L’arte non fa più mondo, ma fa molto moda

Articolo pubblicato sulla rivista Commenti di Verso l'Arte

Se pensiamo che un tempo, gli artisti sedevano a fianco di imperatori, re e papi, che erano ambasciatori nel mondo, che a loro venivano affidate missioni diplomatiche nelle varie corti europee, che erano uomini conosciuti, rispettati e ammirati o che, in tempi più recenti, sono stati star o divi comunque ambiti e sempre al centro dei riflettori, si capiscono molte cose rispetto allo stato odierno dell’arte.

In quanti oggi sanno chi sia Paola Pivi? Chi riconoscerebbe Francesco Vezzoli se lo incrociasse per strada? Oppure Grazia Toderi? E sto citando qui alcuni degli artisti italiani contemporanei più famosi del mondGrazia Toderi, Paola Pivi, Francesco Vezzolio. Forse per Maurizio Cattelan e Jeff Koons la cosa è più semplice poiché si sono spesso “ritratti” nelle loro opere, ma vi assicuro che non è poi così scontato.

Alla serata d’inaugurazione della retrospettiva di Koons al Whitney Museum di New York, la schiera di giornalisti e fotografi si è scagliata su ogni VIP che faceva il suo ingresso, accecando con i flash delle loro macchine fotografiche i poveri (si fa per dire) malcapitati: attori, cantanti, campioni dello sport e divi dello spettacolo. Quando, davanti all’entrata si è fermata una luccicante e nera limousine da cui è sceso un elegante e brizzolato signore in abito da sera accompagnato dalla sua dama, solo qualcuno, a stento, gli è corso dietro.

Chi era quello?” hanno chiesto ai pochi colleghi tornati dalla rincorsa a quell’uomo, i fotografi rimasti davanti all’ingresso ad aspettare l’arrivo del prossimo VIP. “Jeff Koons, l’artista, il protagonista della serata.

A parte i giornalisti di settore, in pratica nessuno l’aveva riconosciuto. E stiamo parlando di uno degli artisti contemporanei più celebri al mondo, sicuramente quello più pagato, l’uomo che detiene il record per l’opera più cara per un artista vivente.

Arte, potere e moda

Vero o falso che sia questo aneddoto, una cosa è certa: l’arte non fa più mondo, non è più al centro dei riflettori mediatici né delle attenzioni dei potenti. A partire dalla seconda metà del ‘900 gli artisti non sono utili più ad alcun potere, quindi non servono più a nessuno. La televisione ha strappato definitivamente dalle loro mani il monopolio sull’immagine già intaccato dalla fotografia. Quanto è più efficace un video trasmesso in orario di massimo ascolto su una quantità indefinibile di piccoli schermi, rispetto a un’enorme tela appesa sul muro di un singolo palazzo governativo?

Si sa, il potere consegna un alone di fascino a chi lo detiene e chi gli è vicino ne raccoglie i riflessi. Gli artisti quindi, oltre a perdere il loro ruolo di primo piano all’interno della società, smarriscono anche quell’aurea magica che circondava la loro figura e i media non perdono tempo, cercano e trovano immediatamente i loro sostituti.

Sono le star di Hollywood che raccolgono la staffetta e sono sempre loro che occupano il posto, un tempo di pittori e scultori, al tavolo dei potenti. Andy Warhol aveva percepito e compreso questo cambiamento in anticipo su tutti e, serigrafando i volti dei divi del cinema sulle sue tele, decretava la morte dell’arte e la nascita di nuovi miti.

Il padre della Pop americana è un artista tragico ma anche forse il più lucido della sua epoca. I soggetti dei suoi lavori nascondono, dietro ai colori sgargianti, un alone di morte: pensiamo agli incidenti stradali, ai teschi, alle pistole, ma anche a personaggi come Marilyn Monroe, Elvis Presley, Mao.

Renato Mambor, Giosetta Fioroni, Sergio Lombardo, Cesare Tacchi, Jannis Kounellis, Umberto Bignardi, Tano FestaDall’altra parte del globo, in un’Europa che ha ormai perso il suo ruolo di guida del mondo, anche gli artisti di Piazza del Popolo percepiscono la perdita del ruolo di primo piano che apparteneva una volta all’artista, ma forse con meno lucidità rispetto a Warhol. Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Pino Pascali, sono gli ultimi “artisti star”: avvertono il cambiamento in corso ed esprimono il loro disagio più conducendo vite al limite, che attraverso le loro opere.

È finita l’era dei “Dalì” o dei “Picasso”, artisti capaci di guadagnarsi le prime pagine dei giornali. È proprio il padre del cubismo l’ultimo artista davvero influente, quello che poteva anche permettersi di non presenziare all’inaugurazione di una sua personale e snobbare la presenza di autorità e capi di Stato. A Roma, infatti, in occasione della mostra organizzata in suo onore da Palma Bucarelli alla Galleria d’Arte Moderna, l’autore di Guernica ebbe la sfrontatezza di rimanere tranquillo a casa, quando in suo onere si era scomodato persino il presidente della Repubblica, Luigi Einauidi. Quanti artisti di oggi potrebbero concedersi una tale impudenza? Credo nessuno.

Andy Warhol era lucido e aveva capito tutto, dicevamo. Aveva capito soprattutto che non era più l’arte ciò che contava, ma i soldi: “Fare soldi è arte, lavorare è arte, fare buoni affari è la migliore forma d’arte.

Nasce la Business Art ed è la corrente dalla quale possiamo dire siano legati molti dei più importanti artisti di oggi. Jeff Koons, Damien Hirst, Maurizio Cattelan sono Business Artist e i loro lavori danno al collezionista ciò che il collezionista contemporaneo cerca: soldi.

Già perché oggi più che mai è il denaro che dà la fama, che dona prestigio, e allora tutti a seguire le tendenze del momento, a comprare quello che tutti comprano e ad appendere alle pareti, gli Scheggi, i Castellani, i Bonalumi, i Boetti, i Koons: hanno prezzi esorbitanti, sono ben riconoscibili e in molti li desiderano.

E i Franco Angeli, i Salvo, i Luigi Ontani, i lavori di Giosetta Fioroni o di Stefano Arienti?

No, è presto, costano ancora troppo poco e se è il prezzo a sancire il valore di un artista, è meglio aspettare quando aumenteranno. Allora e solo allora ci si accorgerà della loro grandezza e si scatenerà la rincorsa cieca non tanto all’opera, quanto alla firma.

Oggi non è ancora il momento, questi nomi non sono ancora in voga e l’arte, si sa, nell’epoca in cui viviamo, non fa più mondo, ma fa sicuramente molto moda.

Arte e amore: storie di sesso e passione fra artisti (seconda parte)

Continuiamo il discorso lasciato a metà con l’articolo precedente e riprendiamo a parlare del connubio arte e amore raccontando altre storie di alcune delle coppie più chiacchierate della storia dell’arte.

Picasso e Dora Maar – Picasso e Françoise Gilot

Ad aprire questa seconda parte è Picasso, l’artista per antonomasia: per parlare dei suoi amori ci vorrebbe un articolo intero dedicato solo a lui e probabilmente non basterebbe neanche. Qui mi soffermerò a raccontare solo la storia delle relazioni con due delle sue amanti, entrambe artiste: quello con la fotografa Dora Maar e quello con la pittrice Françoise Gilot. Partiamo con la prima: Picasso e Dora si incontrano nel 1936 lui aveva 54 anni, lei 25. Erano in uno di quei locali pariginiDora Maar con Pablo Picasso luogo di incontro di artisti e bohemien e Picasso rimase affascinato da questa giovane e formosa serba che si divertiva a sfidare la sorte facendo passare velocemente la lama di un coltello affilato tra le dita della mano aperta stesa sul tavolo. La loro relazione durerà sette anni e Dora sarà per l’artista spagnolo una musa ispiratrice cadendo nello stesso tempo vittima del suo genio creativo e della sua personalità sadica. Picasso la induce ad abbandonare la fotografia per la pittura per poi criticare e deridere i suoi lavori. Dora cade lentamente in depressione spinta ancora più a fondo nella disperazione dalla giovane nuova amante di Picasso che, a differenza sua che era sterile, era riuscita a regalare un figlio al pittore. Sarà ricoverata in una clinica psichiatrica e “curata” con la terapia degli elettroschok. Dopo due anni di analisi ritroverà il suo equilibrio arrivando a dichiarare su Picasso: “Solo io so quello che lui è… è uno strumento di morte… non è un uomo, è una malattia.

Dora Maar non è l’unica ad aver subito il massacro psicologico al quale Picasso sottometteva le sue amanti. Due di loro si tolsero la vita, altre persero la ragione. L’unica che sopravvisse a questo sterminio e che uscì da vincitrice dalla relazione Picasso con Francoise Gilotcon il maestro del cubismo fu Françoise Gilot. È la giovane amante che sostituì Dora Maar e che diede a Picasso altri due figli. Si conobbero nel 1943 tramite un amico pittore di cui lei era allieva: aveva ventidue anni mentre Picasso ne aveva 63. All’inizio della loro relazione il pittore le aveva detto indicandole la polvere sulle scale: «Per me tu conti come quella polvere», ma si dovette ben presto ricredere. Questa volta fu lui a essere abbandonato: dopo dieci anni di relazione Françoise lasciò Picasso che per farle cambiare idea arrivò anche a minacciare il suicidio. La decisione ormai era presa e Gilot oltre che andare avanti per la sua strada, scrisse anche un libro di memorie che l’ex amante fece di tutto per boicottare arrivando anche a tentare di farlo proibire da un tribunale, ma la giovane pittrice vinse la causa. Alla fine anche Pablo si arrese di fronte alla sconfitta, la chiamò e le disse: “Congratulazioni, hai vinto e sai che a me piacciono i vincitori.” L’unica donna che ha lasciato Picasso ricorda così la sua relazione: “Sebbene la nostra storia abbia avuto un inizio e una fine, fu la più grande passione della mia vita. Non ho mai più vissuto né amato così intensamente. La nostra relazione è scritta dentro di me con lettere di fuoco.

Gilbert e GeorgeGilbert e George

È questo forse uno dei sodalizi amorosi più duraturo e prolifico di tutta la storia dell’arte. Gilbert Prousch e George Passmore si sono incontrati al St. Martin’s School of Art di Londra frequentando il corso di scultura. Da allora vivono e lavorano insieme. Sono coppia nell’arte come nella vita e hanno fatto di loro stessi il centro della loro arte.

Salvador Dalì e Amanda Lear

Salvador Dali e Amanda LearUna delle coppie più eccentriche della storia dell’arte: Salvador Dalì e Amanda Lear si incontrarono nel 1965 in un locale notturno parigino di nome Le Castel quando lei era una studentessa di Belle Arti e si guadagnava da vivere facendo la modella. L’enfant terrible dell’arte fu abbagliato dallo sguardo ammagliante di questa giovane e affascinante francese ma fu soprattutto l’affinità spirituale fra i due a far diventare Amanda la sua musa preferita. La relazione fu un menage a trois in quanto Dalì era sposato e innamorato spiritualmente di sua moglie Gala, ma era anche pazzo dello scheletro della esile Amanda. Oltretutto le due donne erano amiche ma Gala era molto più vecchia del marito e dopo 50 anni di relazione non aveva problemi a dividerlo con un’altra donna anche perché non le interessava più di uscire con lui. Amanda pubblicò nel 1984 il libro My Life With Dalì, la sua prima biografia ufficiale, uscito inizialmente in Francia sotto il titolo di Le Dali D’Amanda. La relazione durò ben 16 anni durante i quali Amanda passò ogni estate con lui e sua moglie visitando i migliori salotti parigini e i musei europei, oltre che posare per alcune sue opere come “Voguè” e “Venus to the Furs“.

Christo e Jeanne-Claude

Un duo artistico fra i più eccezionali di sempre nel mondo dell’arte, sia per le opere realizzate, uniche e straordinarie nel loro genere, sia per la loro storia d’amore, un connubio durato una vita.Christo e Jeanne Claude
Lui nato in Bulgaria, lei a Casablanca, i due si incontrano a Parigi nel 1958. L’arte fu prima Galeotta nell’amore e poi ragione di vita per entrambi: Jeanne-Claude commissionò infatti a questo giovane artista bulgaro un ritratto della madre e da lì cominciò la loro conoscenza.
La relazione non nacque però subito e anche in questo caso gli ingredienti per un romanzo rosa da milioni di copie ci sono tutti. Jeanne-Claude infatti è fidanzata e Christo comincia a frequentare la sorella di lei, Joyce. La relazione ufficiale inizia solo dopo la luna di miele di Jeanne-Claude: lei si rese infatti conto di essere incinta di Christo e non del marito. L’11 maggio 1960 nasce Cyril.
Le loro opere uniscono la creatività di Christo con lo spirito organizzativo di Jeanne-Claude: lei infatti era laureata in filosofia e diceva di essersi avvicinata all’arte per amore: «se lui fosse stato un dentista io sarei diventata una dentista.»
Jeanne-Claude si è spenta nel 2009, ma il progetto artistico creato da entrambi va avanti con il nome Christo.

Marina Abramović e Ulay

Nel 1976 Marina si traferisce in Olanda, ad Amsterdam, dalla natia Serbia e qui incontra un uomo di cui si innamorerà aMarina Abramovic e Ulay prima vista e con il quale creerà un’unione totalizzante fatta di arte e di amore: è un artista tedesco il cui pseudonimo è Ulay. Compiono gli anni lo stesso giorno e insieme si dedicarono a un nuovo tipo di arte, quello della performance, formando un duo chiamato The Other che sfiderà i limiti del corpo ed esplorerà i segreti delle relazioni umane. Giovani e senza un soldo in tasca, all’inizio della loro carriera vissero nello stesso furgone che utilizzavano per spostarsi da una città all’altra per mettere in scena i loro progetti. Uno di quelli entrati nella storia e che più di tutti può essere rappresentativo della loro simbiosi fatta di arte e amore è intitolato Death Self: i due unirono le labbra e respirarono l’aria espulsa dall’altro fino a terminare l’ossigeno. Dopo soli 17 minuti dall’inizio della performance, caddero a terra privi di sensi. L’idea era quella di esplorare la capacità dell’individuo di assorbire, cambiare e distruggere la vita altrui. Un amore che sfida i limiti umani quindi e che porterà, all’inizio degli anni ’80, all’ideazione di una nuova performance: camminare lungo la Grande Muraglia Cinese, l’unica costruzione umana che si può vedere dallo spazio, l’uno verso l’altra, incontrandosi a metà strada e sposarsi. Il governo cinese non concederà il permesso e la performance si potrà realizzare solo otto anni dopo.
Sono passati però ben 12 anni di un legame e di un sodalizio grandioso e la coppia è ormai in crisi. Nel 1988 misero sì in atto la performance progettata otto anni prima, non per sposarsi però ma per separarsi e dire addio, con un ennesimo atto simbolico, a un amore diventato sinonimo stesso della loro arte. Percorsero i 2500 km della Muraglia Cinese in solitario partendo dai lati opposti per incontrarsi a metà percorso, abbracciarsi e continuare ognuno per la propria strada in direzioni diverse. Un modo per dimostrare quanto sia lungo, faticoso e importante a volte dirsi addio.

Passano 22 anni e il 14 febbraio del 2010 il Moma di New York inaugura “The artist is present” una retrospettiva di Marina Abramović in cui l’artista serba mette in atto una nuova performance: lei è seduta su una sedia al centro di una sala. Di fronte a lei un’altra sedia e nel mezzo un tavolo di legno. A turno, uno spettatore alla volta si siede sulla sedia vuota dall’altra parte del tavolo e si mette in relazione con l’artista attraverso gli occhi e un gioco di sguardi. Si instaura così una relazione diversa per ognuno dei partecipanti a seconda della propria personalità, del proprio modo di interpretare lo sguardo dell’altra e dell’empatia che questo suscita. Ancora una volta sono protagoniste le emozioni. A un certo punto però a sedersi sulla sedia di fronte a Marina tocca a una persona speciale e la performance subisce una modifica. È Ulay e quello che è successo lo potete vedere nel video qui sotto.

Con questa commovente performance si concludono le mie storie d’amore fra artisti. Sono certo di averne dimenticata qualcuna, se tu ne conosci altre condividile con tutti noi nei commenti qui sotto.

Se hai perso la prima parte dell’articolo, ecco il link: Arte e amore: storie di sesso e passione fra artisti (prima parte)