Picasso: questione di arte, questione di brand

Qual è l’artista più famoso e conosciuto di tutti i tempi? Qual è il nome che tutti, ma proprio tutti, riconoscono e associano immediatamente alla figura del pittore? Ho già scritto in un precedente articolo come Caravaggio sia l’artista più apprezzato dell’antichità e come la Monnalisa sia invece il quadro più famoso di sempre. Ma la fama di Leonardo è pari a quella della Gioconda? Oppure, se si chiedesse a 100 persone che non masticano niente di arte di indicare un pittore, uno solo, il nome che sentiremmo uscire dalla loro bocca sarà davvero “Caravaggio”?  No, non credo proprio.

Il più famoso artista di tutti i tempi, non è un pittore dell’antichità, ma della nostra epoca. Non lo si può più considerare contemporaneo semplicemente perché è vissuto e ha lavorato nel secolo passato, ma la sua influenza è ancora ben presente ai giorni nostri e la si sente soprattutto nelle aggiudicazioni delle aste serali di Christie’s e Sotheby’s.

Foto di un Picasso giovaneOvviamente sto parlando di Pablo Picasso, l’enfant prodige, l’inventore del cubismo, il genio dal carisma irresistibile e dal fascino magnetico. Uomo tanto seducente per chi lo conosceva appena, quanto crudele e spietato con le sue amanti. Pensaci un attimo. Se tuo figlio, o il tuo nipotino, dovesse farti vedere un suo disegno, per incoraggiarlo a quale pittore lo paragoneresti? Diresti per caso “Oh, guarda che bravo, dipingi meglio di Tiziano!”? Oppure “Sei più bravo di Michelangelo!”? O piuttosto il complimento che si sentirebbe dire è: “Sta a vedere che abbiamo davanti un nuovo Picasso!

La stessa cosa probabilmente succederebbe se dovessi prendere in giro un amico che ha appena tracciato uno schizzo su un foglietto di carta: “Eh, è arrivato Picasso!”. O sbaglio e per caso diresti: “Eh, è arrivato Raffaello!”. Forse qualcuno lo farebbe anche, ma la maggioranza di noi utilizzerebbe come termine di paragone sempre e solo l’artista spagnolo semplicemente perché è il pittore più conosciuto di sempre.

Picasso, tanto conosciuto quanto amato?

Il fatto che Picasso sia tanto conosciuto non vuol dire che sia anche tanto amato. Se mentre davanti a un dipinto di Leonardo anche chi è a digiuno di arte non potrebbe far altro che ammettere di trovarsi di fronte a un capolavoro, la stessa persona, davanti a un capolavoro di Picasso, molto probabilmente esclamerebbe indignata “Questo lo sapevo fare anch’io!” o tutt’al più “Mio figlio lo farebbe meglio!”.

Che poi Picasso non si offenderebbe neanche a sentirsi paragonato a un bambino dato che questo faceva parte della sua poetica: “Ci ho messo 4 anni per imparare a dipingere come Raffaello, mi ci è voluta una vita per imparare a dipingere come un bambino.

Ma se in pochi o comunque non tutti, possono apprezzare la sua arte, com’è possibile che Picasso sia diventato l’artista più famoso di sempre? Come ha fatto questo piccolo spagnolo a superare nella testa della gente la notorietà di giganti come Michelangelo, Leonardo, Caravaggio, Van Gogh?

Risposta: è tutta questione di brand. Anche in questo caso, che piaccia o no, si esula dai meriti storico artistici (che nel caso di Picasso sono davvero tanti) e si passa alla capacità di promuovere se stessi e la propria immagine. Picasso è stato un genio in quanto ad arte e un fenomeno in quanto a Personal Branding. Oggi molti artisti hanno capito la sua lezione e hanno imparato a promuovere la loro immagine. Il fatto è che lui lo ha fatto in un momento storico in cui non esistevano tutti i mezzi che abbiamo a nostra disposizione oggi. Come ha fatto? Lo spiega bene un libretto di Francesco Bonami intitolato “Con Picasso incasso. Il segreto dell’eterno successo dell’artista più famoso del mondo.” che vi consiglio di leggere e da cui ho preso alcune spunti per questo articolo.

Come ha fatto Picasso a diventare un brand  alla pari di CocaCola?

La firma di Picasso1. Innanzi tutto, come ogni brand, ha scelto un naming.

Penserete che sia impazzito ma non è così. Il vero nome di questo giovane spagnolo è: Pablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno Marìa de los Remedios Cipriano de la Santisima Trinidàd Ruiz y Annibali Picasso. Un po’ difficile che rimanga impresso, se non per la lunghezza. Allora lui decide di tenere solo il primo nome e il cognome della madre: Pablo Picasso suona molto meglio di Pablo Ruiz. Dopodiché inizia a firmarsi solo come Picasso e la sua firma diventa un vero e proprio logo, un marchio.

2. La sua produzione è smisurata.

Sembra abbia creato 50.000 opere di cui 1885 dipinti, 1228 sculture, 2880 ceramiche e 12.000 disegni. Per capire meglio l’esagerazione di queste cifre vi propongo un paragone con un altro artista vissuto nello stesso periodo e per tanti aspetti antitetico al pittore spagnolo anche e soprattutto per il modo di lavorare: Giorgio Morandi. Il bolognese in tutta la sua vita forse non è arrivato a produrre 2000 opere (quasi tutti capolavori) anche perché per ognuna di esse c’era dietro un lavoro certosino di studio della luce e di sistemazione delle bottiglie che rubava molto tempo. Picasso al contrario era tutto fuoco e furore. Quando doveva creare aggrediva la tela con tutta la furia che aveva addosso. Il suo è un rapporto fisico con il dipinto. Si racconta che Modigliani gli avesse regalato uno dei suoi migliori dipinti, ma un giorno Picasso, che sapeva chi era e chi sarebbe diventato Modi, rimasto senza tele, prese il quadro del pittore livornese e ci dipinse sopra.

Il punto è che con tutto questo materiale a disposizione è stato possibile e si potrà in futuro organizzare un numero elevatissimo di mostre ed esposizioni. È vero che non saranno tutti capolavori, ma vuoi che su 50.000 opere non ci siano comunque tanti quadri ben riusciti? E infatti il nome di Picasso è uno di quelli che si sente spesso in asta anche perché opere di livello di questo artista ne esistono parecchie e girano nel mercato.

3. È il primo a fare della propria immagine un’alleata e ad aver promosso il culto della propria personalità.

Picasso vestito da PopeyePosa a torso nudo e in mutande nel suo studio e fa il bullo in spiaggia a 70 anni suonati. Si fa immortalare prima da «Paris Match» con la sua tribù poi dalla cinepresa di Henri-Georges Clouzot per «Le Mystère Picasso» nel 1955 mentre dipinge su vetro. Philippe Dagen dice che «Alla corrida se lo contendono tutti; si fa fotografare con Gary Cooper, posa con la sua colt e il suo cappello, fa entrare Hollywood nel suo gioco. Tutto il contrario dell’artista maledetto e confinato nello studio. Ha un senso del pubblico molto superiore rispetto ai suoi contemporanei. È un tipo, Pablo, che fa le pubbliche relazioni di un artista chiamato Picasso; è tutto molto ben calcolato».

4. È riuscito a far parlare di sé, non solo per la sua arte.

Passò la maggior parte della sua vita nelle sua villa in Costa Azzurra, ben lontano da ogni avventura e dal clamore cittadino, eppure è riuscito a creare un personaggio che ha attirato tutta la curiosità del pubblico e dei media. Questo anche grazie alle sue tante avventure sentimentali, a volte sfociate in vere e proprie tragedie. Le sue amanti poi sono spesso diventate soggetto di alcune delle sue più celebri tele se non addirittura vere e proprie ossessioni come nel caso di Dora Maar.

5. Ha portato avanti un ottimo lavoro di public relation.

Sempre Philippe Dagen lo definisce un «pittore popolare» perché «Ha compreso il popolo e non ha perso occasione per dimostrarlo, ad esempio dipingendo “Guernica”. Non ha mai fatto della pittura borghese, a differenza di Matisse. I suoi legami con il Partito Comunista, le decine di migliaia di colombe della pace riprodotte ovunque, hanno fatto la loro parte».
Picasso ha usato la politica per accrescere la sua fama, come la politica (il Partito Comunista) ha usato lui per aumentareLa Colomba disegnata da Picasso come simbolo del movimento per la pace i consensi: era l’uomo giusto al posto giusto, l’esule (anche se poi esule non era visto che era in Francia per sua volontà) che si opponeva alla dittatura franchista. Il Partito Comunista francese gli chiede di fare un disegno come simbolo del movimento per la pace è Picasso traccia la sagoma di una colomba con nel becco un rametto. In pochissimo tempo la Colomba di Picasso compare sui muri di tutte le città d’Europa: è stata una vera e propria operazione di Brand Positioning. Ma in verità Picasso non è mai veramente stato interessato alla politica, aveva semplicemente capito quanto contasse fare public relation per la carriera di un artista e ai tempi il Partito Comunista offriva le migliori opportunità in questo senso.

Picasso, ben più di un semplice genio artistico

Picasso dipinge GuernicaOvviamente a tutto questo va unito il valore storico e culturale di Picasso artista. A differenza di Bonami io credo che Picasso sia un mattone fondamentale della storia dell’arte moderna, tolto lui cadrebbe l’intero castello. Con una sola opera, Les Demoiselles d’Avignon, Picasso ha mandato in frantumi 700 anni di Storia dell’Arte basata su terza dimensione illusoria e prospettiva.

È vero che nessuna sua opera sia più famosa dell’artista stesso come succede per altri artisti moderni e non. La Gioconda è più famosa di Leonardo, gli affreschi della Cappella Sistina sono più famosi di Michelangelo, anche l’Orinatoio probabilmente è più famoso di Duchamp stesso.

Per quanto famigerate possano essere Guernica e Les Demoiselles d’Avignon, nessuna delle due supera in fama la figura del loro creatore. Egli è talmente grande che fa ombra ai suoi più importanti capolavori. Tanto è vero che ormai “Picasso” da nome proprio è diventato un nome comune per indicare la figura del “pittore” per antonomasia.

È tanto grande da potersi permettere il lusso di rifiutarsi di presentarsi alle inaugurazioni delle mostre personali a lui dedicate: successe a Milano quando l’artista non si presentò all’apertura della sua personale del ’53 a Palazzo Reale (pensate che era presente anche il Presidente della Repubblica di allora) e addirittura quando preferì stare nella sua villa in Costa Azzurra piuttosto che affrontare un lungo viaggio per assistere all’inaugurazione della retrospettiva che il MoMa gli dedicava. Quale artista di oggi potrebbe permettersi un lusso del genere? Credo, anzi sono sicuro, proprio nessuno. Segno dei tempi che cambiano: oggi l’arte non fa più mondo e sono passati gli anni in cui aveva il potere di influenzare le masse.

 

“Il ciclo di Arhat” di Takashi Murakami al Palazzo Reale di Milano

Takashi MurakamiDopo Kandinsky e Klimt e prima di Chagall e di Van Gogh, Palazzo Reale di Milano con la mostra “Il ciclo di Arhat” di Takashi Murakami, ospita finalmente un grande dei giorni nostri, anche se lo fa a bassa voce e di sfuggita, dal 24 luglio al 7 settembre, approfittando delle vacanze e di una città quasi vuota, come se non volesse arrecare alcun disturbo ai milanesi.

All’esposizione ci sono stato questo pomeriggio e posso assicurare che sono stati i 5 euro meglio spesi negli ultimi tempi, sarà anche perché ho un debole per tutti quegli artisti che creano con la loro immaginazione un mondo fantastico e lo riempiono di personaggi straordinari e improbabili ma allo stesso tempo fortemente comunicativi. Penso per esempio a Chagall, del quale aspetto con ansia la mostra di settembre, oppure agli acquerelli e alle ceramiche di un grande maestro come Luigi Ontani, ancora poco valorizzato in Italia.

E poi c’è Takashi Murakami, forse insieme a Yayoi Kusama, il più importante artista giapponese contemporaneo e sicuramente il più quotato visto che la sua opera “My Lonesome Cowboy” nel 2008 è stata battuta a New York da Sotheby’s per 15,2 milioni di dollari. Il mondo di Murakami è sempre stato popolato da fiori umanizzati, animali ibridi e strambi, personaggi che sembrano appena usciti da un fumetto manga, un mondo che deriva dalla tradizionale cultura giapponese e si riallaccia alla storia dell’arte moderna occidentale.Takashi Murakami - Il ciclo di Arhat

Tutto giapponese è invece il mondo che si apre davanti ai nostri occhi nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale. Protagonisti assoluti sono gli “Arhat” che secondo la tradizione buddista sono persone che hanno percorso lo stesso cammino di un Buddha raggiungendo così il Nirvana. E si rimane affascinati ad osservare sulle quattro tele enormi questi vecchi definiti Santi, illuminati, ma che dalle espressioni dei loro volti o dai loro atteggiamenti tutto comunicano fuorché saggezza. Sembra quasi che il Nirvana sia per l’artista una viaggio dentro e oltre la follia, in un limbo psichedelico pieno di colori e di simboli tanto affascinanti quanto di difficile interpretazione, almeno per noi occidentali. Cosa sta a significare per esempio l’albero che esce dalla testa della pecora in una delle tele gigantesche o dalla testa dell’autoritratto dell’artista stesso in un altro dipinto?

Si potrebbe stare ore davanti a queste tele e non si finirebbe di cogliere particolari nuovi e interessanti. L’occhio si perde se lasciato scorrere libero sugli sfondi, creati ogni volta con fantasie diverse, vuoi con pallini che vanno a formare raggi colorati, o triangolini che sfumano e prendono i colori dai personaggi che sfiorano. Poi ci sono i teschi, che tutto sembrano fuorché simboli di morte.
Takashi Murakami - Il ciclo di ArhatEccezionali sono le decorazioni dei kimoni e delle vesti dei giganti che sovrastano le tele: sembrano quadri nei quadri e ci aprono le porte verso mondi altri e paralleli.

Insomma un Takashi Murakami diverso e forse più profondo è quello che ci viene presentato da Francesco Bonami a Palazzo Reale. Un artista che si confronta con il disastro provocato dal terremoto e dallo tsunami di Fukushima del 2011 che ha scosso e cambiato il popolo giaponese e di conseguenza l’arte di Murakami.

Chagall e Van Gogh aprono la stagione 2014/2015 al Palazzo Reale di Milano

Marc Chagall - Over the townDue grandi nomi dell’arte internazionale apriranno la stagione 2014/2015 a Milano: Marc Chagall e Vincent Van Gogh. Importantissimi e indiscussi maestri del colore, i due saranno i protagonisti di una doppia retrospettiva a Palazzo Reale di Milano.

Aprirà le danze dal 17 settembre 2014 al 18 gennaio 2015, Marc Chagall, eclettico maestro russo esponente originale del Modernismo del Novecento. Ha vissuto infatti nella Parigi delle Avanguardie e, pur prendendo spunto sia dall’Impressionismo che dal Cubismo, se ne discostò in fretta, creando uno stile unico e ben riconoscibile. La sua arte deriva da quella delle icone della tradizione russa e in tutto il suo lavoro è sempre presente un forte contenuto simbolico e un sapore fiabesco misto a ricordi d’infanzia. I tagli geometrici semplificati, le scomposizioni e l’uso dei colori come forme che spesso si mescolano e contrastano tra loro, fanno di lui il pittore degli stati d’animo, delle metafore e delle invenzioni fantastiche.

Van Gogh sarà invece protagonista dal 18 ottobre 2014 all’8 marzo e posso già immaginare le interminabili code che si formeranno davanti Palazzo Reale. Come David Beckham negli anni al Milan è riuscito a riempire lo stadio Vincent Van Gogh(e soprattutto il primo anello) di donne entusiaste, per le quali il calcio era stato fino ad allora solo un’attività utile a tenere i figli in un qualche modo occupati mentre loro preparavano da mangiare, così Vincent Van Gogh è uno di quei nomi che riesce ad avvicinare ad un museo anche chi di arte ne ha sentito parlare solo qualche volta distrattamente dalla professoressa di italiano alle superiori.

Le opere delle due mostre provengono tutte da importanti musei o collezioni private e comprenderanno l’intero percorso storico per entrambi gli artisti. Due eventi eccezionali per importanza che si sfideranno a suon di visitatori. Chi vincerà la sfida? Il maestro dal colore dolce e delicato o l’artista che con il colore esprimeva tutta la sua energia quasi in una lotta senza tregua?

Quale sia fra i due quello che preferisco penso si sia già capito. Vi consiglio comunque di guardare questo breve e bellissimo video prodotto da RaiArte per avere la certezza della risposta. GUARDA IL VIDEO.

 

Lo “Strappamanifesti” da Catanzaro

Strade di Roma nel dopoguerraInizio anni ’50, la grande guerra non è finita da molto e il ricordo della tragedia stenta a svanire nella mente di chi quella brutta avventura l’ha vissuta in prima persona. Roma è una città che si lecca le ferite e che cerca di ripartire soprattutto grazie agli aiuti provenienti dal Piano Marshall.

Un uomo cammina solo per le strade della città. Una nota di tristezza vela il suo sguardo e i suoi atteggiamenti, il modo in cui muove il corpo, tradiscono un profonda insoddisfazione. È un giovane artista che dopo gli inizi figurativi, ha cominciato a dipingere opere astratto-geometriche che non hanno riscosso il favore della critica ma che comunque lo hanno portato a esporre prima a Parigi e poi a Kansas City, dove si è recato grazie alla vittoria di una borsa di studio.

Negli Stati Uniti è entrato in contatto con alcuni di quegli artisti e con quei movimenti che hanno fatto sì che New York prendesse il posto di Parigi assumendo il ruolo di primo piano nel panorama culturale mondiale. Sto parlando di Robert RauschenbergOldenburgTwomblyJackson Pollock e Yves Klein.

Sono stati forse questi incontri che hanno fatto nascere in lui la convinzione che in arte non ci sia più niente di nuovo da fare e così è caduto in una crisi profonda e ormai sono due anni che non tocca più una tela.

Ora girovaga per le strade della capitale che si sta risvegliando alle prime luci del sole. Per quanto abbia abbandonato la pittura, l’arte rimane sempre nei suoi pensieri forse anche perché Roma, da questo punto di vista, è una città in pieno fermento. Vi vivono celebrità del calibro di Renato Guttuso e Giorgio De Chirico, un rappresentante del nuovo ma comunque già affermato come Alberto Burri, e poi ci sono i giovani ribelli nati e formatisi col Gruppo Forma 1 che, anche se il gruppo è ormai sciolto, portano avanti ognuno la propria riceDecollage di Mimmo rotellarca con discreto successo. Se è vero che il primo amore non si scorda mai, come si fa a non pensare all’arte in un clima del genere e in una città come Roma che di arte, antica e moderna, è pregna fino all’ultima via?

I segni del disastro sono ancora ben visibili per le strade, Domenico, questo è il nome dell’ex-artista, nota il contrasto tra le rovine e le ferite ancora lacerate sulla pelle della città e il nuovo che avanza. Roma sta crescendo, cantieri sono aperti in ogni angolo, la popolazione è in aumento e nell’aria si respira un clima di speranza e di fiducia verso l’opera di ricostruzione. Roma è soprattutto una città innamorata dell’America e che dall’America sta importando il Boom economico. Con lui i iniziano ad arrivare i primi simboli del consumismo, dalle automobili sempre più diffuse, alle lavatrici, ai frigoriferi e soprattutto ai televisori grazie ai quali le immagini irrompono nelle case degli italiani. Sono sempre immagini quelle che interrompono qua e là il grigiore della città: i muri la sera prima vuoti, sporchi e tristi, il mattino si riempiono di luce e colori grazie ai cartelloni pubblicitari che del nuovo in arrivo sono ciò che c’è di più rappresentativo.

Mimmo, così lo chiamano gli amici, è attratto da questi manifesti, da quelle figure e quegli slogan che ipnotizzano l’occhio e lo attirano a sé. Sente e intuisce che hanno una forza comunicativa eccezionale, che sono il simbolo dei desideri, delle aspettative e di tutto ciò che in quegli anni si vuole essere e avere: lasciarsi alle spalle i ricordi della guerra per costruire una vita leggera e spensierata, piena di colori e sorrisi, in cui a tutti è permesso di sognare e di sperare in un futuro migliore. Rappresentano il sogno americano che si è fatto concreto ed è sbarcato in Italia.

Mimmo RotellaÈ un’illuminazione Zen: si avvicina al muro afferra un angolo del manifesto e lo solleva. Poi si accorge che altre persone erano ferme con lui a guardare quei quadri appesi alle pareti della città. Forse è meglio tornare di sera, non c’è fretta, ormai un nuovo linguaggio artistico è nato nella sua testa.

È questa, più o meno, la genesi della tecnica del décollage, e l’inizio del percorso artistico di Mimmo Rotella, uno dei più importanti artisti italiani del dopoguerra. Un percorso artistico descritto a ritroso da Germano Celant nella mostra “Mimmo Rotella. Décollages e retro d’affiches” allestita in questi giorni a Palazzo Reale di Milano.

Sono presenti opere che vanno dal 1953 al 1964 e che toccano quindi tutti i suoi modi di lavorare e modulare i poster strappati dai muri urbani. All’inizio è interessato all’aspetto materico del cartellone e alla forma che esso assume al contatto con la tela grezza (forse influenzato dall’opera degli informali europei Fautrier e Dubuffet e dallo stesso Burri). Nasce in questo periodo l’altra tecnica che lo caratterizzerà, il retro d’affiches, con la quale l’artista include nell’opera elementi esterni come tracce di ruggine, pezzi di intonaco, colle e muffe trascinati via e rimasti impigliati nella parte retrostante del manifesto.Mimmo Rotella Marilyn Monroe

Altra sperimentazione è la costruzione di un immaginario astratto: i manifesti strappati vengono ritagliati, assemblati e accostati sulla tela, per poi essere lacerati una seconda volta con un raschietto o un pennello.

Verso la fine degli anni cinquanta infine, il suo linguaggio viene influenzato dall’iconografia pubblicitaria e nelle sue opere cominciano a comparire personaggi e oggetti creati ad hoc dal mondo delle sponsorizzazioni. Le sue opere assumono sempre più un carattere iconico e in un periodo in cui cinecittà è in pieno sviluppo, le star del cinema iniziano a entrare nei sui dipinti e il dettaglio figurativo diventa sempre più importante. Ma a questo punto ci stiamo avvicinando agli anni ’60 e l’influenza della Pop Art americana è ormai sempre più forte.

 

 

Guide speciali e gratuite alla mostra di Bernardino Luini

Bernardino Luini - Madonna del rosetoQuante volte in un museo avete provato a infilarvi con tutta la nonchalance di cui siete stati capaci tra le comitive di visitatori accompagnati da una guida, magari facendo finta di osservare fino all’ultimo dettaglio il quadro di fianco a quello erano fermi loro ma tendendo bene l’orecchio alla spiegazione del cicerone? Ammetto io l’ho fatto…

Niente di male, ma dal 5 maggio per una settimana, alla mostra “Bernardo Luini e i suoi figli” non sarà più necessario nascondersi e rubare qualche spiegazione qua e là.
Una trentina di studenti della Statale, fra i venti e i trent’anni, si divideranno a turni per fare da ciceroni alle visite guidate che partiranno ogni mezz’ora all’interno del museo. Non è necessaria la prenotazione, il servizio è offerto dall’ateneo quindi completamente gratuito, ma non per questo meno valido, anzi…
I ragazzi hanno tutti collaborato per un anno intero con i curatori dell’esposizione, che sono poi i loro professori, quindi chi meglio di loro potrà raccontare ai visitatori il Luini?

Finalmente una bellissima opportunità per questi ragazzi e un’occasione davvero ottima per chi vorrà incontrare e affrontare più approfonditamente un grande artista del rinascimento ancora poco conosciuto rispetto ad alcuni suoi contemporanei.

 

Piero Manzoni torna a Milano!

I milanesi potranno anche lamentarsi dell’inquinamento, del traffico, del cielo sempre grigio e dell’assenza di piste ciclabili, ma certo non possono affermare di vivere in una città avara per quanto riguarda mostre ed esposizioni. Per gli amanti dell’arte c’è davvero l’imbarazzo della scelta e visto il poco tempo libero che la frenesiPiero Manzoni - Achromea del lavoro ci lascia, spesso decidere in quale museo passare il pomeriggio diventa difficile, soprattutto per chi, come me, deve mediare con i gusti di un’altra persona. Leggi tutto “Piero Manzoni torna a Milano!”