Maurizio Cattelan: dopo la carta igienica anche il water d’oro

Maurizio Cattelan, rinuncia al pensionamento anticipato, e torna al lavoro, o meglio, torna a fare l’artista. Già perché non è che avesse proprio smesso di lavorare, aveva semplicemente cambiato mestiere passando dall’altro lato della barricata: prima di tutto curatore e poi manager di Toilet Paper, il magazine da lui stesso fondato in collaborazione con il fotografo Pierpaolo Ferrari.

Proprio dalla carta igienica (toilet paper) riparte, o meglio, da qualcosa a essa molto legata, diciamo una sua estensione semantica. La sua ultima trovata è infatti un water in oro massiccio a 18 carati che ha già scatenato le reazioni più controverse: c’è chi grida allo scandalo e chi ne esalta il genio assoluto.

Breve storia di arte ed escrementi

La storia dell’arte è ricca di artisti che hanno giocato e ragionato sui bisogni impellenti e primordiali dell’essere umano.

Ti faccio qui un breve elenco dei più famosi, ma la lista potrebbe allungarsi parecchio:

“Orinatoio” di Marcel Duchamp

L'Orinatoio di Marcel DuchampCon chi iniziare se non da colui che è all’origine di tutto questo, Marcel Duchamp, il padre dell’arte contemporanea. E come inizio non è proprio niente male se già nel 1917 il nostro Marcello, quando decise di inviare uno dei suoi ready-made alla mostra organizzata dalla Società per gli artisti indipendenti, pensò proprio ad un oggetto utile per espletare le corporee funzioni umane.

La storia è lunga e complessa e se sei interessato puoi leggere l’articolo “Tutta colpa di Marcel Duchamp”. In verità lui comunque non fu il primo e l’associazione fra arte e bisogni umani è molto più vecchia, risale a qualche secolo prima, anche se meno conosciuta e di diversa tipologia.

Rosalba Carriera e i pigmenti di pipì

Come ci racconta Stilearte, la raffinatissima artista Rosalba Carriera utilizzava l’urina di bambini e adulti per preparare specifiche tonalità e dare determinate caratteristiche ai suoi colori. Non creava l’opera direttamente con i rifiuti del corpo umano ma ne sfruttava piuttosto le proprietà chimiche e le loro capacità di trasformazione degli elementi.

Beh ricordiamoci che stiamo parlando dei primi anni del ‘700, forse era un po’ presto per pensare di imbrattare le tele con escrementi umani, comunque è sempre un primo passo.

“Merda d’artista” di Piero Manzoni

Ormai celebri quanto il famoso Orinatoio, le 90 scatolette di Merda d’artista di Piero Manzoni ne rappresentano il naturale proseguimento. Anche in questo caso la storia è ormai nota, la potete leggere nell’articolo Piero Manzoni: merda che artista!Piramide di barattoli di Merda d'artista di Piero Manzoni.

Qui mi basta ricordare che l’artista nel 1961 le mise in vendita al prezzo corrente dell’oro, associando l’idea massima di disvalore (le feci) con l’idea massima di valore (l’oro). Anni dopo il mercato ha avvalorato questa tesi, inizialmente solo teorica, portando il valore di questa scatolette, tra l’altro solo ipoteticamente piene di escrementi, a un livello di gran lunga maggiore di quello del metallo prezioso.

“Piss Painting” di Andy Warhol

Andy Warhol: "Piss painting"Non sono sicuramente le opere più famose di Andy Warhol, ma sono sempre lavori di uno degli artisti più geniali del dopoguerra. Nel 1978 l’artista americano realizzò dipinti stendendo a terra la tela e passandoci sopra strati di vernice fresca al rame.

Dopodiché lui, i suoi collaboratori e gli amici della Factory si mettevano in fila e vi ornavano sopra. Per la serie “Chi non piscia in compagnia…

Un po’ come Rosalba Carriera, ciò che creava l’opera era la reazione dell’urina con la vernice: i colori si ossidavano e tante tinte arancioni e verdi emergevano dallo sfondo.

“The Holy Virgin Mary” di Chris Ofili

The Holy Virgin Mary è un quadro sacro, alto circa 2 metri e mezzo e largo poco meno di due metri, che rappresenta la Vergine Maria. Se ci si fermasse a guardare semplicemente il soggetto, nulla di strano, trito"The Holy Virgin Mary" di Chris Ofili e ritrito nella storia dell’arte.

Il problema, e anche ciò che rese questo dipinto così celebre, è il modo in cui fu realizzato: tecniche miste che spaziano dalla tradizionale pittura a olio, all’utilizzo di brillantini, resine e collage di immagini pornografiche.

Il particolare che interessa a noi è il seno nudo della Madonna, creato con un grumo di vernice e sterco di elefante. Il dipinto oggi vale milioni ma nel 1997 in molti si offesero e forse la merda di elefante ne fu solamente l’ultima causa.

“Milo’s Venus, copy made with escrement” di Zhu Cheng

“Milo’s Venus, copy made with escrement” di Shu ChengZhu Cheng è un altro artista che si diverte a giocare con gli escrementi degli animali, questa volta di panda. Facendosi aiutare da nove dei suoi studenti d’arte, ne ha raccolti una bella quantità e ha creato una replica della Venere di Milo.

Per via del forte e cattivo odore, l’opera è stata chiusa in una scatola trasparente che trattiene il fastidioso lezzo, ma questo non ha impedito a un collezionista svizzero di acquistarla per la modica cifra di 45.113$.

“Cloaca” di Wim Delvoye

Delvoye è l’artista che forse si è spinto più in là di tutti su questo tema. Ha creato ed esposto un macchinario lungo qualche metro che riproduce all’incirca le funzioni del nostro stomaco, con relativa “Cloaca” di Wim Delvoyeespulsione degli scarti.

In pratica a un’estremità viene inserito del cibo e, dopo una complessa sequenza di elaborazioni meccaniche e chimiche simili quelle del processo digestivo dell’essere umano, ne esce dall’altra uno scarto. Il prodotto finale, che viene infilato in buste trasparenti e poi venduto a prezzi esorbitanti, non è nient’altro e a tutti gli effetti che merda.

Maurizio Cattelan, oro, gabinetto e carta igienica

Tornando al water d’oro di Maurizio Cattelan verrebbe quindi da pensare “niente di nuovo all’orizzonte”, la solita boutade o provocazione ma, infondo, c’è già stato anche di peggio di cui scandalizzarsi.

Maurizio CattelanUn sanitario è già stato esposto, Cattelan non ha fatto altro che creare qualcosa della stessa famiglia ma con un materiale prezioso come l’oro. Un’idea sicuramente un po’ kitsch, alla Damien Hirst.

Qualcosa di originale però si può trovare e non deve sembrare strano, stiamo comunque parlando di Cattelan, uno fra gli artisti contemporanei, se non più importanti, di certo più famosi al mondo.

A differenza di Manzoni per esempio, l’associazione fra l’idea di disvalore (il cesso) e l’idea massima di valore (l’oro), questa volta è realizzata in modo pratico, non solo teorico: il gabinetto è oro puro al 100%. In una società prettamente materialista non bastano più le idee, ciò che conta è l’oro vero.

In secondo luogo l’opera non verrà mai esposta al centro di una grande sala espositiva, sotto luci e riflettori, ma direttamente in una toilette, quella del Guggenheim Museum di New York, lo stesso museo che con la retrospettiva “All” aveva celebrato l’addio alle scene di Cattelan, il quale ha dichiarato: “Si potrà andare in bagno solo per vederla ma diventerà un’opera d’arte solo quando qualcuno sarà seduto su di essa, rispondendo ad un bisogno fisiologico.

Insomma l’opera d’arte che diventa performance interagendo con il pubblico.

Il water d’oro: significato e contemporaneità

A chi ha visto nell’opera una riflessione sulle diseguaglianze economiche, Cattelan risponde che “non è compito mio spiegare al pubblico cosa significhi l’opera, ma sono convinto che chi la guarda possa trovarci un senso“.

Negli Usa in molti hanno letto un effetto allusivo dell’opera al rinomato amore che il candidato alla presidenza Donald Trump ha per i sanitari d’oro (stessa mania del fu Saddam Hussein, una delle tante analogie tra i due d’altronde): ancora una volta il nostro Maurizio si dimostra attuale e contemporaneo per eccellenza.

Se viviamo in una società in cui personaggi che hanno il compito di guidarla (o che potrebbe farlo in futuro) hanno queste strambe manie, perché l’arte non dovrebbe rifletterci sopra? È un’opera che rispecchia il lato superfluo e assurdo del mondo in cui stiamo vivendo e il water è anche un oggetto che, a detta di molti,Installazione delle artiste Goldschmied & Chiari al Museion di Bolzano stimola il pensiero.

È arte o non è arte? Genialità o paraculata?

I soliti dubbi che nascono davanti a un’opera d’arte contemporanea. Proprio di questi giorni è la notizia che l’installazione delle artiste Goldschmied & Chiari del Museion di Bolzano è stata scambiata per immondizia dalle addette delle pulizie e finito nella raccolta differenziata.

Solo il tempo potrà risolvere i nostri dubbi, intanto una cosa è certa: su quel water appoggeranno i loro glutei folle di amanti e meno dell’arte, anche solo per il futile piacere di scattarsi un selfie mentre espletano i loro bisogni in un museo.

Tu cosa pensi, è arte o non è arte? Lascia la tua opinione qui sotto.

 

La pittura è morta: si cerca l’assassino

La pittura è morta, nessuno vuole più dipingere, è molto più facile e meno faticoso prendere un oggetto e esporlo in una galleria presentandolo come opera d’arte concettuale. Ah maledetto Duchamp!Marcel Duchamp, Ruota di bicicletta

Ma sarà poi vero? Stiamo veramente assistendo al funerale della pittura?

Una delle domande più frequenti che in molti si pongono quando entrano in un museo di arte contemporanea è la seguente: “Ma perché diavolo i pittori hanno smesso di dipingere? Dove sono finite le velature, le sfumature e la ricerca del tono giusto? Perché hanno abbandonato i cari e tanto amati pennelli?

È vero, le domande sono tre, ma possono essere riassunte e tradotte in un’unica questione: perché da un certo periodo storico in poi, gli artisti hanno abbandonato il modo tradizionale di lavorare e di fare arte?

Ovviamente il motivo non è uno solo, ne esistono diversi e vanno cercati tutti all’interno del contesto storico e culturale durante il quale questo cambiamento avveniva.

‘900: l’inizio della fine

Tutto ha inizio agli albori del 20° secolo con le avanguardie storiche. La grande pittura, quella d’Accademia, aveva già subito forti attacchi prima dai pittori realisti, poi dagli impressionisti e infine dai magnifici tre, i padri della pittura moderna: Paul Cézanne, Paul Gauguin e Vincent Van Gogh.

Les Demoiselles d’Avignon (1907), Pablo Picasso È però nel primo decennio del 1900 che si compie la rottura finale con la tradizione: Les demoiselles d’Avignon (1907) di Pablo Picasso butta a terra il castello della prospettiva che aveva dominato il mondo dell’arte per oltre 600 anni.

Passano pochi anni e nasce la pittura astratta: il primo acquerello astratto di Kandinskij è datato 1910. Nel frattempo Picasso e Braque avevano inserito materiali vari nelle loro tele creando i primi collage. Queste non sono semplici novità o stili nuovi, ma vere e proprie rivoluzioni.

Si continua così fino ad arrivare a uno dei gesti più estremi in campo artistico di quegli anni: l’esposizione in un museo di un orinatoio rovesciato da parte di Marcel Duchamp.

A questo punto si potrebbe pensare che a inizio secolo fare il pittore volesse dire andare controcorrente, avere un animo ribelle, sfidare a tutti i costi lo status quo, atteggiamenti questi che portarono a una rivoluzione del fare arte.

Ma se ci fermiamo a osservare bene il contesto storico, noteremo che cambiamenti epocali non si ebbero solo nel campo della pittura: in quegli anni Arnold Schoenberg inventava la dodecafonia, che segna una forte rottura con il passato.

Pensiamo a come le scoperte di un altro immenso genio, Albert Einstein, stessero rivoluzionando la fisica, o come gli studi di Sigmund Freud stessero facendo altrettanto per la psicologia. Pensiamo alla letteratura e a quello che stava facendo James Joyce al romanzo.

Non solo in pittura dunque, si cercano e si trovano nuove strade che portano a un profondo rinnovamento di pensiero e azione.

Un passo indietro e poi un’accelerata

Dopo tutti questi cambiamenti, alcuni pittori in tutta Europa, a partire dallo stesso Picasso, tornano a dipingere in uno stile classico: è il periodo del così detto ritorno all’ordine.

È un modo per staccarsi da canoni avanguardistici divenuti ormai una stanca e vuota ripetizione di modelli precostituiti e, dall’altro lato, un tentativo di sollevarsi al disopra del livello industriale dell’oggetto di massa a cui soprattutto il readymade aveva rilegato l’arte, abbassando il livello di abilità dell’esecuzione.

Ma non dura molto. Dopo la seconda guerra mondiale è tutto uno sbizzarrirsi di inedite tecniche, idee, novità originali. Si Alberto Burri - Grande saccoparte con Alberto Burri che fa pittura non più con pennelli e colori ma con plastiche, sacchi e legni.

E poi arriva il ’68, il fatidico ’68: inizia a diffondersi l’uso di materiali non convenzionali, si sviluppa la fotografia come mezzo artistico, si lavora con il corpo e con l’ambiente, nascono le prime performance.

Nel clima generale di rifiuto delle tradizioni, chi dipingeva ancora con colori e pennelli, non riusciva a trovare nessun gallerista disposto a rappresentarlo.

Dagli inizi del ‘900 agli anni ’70, dopo una lenta agonia, sembra proprio che la pittura sia morta. Ma come si è arrivati a questo efferato omicidio?

Chi ha ucciso la pittura?

A partire dal ‘900, ci sono sicuramente due eventi che hanno contribuito più di tutti alla rottura dei canoni tradizionali della pittura:

1. L’invenzione della fotografia

Ho già parlato ampiamente di questo nell’articolo Arte e fotografia: storia infinita d’amore e odio quindi è inutile qui dilungarsi oltre.

2. L’industrializzazione

Lo sviluppo dell’industrializzazione ha sicuramente un profondo effetto sulla vita delle persone e sulla società e di conseguenza anche sugli artisti e sul loro modo di fare arte. Pensiamo ai temi della velocità, del movimento e delle macchine che già a inizio secolo iniziano a interessare gli artisti come i futuristi ma non solo.

Le profonde trasformazioni tecnologiche e organizzative rendono possibile la produzione in serie che diventa ben presto produzione di massa. Dall’operaio specializzato si passerà all’operaio-massa a bassissima professionalità, saranno sempre più le macchine a fare tutto: ecco spiegato (in parte) Duchamp.

L’industrializzazione offre quindi nuovi metodi di produzione, non solo agli imprenditori, ma  anche agli artisti. Questi ultimi iniziano ad approcciarsi in maniera completamente nuova alla materia evitando di proposito lavori cheL'opera Torques Ellipses di Richard Serra richiedano capacità tecniche elevate.

Come ai lavoratori erano richieste capacità diverse da quelle che caratterizzavano il lavoro artigianale fulcro delle società antecedenti la rivoluzione industriale, così gli artisti puntano su skills completamente nuove rispetto alle tradizionali.

Alla capacità di saper miscelare i colori si preferisce lo spirito di ricerca. Piuttosto che saper riprodurre esattamente la realtà è sviluppata l’attitudine alla deduzione, al ragionamento e al pensiero radicale e innovativo. Niente scalpello, meglio la sperimentazione di nuovi materialiCollaborazione invece che continuo miglioramento di competenze esclusivamente personali.

Insomma l’arte cambia perché la società cambia e come non esistono più i mestieri di una volta, anche i pittori non vogliono più affacciarsi al loro lavoro come si faceva in passato.

Così nascono sculture che sono di proposito non monumentali, dipinti di proposito non virtuosistici, disegni di proposito semplici e, in apparenza, infantili, e persino lavori che, sempre di proposito, non sembrano per niente opere d’arte.

Perché i pittori hanno smesso di dipingere e gli scultori di scolpire

Sono diverse le ragioni che spingono gli artisti, soprattutto a partire dagli anni ’70, verso questi nuovi modi di fare arte:

  1. Sicuramente una delle principali, a cui per altro ho già accennato, è il desiderio di liberarsi dalla tPerformance di Marina Abramovic e Ulayradizione. È un desiderio diffuso in tutta la società, non succede solo nell’arte: pensiamo alla rivoluzione giovanile e a quella operaia, ai movimenti femministi e a quelli spirituali. Gli artisti vivono, si nutrono e spesso alimentano questo clima di cambiamento.
  2. Ci si interroga sul valore dell’unicità dell’oggetto artistico. Il ‘900 è il così detto secolo delle masse, in quanto queste ultime per la prima volta guadagnano un ruolo nella storia. Questo porta all’estendersi dell’alfabetizzazione e della cultura, appunto di massa, che però è diversa rispetto alla cultura “alta” ma che ne influenza le forme espressive, soprattutto in pittura. Per qualcuno l’arte non deve più essere un ambito esclusivo per élite privilegiate, ma deve parlare e essere alla portata di tutti: ecco la Pop Art.
  3. Si riconsidera la separazione fra arte e vita: nascono così gli happening e le performance, si esce dagli spazi istituzionali e dalle gallerie, si contamina l’arte con la vita e viceversa.
  4. Si polemizza con il sistema commerciale dell’arte che tratta l’oggetto artistico alla stregua di un mero trofeo per Piero Manzoni - Merda d'artistagente ricca e spinge gli artisti a creare opere che soddisfino questo bisogno. Pensiamo alle scatolette di Merda d’artista di Piero Manzoni che già negli anni ’60 esprimevano una profonda e ironica critica a questo sistema.

Tutte queste idee culminano e trovano il loro più ampio sviluppo negli anni ’70. Insomma stando alle prove è il ’68 che ha ucciso la pittura.

La pittura è morta? Forse un falso allarme

Ma la pittura è morta per davvero? In verità, a ben guardare, sembra proprio viva e in perfetta salute. Il ’68 non ha ucciso proprio niente e nessuno: colpevole scagionato, il fatto non sussiste.

Il ’68 semplicemente ha segnato uno spartiacque fra passato e presente, piantando i germogli per una pittura che guarda al futuro. I pittori non hanno mai smesso di dipingere, semplicemente non lo fanno più come lo si faceva un tempo, seguendo i canoni tradizionali.

Se ci si avvicina all’arte contemporanea aspettandosi di trovare quadri dipinti alla maniera di Raffaello e Michelangelo si rischia di rimanere estremamente delusi. L’arte riflette e ha sempre rispecchiato il proprio tempo, quanto sarebbero contemporanee oggi madonne, angeli e resurrezioni?

Oggi anche l’arte è entrata nel ciclo della globalizzazione e gli artisti si trovano a dialogare con culture diverse e lontane come quelle di Cina, India e Africa, entrate di forza anche loro nel giro dell’arte che conta. Cambiano i temi, cambiano i mezzi, cambiano soprattutto i linguaggi. Ma la pittura è viva, vegeta e, anzi, in gran forma.

Quelle qui sotto sono opere di ottimi pittori contemporanei, vediamo se ne riconosci qualcuno e se soprattutto ti piace il loro modo di dipingere (cliccando sulle immagini ti comparirà il nome).

E tu conosci qualche altro pittore contemporaneo di cui apprezzi il lavoro? Presentalo anche a noi nei commenti.

Tutta colpa di Marcel Duchamp

Tanta arte contemporanea è frutto dell’opera di Marcel Duchamp, cambia solo l’imballaggio.

Pablo Picasso

Squalo di Damien Hirst, Cavallo appeso di Maurizio Cattelan, cagnolone gigante di Jeff Koons e montagna di caramelle di Felix Gonzalez TorresSquali in formaldeide, cagnoloni giganti in acciaio, montagne di caramelle, cavalli appesi al soffitto: odi tutta questa robaccia, la consideri indegna di un museo e ti chiedi come possa l’arte essere arrivata a un tale infimo livello?

Bene, sappi che è tutta colpa di Marcel Duchamp.

Papi travolti da meteoriti, orologi affiancati alla parete, palle da basket galleggianti in acqua, teschi ricoperti di diamanti: ami queste opere d’arte e non riesci a fare a meno di stupirti quando ti trovi davanti ad esse?

Bene, sappi che è tutto merito di Marcel Duchamp.

Qual è l’artista del passato che ha avuto l’influenza maggiore sui suoi colleghi di oggi?

No, non è Picasso e nemmeno Kandinsky, è proprio lui, il controverso Marcel Duchamp. L’amato e tanto odiato Marcel Duchamp, il padre assoluto dell’arte contemporanea.

D’altronde come si fa a non odiare uno che ha messo un orinatoio in un museo, un’opera che in quanto a fastidio è stata raggiunta e forse superata solo dalle scatolette di Merda d’artista di Piero Manzoni?

E come si fa a non amare uno che ha messo un orinatoio in un museo, un’opera che ha finalmente liberato gli artisti dalla tirannia del pennello e del colore e dall’oppressione della L'Orinatoio di Marcel Duchampmanualità? Ok, sto facendo un po’ di confusione.

Allora partiamo da un dato di fatto: oggi Marcel Duchamp è considerato dagli addetti ai lavori uno dei più grandi artisti di sempre, il suo nome è in tutti i libri di storia dell’arte e le sue opere sono conservate ed esposte nei più importanti musei del mondo. È anche vero che, nonostante ciò, sono ancora in tanti quelli che non hanno capito il suo lavoro. Persone convinte che sia tutta una truffa, uno dei tanti controsensi di questo strambo mondo dell’arte che si allontana sempre più dalle aspettative di un pubblico abituato a un classico stereotipo di “bellezza”, per accontentare i vizi di folli ed eccentrici milionari. Insomma l’orinatoio capovolto non è stato ancora digerito dai più, eppure sono già passati cento anni dalla sua creazione.

In questo articolo cercheremo di capire quale ruolo abbia avuto Marcel Duchamp nel grande gioco dell’arte contemporanea. Sarà un po’ lungo perché c’è davvero tanto da dire ma ho preferito non dividerlo in due parti come ho fatto invece in altre occasioni.

Marcel Duchamp ha più colpe o più meriti? Se sei curioso lanciati nella lettura.

Il ‘900, secolo di grandi cambiamenti

Gli artisti veramente importanti, quelli che rimangono nella storia, sono quelli che riescono a leggere meglio e prima degli altri il loro tempo. Vedono e sentono le novità e i cambiamenti in corso ed evolvono il proprio linguaggio per cercare di esprimere al meglio ciò che percepiscono e che vogliono quindi comunicare. La storia dell’arte è la storia dell’evoluzione dei suoi linguaggi, evoluzione spesso non accettata immediatamente e, anzi, molte volte aspramente contrastata.

Nell’articolo I 6 peggiori abbagli della storia dell’arte abbiamo visto alcuni dei grandi errori di valutazione che critica e pubblico hanno compiuto verso i nuovi linguaggi che avanzavano. Un’opera di Marcel Duchamp era tra quelle non da subito accettate. Ma quali sono questi cambiamenti della società che hanno influenzato il modo di fare arte?
Ne elenco qui alcuni (ne ho già descritti altri nell’articolo Lucio Fontana e i tagli che hanno cambiato la storia dell’arte):

  1. Innanzitutto fotografia e cinema tolgono agli artisti il monopolio sull’immagine. Celebre il racconto della prima Fotogramma del film L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat” dei fratelli Lumière proiezione del film “L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat” dei fratelli Lumière che, come suggerisce il titolo, non mostrava nient’altro se non l’arrivo di un treno visto frontalmente alla stazione. Sembra che al comparire della carrozza di testa gli spettatori terrorizzati si sarebbero dati alla fuga. Questo aneddoto, verosimile ma per essere precisi, mai dimostrato, è la prova di come la percezione del mondo dopo l’invenzione del cinema non sarà più la stessa.
  2. La Rivoluzione Industriale fa enormi passi avanti e con il nuovo secolo raggiunge vette mai toccate prima. Il vecchio modo di produrre, quello che vedeva al proprio centro le piccole botteghe artigiane che manualmente creavano tutto ciò che poteva servire alla vita di un uomo del tempo, è definitivamente sorpassato da un mondo in cui le macchine la fanno da padrone, con tutti i loro pro e qualche contro.
  3. Conseguenza di questa meccanizzazione della produzione è l’introduzione della distribuzione di prodotti inscatolati: nascono i primi grandi magazzini e i supermercati. Non si compra più il prodotto, ma si sceglie fra le sue immagini riprodotte su una scatola con il marchio dell’azienda produttrice. Il contenuto vero e proprio non è più visibile.

Come hanno influito questi cambiamenti sull’arte di Marcel Duchamp?

Un nuovo e moderno modo di fare arte

Ovviamente un vero artista non può rimanere indifferente a quello che sta succedendo intorno a lui. Marcel Duchamp sente che il mondo sta cambiando. Come altri artisti, si interessa al cinema e ai cronogrammi e si dedica alla lettura dei filosofi. Tutto questo lo porta a introdurre importanti e fondamentali novità nel mondo dell’arte.

1. Abbandono e rifiuto della pittura retinica

Il rifiuto del suo “Nudo che scende le scale” al Salon des Indépendants, l’istituzione del tempo considerataMarcel Duchamp - Nudo che scende le scale più all’avanguardia, non fa altro che alimentare e portare all’estremo la sua insoddisfazione per quella che lui chiamava pittura retinica, la pittura decorativa ed estetizzante che si basava sulla piacevolezza della visione. Era anche un rifiuto a un certo modo di fare arte trito e ritrito, che si opponeva a ogni evoluzione per aggrapparsi a desuete teorie e teoremi ed emulare modelli del passato che non avevano più nulla di interessante.

Duchamp è un rivoluzionario: mentre gli altri pittori sono pro o contro Cézanne e discutono le idee cubiste, lui guardava e vedeva ciò che c’era oltre l’atto fisico della pittura. Voleva svincolarsi dalla “dittatura dell’occhio” e rimettere la pittura al servizio della mente. È una concezione sovversiva dell’arte, della vita e del mondo che non è comunque totalmente scollegata da ciò che c’era stato prima.

Duchamp infatti non fa altro che continuare e, in un certo senso, radicalizzare quel processo di trasformazione dell’arte iniziato con Coubert, Whistler, Manet e via via con tutti i pittori che sono arrivati dopo: l’attenzione dell’artista nell’800 inizia infatti a spostarsi dal soggetto al linguaggio pittorico, dal “che cosa” al “come”. Caduto l’interesse per storia e soggetto, inizia qui quel cammino verso la pittura pura nella sua specificità di linguaggio che porterà l’arte a interrogarsi su se stessa.

Marcel Duchamp rifiuta prima di tutto di essere considerato un pittore: “In Francia c’è un vecchio detto, stupido come un pittore. Il pittore veniva considerato stupido, mentre il poeta e lo scrittore erano ritenuti molto intelligenti. Volevo essere intelligente. Dovevo avere l’idea di inventare. Non vale nulla essere un altro Cézanne. Nel mio periodo visivo c’è un po’ di quella stupidità del pittore. Tutto il mio lavoro nel periodo precedente al Nudo era pittura visiva. Poi pervenni all’idea. Considerai la formulazione derivante dall’idea come un modo per sfuggire alle influenze esterne“.

L’arte doveva prendere la direzione intellettuale, più che per l’occhio, doveva essere arte per la mente.

2. Creazione di Ready-made

È proprio allora che propone un oggetto come opera d’arte, uscendo in questo modo dagli stretti confini della pittura in cui erano stati legati tutti gli artisti venuti prima di lui.

In un mondo in cui tutto è creato dalle macchine, perché l’opera d’arte doveva ancora essere fatta a mano?

Se con il Nudo la sfida era con il cinema, ora il confronto stava tutto con le macchine.

Marcel Duchamp sorridente dietro allla sua opera Ruota di biciclettaGià nel 1912 Duchamp aveva visitato il Salon de l’Aviation di Parigi con l’amico Brancusi e davanti a un elicottero aveva apostrofato allo scultore: «La pittura è finita. Chi potrebbe far meglio di questa elica? Dì, tu lo sapresti fare?»

Duchamp rinuncia così all’abilità tecnica: “Non volevo più fare niente con le mie mani… Desideravo introdurre in pittura qualcosa di diverso rispetto al cosiddetto inconscio della mano, che poi non è affatto inconscio, ma piuttosto abilità, destrezza. Che uno dipinga male, minuziosamente come un pittore accademico o con macchie di colore come Matisse, per me è assolutamente identico: lo strumento resta sempre la mano, e io volevo liberarmi delle mie mani.

La trasformazione di un oggetto in opera d’arte consiste semplicemente in una scelta dell’artista che seleziona un qualcosa di già fatto (ready-made) e ne decreta lo statuto di opera d’arte. È un’operazione completamente mentale.

Rivoluzionario? Certo, ma esiste comunque un legame con l’arte del passato.

Queste le parole di Henry Moore, un grande scultore del ‘900 davanti alla Pietà Rondanini di Michelangelo:
Non è la bravura, né l’eccellenza della tecnica, neppure una particolare abilità in quest’arte ciò che più conta. Quello che è importante è la qualità del pensiero che ispirò l’opera. La grandezza del pensiero scaturisce dall’opera e dilaga al di sopra di ogni bravura o perizia tecnica. Si sente da ogni capolavoro la più profonda comprensione dell’umanità. Questo è il vero metro di giudizio di ogni opera d’arte: il senso di umanità che le ha ispirate.

L’arte è quindi sempre stata concettuale, Duchamp ha semplicemente dato maggior risalto a questo aspetto. Da questo momento in poi tanti artisti passeranno dalla rappresentazione dell’oggetto (su una tela) alla sua presentazione in uno spazio espositivo.

3. introduzione dell’umorismo in pittura

La rivoluzione che Duchamp stava introducendo nel mondo dell’arte andava in parallelo con la sua visione sovversiva della vita e del mondo.

Il rifiuto della pittura era un tentativo di evadere dalla certezza borghese, una conseguenza del suo più generale rifiuto dei luoghi comuni e del comune modo di pensare: rifiuto di seguire una vita d’artista in cerca di gloria e soldi, di ridursi al bisogno di vendere le sue tele (in poche parole di essere un pittore), di partecipare alla guerra, di sposarsi e fare famiglia, di riempire la propria vita di oggetti e beni da lui considerati inutili, come un’automobile, una casa, ecc., rifiuto di lavorare per vivere.

In pratica faceva il contrario di ciò che era comunemente ritenuto normale e giusto.

Mentre gli altri pittori teorizzavano eRitratto di Rose Selavy si lanciavano in infinite elucubrazioni sul cubismo e sulla pittura, lui partoriva il suo alter ego femminile Rrose Sélavy, dava titoli ai suoi lavori che erano intelligenti nonsense e creava opere lasciandosi guidare dal caso: “…io ero a favore del caso, dell’umorismo in pittura. Detestavo l’idea di una pittura seria. Se si può parlare di un’idea filosofica nel mio lavoro, è che non esiste nulla di così serio da essere preso sul serio.

Per Marcel Duchamp introdurre lo humor in un campo ritenuto serio era come utilizzare un’arma antisociale: “…(lo humor) è pericoloso perché si insinua nelle cose serie, nei ragionamenti comunemente accettati su cui si fonda la conoscenza umana, per spingerli fino all’assurdo e dimostrarne la relatività.”  (Pawlowski)

4. Nuovo valore allo “sguardo”

Mettendo un orinatoio in un museo, Marcel Duchamp non fa altro che invitarti a guardare un oggetto liberandoti dei Scolabottiglie, ready made di Marcel Duchamppregiudizi, di tutto ciò che conosci e che hai imparato.

Ti invita a guardare un oggetto al di là della sua funzione, semplicemente come qualcosa con una forma e un colore.

In pratica ti invita a tornare bambino, quando in braccio a tua madre afferravi tutto ciò che ti era messo davanti agli occhi con curiosità e gioia, senza sapere e dare importanza a ciò che l’oggetto fosse: uno spazzolino era solo qualcosa di stretto e lungo con un colore; un libro era solo qualcosa di pesante con dei colori; un cuscino solo qualcosa di morbido e grande con dei colori.

Duchamp ti sta dicendo di guardare la vita con occhi nuovi, ti invita a tornare bambino. Questo vale per gli oggetti come per le persone, guardarle al di là delle apparenze, dei ruoli e fuori da ogni contesto.

Marcel Duchamp e il mercato dell’arte

Fino a qui ho detto solo una piccolissima parte di quello che si potrebbe dire su un artista tanto complesso e profondo come Marcel Duchamp, ma penso di essermi comunque già dilungato abbastanza.

C’è semplicemente un’ultima considerazione da fare: al contrario di quello che si potrebbe pensare, Marcel Duchamp non era affatto interessato al mercato e al successo delle sue opere, anzi era molto critico a riguardo: “L’arte è diventata un prodotto, al pari dei fagioli. Oggi si compra arte nello stesso modo in cui si comprano gli spaghetti.

Questa situazione secondo Duchamp ha provocato un forte cambiamento nel modo di fare arte che lo ha spinto ad Andy Warhol con la sua telecamera e Marcel Duchampabbandonare la pittura: “Non voglio copiarmi come tutti gli altri… essere pittore significa copiare e moltiplicare qualche idea… Da quando si è creato un mercato della pittura, tutto è stato radicalmente cambiato nel campo dell’arte. Guardi come producono. Crede che a loro piaccia e che provino soddisfazione a dipingere cinquanta volte, cento volte la stessa cosa? Per niente, non fanno neanche quadri, fanno degli assegni.

In Duchamp c’è tutto il disprezzo per la sovrapproduzione (quantità a discapito di qualità) di un’arte contemporanea diventata sempre più sistema. È curioso come Andy Warhol, artista di un’altra generazione, reagirà in maniera completamente opposta a questa situazione.

Marcel Duchamp, il padre dell’arte contemporanea

A questo punto non ti resta che decidere, è tutto merito o tutta colpa di Marcel Duchamp?

A volte quando visito una fiera e mi trovo davanti a mazze da baseball appoggiate a terra, bottiglie poste in una teca e altre banalità del genere, credo che avesse ragione Picasso nell’affermare che gli artisti contemporanei “svaligiano il magazzino di Duchamp limitandosi a cambiare gli imballaggi.”

Marcel Duchamp gioca a scacchi con la pipa in boccaSe penso però ai capolavori del Nouveau Realisme, del Minimalismo, dell’Arte Povera, della stessa Land Art e di parte dell’arte di oggi, non posso che essere grato a Duchamp per aver aperto la strada a tali espressioni e linguaggi artistici.

Sono sempre le deviazioni, il ripetuto, il già visto che non porta niente di nuovo e che non sposta il confine di ciò che è considerato arte che finisce per stancare e per farmi esclamare sorridendo “Maledetto Marcel Duchamp!

Oggi sono cambiati i tempi e la società ha subito forti mutamenti. Forse non ha più senso emulare Marcel Duchamp o forse sì. Forse la crisi fa da trampolino per un ritorno alla manualità e alla qualità o forse no.

Sicuramente ci sono già grandi artisti che questi cambiamenti li hanno percepiti e che li stanno esprimendo con le loro opere. Forse qualche critico, curatore o collezionista li avrà già scoperti e starà cercando di promuoverne il lavoro o forse no. Il tempo e la storia, come per Duchamp, li premieranno, su questo non c’è alcun dubbio.

Tu cosa pensi dell’orinatoio capovolto? È arte o è una grandissima presa in giro? Sono curioso di conoscere la tua opinione qui nei commenti.

Arte e soldi, un connubio vecchio secoli

Articolo pubblicato sulla rivista Commenti di Verso l'Arte

L’arte ha sempre avuto un costo che fin dai tempi di Giotto è stato essenzialmente legato all’abilità e alla fama dell’artista. Nessuno dei grandi geni del passato ha mai lavorato solo ed esclusivamente per la gloria. ComeCopertina del libro "The wealth of Michelangelo" di Rab Hatfield hanno dimostrato gli studi del professor Rab Hatfield pubblicati nel libro “The Wealth of Michelangelo”, l’autore degli affreschi della Cappella Sistina era tanto attento alla qualità dei suoi lavori quanto, se non di più, alla quantità della ricompensa ricevuta per essi. Alla sua morte avvenuta nel 1564 all’età di 89 anni, sembra che il nostro “Divino” possedesse la bellezza dell’equivalente odierno di dieci milioni di dollari.

Arte e denaro hanno quindi camminato sempre di pari passo e continueranno a farlo ancora per parecchio tempo.
Ma se il prezzo di un’opera è legato alla fama del suo autore, chi o cosa influenza e decide la fama di un artista? Ovviamente il potente e ricco mecenate che quell’opera l’ha commissionata. Michelangelo è diventato Michelangelo grazie a Lorenzo il Magnifico e ancor di più grazie a Giulio II. Il Buonarroti, infatti, non ci pensò due volte a lasciare appena abbozzati i lavori della Sala del Gran Consiglio di Palazzo Vecchio per rispondere alla chiamata del sommo pontefice: gloria e lauti guadagni lo attendevano a Roma.

Oggi i committenti non sono più Papi, Re o imperatori ma il mercato, un’entità relativamente nuova, formata perlopiù da capitani d’industria, banchieri e imprenditori, insomma gente facoltosa che ha in mano le redini della finanza. Mentre Carlo V chiedeva a Tiziano di dipingere un quadro che ne celebrasse la potenza e la gloria, il mercato chiede agli artisti di oggi di produrre opere che assecondino i bisogni della finanza, vale a dire soldi e investimento. Ne consegue che mentre in passato l’importanza di un artista era legata al valore estetico, intellettuale e artistico della sua opera e solo in secondo momento era considerato il prezzo, oggi essa è indissolubilmente legata al suo valore di mercato e al costo che i suoi lavori raggiungono. Finché un artista non ottiene determinate quotazioni non è considerato da nessuno se non da un circolo ristretto di amanti e addetti ai lavori. Non appena però le sue opere vengono battute a cifre record, allora si scatena la corsa di massa e tutti vogliono accaparrarsele.

Una mappa del mondo di Alighiero BoettiAlighiero Boetti era un artista importante già negli anni ’90 o lo è diventato solo dopo le ultime aggiudicazioni stellari delle sue opere? Possiamo porci la stessa domanda per Enrico Castellani, per Agostino Bonalumi e per tanti altri. Se guardiamo alla storia dell’arte, sono sempre stati grandi artisti, allora perché anche solo dieci anni fa nessuno voleva i loro lavori? Semplicemente perché costavano troppo poco e oggi è il prezzo il fattore che indica l’importanza di un artista e che muove la rincorsa all’opera. Non è più il collezionista che rende importante un dipinto quanto il mercato che fa sì che quel dipinto diventi desiderabile per un numero sempre più elevato di collezionisti. È sempre il mercato che muove le redini, accade quindi spesso che “le opere culturalmente più importanti valgano molto meno di quelle facilmente vendibili.” (Giuseppe Panza)

Arte e investimento, ieri e oggi cosa è cambiato

Come si è arrivati a questo? Già nel 1200 il critico Ts’ai Tao scriveva: «L’amore e la gioia per l’arte sono diventati una moda e le opere d’arte sono ovunque considerate alla stregua di merci e investimenti. Questo il diavolo della nostra epoca».
“Il diavolo della nostra epoca”: anche allora considerare l’arte alla stregua di semplice merce era qualcosa che indignava gli appassionati.

Eppure il peggio doveva ancora arrivare. È solo dopo la Rivoluzione Francese e ancor di più con le grandi esposizioni dell’800, infatti, che l’arte si sarebbe pienamente affermata come merce, tanto che già il grande mercante di quadri parigino Ambroise Vollard poteva parlare nelle sue memorie di investimenti riferendosi alle opere dei giovani pittori impressionisti.

Da quel momento in poi è tutta un’escalation e il mercato diventerà poco alla volta un’entità sempre più forte. Nel 1928 in una lettera ad Alfred Stieglitz, Marcel Duchamp scrive: «…Picabia è uno dei pochi oggi a non essere un “investimento sicuro”? La situazione del “mercato” qui è talmente deplorevole… […] Pittori e pittrici salgono e scendono come azioni di Wall Street».

Intorno agli aSimboli del dollaro dipinti da Andy Warholnni ’60 del Novecento sono arrivate quindi le scatolette di Merda d’Artista che Piero Manzoni sbatteva in faccia a un mercato che accettava qualunque “merda” purché fosse in edizione limitata, numerata, firmata e garantita da un certificato di autenticità. Più o meno nello stesso periodo un artista lucido come Andy Warhol invece, accettava la realtà di fatto portando all’interno dei musei gli stessi oggetti che si trovavano sugli scaffali di un supermercato: l’arte deve essere consumata come qualsiasi altro prodotto commerciale e “fare soldi è un’arte, fare buoni affari è la migliore forma d’arte” profetizzava. È l’apoteosi dell’arte come merce e il via libero definitivo a un sistema commerciale che diventerà sempre più forte e capillare.

Oggi l’economia, dopo aver conquistato gran parte degli ambiti della nostra vita, ha definitivamente vinto anche sull’arte. È un male questo? Da un certo punto di vista per niente. Ben vengano i soldi nel mondo dell’arte: gli artisti hanno bisogno di essere pagati per produrre le loro opere, liberi da ogni altra preoccupazione e poi ricordiamoci che è solo grazie a questi enormi capitali che l’arte è ancora viva. Pensiamo alla poesia, alla musica, alla danza e al teatro contemporanei, chi ne parla più? La notizia di una nuova aggiudicazione record almeno riesce ancora ad attirare i grandi riflettori mediatici sul palcoscenico artistico e a veicolare l’attenzione della moltitudine. È vero, in queste rare occasioni purtroppo, non si discute mai del valore dell’opera appena battuta in asta quanto piuttosto si disquisisce solo ed esclusivamente sulla straordinarietà della cifra raggiunta, ma è già qualcosa. D’altronde in un mondo in cui non si fa altro che parlare di spread, banche, debiti, bilanci, milioni che crescono e milioni che svaniscono, in quanti possono essere interessati più al valore di un’opera piuttosto che al suo prezzo?

Arte ed economia: qual è il vero valore di un’opera?

Oggi quindi l’arte riesce a essere ancora vera protagonista solo se legata all’aspetto economico, di investimento. SenzaLa fiera di Art Basel alcun dubbio il prezzo di un’opera attira maggiori attenzioni rispetto al suo valore. Una dimostrazione di questo è il numero di visitatori che una manifestazione completamente centrata sul mercato come Art Basel ha accolto in soli quattro giorni: ben 98.000 (6,52% in più rispetto al 2014), cifra che molte delle mostre del nostro paese non riescono a raggiungere neanche nell’arco di sei mesi.

Per tanti l’arte è e rimane soprattutto investimento e le crescite commerciali di molti artisti sono operazioni studiate a tavolino da galleristi, mercanti e speculatori. È chiaro che per riuscire ad alzare le quotazioni devono esistere requisiti storico-artistici e ragioni oggettive valide, fatto sta che non sempre al valore di un artista corrisponde un’adeguata valutazione commerciale della sua opera e viceversa. Se così fosse, un artista come Giorgio De Chirico (tanto per fare un esempio) dovrebbe costare molto più di tanti altri artisti con un curriculum e un’importanza storica decisamente inferiore alla sua.

Arte e mercato sono quindi due entità differenti che pur avendo uno stretto legame camminano su due binari diversi. Se si vuole apprezzare davvero il lavoro di un artista, bisogna cercare in tutti i modi di dimenticare il prezzo delle sue opere. In un mondo in cui si conosce e si quantifica il costo di ogni cosa, è difficile ma è l’unico modo per tornare a dare peso e importanza al valore. Non è detto che un artista che costa poco valga poco, come non tutte le opere di quegli artisti che raggiungono quotazioni esorbitanti sono solo ed esclusivamente speculazioni finanziare: anche là dove ci sono evidenti prezzi gonfiati può nascondersi vero valore.

Il cavallo appeso di Maurizio Cattelan al Castello di RivoliL’arte è figlia del proprio tempo” (Kandinsky ) e se questo modo di fare, usufruire e vivere l’arte non ci piace, non è con essa che ce la dobbiamo prendere e non è agli artisti che dobbiamo chiedere di cambiare. L’arte di oggi è l’immagine dell’epoca in cui viviamo e non fa altro che rispecchiare una società in cui l’economia è più importante della fratellanza fra i popoli, della pace e della cultura.

Se questo tipo di arte ci fa innervosire e ci infastidisce ma ci fa anche solo per un attimo pensare e riflettere sul modo e sul mondo in cui stiamo vivendo, allora è un’arte che, bella o brutta, ha comunque fatto il suo dovere.

Qual è secondo te il ruolo del mercato oggi? È ancora riconosciuto il valore di un’opera? Lascia la tua opinione nei commenti.

I 6 peggiori abbagli della storia dell’arte

Chiunque desideri diventare un artista, prima ancora di prendere il pennello in mano, deve guardarsi allo specchio e liberarsi di uno dei fardelli più pesanti che gran parte delle persone si porta addosso: la paura del giudizio (altrui ovviamente). Eh già, perché a meno che non si voglia creare esclusivamente per il proprio piacere personale, prima o poi i lavori prodotti dovranno essere esposti e, inevitabilmente, sottoposti a critica.

D’altronde la storia dell’arte è anche la storia dei gusti delle varie epoche e quindi dei giudizi a essi legati. È la storia dei linguaggi che cambiano e degli artisti che lottano per far sì che diversi modi di esprimersi vengano capiti e quindi accettati. C’è stato però un periodo in cui questo scontro tra i gusti correnti e i nuovi linguaggi è diventato davvero aspro. I grandi cambiamenti sociali portati dalla Rivoluzione Francese si riflettono anche sul mondo dell’arte: aristocrazia e clero, le due grandi classi che fino ad allora avevano contribuito con il loro mecenatismo alla fioritura dell’arte, perdono i loro privilegi e anche il potere di influire su questo mondo. Gli artisti si trovano tutto a un tratto liberi di scegliere i propri soggetti e questo li mette davanti a un bivio: evitare ogni tipo di ricerca per proseguire sulla strada battuta in modo da essere apprezzati dai contemporanei oppure tentare di imporre la propria visione del mondo a rischio di rimanere incompresi e derisi.

È in questo periodo che si sono verificati i più grandi abbagli della storia dell’arte ed è proprio da allora che alcuni degli artisti più importanti e innovatori hanno subito critiche e giudizi negativi la cui erroneità si è palesata solo anni dopo. In questo articolo passerò in rassegna alcuni di questi colossali errori di giudizio.

Dagli impressionisti in poi, quando si sbaglia a giudicare un quadro

Sicuramente essere un critico non è mai stato semplice, ma se in passato bastava una grossa conoscenza della storia dell’arte e delle principali regole formali che la governavano per riuscire a dare un giudizio corretto su un’opera, una volta che queste regole furono abbattute, divenne sempre più difficile stabilire cosa fosse o non fosse arte.

Il mestiere del critico divenne quindi sempre più complicato e adatto solo a persone coraggiose, infatti dopo alcuni clamorosi abbagli di giudizio si assistette alla così detta “Sindrome di Van Gogh”: piuttosto che rischiare di lasciarsi scappare un astro nascente, in molti preferirono correre il rischio di fare madornali errori di sopravvalutazione e fu così che, mentre in passato molti geni furono derisi, da quel momento in poi tanti furbetti mediocri furono innalzati al ruolo di grandi artisti. Si giunse a questa paradossale situazione per colpa di alcune clamorose sviste e incomprensioni ormai passate alla storia. Errori di giudizio non solo da parte di insigni critici, ma anche da parte del pubblico, di galleristi, collezionisti e di colleghi pittori.

1. Manet, Le déjeuner sur l’herbe

Nel 1863 la giuria del Salon parigino boccia ben 3000 quadri. Tra questi viene scartato anche il dipinto di un giovane Edouard Manet - Le Déjeuner sur l'Herbeartista francese, Édouard Manet. La tela rappresenta due giovanotti borghesi in compagnia di due donne, una seduta vicino a loro completamente nuda e con lo sguardo fisso sull’osservatore, l’altra sullo sfondo, intenta a bagnarsi nel fiume. Il titolo dell’opera è Le déjeuner sur l’herbe e fu la protagonista in negativo del Salon des Refusés: fu la più criticata, quella che fece più scandalo.
Cosa veniva rimproverato all’artista?
Per prima cosa l’aver messo una donna nuda tra due uomini vestiti.
Ma la storia dell’arte è piena di quadri che hanno come soggetto donne nude!
È vero ma quelle donne erano dee o comunque soggetti mitologici o allegorici, quelle di Manet sono donne del suo tempo che si sono spogliate. Le prime rappresentavano un concetto astratto, quello del nudo, erano un pretesto per fare dell’erotismo, le seconde offendevano il moralismo dell’epoca.
Se questo non bastava la critica e il pubblico rimproveravano a Manet anche lo stile di pittura e la modalità di composizione. La prospettiva non rispettava le regole classiche e i colori, i colori!!! Delle chiazze sparse qua e là senza nessuna sfumatura e con fortissimi contrasti fra chiari e scuri. Una ignoranza infantile nel disegno dicevano loro… Forse un pochino si erano sbagliati.

2. Monet, Impression. Soleil levant

La carta da parati allo stato embrionale è più rifinita di questa marina.
Questo è ciò che scrisse il 15 aprile 1874 Louis Claude Monet - Impression soleil levantLeroy sulla rivista satirica “Le Charivari” dopo una visita alla prima mostra impressionista nello studio del fotografo Nadar in boulevard des Capucines 35. È solo un piccolissimo estratto di un articolo in cui il critico d’arte, fingendo di accompagnare un pittore accademico, stronca in toto la nuova pittura di questi giovani artisti. Nello specifico la suddetta frase è riferita al dipinto di Claude Monet intitolato Impression. Soleil levant e proprio dal titolo prende spunto per creare il suo sberleffo. Con il termine “impressione” infatti, nella Francia del secondo ottocento si indicava il primo stadio della lavorazione della carta da parati o, ancora peggio, la prima mano di imbiancatura alla pareti. Diciamo che paragonare un dipinto a una carta da partati e il lavoro di un artista a quello di un imbianchino non è proprio un complimento… E diciamo anche che forse un pochino si è sbagliato.

3. Giudizio di un collezionista dell’800 su Renoir

Ambroise Vollard, il leggendario mercante di quadri parigino, ricorda nelle sue memorie che quando Pierre-Auguste Renoir - Torse effet de soleilintorno alla fine dell’800 aveva offerto un nudo di Renoir a un grande collezionista per quattrocento franchi, si sentì rispondere: “Se ne avessi quattrocento da buttare via, comprerei questa tela per bruciarla davanti a lei nel caminetto, tale è la pena che provo nel vedere la firma di Renoir sotto un nudo così mal disegnato.” Chissà cosa avrebbe pensato oggi o anche solo qualche anno dopo questo egregio signore.

4. Divergenze fra colleghi

Erroneamente si pensa che impressionisti e compagni d’avventura fossero un gruppo unito e coeso. In realtà le divergenze tra alcuni di loro erano molto accentuate e nascevano spesso forti incomprensioni. Manet per esempio considerava Coubert uno zotico e di Cézanne diceva che era un muratore che dipingeva con la cazzuola. Apprezzava solo il lavoro di Monet, al quale un giorno disse: “Lei è molto amico di Renoir, dovrebbe consigliargli di dedicarsi a un altro mestiere. Lo vede anche lei, la pittura non è il suo forte!
Gli stessi Renoir e Cézanne, che erano gli artisti più liberi, non riuscirono a capire la pittura di Van Gogh e gli rimproveravano il suo “esotismo” paragonando la sua pittura a quella di un pazzo.

5. Marcel Duchamp, Il nudo che scende le scale

Quando il quadro fu presentato nel 1912 al Salon des Indépendants, venne rifiutato dalla commissione. In quegli anni, Marcel Duchamp - Nudo che scende le scalefra gli artisti avanguardisti, andavano per la maggiore le idee cubiste e il Nudo non era in linea con la tendenza ufficiale, anzi, fu considerato una presa in giro al movimento cubista. La cosa che più di tutto dava fastidio era il titolo “…pensavano fosse troppo letterario, ma lo prendevano per il verso sbagliato, quasi caricaturale. Un nudo non scende mai le scale, un nudo è sdraiato si sa. Nemmeno il loro piccolo tempio rivoluzionario riusciva a capire che un nudo poteva scendere le scale.” (Marcel Duchamp)
Un anno dopo il dipinto fu esposto a New York all’Armony Show, la grande Esposizione internazionale di arte moderna ideata per introdurre in un’America ancora troppo legata alla pittura accademica, le sperimentazioni delle avanguardie europee. Se a Parigi il quadro aveva suscitato l’indifferenza generale, negli Stati Uniti divenne la principale attrazione della manifestazione generando un grande scandalo. I giornali si sbizzarrirono con le prese in giro: “Esplosione in un deposito di tegole”, “Rozzo che scende le scale – metro all’ora di punta”. L’American Art News indirà addirittura un concorso offrendo dieci dollari alla migliore descrizione del quadro. Ancora una volta fu il titolo a fare scandalo, “Non si dipinge un nudo che scende le scale, è ridicolo. Un nudo deve essere rispettato. Ci fu anche un’offensiva sul piano religioso, puritano.

6. Quando si mette anche la politica

La cultura da noi è ancora in balia di un provincialismo ridicolo e fazioso.
Queste sono le parole di Palma Bucarelli, Alberto Burri - Grande saccostorica direttrice della Galleria d’arte moderna di Roma. Da dove arrivava questo sprezzante giudizio? Per ben due volte la prima donna italiana direttrice di un museo aveva dovuto difendere le sue scelte non solo di fronte alla stampa e ai critici, ma persino davanti alla politica italiana. Nel 1959, in occasione dell’esposizione del Grande Sacco di Alberto Burri, il senatore comunista Umberto Terracini porrà una questione in Parlamento: “Quale cifra è stata pagata dalla Galleria nazionale d’arte moderna per assicurarsi la proprietà della vecchia, sporca e sdrucita tela da imballaggio che sotto il titolo di Sacco Grande è stata messa in cornice da tale Alberto Burri e che figura attualmente nella sala dedicata ai nuovi acquisti di detta Galleria.

Merda d'artista - Piero ManzoniNel 1971 a far scandalo saranno invece le scatolette di Merda d’Arstista di Piero Manzoni e questa volta sarà il deputato democristiano Guido Bernardi a scagliarsi contro la Bucarelli e a portare la questione in Parlamento, con risvolti che sfiorano il ridicolo: “anche se inscatolata a tutela dell’igiene pubblica e frutto obbligato di una normale digestione, quali garanzie ha il pubblico circa la sua autenticità?

In entrambi i casi, la direttrice ne uscirà vincitrice e metterà a segno un punto a favore contro l’ignoranza e l’intromissione della politica nel mondo della cultura.

La storia dell’arte è il miglior critico di sempre

Non sono e non sono stati quindi solo i critici a sbagliare, ma anche giornalisti, collezionisti, pubblico, mercanti e gli artisti stessi. Se per questi ultimi comunque c’è sempre una giustificazione, giacché un vero artista potrebbe credere talmente tanto nel suo lavoro da non riuscire ad accettare un diverso modo di rappresentare la realtà, un discorso a parte lo meritano i politici. Voler piegare l’arte ai propri scopi occupando i luoghi della cultura per veicolare messaggi e soggetti tradizionali e retrogradi è un qualcosa che umilia il lavoro di un artista. È vero che l’arte fin dal Rinascimento è sempre stata al servizio del potere, ma è anche vero che i potenti mecenati del passato erano grandi conoscitori d’arte e il loro parere era coerente e preparato.

Oggi l’arte non fa più mondo ed è capitato che i politici abbiano cercato di imporre il proprio parere senza possedere la giusta conoscenza e il risultato è stato abbastanza ridicolo. Comunque sia è sempre giusto dare voce alle proprie opinioni, l’arte nasce anche per essere giudicata. D’altronde i gusti cambiano con il cambiare delle epoche, sbagliare è umano e alla fine la storia ci dirà sempre chi ha torto e chi ha ragione.

A te viene in mente qualche altro grande errore di valutazione di un’opera o del lavoro di un’artista? Ricordalo anche a noi nei commenti qui sotto.

In arte i barattoli più importanti non contengono colore

Se parlando d’arte ci si riferisce a dei “barattoli”, ci si aspetta di trovarsi di fronte a dei contenitori di latta in cui sono conservati i colori che l’artista utilizzerà per realizzare il suo lavoro. Infatti, soprattutto nell’epoca moderna, quando al posto dei colori ad olio alcuni artisti iniziarono ad usare smalti e vernici, questi oggetti cominciano a essere molto utilizzati. Si pensi ad esempio ai famosissimi barattoli che Jackson Pollock impugnava durante l’atto creativo, vera e propria lottaJackson Pollock a lavoro su un dipinto contro la tela. Sono così importanti da essere diventati un tutt’uno con l’artista stesso e per questo motivo sono stati inseriti ed esposti come fossero vere e proprie opere nella mostra “Alchimia di Jackson Pollock. Viaggio all’interno della materia.” alla Peggy Guggenheim Collection.

Eppure nell’intenzione di Pollock, opere d’arte quei barattoli non lo sono mai stati. Sono invece altri due gli artisti che ebbero la volontà di trasformare un semplice barattolo da mezzo o oggetto a vero e proprio soggetto di un’opera: l’americano Andy Warhol e l’italiano Piero Manzoni. Sono i loro i barattoli più importanti e famosi della storia dell’arte. Barattoli completamente diversi creati da due artisti che hanno tante divergenze ma anche tanti punti in comune. Andiamo a vedere quali sono.

Differenze e punti in comune fra gli artisti dei barattoli.

  1. Andy Warhol e Piero ManzoniIniziamo con un punto in comune: l’età. No i due non sono coetanei, ma sono nati comunque a pochi anni di distanza, Warhol nel 1928 e Manzoni nel 1933. Questo vuol dire che il loro ingresso nel mondo dell’arte è avvenuto più o meno nello stesso periodo, cioè qualche anno dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Entrambi avevano quindi alle loro spalle quella generazione di artisti che avendo vissuto e assistito agli orrori della guerra in prima persona esprimeva il proprio dolore e la propria angoscia attraverso una pittura fatta di gestualità e di lotta contro la tela, il cosiddetto Espressionismo Astratto. Negli Stati Uniti ci sono Pollock, Kline, De Kooning, in Europa Hans Hartung, Emilio Vedova, Emilio Scanavino e tanti altri. Sia Manzoni che Warhol fanno invece parte di quella nuova generazione che vuole lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra e guardare con speranza al futuro. Ed è qui che compare la prima differenza.
  2. Warhol è americano, figlio della nazione uscita dal conflitto da vera e propria trionfatrice e l’unica sul cui territorio non si è mai combattuto. L’Italia è al contrario un paese sconfitto e devastato nel fisico come nella mente. La guerra è entrata nelle strade e nelle case lasciando dietro di sé morte e distruzione. Due situazioni completamente diverse, eppure nonostante queste premesse è Warhol l’artista più tragico fra i due, mentre Manzoni, come vedremo più avanti, ha piena fiducia nell’arte e nella vita.
  3. Altra differenza: abbiamo detto che entrambi vogliono rompere con la tradizione e lasciarsi alle spalle l’Espressionismo Astratto. Ma mentre per Warhol il problema si risolve qui perché il movimento di Pollock e compagni è il primo e unico veramente americano, per Manzoni questo non basta. La tradizione italiana ed europea è innanzitutto figlia di una pittura figurativa ed è anche da questa che egli vuole prendere le distanze. Ecco allora che Manzoni va alla ricerca di un astrattismo nuovo mentre Warhol diventa padre di quello che sarà il primo movimento figurativo prettamente americano (anche se nato in Inghilterra), la Pop Art.
  4. Sia Warhol che Manzoni tecnicamente non sono dei grandi pittori. Il primo crea i suoi quadri utilizzando una tecnica meccanica, la serigrafia, il secondo realizza opere che sono sostanzialmente idee.  Entrambi sono però dei grandissimi artisti (se non dei veri e propri geni) ed entrambi abbandonano la pittura tradizionale: il motivo di questa scelta è però completamente diverso. Warhol ha capito che nella società moderna la pittura Marilyn Monroe di Andy Warholnon è più indispensabile e che per avere delle immagini ormai si può ricorrere a strumenti più veloci e precisi come la fotografia. Mentre un pittore del Rinascimento aveva bisogno del modello in carne ed ossa per dipingere, a Warhol per ritrarre Marilyn è sufficiente una sua fotografia (i suoi celebri ritratti della Monroe non sono altro che ritratti di una locandina del film Niagara. Warhol non ha mai incontrato Marilyn mentre Lisa Gherardini ha posato per Leonardo come Baldassarre Castiglione ha posato per Raffaello). La realtà perde completamente valore e non c’è alcuna differenza tra Marilyn, Elvis Presley, Mao, una lattina di Coca Cola o un barattolo di Zuppa Campbell’s. Nonostante i suoi quadri colorati e in apparenza pieni di gioia, per Warhol l’arte non conta più niente, è morta e la morte è tema costante delle sue opere. Per questo dicevo prima che Warhol è un artista tragico. Manzoni al contrario ha piena fiducia e amore nell’arte e la considera un tutt’uno con la vita: il corpo dell’artista infatti diventa fulcro centrale in molte delle sue opere. E qui si arriva ai famosi barattoli.
    Andy Warhol - Barattoli di zuppa Campbell's
  5. Abbiamo visto che Warhol dipinge i barattoli di Zuppa Campbell’s con la stessa lucidità e lo stesso distacco con cui ritrae Marilyn. Per lui i prodotti di massa rappresentano la democrazia sociale in quanto la Zuppa Campbell’s o la Coca Cola sono consumate dal barbone in mezzo alla strada come dal Presidente degli Stati Uniti. Per Manzoni i barattoli contenenti la Merda d’artista avevano tutt’altro significato (anche se si potrebbe fare lo stesso ragionamento di Warhol anche per il loro contenuto). Ho già parlato di come sia nata questa idea in questo articolo: Piero Manzoni: merda che artista! Riassumendo, Manzoni, dopo aver creato le sue scatolette, le mise in vendita al prezzo dell’oro. Oggi dopo cinquant’anni il loro valore è talmente aumentato che ha di gran lunga superato quello del metallo prezioso per eccellenza. Con questo Manzoni non ha dimostrato che la merda vale più dell’oro ma che è l’arte e qualsiasi cosa fa un artista a valere più dell’oro. È una riflessione sul ruolo dell’artista diametralmente opposta a quella di Warhol. Mentre quest’ultimo afferma che l’arte non ha più alcun valore, Manzoni stabilisce il primato dell’arte su tutto.
  6. Per quanto possa sembrare irriverente, il gesto di Manzoni non voleva essere affatto provocatorio: semplicemente dava all’arte lo stesso valore e la stessa importanza della vita stessa. Le opere colorate di Warhol che ammiccano al fruitore mettendogli davanti agli occhi immagini famigliari, nascondono invece sì una forte componente provocatoria: l’artista porta all’interno dei musei gli stessi oggetti che si trovano sugli scaffali di un supermercato dichiarando che l’arte deve essere consumata come qualsiasi altro prodotto commerciale.

Piero Manzoni e Andy Warhol diversi nell’arte, diversi nella fortuna

Piramide di barattoli di Merda d'artista di Piero ManzoniI due barattoli più famosi della storia dell’arte hanno quindi significati completamente diversi pur essendo nati nello stesso periodo. Ma, mentre le scatolette tragiche di Zuppa Campbell’s sono accettate e apprezzate ormai dalla maggioranza, le scatolette di Merda d’artista di Manzoni provocano ancora irritazione agli occhi di tanti amanti dell’arte. Eppure abbiamo visto che è l’italiano che con questa opera esalta il valore dell’arte, mentre al contrario l’americano glielo toglie, ponendola alla stregua di un qualunque prodotto commerciale. Nonostante ciò, colori e immagini familiari hanno sempre la meglio sulla merda, anche quando questa è il prodotto di un grande pensiero. In quanto al valore prettamente commerciale, anche in questo caso ha vinto nettamente Warhol, sebbene pure le scatolette di Manzoni si fanno ben pagare. Ma questo è più in linea con le intenzioni dei due artisti. L’italiano era infatti poco interessato al mercato mentre per Warhol, da vero americano, il business era uno degli aspetti fondamentali del suo lavoro: “Essere bravo negli affari è la forma d’arte più affascinante… fare soldi è un’arte, fare buoni affari è la migliore forma d’arte.

Ed è proprio qui che sta la divergenza tra i due: Manzoni criticava aspramente ciò che invece Warhol auspicava. Le scatolette erano state create dal Manzoni anche come una provocazione al mercato (al mercato, non al pubblico) che in quegli anni iniziava a essere sempre più influente e invasivo nel mondo dell’arte. La critica era rivolta al fatto che nel sistema dell’arte contemporanea la firma iniziava ad avere più importanza del valore intrinseco dell’opera. Il mercato accettava qualunque merda purché fosse in edizione limitata, numerata, firmata e garantita da un certificato di autenticità. Quello che per Manzoni era un aspetto aberrante del sistema, per Warhol assumeva invece una valenza positiva e fece di tutto per incentivarla.

Piero Manzoni e Andy Warhol vedono insomma la realtà in due modi completamente antitetici, nonostante questo hanno un’importante caratteristica in comune: entrambi avevano uno sguardo lucido, al limite del preveggente, sulla società a loro contemporanea. Avevano capito dove il mondo stava andando e hanno anticipato con il loro lavoro molte delle cose che sarebbero successe. Una su tutte? La vittoria dell’economia sull’arte. 

E tu cosa pensi di questo diverso modo di fare arte? Preferisci i barattoli di Zuppa Campbell’s di Andy Warhol o le scatolette di Merda d’Artista di Piero Manzoni? Diccelo qui nei commenti.

Piero Manzoni: merda che artista!

Piero Manzoni - Merda d'artistaNell’immaginario collettivo il nome di Piero Manzoni è associato alla sua opera più dissacrante, la Merda d’artista, che, insieme alla sua precocissima morte a neanche trent’anni, ne plasma la leggenda di personaggio bohémien, provocatore e scapestrato. La realtà in verità è completamente diversa. Secondo le testimonianze di chi l’ha conosciuto, Piero non si atteggiava da bohémien, né tanto meno era scapestrato né provocatore. Amava la polemica ma solo qualora fosse costruttiva e portasse a creare una nuova visione del mondo. Giacché, però, ormai siamo giunti a questo punto, non mi resta che partire dalla merda per cercare di descrivere la genialità di uno fra gli artisti più importanti del ventesimo secolo.

Le scatolette di Merda d’Artista

Una mattina del 1961, Piero Manzoni chiede alla sorella Elena di andare a comprare della carne in scatola. Dopodiché si chiude nel suo studio (bagno?) e, com’era solito fare, si mette a lavorare. Ciò che ne verrà fuori, sono le sue celeberrime novanta scatole di latta con l’etichetta che recita “Merda d’artista. Contenuto netto gr.30, conservata al naturale, prodotta e inscatolata nel maggio 1961“. L’idea che l’artista abbia messo le sue feci in scatola e le abbia vendute ha da sempre affascinato e scandalizzato il pubblico. Ma l’aspetto più importante di questa operazione concettuale oltre che artistica, non è tanto il contenuto vero o falso che sia delle scatolette, quanto il fatto che Manzoni le mise in vendita il 12 agosto di quello stesso anno presso la Galleria Pescetto di Albisola Marina a un prezzo che corrispondeva al valore corrente dell’oro,  ai tempi di 700 lire al grammo, quindi 21mila lire a scatola (un impiegato nel 1961 guadagnava all’incirca 60mila lire al mese). In pratica associò il simbolo stesso del valore, l’oro, all’idea massima di disvalore, la merda.

Ora, immaginatevi di tornare indietro in quella calda estate del 1961, di aver messo da parte qualche risparmio e di essere alla ricerca di un buon investimento magari per pagare in futuro l’università ai vostri figli. Cosa scegliereste di portarvi a casa, 30 grammi di oro o 30 grammi di merda di un giovane artista dal viso paffutello e dallo sguardo intelligente? Sono certo che in pochi avrebbero scelto le scatolette e in tanti si sarebbero mangiati poi le mani. Oggi, infatti, l’oro, dopo aver toccato un picco di 42 euro al grammo, è sceso a 30 euro al grammo. L’ultima scatoletta, passata in asta a Londra da Christie’s nel luglio 2012, è stata pagata 129mila euro*, il che vuol dire 4.300 euro al grammo. Fate voi i conti.

È una provocazione questa? Il risultato può sembrare sicuramente provocatorio ma certo non era nelle intenzioniPiero Manzoni - Fiato d'artista dell’artista. Con le scatolette Manzoni ha fotografato con 50 anni di anticipo ciò che stiamo vivendo adesso: la morte dell’arte e la vittoria dei soldi. Comunque il suo obiettivo, come scrive lui stesso, non era di provocare ma di dire cose nuove: “Non si tratta di dire diversamente le stesse cose ma di dire cose diverse.” Quest’opera si colloca all’interno di un percorso creativo che vede lo svolgersi di pratiche in cui il corpo dell’artista diventa centrale (pratiche che negli anni ’70 prenderanno sempre più piede). Basta pensare ai palloncini gonfiati con il suo fiato e alle uova con la sua impronta digitale, il massimo segno d’identità di un essere umano.

La poetica filosofico-concettuale di Piero Manzoni

Ma dov’è finita la manualità, voi mi chiederete? Dov’è la bellezza?
Manzoni non ha seguito studi artistici regolari. Si è iscritto a giurisprudenza per poi frequentare la facoltà di filosofia a Roma e ciò ha influenzato parecchio la sua opera artistica. È un pittore filosofo e la sua ricerca è filosofica e concettuale, tutta volta a un’idea alta dell’arte come processo mentale. L’opera è prima di tutto idea e solo in un secondo momento diventa anche corpo. Da qui l’identità totale dell’artista con la sua creazione. Non solo pensiero e mani che fanno, ma tutto il corpo che vive arte.

Ma come si è arrivati a questo punto? Nella Milano degli anni ’50 si respira un profondo bisogno di cambiamento. Gli artisti della generazione precedente avevano vissuto gli orrori della guerra in prima persona ed esprimevano la loro angoscia attraverso una pittura chiamata Informale che voleva essere grido, urlo e individualità. La nuova generazione, invece, vuole lasciarsi alle spalle il passato e guardare con fiducia agli aiuti economici che arrivavano dall’America e che accendevano la speranza verso un futuro di crescita e benessere. Si vuole rompere con la tradizione figurativa e allo stesso tempo andare verso un astrattismo nuovo. In quel clima Manzoni capisce che l’arte ha ancora tutta un’altra dimensione da esplorare: alle urla degli informali risponde con il silenzio dei suoi Achrome, alla dimensione finita della tela contrappone le sue linee che corrono lungo l’infinito, alla lotta del corpo con i colori, trasforma l’idea in corpo e il corpo in opera d’arte, all’unicità risponde con la serialità.

Piero ManzoniCome tutti i filosofi, Manzoni si è in continuazione posto domande che minavano alle base lo status quo esistente. Cos’è un quadro? Perché noi consideriamo quadro un quadro? Che cos’è il valore? Chi o che cosa stabilisce il valore di un quadro? Da cosa è dato il valore? Se fosse stato solamente filosofo, si sarebbe fermato alle domande e da esse ne avrebbe fatto nascere altre continuando così all’infinito. Essendo però anche un’artista, ecco che vediamo il Manzoni cercare le risposte e presentarcele davanti affinché anche noi, ragionando sulle sue opere, possiamo trovarle. E le risposte viaggiano tutte sulla via della smentita dei codici e delle regole di ciò che fino ad allora era definito arte.

Per tutta la storia dell’arte, il quadro è una superficie in cui l’artista ha cercato di ricreare l’illusione della realtà. C’è chi l’ha fatto attraverso il simbolismo, chi attraverso la prospettiva, chi scomponendo le figure o mischiando i colori. In ogni caso la tela rimaneva un supporto su cui rappresentare un qualcosa d’altro, un soggetto diverso. Gli achromes negano il quadro come lo si è sempre pensato. Come già con i tagli di Lucio Fontana, il quadro diventa oggetto in sé, è un’idea che si fa opera.

E qual è il suo valore? Semplicemente quello stabilito dall’autorità dell’artista che deve essere riconosciuta dal fruitore sulla base di un rapporto fiduciario. Se tu riconosci che io sono un artista e io dichiaro che questo palloncino pieno d’aria sia un’opera d’arte, allora posso stabilire un suo valore che non avrà nulla a che vedere con la qualità del materiale o con il pregio dell’oggetto, ma solamente con la tua adesione alla mia identità di autore.

È un po’ quello che fanno oggi le grandi griffe della moda e non solo. Perché siamo disposti a spendere fino a più di dieci volte tanto per un prodotto di Prada o Gucci o di qualsiasi altra grande marca, anche quando il suo valore reale non è così tanto superiore a quello di un prodotto senza brand? Cosa stiamo comprando in quel momento, un oggetto materiale o l’idea e la percezione che quell’oggetto ci offre? Piero Manzoni aveva capito dove stava andando la società e ha anticipato i tempi. Con un misto di ironia e di poesia ha messo davanti ai nostri occhi quello che siamo e che stiamo diventando. Non è questo uno dei principali compiti dell’arte?º…

Piero Manzoni: arte come vita e poesia

Sicuramente una delle opere più poetiche che l’artista ha creato è lo Soclé du Monde. Il principio è lo stesso del piedistallo creato per le modelle o gli amici dell’artista che vi salivano dopo essere stati autografati e certificati da Piero Manzoni - Lo socle du mondelui, diventando in questo modo opere d’arte viventi. In questo caso, però, il piedistallo è posto al contrario e la scritta risulta capovolta quindi richiede un certo sforzo di lettura. Ed è in questo attimo di riflessione che nasce la poesia, quando ti accorgi che non è il piedistallo a essere sottosopra ma siamo noi a essere a testa in giù e l’opera d’arte è il mondo stesso con tutto ciò che esso contiene quindi anche noi.

L’arte per Manzoni è un tutt’uno con l’esistenza è l’autore stesso che si fa opera. Prima ancora di Andy Warhol anche se in maniera diversa, ha dato a chiunque la possibilità di diventare un’opera d’arte e di vivere quindi i suoi famosi 15 minuti di celebrità. (Se ti interessa l’argomento, ho analizzato il rapporto fra le opere di Andy Warhol e di Piero Manzoni in questo articolo: In arte i barattoli più importanti non contengono colore).
Moltissime delle cose che nel mondo dell’arte sono successe negli ultimi cinquant’anni, sono state influenzate da lui e dalla sua opera.

Per approfondire l’argomento vi consiglio vivamente di leggere la biografia “Piero Manzoni. Vita d’artista” di Flaminio Gualdoni o, se preferite il video alla lettura, il documentario “Piero Manzoni artista”, ovviamente più sintetico ma ben fatto.

*Il 6 dicembre 2016 alla casa d’aste Il Ponte di Milano, la scatoletta n°69 ha fatto registrare un nuovo record di € 275.000.

Piero Manzoni torna a Milano!

I milanesi potranno anche lamentarsi dell’inquinamento, del traffico, del cielo sempre grigio e dell’assenza di piste ciclabili, ma certo non possono affermare di vivere in una città avara per quanto riguarda mostre ed esposizioni. Per gli amanti dell’arte c’è davvero l’imbarazzo della scelta e visto il poco tempo libero che la frenesiPiero Manzoni - Achromea del lavoro ci lascia, spesso decidere in quale museo passare il pomeriggio diventa difficile, soprattutto per chi, come me, deve mediare con i gusti di un’altra persona. Leggi tutto “Piero Manzoni torna a Milano!”