Arte ed emozione: come sprecare un’ottima occasione davanti a un quadro

So bene che con l’articolo di oggi mi sto per incamminare su un terreno impervio e sto per affrontare un argomento molto delicato, ma è da un po’ che sento il bisogno di fare chiarezza sul tema “arte ed emozione”. Cosa ci sarà di tanto delicato in questo tema, ti chiederai tu, è un binomio così scontato al quale c’è davvero poco da aggiungere:

Arte = emozione.

Un’equazione praticamente perfetta, giusto? Sbagliato.
È proprio questo il punto delicato.

Riporto qui quello che avevo già scritto nell’articolo I 9 (banali) luoghi comuni sull’arte (soprattutto) contemporanea:
L’arte non è emozione, o meglio, emozionare non è la sua funzione primaria e principale. L’arte è innanzitutto pensiero. Poi può anche arrivare l’emozione, ma non necessariamente. Mentre per essere considerata un’opera d’arte, qualsiasi creazione di un artista deve contenere del pensiero, il fatto di emozionare non è una condicio sine qua non per cui si decreta lo statuto artistico di un’opera.

Si capisce quindi come io non sia per niente d’accordo con l’equazione di partenza e in questo articolo spiegherò il perché. Per evitare qualsiasi equivoco, voglio chiarire subito che con quello che andrò a scrivere di seguito non voglio assolutamente dire che è sbagliato emozionarsi davanti a un dipinto, al contrario: ridi, piangi, urla, arrabbiati, offenditi, fai di tutto davanti a un quadro, fuorché rimanere indifferente.

C’è solo una cosa che dovresti assolutamente evitare: confondere il valore di un’opera con l’emozione che essa fa nascere in te.

Non mi emoziona quindi non è arte!” è il più grande equivoco e il più banale errore di giudizio che si può compiere davanti a un’opera d’arte.

Emozione, cattiva maestra

Partiamo dal principio: fin troppo spesso mi è capitato di discutere con amici sul valore artistico delle opere di certi artisti contemporanei o comunque del ventesimo secolo. Questo tipo di incomprensioni partono infatti più o meno sempre con le avanguardie, per l’arte precedente dubbi non esistono.

Per fare un esempio pratico scegliamo un artista che è spesso protagonista della diatriba “è arte – non è arte”, Lucio Fontana, la cui figura catalizza feroci critiche anche per le enormi, e per molti inconcepibili, quotazioni che le sue opere raggiungono. L’accusa più utilizzata dai suoi detrattori, oltre alla classica “lo potevo fare anch’io”, è, appunto: “Non è arte perché non mi emoziona”. Capirai bene che ragionando in questa maniera ci si infila in un vicolo cieco dal quale diventa impossibile uscire: l’emozione è qualcosa di estremamente personale e come si fa a decretare lo statuto di opera d’arte seguendo principi prettamente soggettivi?

Paesaggio di montagnaFacciamo un esempio banale: prendiamo due persone, Marta nata in un caratteristico paesino delle Alpi e Giorgia su un’isola del Mediterraneo. L’infanzia di entrambe è segnata da esperienze, ricordi Paesaggio marinoed emozioni legate anche inevitabilmente all’ambiente nel quale hanno passato la loro infanzia. Cresciute e trasferitesi a vivere in città, si conoscono e un bel giorno, in visita a una mostra, si trovano davanti a un dipinto raffigurante un maestoso paesaggio di montagna. Ovviamente Marta ne è affascinata: un insieme di ricordi e di emozioni le si affollano nel cuore. Rimane incollata al dipinto, non riesce a staccare gli occhi dal quadro. Giorgia invece passa avanti del tutto indifferente, a lei la neve non provoca nessuna reazione, per lei quella non è arte. Però quando scorge un dipinto raffigurante una bella marina, i ruoli si invertono ed è lei ad essere ipnotizzata, mentre Marta non si accorge neanche del dipinto. Le due ragazze stanno giudicando le due opere attraverso il filtro delle loro emozioni, quindi ciò che è arte per una, può non essere arte per l’altra.

Oltre ogni giudizio personale

Qual è dunque quella caratteristica unica e sopra le parti, intrinseca in ogni opera d’arte e che oggettivamente (per quanto possibile) può permetterci di goderne la grandezza indipendentemente dai nostri gusti, ricordi o Rodin - Il pensatoresensazioni personali? Sicuramente il pensiero.

Non mi stancherò mai di dirlo, lo scopo di un’opera d’arte non è quello di farci emozionare, ma quello di farci ragionare, l’emozione è solo una conseguenza.

Cosa rende grande una persona e la pone un gradino sopra agli altri, forse la sua capacità di emozionarsi? La storia ci racconta per caso la vita e le gesta di personaggi che sapevano emozionarsi più e meglio degli altri? Direi proprio di no.

Mi dispiace deluderti, ma se sei una di quelle persone che vive credendo di essere superiore agli altri perché possiede un cuore sensibilissimo, dolce e delicato, forse ti stai un po’ illudendo. È sempre stata la capacità di pensare e di ragionare, non di emozionarsi, quella che ha contraddistinto un uomo da un altro e che ha portato l’umanità a certi alti livelli. D’altronde, pensiamoci bene, tutti si emozionano, anche le persone che in apparenza sembrano più fredde provano delle emozioni che probabilmente per loro sono persino fortissime. Questo perché emozione è vita e chiunque respiri e muova i passi su questa terra non può non provarne.

Anche il mio gatto si emoziona, quando torno a casa, quando gli do da mangiare o quando lo accarezzo. Non è quindi l’emozione che ci differenzia dagli animali, ma ancora una volta il pensiero e l’arte, essendo la più alta delle espressioni umane non può che essere manifestazione del pensiero, non dell’emozione.

Artisti ed emozioni

E Van Gogh allora, non esprimeva le sue emozioni sulla tela?!

Van Gogh - Lettere a TheoSì certo, lo faceva, come in generale lo fanno tutti i pittori così detti “espressionisti”. Ma ti chiedo, hai mai letto “Lettere a Theo”, la raccolta di lettere, appunto, che in vent’anni Van Gogh ha scritto quasi quotidianamente al fratello? Se non l’hai letto te lo consiglio, è un libro molto interessante che permette di capire più a fondo il lavoro di questo grande artista da molti considerato matto. Sai qual è la cosa più sorprendente che viene fuori da questi scritti?

Leggendo ti accorgi di come questo rozzo olandese non fosse poi uno sprovveduto ma, al contrario, fosse un grandissimo conoscitore della pittura. Van Gogh aveva un credo estetico molto sviluppato e l’emozione espressa dai suoi quadri è filtrata da un pensiero profondo e da una conoscenza dei colori, dell’arte e della pittura in generale, fuori dal comune.

Bisogna dire due cose importanti su arte ed emozione:

  1. Mark Rothko - The Seagram Murals -Tate ModernCi sono periodi storici e correnti artistiche per le quali il binomio arte ed emozione funziona alla perfezione: in determinate opere, l’emozione del fruitore prende esplicitamente parte al significato dell’opera. Ho già accennato alle varie forme di espressionismo, ma pensiamo anche a tutta l’arte barocca che aveva come obiettivo quello di dare risalto alla grandezza della Chiesa e lo faceva cercando di toccare le corde emotive dello spettatore. Oppure prendiamo in considerazione i lavori di Mark Rothko che sono il tentativo di smuovere le emozioni di chi si ferma in loro contemplazione. Oppure ancora, possiamo parlare di Marina Abramović, le
    cui performance suscitano sicuramente forti reazioni emotive nello spettatore. Ci sono invece artisti a cui il lato emotivo dello spettatore interessa meno: pensiamo a Piet Mondrian, ad Joseph Alberts, a Marcel Duchamp, ecc. Questi artisti cercano di dialogare quasi esclusivamente sul piano intellettuale con l’osservatore, cercano di stimolare il loro pensiero piuttosto che le loro emozioni. Per quanto sicuramente più celebrale, non è arte anche questa?
  2. Tutti gli artisti quando creano le loro opere provano emozioni. Non solo Van Gogh, Munch o Rothko, anche Lucio Fontana, Enrico Castellani, Piet Mondrian, per quanto le loro opere possano Piet Mondrian (Amersfoot 1872 - New York 1944) Grande composizione A 1920, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna. olio su telasembrare più fredde, sono emotivamente impegnati durante il processo creativo. Non c’è alcuna differenza da questo punto di vista. D’altronde, sempre per il motivo di cui accennavo prima, cioè che l’emozione è strettamente legata alla vita, anche tu, qualsiasi sia il tuo lavoro, proverai una qualche emozione nel compierlo, positiva o negativa che sia (se così non fosse, fatti qualche domanda, forse è arrivato il momento di cambiarlo). Quindi in ogni opera, che ti piaccia o no, vi è sempre un po’ dell’emozione dell’artista. Quello che la rende grande rispetto ad altre è e rimane però sempre il pensiero da essa espresso.

È arte o è artigianato?

Può il ritratto di un bambino che piange emozionare? Senz’altro.

Che sia frutto del lavoro del più grande artista del mondo o che sia opera di un pittore della domenica, il soggetto è di per sé commovente. Quindi, se entrambe le tele, quella di un artista e quella di un “artiArte ed emozione: bimbo che piangegiano”, hanno la capacità di emozionare, non è sicuramente questa la caratteristica che apre le porte della storia dell’arte al primo e che lascia nell’ambito ristretto dell’artigianato il secondo.

Sarà allora la tecnica? Neanche, ho visto tanti artigiani possedere una tecnica del tutto invidiabile e per certi aspetti, per esempio se si guarda l’aderenza alla realtà, si potrebbe anche dire superiore a quella di grandi maestri come Van Gogh o Renoir. Anzi forse è proprio l’aver affinato e risolto solamente i problemi tecnici della creazione, la caratteristica tipica dell’artigianato.

L’arte è un’altra cosa, non è semplice capacità tecnica come non è semplice emozione. Arte è un processo creativo in grado di dare vita a opere che sono il frutto dell’ingegno umano e che contribuiscono alla crescita intellettuale di tutti gli uomini.

La pubblicità deve emozionare, l’arte deve far ragionare.

Dire che un dipinto deve obbligatoriamente emozionare, vuol dire porlo sullo stesso piano di un cartellone pubblicitario.

Quadro di Delacroix utilizzato per la pubblicità di TimLo scopo della pubblicità è senza dubbio emozionare. Chi, come me, viene dal mondo del marketing sa benissimo che non è con un ragionamento razionale che si vende un prodotto, ma piuttosto parlando alla pancia delle persone, provocando loro emozioni. Non è descrivendo nel dettaglio le fredde specifiche tecniche dell’iPhone che la Apple ha venduto milioni e milioni di telefonini, ma costruendo e comunicando uno stile di vita e un modo di pensare che ha fatto presa sulle emozioni di milioni e milioni di persone.

L’obiettivo finale della pubblicità è vendere: un prodotto, un servizio, un’idea, un partito politico. L’obiettivo finale dell’arte è far ragionare. L’arte è innanzitutto conoscenza e, per quanto da un certo punto di vista anch’essa sia strettamente legata alla vendita, non è quello l’obiettivo primario che un’artista si pone quando si mette al lavoro. L’artista interpreta la realtà, esprime un pensiero, contribuisce a formare una coscienza. La vera arte ci insegna ad avere idee proprie, a costruire un personale pensiero critico.

La pubblicità non vuole farci pensare. Se ci fermassimo troppo a ragionare, non spenderemmo mai i soldi guadagnati con sudore e fatica per portarci a casa oggetti inutili che non ci servono veramente e che molto probabilmente non utilizzeremo mai. Per questo parla e gioca con le nostre emozioni e non al nostro cervello.

Lo stesso discorso lo possiamo fare per i politici: parlano alle nostre teste o piuttosto cercano di colpire le nostre pance? Direi senza alcun dubbio la seconda, basta ascoltare i discorsi di Berlusconi, di Renzi o del Presidente degli Stati Uniti, Donal Trump, solo per citare i più bravi in questo.

L’ultima cosa che un politico (non tutti, ma molti sì) vuole, è avere dei sudditi pensanti, sarebbe troppo rischioso. Per questo fanno di tutto per relegare l’arte in un angolo, nella sfera delle emozioni: essa darebbe un grosso scossone che sveglierebbe le coscienze di molti, se fruita con occhi e mente aperta, mentre loro ci vogliono tenere addormentati, non vogliono farci ragionare con la nostra testa.

Arte ed emozione, forse non è solo questo 

Se l’arte fosse davvero solo emozione, non esisterebbe l’ormai decennale problema dei musei vuoti. Le loro enormi sale sarebbero sempre e costantemente affollate di gente, un po’ come gli stadi la domenica pomeriggio. Di gente addormentata ma comunque pagante.

Invece la realtà è diversa e anche le mostre o i musei che raccolgono i capolavori Rinascimentali, l’arte per eccellenza, quella che emoziona davvero, non sempre riescono ad attirare un gran numero di persone. Dove sono qui tutte quelle persone che dicono che l’arte deve emozionare?

Semplicemente sono a cercare emozioni altrove e lo trovo anche logico. Anch’io quando voglio emozionarmi non mi chiudo certo nella quattro mura di un museo: piuttosto gioco con le mie nipotine, organizzo una sciata in montagna, faccio una passeggiata in riva al mare, vado a un concerto, esco con gli amici o con le persone che amo. Guarda, se mi piacesse ancora il calcio, arrivo addirittura a dirti che piuttosto andrei allo stadio a vedere una partita.

Se decido di passare un pomeriggio in un museo, non lo faccio certo con l’intenzione di trascorrere la giornata più emozionante della mia vita. L’obiettivo è quello di arricchirmi, di nutrire occhi e mente.

Allora tu non ti emozioni mai davanti a un’opera?!

Al contrario, mi emoziono quasi sempre. Per me l’arte è sorgente di grandissime emozioni, se così non fosse non perderei tempo e soldi per visitare mostre, gallerie, fiere, leggere libri per informarmi e soprattutto per scrivere gli articoli di questo blog.

L’arte per me è una grandissima fonte di emozione, ma è un’emozione che ha un forte legame con il pensiero. Mi viene in mente una citazione di Robert R. Kiyosaki: “Bisogna usare le emozioni per pensare, non pensare spinti dalle emozioni.

Forse nell’arte funziona un po’ così o forse no.
La cosa certa è che non bisognerebbe mai giudicare un quadro dall’emozione che suscita in noi.

Secondo te quanto è importante l’emozione quando si guarda e si giudica un’opera? Scrivilo nei commenti qui sotto.

I 6 peggiori abbagli della storia dell’arte

Chiunque desideri diventare un artista, prima ancora di prendere il pennello in mano, deve guardarsi allo specchio e liberarsi di uno dei fardelli più pesanti che gran parte delle persone si porta addosso: la paura del giudizio (altrui ovviamente). Eh già, perché a meno che non si voglia creare esclusivamente per il proprio piacere personale, prima o poi i lavori prodotti dovranno essere esposti e, inevitabilmente, sottoposti a critica.

D’altronde la storia dell’arte è anche la storia dei gusti delle varie epoche e quindi dei giudizi a essi legati. È la storia dei linguaggi che cambiano e degli artisti che lottano per far sì che diversi modi di esprimersi vengano capiti e quindi accettati. C’è stato però un periodo in cui questo scontro tra i gusti correnti e i nuovi linguaggi è diventato davvero aspro. I grandi cambiamenti sociali portati dalla Rivoluzione Francese si riflettono anche sul mondo dell’arte: aristocrazia e clero, le due grandi classi che fino ad allora avevano contribuito con il loro mecenatismo alla fioritura dell’arte, perdono i loro privilegi e anche il potere di influire su questo mondo. Gli artisti si trovano tutto a un tratto liberi di scegliere i propri soggetti e questo li mette davanti a un bivio: evitare ogni tipo di ricerca per proseguire sulla strada battuta in modo da essere apprezzati dai contemporanei oppure tentare di imporre la propria visione del mondo a rischio di rimanere incompresi e derisi.

È in questo periodo che si sono verificati i più grandi abbagli della storia dell’arte ed è proprio da allora che alcuni degli artisti più importanti e innovatori hanno subito critiche e giudizi negativi la cui erroneità si è palesata solo anni dopo. In questo articolo passerò in rassegna alcuni di questi colossali errori di giudizio.

Dagli impressionisti in poi, quando si sbaglia a giudicare un quadro

Sicuramente essere un critico non è mai stato semplice, ma se in passato bastava una grossa conoscenza della storia dell’arte e delle principali regole formali che la governavano per riuscire a dare un giudizio corretto su un’opera, una volta che queste regole furono abbattute, divenne sempre più difficile stabilire cosa fosse o non fosse arte.

Il mestiere del critico divenne quindi sempre più complicato e adatto solo a persone coraggiose, infatti dopo alcuni clamorosi abbagli di giudizio si assistette alla così detta “Sindrome di Van Gogh”: piuttosto che rischiare di lasciarsi scappare un astro nascente, in molti preferirono correre il rischio di fare madornali errori di sopravvalutazione e fu così che, mentre in passato molti geni furono derisi, da quel momento in poi tanti furbetti mediocri furono innalzati al ruolo di grandi artisti. Si giunse a questa paradossale situazione per colpa di alcune clamorose sviste e incomprensioni ormai passate alla storia. Errori di giudizio non solo da parte di insigni critici, ma anche da parte del pubblico, di galleristi, collezionisti e di colleghi pittori.

1. Manet, Le déjeuner sur l’herbe

Nel 1863 la giuria del Salon parigino boccia ben 3000 quadri. Tra questi viene scartato anche il dipinto di un giovane Edouard Manet - Le Déjeuner sur l'Herbeartista francese, Édouard Manet. La tela rappresenta due giovanotti borghesi in compagnia di due donne, una seduta vicino a loro completamente nuda e con lo sguardo fisso sull’osservatore, l’altra sullo sfondo, intenta a bagnarsi nel fiume. Il titolo dell’opera è Le déjeuner sur l’herbe e fu la protagonista in negativo del Salon des Refusés: fu la più criticata, quella che fece più scandalo.
Cosa veniva rimproverato all’artista?
Per prima cosa l’aver messo una donna nuda tra due uomini vestiti.
Ma la storia dell’arte è piena di quadri che hanno come soggetto donne nude!
È vero ma quelle donne erano dee o comunque soggetti mitologici o allegorici, quelle di Manet sono donne del suo tempo che si sono spogliate. Le prime rappresentavano un concetto astratto, quello del nudo, erano un pretesto per fare dell’erotismo, le seconde offendevano il moralismo dell’epoca.
Se questo non bastava la critica e il pubblico rimproveravano a Manet anche lo stile di pittura e la modalità di composizione. La prospettiva non rispettava le regole classiche e i colori, i colori!!! Delle chiazze sparse qua e là senza nessuna sfumatura e con fortissimi contrasti fra chiari e scuri. Una ignoranza infantile nel disegno dicevano loro… Forse un pochino si erano sbagliati.

2. Monet, Impression. Soleil levant

La carta da parati allo stato embrionale è più rifinita di questa marina.
Questo è ciò che scrisse il 15 aprile 1874 Louis Claude Monet - Impression soleil levantLeroy sulla rivista satirica “Le Charivari” dopo una visita alla prima mostra impressionista nello studio del fotografo Nadar in boulevard des Capucines 35. È solo un piccolissimo estratto di un articolo in cui il critico d’arte, fingendo di accompagnare un pittore accademico, stronca in toto la nuova pittura di questi giovani artisti. Nello specifico la suddetta frase è riferita al dipinto di Claude Monet intitolato Impression. Soleil levant e proprio dal titolo prende spunto per creare il suo sberleffo. Con il termine “impressione” infatti, nella Francia del secondo ottocento si indicava il primo stadio della lavorazione della carta da parati o, ancora peggio, la prima mano di imbiancatura alla pareti. Diciamo che paragonare un dipinto a una carta da partati e il lavoro di un artista a quello di un imbianchino non è proprio un complimento… E diciamo anche che forse un pochino si è sbagliato.

3. Giudizio di un collezionista dell’800 su Renoir

Ambroise Vollard, il leggendario mercante di quadri parigino, ricorda nelle sue memorie che quando Pierre-Auguste Renoir - Torse effet de soleilintorno alla fine dell’800 aveva offerto un nudo di Renoir a un grande collezionista per quattrocento franchi, si sentì rispondere: “Se ne avessi quattrocento da buttare via, comprerei questa tela per bruciarla davanti a lei nel caminetto, tale è la pena che provo nel vedere la firma di Renoir sotto un nudo così mal disegnato.” Chissà cosa avrebbe pensato oggi o anche solo qualche anno dopo questo egregio signore.

4. Divergenze fra colleghi

Erroneamente si pensa che impressionisti e compagni d’avventura fossero un gruppo unito e coeso. In realtà le divergenze tra alcuni di loro erano molto accentuate e nascevano spesso forti incomprensioni. Manet per esempio considerava Coubert uno zotico e di Cézanne diceva che era un muratore che dipingeva con la cazzuola. Apprezzava solo il lavoro di Monet, al quale un giorno disse: “Lei è molto amico di Renoir, dovrebbe consigliargli di dedicarsi a un altro mestiere. Lo vede anche lei, la pittura non è il suo forte!
Gli stessi Renoir e Cézanne, che erano gli artisti più liberi, non riuscirono a capire la pittura di Van Gogh e gli rimproveravano il suo “esotismo” paragonando la sua pittura a quella di un pazzo.

5. Marcel Duchamp, Il nudo che scende le scale

Quando il quadro fu presentato nel 1912 al Salon des Indépendants, venne rifiutato dalla commissione. In quegli anni, Marcel Duchamp - Nudo che scende le scalefra gli artisti avanguardisti, andavano per la maggiore le idee cubiste e il Nudo non era in linea con la tendenza ufficiale, anzi, fu considerato una presa in giro al movimento cubista. La cosa che più di tutto dava fastidio era il titolo “…pensavano fosse troppo letterario, ma lo prendevano per il verso sbagliato, quasi caricaturale. Un nudo non scende mai le scale, un nudo è sdraiato si sa. Nemmeno il loro piccolo tempio rivoluzionario riusciva a capire che un nudo poteva scendere le scale.” (Marcel Duchamp)
Un anno dopo il dipinto fu esposto a New York all’Armony Show, la grande Esposizione internazionale di arte moderna ideata per introdurre in un’America ancora troppo legata alla pittura accademica, le sperimentazioni delle avanguardie europee. Se a Parigi il quadro aveva suscitato l’indifferenza generale, negli Stati Uniti divenne la principale attrazione della manifestazione generando un grande scandalo. I giornali si sbizzarrirono con le prese in giro: “Esplosione in un deposito di tegole”, “Rozzo che scende le scale – metro all’ora di punta”. L’American Art News indirà addirittura un concorso offrendo dieci dollari alla migliore descrizione del quadro. Ancora una volta fu il titolo a fare scandalo, “Non si dipinge un nudo che scende le scale, è ridicolo. Un nudo deve essere rispettato. Ci fu anche un’offensiva sul piano religioso, puritano.

6. Quando si mette anche la politica

La cultura da noi è ancora in balia di un provincialismo ridicolo e fazioso.
Queste sono le parole di Palma Bucarelli, Alberto Burri - Grande saccostorica direttrice della Galleria d’arte moderna di Roma. Da dove arrivava questo sprezzante giudizio? Per ben due volte la prima donna italiana direttrice di un museo aveva dovuto difendere le sue scelte non solo di fronte alla stampa e ai critici, ma persino davanti alla politica italiana. Nel 1959, in occasione dell’esposizione del Grande Sacco di Alberto Burri, il senatore comunista Umberto Terracini porrà una questione in Parlamento: “Quale cifra è stata pagata dalla Galleria nazionale d’arte moderna per assicurarsi la proprietà della vecchia, sporca e sdrucita tela da imballaggio che sotto il titolo di Sacco Grande è stata messa in cornice da tale Alberto Burri e che figura attualmente nella sala dedicata ai nuovi acquisti di detta Galleria.

Merda d'artista - Piero ManzoniNel 1971 a far scandalo saranno invece le scatolette di Merda d’Arstista di Piero Manzoni e questa volta sarà il deputato democristiano Guido Bernardi a scagliarsi contro la Bucarelli e a portare la questione in Parlamento, con risvolti che sfiorano il ridicolo: “anche se inscatolata a tutela dell’igiene pubblica e frutto obbligato di una normale digestione, quali garanzie ha il pubblico circa la sua autenticità?

In entrambi i casi, la direttrice ne uscirà vincitrice e metterà a segno un punto a favore contro l’ignoranza e l’intromissione della politica nel mondo della cultura.

La storia dell’arte è il miglior critico di sempre

Non sono e non sono stati quindi solo i critici a sbagliare, ma anche giornalisti, collezionisti, pubblico, mercanti e gli artisti stessi. Se per questi ultimi comunque c’è sempre una giustificazione, giacché un vero artista potrebbe credere talmente tanto nel suo lavoro da non riuscire ad accettare un diverso modo di rappresentare la realtà, un discorso a parte lo meritano i politici. Voler piegare l’arte ai propri scopi occupando i luoghi della cultura per veicolare messaggi e soggetti tradizionali e retrogradi è un qualcosa che umilia il lavoro di un artista. È vero che l’arte fin dal Rinascimento è sempre stata al servizio del potere, ma è anche vero che i potenti mecenati del passato erano grandi conoscitori d’arte e il loro parere era coerente e preparato.

Oggi l’arte non fa più mondo ed è capitato che i politici abbiano cercato di imporre il proprio parere senza possedere la giusta conoscenza e il risultato è stato abbastanza ridicolo. Comunque sia è sempre giusto dare voce alle proprie opinioni, l’arte nasce anche per essere giudicata. D’altronde i gusti cambiano con il cambiare delle epoche, sbagliare è umano e alla fine la storia ci dirà sempre chi ha torto e chi ha ragione.

A te viene in mente qualche altro grande errore di valutazione di un’opera o del lavoro di un’artista? Ricordalo anche a noi nei commenti qui sotto.