamente forse, ma abbiamo visto nel punto 2 come la tecnica non conti più tanto e come abbia perso la sua importanza a discapito dell’idea.

E l’idea l’ha avuta qualcuno prima di noi, quindi, non ci resta che esprimere la nostra opinione e pensare a qualcos’altro.

Queste due opere, per esempio, le avresti potute fare anche tu?

Quadro di Cy Twombly e opera di Marcel Duchamp

Forse con questo articolo ho tolto un po’ dello spirito sentimentale che ruota intorno all’arte e che avvolge questo mondo del suo alone di mistero e romanticismo. Non è di certo mia intenzione far diventare l’arte una scienza esatta pari alla matematica e alla geometria, anche se ti ricordo che i grandi del Rinascimento, a partire da Leonardo e Piero della Francesca, erano prima di tutto scienziati e matematici e poi anche magnifici artisti.

Lo scopo di questo articolo è quello di invogliare le persone ad avvicinarsi all’arte, soprattutto contemporanea, con spirito critico e con una mentalità più aperta, senza farsi influenzare da credenze e luoghi comuni che non fanno altro che tenerci in uno stato di sonno, impedendoci di pensare.

La prima funzione dell’arte è sempre stata questa: stimolare il ragionamento, aiutare a coltivare idee proprie e a costruire un personale pensiero critico. Questo è ciò che oggi forse fa paura a chi vuole scegliere per noi, a chi vuole prendere decisioni per tutti, come per esempio quella di stabilire se una guerra è giusta oppure sbagliata.

L’arte, come il pensiero e la conoscenza, rende liberi e questo è forse ciò di cui più abbiamo bisogno in questo periodo.

Tu riconosci qualcuno di questi luoghi comuni sull’arte? Te ne vengono in mente altri? Raccontaceli nei commenti qui sotto.

I 6 peggiori abbagli della storia dell’arte

Chiunque desideri diventare un artista, prima ancora di prendere il pennello in mano, deve guardarsi allo specchio e liberarsi di uno dei fardelli più pesanti che gran parte delle persone si porta addosso: la paura del giudizio (altrui ovviamente). Eh già, perché a meno che non si voglia creare esclusivamente per il proprio piacere personale, prima o poi i lavori prodotti dovranno essere esposti e, inevitabilmente, sottoposti a critica.

D’altronde la storia dell’arte è anche la storia dei gusti delle varie epoche e quindi dei giudizi a essi legati. È la storia dei linguaggi che cambiano e degli artisti che lottano per far sì che diversi modi di esprimersi vengano capiti e quindi accettati. C’è stato però un periodo in cui questo scontro tra i gusti correnti e i nuovi linguaggi è diventato davvero aspro. I grandi cambiamenti sociali portati dalla Rivoluzione Francese si riflettono anche sul mondo dell’arte: aristocrazia e clero, le due grandi classi che fino ad allora avevano contribuito con il loro mecenatismo alla fioritura dell’arte, perdono i loro privilegi e anche il potere di influire su questo mondo. Gli artisti si trovano tutto a un tratto liberi di scegliere i propri soggetti e questo li mette davanti a un bivio: evitare ogni tipo di ricerca per proseguire sulla strada battuta in modo da essere apprezzati dai contemporanei oppure tentare di imporre la propria visione del mondo a rischio di rimanere incompresi e derisi.

È in questo periodo che si sono verificati i più grandi abbagli della storia dell’arte ed è proprio da allora che alcuni degli artisti più importanti e innovatori hanno subito critiche e giudizi negativi la cui erroneità si è palesata solo anni dopo. In questo articolo passerò in rassegna alcuni di questi colossali errori di giudizio.

Dagli impressionisti in poi, quando si sbaglia a giudicare un quadro

Sicuramente essere un critico non è mai stato semplice, ma se in passato bastava una grossa conoscenza della storia dell’arte e delle principali regole formali che la governavano per riuscire a dare un giudizio corretto su un’opera, una volta che queste regole furono abbattute, divenne sempre più difficile stabilire cosa fosse o non fosse arte.

Il mestiere del critico divenne quindi sempre più complicato e adatto solo a persone coraggiose, infatti dopo alcuni clamorosi abbagli di giudizio si assistette alla così detta “Sindrome di Van Gogh”: piuttosto che rischiare di lasciarsi scappare un astro nascente, in molti preferirono correre il rischio di fare madornali errori di sopravvalutazione e fu così che, mentre in passato molti geni furono derisi, da quel momento in poi tanti furbetti mediocri furono innalzati al ruolo di grandi artisti. Si giunse a questa paradossale situazione per colpa di alcune clamorose sviste e incomprensioni ormai passate alla storia. Errori di giudizio non solo da parte di insigni critici, ma anche da parte del pubblico, di galleristi, collezionisti e di colleghi pittori.

1. Manet, Le déjeuner sur l’herbe

Nel 1863 la giuria del Salon parigino boccia ben 3000 quadri. Tra questi viene scartato anche il dipinto di un giovane Edouard Manet - Le Déjeuner sur l'Herbeartista francese, Édouard Manet. La tela rappresenta due giovanotti borghesi in compagnia di due donne, una seduta vicino a loro completamente nuda e con lo sguardo fisso sull’osservatore, l’altra sullo sfondo, intenta a bagnarsi nel fiume. Il titolo dell’opera è Le déjeuner sur l’herbe e fu la protagonista in negativo del Salon des Refusés: fu la più criticata, quella che fece più scandalo.
Cosa veniva rimproverato all’artista?
Per prima cosa l’aver messo una donna nuda tra due uomini vestiti.
Ma la storia dell’arte è piena di quadri che hanno come soggetto donne nude!
È vero ma quelle donne erano dee o comunque soggetti mitologici o allegorici, quelle di Manet sono donne del suo tempo che si sono spogliate. Le prime rappresentavano un concetto astratto, quello del nudo, erano un pretesto per fare dell’erotismo, le seconde offendevano il moralismo dell’epoca.
Se questo non bastava la critica e il pubblico rimproveravano a Manet anche lo stile di pittura e la modalità di composizione. La prospettiva non rispettava le regole classiche e i colori, i colori!!! Delle chiazze sparse qua e là senza nessuna sfumatura e con fortissimi contrasti fra chiari e scuri. Una ignoranza infantile nel disegno dicevano loro… Forse un pochino si erano sbagliati.

2. Monet, Impression. Soleil levant

La carta da parati allo stato embrionale è più rifinita di questa marina.
Questo è ciò che scrisse il 15 aprile 1874 Louis Claude Monet - Impression soleil levantLeroy sulla rivista satirica “Le Charivari” dopo una visita alla prima mostra impressionista nello studio del fotografo Nadar in boulevard des Capucines 35. È solo un piccolissimo estratto di un articolo in cui il critico d’arte, fingendo di accompagnare un pittore accademico, stronca in toto la nuova pittura di questi giovani artisti. Nello specifico la suddetta frase è riferita al dipinto di Claude Monet intitolato Impression. Soleil levant e proprio dal titolo prende spunto per creare il suo sberleffo. Con il termine “impressione” infatti, nella Francia del secondo ottocento si indicava il primo stadio della lavorazione della carta da parati o, ancora peggio, la prima mano di imbiancatura alla pareti. Diciamo che paragonare un dipinto a una carta da partati e il lavoro di un artista a quello di un imbianchino non è proprio un complimento… E diciamo anche che forse un pochino si è sbagliato.

3. Giudizio di un collezionista dell’800 su Renoir

Ambroise Vollard, il leggendario mercante di quadri parigino, ricorda nelle sue memorie che quando Pierre-Auguste Renoir - Torse effet de soleilintorno alla fine dell’800 aveva offerto un nudo di Renoir a un grande collezionista per quattrocento franchi, si sentì rispondere: “Se ne avessi quattrocento da buttare via, comprerei questa tela per bruciarla davanti a lei nel caminetto, tale è la pena che provo nel vedere la firma di Renoir sotto un nudo così mal disegnato.” Chissà cosa avrebbe pensato oggi o anche solo qualche anno dopo questo egregio signore.

4. Divergenze fra colleghi

Erroneamente si pensa che impressionisti e compagni d’avventura fossero un gruppo unito e coeso. In realtà le divergenze tra alcuni di loro erano molto accentuate e nascevano spesso forti incomprensioni. Manet per esempio considerava Coubert uno zotico e di Cézanne diceva che era un muratore che dipingeva con la cazzuola. Apprezzava solo il lavoro di Monet, al quale un giorno disse: “Lei è molto amico di Renoir, dovrebbe consigliargli di dedicarsi a un altro mestiere. Lo vede anche lei, la pittura non è il suo forte!
Gli stessi Renoir e Cézanne, che erano gli artisti più liberi, non riuscirono a capire la pittura di Van Gogh e gli rimproveravano il suo “esotismo” paragonando la sua pittura a quella di un pazzo.

5. Marcel Duchamp, Il nudo che scende le scale

Quando il quadro fu presentato nel 1912 al Salon des Indépendants, venne rifiutato dalla commissione. In quegli anni, Marcel Duchamp - Nudo che scende le scalefra gli artisti avanguardisti, andavano per la maggiore le idee cubiste e il Nudo non era in linea con la tendenza ufficiale, anzi, fu considerato una presa in giro al movimento cubista. La cosa che più di tutto dava fastidio era il titolo “…pensavano fosse troppo letterario, ma lo prendevano per il verso sbagliato, quasi caricaturale. Un nudo non scende mai le scale, un nudo è sdraiato si sa. Nemmeno il loro piccolo tempio rivoluzionario riusciva a capire che un nudo poteva scendere le scale.” (Marcel Duchamp)
Un anno dopo il dipinto fu esposto a New York all’Armony Show, la grande Esposizione internazionale di arte moderna ideata per introdurre in un’America ancora troppo legata alla pittura accademica, le sperimentazioni delle avanguardie europee. Se a Parigi il quadro aveva suscitato l’indifferenza generale, negli Stati Uniti divenne la principale attrazione della manifestazione generando un grande scandalo. I giornali si sbizzarrirono con le prese in giro: “Esplosione in un deposito di tegole”, “Rozzo che scende le scale – metro all’ora di punta”. L’American Art News indirà addirittura un concorso offrendo dieci dollari alla migliore descrizione del quadro. Ancora una volta fu il titolo a fare scandalo, “Non si dipinge un nudo che scende le scale, è ridicolo. Un nudo deve essere rispettato. Ci fu anche un’offensiva sul piano religioso, puritano.

6. Quando si mette anche la politica

La cultura da noi è ancora in balia di un provincialismo ridicolo e fazioso.
Queste sono le parole di Palma Bucarelli, Alberto Burri - Grande saccostorica direttrice della Galleria d’arte moderna di Roma. Da dove arrivava questo sprezzante giudizio? Per ben due volte la prima donna italiana direttrice di un museo aveva dovuto difendere le sue scelte non solo di fronte alla stampa e ai critici, ma persino davanti alla politica italiana. Nel 1959, in occasione dell’esposizione del Grande Sacco di Alberto Burri, il senatore comunista Umberto Terracini porrà una questione in Parlamento: “Quale cifra è stata pagata dalla Galleria nazionale d’arte moderna per assicurarsi la proprietà della vecchia, sporca e sdrucita tela da imballaggio che sotto il titolo di Sacco Grande è stata messa in cornice da tale Alberto Burri e che figura attualmente nella sala dedicata ai nuovi acquisti di detta Galleria.

Merda d'artista - Piero ManzoniNel 1971 a far scandalo saranno invece le scatolette di Merda d’Arstista di Piero Manzoni e questa volta sarà il deputato democristiano Guido Bernardi a scagliarsi contro la Bucarelli e a portare la questione in Parlamento, con risvolti che sfiorano il ridicolo: “anche se inscatolata a tutela dell’igiene pubblica e frutto obbligato di una normale digestione, quali garanzie ha il pubblico circa la sua autenticità?

In entrambi i casi, la direttrice ne uscirà vincitrice e metterà a segno un punto a favore contro l’ignoranza e l’intromissione della politica nel mondo della cultura.

La storia dell’arte è il miglior critico di sempre

Non sono e non sono stati quindi solo i critici a sbagliare, ma anche giornalisti, collezionisti, pubblico, mercanti e gli artisti stessi. Se per questi ultimi comunque c’è sempre una giustificazione, giacché un vero artista potrebbe credere talmente tanto nel suo lavoro da non riuscire ad accettare un diverso modo di rappresentare la realtà, un discorso a parte lo meritano i politici. Voler piegare l’arte ai propri scopi occupando i luoghi della cultura per veicolare messaggi e soggetti tradizionali e retrogradi è un qualcosa che umilia il lavoro di un artista. È vero che l’arte fin dal Rinascimento è sempre stata al servizio del potere, ma è anche vero che i potenti mecenati del passato erano grandi conoscitori d’arte e il loro parere era coerente e preparato.

Oggi l’arte non fa più mondo ed è capitato che i politici abbiano cercato di imporre il proprio parere senza possedere la giusta conoscenza e il risultato è stato abbastanza ridicolo. Comunque sia è sempre giusto dare voce alle proprie opinioni, l’arte nasce anche per essere giudicata. D’altronde i gusti cambiano con il cambiare delle epoche, sbagliare è umano e alla fine la storia ci dirà sempre chi ha torto e chi ha ragione.

A te viene in mente qualche altro grande errore di valutazione di un’opera o del lavoro di un’artista? Ricordalo anche a noi nei commenti qui sotto.

Chagall e Van Gogh aprono la stagione 2014/2015 al Palazzo Reale di Milano

Marc Chagall - Over the townDue grandi nomi dell’arte internazionale apriranno la stagione 2014/2015 a Milano: Marc Chagall e Vincent Van Gogh. Importantissimi e indiscussi maestri del colore, i due saranno i protagonisti di una doppia retrospettiva a Palazzo Reale di Milano.

Aprirà le danze dal 17 settembre 2014 al 18 gennaio 2015, Marc Chagall, eclettico maestro russo esponente originale del Modernismo del Novecento. Ha vissuto infatti nella Parigi delle Avanguardie e, pur prendendo spunto sia dall’Impressionismo che dal Cubismo, se ne discostò in fretta, creando uno stile unico e ben riconoscibile. La sua arte deriva da quella delle icone della tradizione russa e in tutto il suo lavoro è sempre presente un forte contenuto simbolico e un sapore fiabesco misto a ricordi d’infanzia. I tagli geometrici semplificati, le scomposizioni e l’uso dei colori come forme che spesso si mescolano e contrastano tra loro, fanno di lui il pittore degli stati d’animo, delle metafore e delle invenzioni fantastiche.

Van Gogh sarà invece protagonista dal 18 ottobre 2014 all’8 marzo e posso già immaginare le interminabili code che si formeranno davanti Palazzo Reale. Come David Beckham negli anni al Milan è riuscito a riempire lo stadio Vincent Van Gogh(e soprattutto il primo anello) di donne entusiaste, per le quali il calcio era stato fino ad allora solo un’attività utile a tenere i figli in un qualche modo occupati mentre loro preparavano da mangiare, così Vincent Van Gogh è uno di quei nomi che riesce ad avvicinare ad un museo anche chi di arte ne ha sentito parlare solo qualche volta distrattamente dalla professoressa di italiano alle superiori.

Le opere delle due mostre provengono tutte da importanti musei o collezioni private e comprenderanno l’intero percorso storico per entrambi gli artisti. Due eventi eccezionali per importanza che si sfideranno a suon di visitatori. Chi vincerà la sfida? Il maestro dal colore dolce e delicato o l’artista che con il colore esprimeva tutta la sua energia quasi in una lotta senza tregua?

Quale sia fra i due quello che preferisco penso si sia già capito. Vi consiglio comunque di guardare questo breve e bellissimo video prodotto da RaiArte per avere la certezza della risposta. GUARDA IL VIDEO.