Da Christo a Leonardo, cosa pretendiamo oggi dall’arte?

Ormai tutte le strutture di The Floating Piers sono state smontate e, come per tutti i lavori di Christo e Jeanne-Claude, niente più rimane se non i progetti e le foto dell’opera nei suoi sedici giorni di vita.

Un selfie sulla passerella di Christo e Jeanne-Claude, me lo sono fatto anch'io (Nicola Stoia)In una di quelle calde giornate fra giugno e luglio ho camminato anch’io su quel gran tappeto arancione che l’artista aveva disteso sulle acque del Lago Iseo, ma non ho scritto né pubblicato niente a proposito.

È stata, a mio parere, un’esperienza intensa ma ho preferito non parlarne per tre motivi: primo, perché è stato detto di tutto e di più, a volte anche a sproposito, quindi mi è parso che ci fosse ben poco da aggiungere. Secondo perché purtroppo ho sempre meno tempo da dedicare al blog. Terzo perché cosa si può dire di un’opera che è stata creata per essere calpesta, toccata e soprattutto vissuta intimamente e in tutta la sua pienezza? Poco da scrivere, molto da vivere.

Allora perché parlarne adesso a quasi due mesi dalla sua “chiusura”?

Per 3 motivi:

  1. Sono tornato sul Lago d’Iseo
  2. Sono stato in Piazza Duomo
  3. Ho visitato il Cenacolo Vinciano

Elencati così, possono sembrare eventi che nulla spiegano del mio silenzio di allora e tanto meno della voglia di parlarne di ora e invece sono stati proprio questi tre piccoli avvenimenti ad avermi dato lo spunto per delle piccole riflessioni.

Ma partiamo dall’opera e soprattutto dai suoi numeri.

“The Floating Piers”, l’arte torna in passerella

Un articolo di Artribune ha elencato i numeri record dell’installazione di Christo.

Riporto qui i più interessanti:

  • 1.200.000: visitatori totaliLa passerella sul Lago di Iseo
  • 72.000: media giornaliera dei visitatori
  • 46: anni trascorsi dal 1970, anno in cui Christo e Jeanne-Claude concepirono l’opera
  • 18.000.000: costo in euro di The Floating Piers, interamente finanziato da Christo
  • 1.500.000: quota del costo totale in euro corrisposta da Christo a comuni ospitanti e Regione Lombardia per i servizi di pubblica utilità
  • 1.000: persone assunte e pagate da The Floating Piers

Numeri eccezionali senza alcun dubbio, che danno a The Floating Piers la palma d’oro per l’evento artistico di maggior successo di pubblico nella storia italiana.

Dovremmo essere tutti fieri e contenti e invece, come spesso succede quando si tratta di arte contemporanea, sono scoppiate le polemiche: è arte non è arte, è un furbacchione è un vero genio, è solo una trovata turistica, tutto per arricchire le tasche già piene dell’artista a spese nostre e via dicendo.

Alcune polemiche legittimissime, altre superficiali, ma cerchiamo di capire chi sia Christo e perché invece di dipingere madonnine e gente in croce si mette a costruire ponti.

Da dove nasce il ponte sul Lago d’Iseo.

Partiamo innanzitutto col chiarire 3 equivoci:

  1. Il duo artistico Christo e Jeanne-ClaudeSebbene sia riuscito a far camminare milioni di persone sulle acque, il nome dell’artista non è Crìsto, come spesso ho sentito erroneamente pronunciare. La dizione corretta è Cristò, con l’accento quindi sulla o e non sulla i.
  2. Quando parliamo di Christo non parliamo di una persona ma di un sodalizio artistico, un progetto composto da Christo e sua moglie Jeanne-Claude, coppia nella vita e nel lavoro. Jeanne-Claude ci ha lasciati qualche anno fa, nel 2009. Ho già parlato della loro storia nell’articolo Arte e amore: storie di sesso e passione fra artisti (seconda parte), occupiamoci qui per tanto solamente della loro poetica.
  3. Christo non è un perditempo che ha inventato la trovata dell’imballaggio perché in possesso di nessuna capacità artistica. Christo è un eccezionale disegnatore, lo dimostrano i progetti per le sue installazioni, tutti realizzati a mano da lui, e i suoi lavori giovanili di cui possiamo ammirare tre esempi qui sotto.

Detto questo possiamo contestualizzare il lavoro di questa coppia unica nel mondo dell’arte.

Siamo negli anni ’60, anni di piena contestazione. Pensiamo a tutti i fenomeni socio-culturali e ai movimenti di massa che prendono forma in quel periodo e sfoceranno definitivamente nel decennio successivo: movimenti giovanili nati all’interno delle università, quello operaio sorto invece nelle fabbriche e i vari movimenti femministi che chiedevano maggiori diritti per le donne.

Il comune denominatore era la contestazione e la messa in discussione di tutto ciò che rappresentava l’ordine prestabilito. Non stiamo ad approfondire le ragioni, i motivi e le radici delle proteste, a noi basta sapere che tutto ciò che era tradizione veniva additato come vecchio, desueto e simbolo di un potere che si voleva scardinare.

Cade il valore della famiglia, si predica e pratica il sesso libero, si chiedono nuovi diritti per i lavoratori, cambia la musica e le rock star diventano il simbolo più grande di questa trasgressione.

E nel mondo dell’arte? I giovani artisti ovviamente respirano nell’aria tutto questo fermento e, per certi versi, lo anticipano. In molti sono in prima fila nei movimenti di protesta e partecipano attivamente alle discussioni culturali e politiche legate alle nuove idee.

Anche loro contestano l’ordine prestabilito e cosa rappresenta meglio di tutti la tradizione nel mondo dell’arte? Tela, colori e pennello.Studenti in una contestazione nel '68

I giovani artisti mettono da parte il cavalletto e iniziano a sperimentare mezzi e strumenti diversi di fare arte: fotografia, video, performance, oggetti presi dalla vita reale, utilizzo del corpo.
In quel periodo se un artista tentava di presentare i propri dipinti a un gallerista, non veniva neanche fatto entrare: la pittura non funzionava più, non vendeva, era morta.

È in questo contesto che muovono i primi passi nel mondo dell’arte i nostri Christo e Jeanne-Claude e, sintetizzando molto la loro storia, possiamo più precisamente collocarli all’interno di un movimento chiamato Land Art, nato negli Stati Uniti d’America tra il 1967 e il 1968 e caratterizzato dall’intervento diretto dell’artista sul paesaggio: la terra da soggetto diviene oggetto dell’arte, diventa la tela su cui dipingere.

Christo e Jeanne-Claude, quando l’arte è davvero contemporanea.

Visto dall’alto, “The Floating Piers” può proprio sembrare il segno lasciato da un pennello gigante su una enorme tela, il territorio naturale delineato dal Lago d’Iseo.

Una veduta della passerella di Christo e Jeanne-ClaudeSu questo segno hanno passeggiato quasi ininterrottamente per 16 giorni più di un milione di persone, ma l’importanza dell’opera di Christo non è stato il far camminare sull’acqua la gente, quello è il significato che persone per nulla interessate all’arte hanno dato (ed è del tutto legittimo).

Il messaggio di tutto il lavoro di questa coppia di artisti, che dall’inizio degli anni ’60 ha iniziato a impacchettare piccoli oggetti per poi arrivare a realizzare progetti monumentali, è quello di “svelare coprendo“.

La società moderna soffre di diversi tipi di inquinamento. Quello ambientale, quello atmosferico e quello acustico sono inquinamenti che bene o male tutti conosciamo e di cui ci rendiamo conto. Esiste poi un altro tipo di inquinamento, più subdolo e che agisce alle nostre spalle quasi senza che noi ce ne accorgessimo. Ne abbiamo una percezione così bassa che non ha ancora ricevuto un nome preciso: è l’inquinamento visivo, quello da immagini.

Oggi siamo talmente bombardati da immagini in ogni ora della giornata, da quando ci svegliamo a poco prima di addormentarci, che abbiamo perso la capacità di guardare. Giornali, televisioni, cartelli pubblicitari, insegne luminose, display di ogni tipo. Il nostro cervello è continuamente colpito da stimoli visivi e ha dovuto imparare a non prestare più alcuna attenzione a molti di essi.

Purtroppo però, spesso vengono celati alla nostra consapevolezza immagini di altissimo valore. Camminiamo infatti a testa bassa o con gli occhi fissi sul telefonino e non ci accorgiamo delle vere bellezze che ci circondano.Il Pont Neuf di impacchettato da Christo e Jeanne-Claude

Allora Christo la copre: copre il Pont Neuf e i parigini si svegliano la mattina e, per la prima volta dopo parecchi anni, sono scossi nella loro routine quotidiana. Finalmente si rendono conto del capolavoro che calpestano ogni giorno per andare a lavoro.

La stessa cosa è accaduta con il Reichstag di Berlino o con il Monumento a Vittorio Emanuele II in Piazza Duomo a Milano. Ecco che entra in scena uno degli avvenimenti che mi ha dato da pensare: ho accompagnato qualche giorno fa una coppia di amici Messicani in vacanza a Milano, in giro a vedere la città. Ovviamente una delle tappe è stata Piazza Duomo.

Bene, sono stato a osservarli per tutti i quasi trenta minuti che ci siamo fermati a godere della bellezza della piazza e posso affermare che in pratica non hanno degnato il monumento equestre quasi neanche di uno sguardo e come loro quasi tutte le migliaia di persone che erano nella piazza. Lo splendore immenso del Duomo lo sovrasta totalmente e in pochi si accorgono di questa statua Il monumento a Vittorio Emanuele II impacchettato da Christo e Jeanne-Claudeche è per lo più utilizzata come panchina.

Eppure sempre di arte si tratta. Allora Christo e Jeanne-Claude, per renderle giustizia, nel novembre del 1970 la impacchettano e finalmente i milanesi si accorgono della sua presenza.

È un po’ come quando, dopo tanti anni di innamoramento la routine viene improvvisamente scardinata dalla decisione di uno dei membri della coppia, di rompere il rapporto per assoluta mancanza di attenzione da parte del compagno o della compagna.

Per uno strano scherzo della personalità umana, solo in quel momento l’abbandonato si rende conto di quanto ami la persona che si ha appena perso o che si sta per perdere.

In quella mattina di novembre i milanesi si accorsero di quanto avevano nel cuore la statua del Re a cavallo e, indignati, ottennero la rimozione del telo dopo soli due giorni.

L’impacchettamento aveva riportato l’attenzione su un monumento praticamente dimenticato.

Con il “Floating piers” è successa la stessa cosa: Christo ha aperto gli occhi del mondo su un luogo incantato che non tutti conoscono e che pochi visitano.

Prima polemica: un’opera fine a se stessa

L’opera di Christo ha avuto un enorme successo e, come spesso succede, dove c’è tanto clamore, nascono anche tante polemiche.

Una delle tante micce è stata accesa da Vittorio Sgarbi che in un video pubblicato su Facebook ha etichettato la passerella con il termine di “sega”. La critica non era rivolta né all’artista né all’opera, quanto all’interpretazione di quest’ultima da parte del pubblico e, soprattutto, degli organizzatori, in special modo di Beretta, uno dei maggiori finanziatori del progetto.

L’accusa è quella di non aver saputo sfruttare il richiamo della passerella per far conoscere realmente ai visitatori le meraviglie di quei luoghi incantati.

In effetti, da questo punto di vista non si può dargli torto.
Sono tornato qualche giorno dopo Ferragosto in quei luoghi e, partendo da Marone ho fatto il giro del lago in Vespa, fermandomi a Lovere e a Sarnico. Con tutta la mia buona volontà, sono riuscito a visitare ben poco di questi paesi in quanto dalle 12 alle 15, con i turisti che giravano per le stradine del paese alla ricerca di incanti da visitare, i principali musei e luoghi di interesse culturale erano chiusi al pubblico.

Gli abitanti di Lovere mi hanno rivelato che la politica del comune è quella di spingere tutti i turisti verso il lungo lago, mentre al centro storico non è data alcuna importanza.

Una veduta del Lago d'Iseo

Quindi, un artista contemporaneo, uno di quelli che fanno arte che non è arte, riesce con una sua opera che poi non è vera arte, a portare sotto i riflettori del mondo dei luoghi pieni di vera arte e che con le loro sole forze non sarebbero mai riusciti ad attirare così tanto turismo, e come rispondono i custodi della vera arte, quella delle chiese e degli affreschi rinascimentali?

Fanno di tutto per non agevolare la visita dei turisti. Si disprezza quest’arte nuova, che non ha niente a che vedere con la nostra grande tradizione e ci si vanta del grandioso patrimonio culturale italiano per poi tenerlo chiuso e lontano dagli occhi del mondo.

Come mi ha fatto notare un’amica, non è solo un problema di politica, ma di mentalità. Nei giorni dell’installazione di Christo, un ristoratore le ha detto: “Speriamo che finisca presto, non se ne può più di tutta questa gente.
Alla faccia dei lauti incassi e del rilancio, anche economico, di quei luoghi.

Nei prossimi anni “The Floating Piers”, e di conseguenza il Lago d’Iseo, sarà inserito e citato in molti libri di storia dell’arte in quanto Christo è un artista storicizzato. Questo probabilmente attirerà la curiosità di molti di quei lettori che sfogliando le pagine rimarranno affascinati dalle immagini di quei luoghi e chissà che nel loro prossimo viaggio in Italia non aggiungano una tappa proprio lì.

Spero per loro che troveranno paesi pronti ad accoglierli degnamente.

Seconda polemica: troppa gente, non è arte

Tutta quella gente, è una trovata pubblicitaria, non è certo arte!

Questa è la critica più diffusa che ha investito in pieno la passarella arancione, già di suo ondeggiante.

Passerella sul lago d'Iseo

La cosa curiosa è che è arrivata da sponde completamente opposte: l’hanno gridata ad alta voce i custodi del tempio elitario dell’arte, quelli che vogliono che la cultura rimanga un bene prezioso per pochi eletti, in modo da poterla sfoggiare quando serve per difendere la loro posizione di superiorità rispetto alla massa grezza e incolta. Sinceramente questa opinione può essere non condivisibile, ma, dal loro punto di vista, è comprensibile.

Ciò che faccio invece più fatica a capire, è la posizione di chi fino a l’altro ieri accusava l’arte contemporanea di essere troppo elitaria, celebrale e lontana dalla gente.

Oggi che finalmente un artista ha attirato con un’opera d’arte più di un milione di persone, tutti, come ha scritto Carlo Vanoni in una sua nota su Facebook, a “denigrare un pubblico così vasto che solo nei concerti e nelle partite di calcio”.

In poche parole quelli che vogliono un’arte democratica, non accettano però che questo loro ideale possa portare davanti a un’opera quelle stesse persone che affollano la domenica un centro commerciale, che s’incazzano per un rigore sbagliato o che fanno la fila fuori dai negozi per comperare il nuovo modello di iPhone.

Se l’arte si deve avvicinare alla gente, non può certo mettersi a fare selezione all’ingresso.

Ragionare in questa maniera è un po’ come esaltare la democrazia e poi dare dell’ignorante a un popolo quando, votando, esprime la propria legittima opinione, che può essere (tanto per fare un esempio) quella di uscire dalla Comunità Europea…

Allora mi viene da pensare che non è tanto la fede a uno spirito democratico tradito quello che impedisce a molti di accettare l’arte contemporanea, quanto piuttosto una certa pigrizia intellettuale nell’accettare ciò che è lontano dal proprio pensiero, che solitamente si traduce in arte=bei dipinti, com’era una volta.

Michelangelo, Tiziano, Raffaello, Leonardo da Vinci, quelli sì che sono artisti democratici, apprezzati da tutti e il pubblico che va ad ammirare le loro opere non è una massa becera come quella che si è affollata sulle passerelle del Lago d’Iseo a vedere la “giostra” di Christo.

Guarda caso proprio qualche settimana fa, sempre per accompagnare gli amici messicani, sono stato a visitare il Cenacolo Vinciano e ho avuto modo di ammirare il grande pubblico della vera arte, quella con la “a” maiuscola.

Arte che visiti, pubblico che trovi

È bastato che una sola delle 25 persone entrate nel Refettorio del Convento di Santa Maria delle Grazie estraesse la sua macchina fotografica e scattasse una foto all’affresco, che è scoppiato il pandemonio.

L’espressione perplessa disegnata sui visi dei presenti per la regola – Vietato scattare foto – appena infranta, è durata una frazione di secondo, poi all’indignazione ha fatto subito posto il “Se lo fa lui…

Per i restanti 14 minuti della visita nessuno ha più rivolto alcuno sguardo al capolavoro di Leonardo, o almeno, non a occhio nudo.

Selfie, foto di gruppo con alle spalle l’opera, mille scatti ricordo del dipinto come se di sue immagini non fosse già ricca la rete.

Il Cenacolo Vinciano

La custode risponde al mio sguardo perplesso: “Guardi non ce la faccio più ma che devo fare? È sempre così, non li ferma nessuno. Quindici minuti a scattarsi foto e l’opera non la guardano neanche. Uno schifo.

È più importante portare a casa un ricordo da condividere che capire cosa davvero l’artista ha voluto comunicare con il suo lavoro e questo discorso vale tanto per Leonardo quanto per Christo.

C’è qui quindi da far chiarezza su cosa pretendiamo noi oggi dall’arte.

Se davvero vogliamo che sempre più persone si avvicinino all’arte dobbiamo accettare anche questo modo diverso e contemporaneo di vivere un’opera.

Christo e Jeanne-Claude, da grandi artisti contemporanei, l’hanno capito e hanno dato la possibilità a milioni di persone di toccare e vivere con mano un’opera senza che scattasse nessun allarme.

Forse non è la loro opera migliore, sicuramente i media hanno esagerato la portata dell’evento e non hanno aiutato a cogliere il vero significato dell’opera, trasformandola in un fenomeno da baraccone.
Christo e Jeanne-Claude hanno comunque mostrato al grande pubblico che l’arte non è sempre noiosa e pedante, raggiungendo il loro scopo, che è poi quello di ogni opera d’arte che si rispetti: costringere le persone a pensare e a riflettere, mostrare la realtà sotto un punto di vista alternativo.

I 9 (banali) luoghi comuni sull’arte (soprattutto) contemporanea

Oggi di arte si parla poco e spesso a vanvera. Ovviamente non mi riferisco a te che, se sei capitato su questo blog, un certo interesse lo devi pur avere, e nemmeno ai pochi come te per i quali ancora sopravvive la passione per questo mondo.

In generale, purtroppo, per la stragrande maggioranza delle persone, l’arte è un’attività che non ha senso, un’assoluta perdita di tempo.

E pensare che un tempo l’arte faceva mondo e gli artisti si sedevano allo stesso tavolo di papi, re e imperatori prima, di presidenti, politici e industriali poi. Oggi il loro posto è stato occupato dalle Star di Hollywood, dalle celebrità della televisione o dai campioni (o presunti tali) dello sport.

Gli artisti hanno perso il loro fascino e in parte questo è dovuto, e nello stesso tempo ha portato, al diffondersi di banali luoghi comuni sull’arte che non fanno altro che allontanarla ancor di più dal grande pubblico.

Questo succede soprattutto per quanto riguarda l’arte contemporanea. Quando si parla di artisti dei giorni nostri, infatti, anche fra gli amanti dell’arte, sono sempre in troppi quelli che non ne riconoscono la grandezza.
Perché succede questo?

Forse perché, soprattutto in Italia, siamo ancora troppo legati ai canoni della nostra grandiosa tradizione e non vogliamo renderci conto che in un mondo che cambia, cambiano anche i linguaggi utilizzati per descriverlo.

Ma quali sono questi famigerati, quanto banali, luoghi comuni sull’arte contemporanea? Eccoli…

Luoghi comuni sull’arte (contemporanea) da evitare con cura

Veniamo quindi al dunque e cominciamo a elencare questi luoghi comuni che sicuramente avrai sentito pronunciare migliaia di volte davanti a un’opera d’arte.

Su alcuni di essi non mi soffermerò troppo, per altri invece ci saranno più chiacchiere da spendere. Partiamo subito con il primo.

1. L’arte deve riprodurre la realtà

Chissà quante volte davanti a un bel ritratto, a una mano dipinta con maestria o a un bel paesaggio fiorito, avrai sentito Un dettaglio delle mani di Mona Lisa di Leonardoesclamare: “Che artista!

Davanti a un quadro astratto o a un’opera “concettuale”, invece, le reazioni sono il più delle volte molto blande, se non di vera e propria irritazione. Un pittore per essere definito tale deve imitare la natura, non accostare quattro colori a casaccio sulla tela!

Questo è stato vero per tantissimo tempo. Lo era ai tempi di Giotto, ai tempi di Leonardo, in quelli di Caravaggio e lo è stato per quasi trecento anni ancora: i pittori avevano il compito di imitare la realtà, infatti, si parla di arte mimetica. Poi, la nascita della fotografia ha tolto il monopolio sulle immagini agli artisti (ne ho parlato abbondantemente nell’articolo Arte e fotografia: storia infinita d’amore e odio) che hanno così smesso di guardare la realtà solo per come si presentava davanti ai loro occhi, anzi, hanno proprio cominciato a smontarla.

Hanno iniziato i Fauves liberando i colori, Picasso e i cubisti hanno quindi distrutto la forma e la prospettiva, infine un giovane artista russo trasferitosi a Monaco, si mette in testa di dare alla pittura la stessa libertà espressiva della musica (mai obbligata a imitare la realtà) e inizia a pensare ai colori come a un coro da fissare sulla tela: “In generale il colore è un mezzo che Opera di Kandinsky - Yellow Red Blueconsente di esercitare un influsso diretto sull’anima. Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto, l’anima il pianoforte dalle molte corde. L’artista è una mano che toccando questo o quel tasto mette in vibrazione l’anima umana….

È la nascita dell’arte astratta e l’artista in questione si chiama Wassily Kandinsky.

Ovviamente non ho la pretesa di spiegare l’arte non figurativa in così poche righe, basta qui semplicemente comprendere che accostare quattro colori sulla tela in modo che il quadro abbia un suo equilibrio e riesca a comunicare con l’anima, è difficile quanto disegnare una mano che sembra vera.

2. L’Artista è colui che crea l’opera

In tanti rimangono ancora a bocca aperta quando scoprono che alcune opere presenti nei musei di arte contemporanea non sono state create direttamente dall’artista. Alcuni esempi: il cagnolone gigante in acciaio di Jeff Koons è stato fuso e realizzato da un’azienda metalmeccanica americana. Meglio ancora, le aspirapolveri che l’artista espone dentro teche di vetro, sono prodotti commerciali che si potrebbero trovare in qualunque grande centro commerciale.

Le mappe o gliMappa Alighiero Boetti arazzi di Alighiero Boetti sono state cucite da donne afghane. Il processo di realizzazione dei dipinti di Takashi Murakami, come le opere di Damien Hirst o di Maurizio Cattelan, coinvolge decine se non migliaia di assistenti o persino lavoratori che operano lontano dallo studio dell’artista.

Ma che razza di artista è se con le sue mani non fa assolutamente niente?

Spesso si confonde l’arte con l’artigianato. L’identità dell’artista è cambiata molto negli anni e bisogna sempre fare riferimento alla storia. La Rivoluzione Industriale ha liberato l’uomo dal peso di dover realizzare da sé gli oggetti utili alla vita quotidiana, affidando questo compito alle macchine. Come conseguenza anche l’artista non ha più sentito l’obbligo di dover produrre con le proprie mani le sue opere. Quello che conta oggi sono soprattutto le idee, l’artista si è liberato del lavoro manuale. Questo non vuol dire che chi sa dipingere o chi scolpisce ancora con martello e scalpello non sia più un artista, semplicemente questa non è più una condizione necessaria.

Il semplice saper utilizzare con maestria un pennello e riuscire a ritrarre con perfezione un soggetto è puro esercizio tecnico, semplice virtuosismo. Quello che conta e che fa e ha sempre fatto la differenza in arte è il contenuto dell’opera, l’idea.

L'opera Torques Ellipses di Richard SerraPensa d’altronde alle opere dell’Arte Minimalista: la realizzazione di quei grandi monumenti non era affidata alle mani degli artisti. Essi si occupavano solamente del progetto e nella maggior parte dei casi era quello a essere venduto, non l’opera finita. Era compito poi del collezionista o dell’istituzione che lo acquistava affidare a qualche azienda la realizzazione finale.

Un artista oggi può permettersi anche di non saper disegnare alla perfezione e delegare questo compito a qualcuno che lo svolga al suo posto senza compromettere la propria autorialità.

In passato non era così e per essere definiti artisti era assolutamente necessario saper dipingere. Non per questo però bisogna pensare che le opere rinascimentali siano frutto della mano unica e solitaria del grande maestro a cui sono attribuite. Esiste una grandissima tradizione di atelier in cui i grandi artisti (Raffaello, Michelangelo, Giovanni Bellini, Tiziano, ecc.) lavoravano affiancati da assistenti che realizzavano gran parte delle opere lasciando al maestro solo le parti principali o addirittura solo l’onere della firma.

L’artista incompreso che crea le proprie opere nella solitudine del suo studio è un retaggio romantico che è vero per una percentuale bassissima di artisti.

3. L’artista deve essere povero e maledetto

Questo è un altro retaggio romantico, forse il più stupido e dannoso per l’arte. Ho già parlato del rapporto fra artisti e soldi nell’articolo Arte e denaro, le verità che spesso non si dicono, non starò quindi qui a ripetermi.

Passiamo alla seconda parte di questo luogo comune: l’artista genio maledetto e incompreso.

Credere che un vero artista sia una persona solitaria, lontana dalle regole e un po’ pazza, è una cosa alquanto Gustave Coubert - Uomo disperato (autoritratto)ridicola. Basta pensare a grandi personaggi come Leonardo Da Vinci, Piero della Francesca, Tiziano e Raffaello per capire come possa essere stupida un’idea del genere. Prova a fare mente locale e pensa agli artisti che potrebbero essere considerati maledetti. Farai fatica ad arrivare a dieci. Io nell’articolo Arte e morte, mito e tragedia ne ho contati a malapena sette e due di loro li ho citati più per l’opera che per le vicende della loro vita.

La conseguenza più grave di questo banalissimo luogo comune è l’aver relegato l’arte in un universo di mito e fantasia, completamente staccato dalla vita di tutti i giorni. Un luogo dove essa non possa più incidere sulla società, un angolo dove non dia alcun fastidio.

Come ho già detto all’inizio, una volta gli artisti erano considerate persone degne di sedersi ai tavoli dei regnanti ed essi utilizzavano questo potere per cercare di influenzare e di migliorare la società. Oggi, nel pensiero comune, gli artisti non sono altro che degli strambi e solitari personaggi e vengono ammirati più per il loro comportamento fuori dalle righe che per il valore delle loro opere.

La cosa più triste è che ci sono pseudo-artisti (spesso di scarso livello) che atteggiandosi in pose da finti ed estrosi creativi, alimentano questo luogo comune, pensando che per essere considerati tali basta vestirsi in modo strambo e atteggiarsi in maniera ridicola.

4. Artista è colui che sa fare cose belle

Il concetto di bellezza è molto cambiato nel tempo ed è molto difficile da definire. Diciamo che filosoficamente parlando, Van Gogh - Autoritrattoin arte la Bellezza è un puro ideale, un valore assoluto a cui l’uomo tende ogni momento.

È espressione di un qualcosa più elevato del suo stesso essere che non può venire ordinata tramite gli strumenti umani, dato che li trascende. Per questo motivo non bisogna confondere il Bello con il piacevole.

Si deve anche dire che ciò che piaceva ieri, oggi magari non piace più e ciò che in passato era considerato brutto, oggi è messo su un piedistallo. Van Gogh per esempio: quando era in vita le sue opere erano considerate degli orrori, dei veri e propri obbrobri. Oggi è l’artista per eccellenza e anche il profano più e a digiuno d’arte china il capo davanti alle sue opere.

Ma può essere considerato un suo ritratto bello secondo i canoni a cui siamo abituati? No, però ci piace.

Quindi l’arte è questione di gusto?

5. L’arte è una questione di gusto

Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace.

Seguendo questo assioma tutto potrebbe essere arte, oppure niente lo potrebbe essere.

Un bel casino.

Forse c’è qualcosa che non va in questo gioco di parole che, come ogni proverbio, nasconde un paradosso.

È bello ciò che è bello e piace ciò che piace.

Questa mi sembra una versione più plausibile, anche per quanto riguarda il mondo dell’arte.

Ognuno è, infatti, libero di esprimere i propri giudizi e i propri gusti personali, che tali però dovrebbero rimanere e mai, per nessun motivo, devono essere considerati universali.

Dietro a un’opera si nascondo valori storici, filosofici, estetici ed etici di una determinata epoca, riconosciuti, sanciti e accettati da una collettività che ha decretato l’artisticità di un oggetto.

Opera di Jenny Saville

I critici e gli storici dell’arte sono delle persone che, come i medici, gli ingegneri, gli architetti e tutti gli altri professionisti, hanno studiato e dedicato la loro vita a una determinata materia e, sviscerandola in profondità, ne sono diventati esperti. Se stabiliscono che l’orinatoio di Duchamp è arte, chi sono io, che nella vita faccio un mestiere completamente diverso, per ostinarmi ad affermare che è vero il contrario?

Sarebbe come se insistessi nel ripetere che la Tachipirina va assunta per curare il mal di stomaco e non per l’influenza oppure che per costruire un palazzo bisogna partire dalle mura e non dalle fondamenta.

A ognuno il suo mestiere e a ognuno la libertà di esprimere il proprio giudizio ricordandosi però sempre che il gusto personale non ha niente a che vedere con l’arte.

6. L’arte del passato era un’arte democratica, quella di oggi è snob, arte per un ristretto circolo di intellettualoidi

Devo ammettere che è vero, da un certo periodo in poi l’arte si è allontanata dalla gente e ha iniziato a parlare a se stessa e non più a un pubblico. Siamo intorno agli anni ’70, un periodo storico di grandi cambiamenti sociali in cui sono messi in discussione tutti i vecchi valori e, anche in arte, tutto ciò che è tradizione è negato.

È anche il momento in cui gli artisti iniziano a capire di star perdendo quello che era stato fino ad allora, un ruolo di primo piano all’interno della società.

Essi sono stati da sempre cercati e ammirati e la figura dell’artista è sempre stata circondata da un alone quasi sacro. La televisione oltre a togliere definitivamente dalle loro mani il monopolio sulle immagini, strappa dal loro corpo anche questa aurea di mito e la dona alle star nate dal suo schermo.

Andy Warhol lo aveva capito molto bene, in anticipo su tutti, e serigrafando i volti di questi divi del cinema sulle sue tele decretava la morte dell’arte e la nascita di nuovi miti.

Sentendosi messa in secondo piano, l’arte si rifugia su se stessa, apre un dialogo solo con chi è disposto a fare lo sforzo di capirla e diventa così un discorso per pochi.

Ma non si deve pensare che gli artisti del passato, invece, quando producevano le loro opere avessero in mente il contadino o il pastore del paesino di montagna.

L’arte del Rinascimento aveva un carattere elitario maggiore di quella di oggi. Aveva anche una funzione diversa, quindi è vero che molti dei capolavori nascevano con lo scopo di essere mostrati a un numero grandissimo di persone. Ricordiamoci però che il numero grandissimo di persone che aveva accesso a queste opere è pur sempre infimo rispetto a quelli che hanno accesso all’arte ai giorni nostri, per due semplici motivi:

  1. Non esistevano i musei e la stragrande maggioranza delle opere erano create su ordinazione di un committente che le custodiva nel proprio palazzo dove solo pochissimi nobili avevano il privilegio di entrare. Solo oggi è concesso a tutti di ammirare le bellissime Madonne di Giovanni Bellini in un museo. Un tempo esse erano perlopiù custodite nelle cappelle private di aristocratiche famiglie, quindi ben lontane dagli occhi del popolo.
  2. Anche le opere create per glorificare la potenza di un signore o di una città o per educare le masse (si pensi ai capolavori delle chiese barocche), erano comunque viste da una stretta cerchia di persone. Ai tempi non esisteva il turismo (e tanto meno la stampa come la conosciamo oggi), solo gli abitanti delle più importanti città avevano quindi accesso a queste bellezze. Ma non credere che il contadino lasciasse su due piedi il suo lavoro nei campi per andare ad ammirare i capolavori di Michelangelo o Raffaello.

Inoltre dietro all’apparente semplicità dei dipinti Rinascimentali, si celano una serie di allegorie e significati nascosti che solo una stretta cerchia di intellettuali allora riusciva a comprendere e che, anche oggi, rimangono indecifrabili ai più.

Opere di Joseph Kosuth e Sandro Botticelli a confronto

 7. L’arte è ispirazione

Fare l’artista è un mestiere come altri. Sì, bisogna avere determinate capacità e possedere una specifica forma mentis, ma anche il dottore o lo sportivo o lo psicologo devono avere determinate capacità e possedere una specifica forma mentis per diventare dei professionisti nel loro settore.

Fare arte è prima di tutto una questione di preparazione e di conoscenza. Per diventare artista bisogna studiare, esercitarsi e innanzitutto conoscere quello che c’è stato prima. Dopodiché quello che rimane è lavoro e ancora lavoro.

L’ispirazione è una piccolissima parte del percorso.

Ernest Hemingway diceva che le sue opere erano solo per  il 5% ispirazione, il resto era sudore e fatica (non sono sicuro che le percentuali siano precisissime ma il senso è quello).

È sempre stato così e, al contrario di quello che comunemente si crede, in arte la componente razionale è importantissima. Esiste la diffusa e errata convinzione che gli artisti rinascimentali realizzassero i loro capolavori rapiti da una sorta di estasi e di ispirazione religiosa, quasi divina. Assolutamente falso.

Dietro ad ogni capolavoro del passato c’è un artista e un committente. Spesso quest’ultimo decideva a priori il soggetto principale, il numero di personaggi e i colori da utilizzare. Poi ovviamente l’artista ci metteva del suo.

Se i consoli dell’Arte della Lana e gli Operai del Duomo di Firenze non avessero commissionato il David a Michelangelo, quel capolavoro non sarebbe mai nato. Se Francesco del Giocondo non avesse commissionato il ritratto di sua moglie Lisa Gherardini, Leonardo non avrebbe mai realizzato il dipinto più famoso della storia, la Monna Lisa oggi al Louvre.

Che un pittore del ‘500 si svegliasse nel mezzo della notte colto dall’ispirazione per dipingere una Madonna e due angioletti di sua spontanea iniziativa è una cosa alquanto improbabile.

La committenza, almeno fino a quando è esistita (quindi più o meno fino alla Rivoluzione Francese), ha avuto un ruolo decisamente più importante nella storia dell’arte rispetto all’ispirazione. Si può forse anche affermare che gli artisti contemporanei, spesso tanto bistrattati nel confronto con gli antichi, in quanto a ispirazione, non avendo più nessuno che indichi loro cosa fare, li battano di gran lunga.

8. L’arte deve emozionare, l’arte è emozione

Questo è sicuramente il luogo comune più duro da abbattere, anche perché è vivo persino tra chi dice di amare pittura, scultura e tutte le sue sorelle. Oltre a essere difficile da frantumare, è, a mio parere, un altro di quelli più dannosi per l’arte.

L’arte non è emozione, o meglio, emozionare non è la sua funzione primaria e principale. L’arte è innanzitutto pensiero. Poi può anche arrivare l’emozione, ma non necessariamente. Mentre per essere considerata un’opera d’arte, qualsiasi creazione di un artista deve contenere del pensiero, il fatto di emozionare non è una condicio sine qua non per cui si decreta lo statuto artistico di un’opera.

So benissimo che su questo punto scatenerò le ire di molti, per cui mi fermo qui e scriverò un intero articolo a riguardo (l’ho poi scritto, se ti interessa lo trovi a questo link: Arte ed emozione: come sprecare un’ottima occasione davanti a un quadro).

Ti lascio con una piccola riflessione: sii sincero con te stesso, quale emozione ti suscita la Gioconda di Leonardo o il ritratto qui sotto di Picasso, oppure un’opera di Mondrian o di Malevic?

La Gioconda di Leonardo Da Vinci, un ritratto di Pablo Picasso, un'opera di Piet Mondrian e una di Kazimir Malevich

Non sono da considerare opere d’arte queste e artisti i loro autori?

9. Lo potevo fare anch’io

Chiudiamo con il più comune dei luoghi comuni (scusate il gioco di parole), Francesco Bonami lo ha anche utilizzato come titolo di un suo libro (Lo potevo fare anch’io, appunto).

Tecnicamente ci sono tante opere che avresti potuto fare tu o avrei potuto fare io. Già, tecnicamente forse, ma abbiamo visto nel punto 2 come la tecnica non conti più tanto e come abbia perso la sua importanza a discapito dell’idea.

E l’idea l’ha avuta qualcuno prima di noi, quindi, non ci resta che esprimere la nostra opinione e pensare a qualcos’altro.

Queste due opere, per esempio, le avresti potute fare anche tu?

Quadro di Cy Twombly e opera di Marcel Duchamp

Forse con questo articolo ho tolto un po’ dello spirito sentimentale che ruota intorno all’arte e che avvolge questo mondo del suo alone di mistero e romanticismo. Non è di certo mia intenzione far diventare l’arte una scienza esatta pari alla matematica e alla geometria, anche se ti ricordo che i grandi del Rinascimento, a partire da Leonardo e Piero della Francesca, erano prima di tutto scienziati e matematici e poi anche magnifici artisti.

Lo scopo di questo articolo è quello di invogliare le persone ad avvicinarsi all’arte, soprattutto contemporanea, con spirito critico e con una mentalità più aperta, senza farsi influenzare da credenze e luoghi comuni che non fanno altro che tenerci in uno stato di sonno, impedendoci di pensare.

La prima funzione dell’arte è sempre stata questa: stimolare il ragionamento, aiutare a coltivare idee proprie e a costruire un personale pensiero critico. Questo è ciò che oggi forse fa paura a chi vuole scegliere per noi, a chi vuole prendere decisioni per tutti, come per esempio quella di stabilire se una guerra è giusta oppure sbagliata.

L’arte, come il pensiero e la conoscenza, rende liberi e questo è forse ciò di cui più abbiamo bisogno in questo periodo.

Tu riconosci qualcuno di questi luoghi comuni sull’arte? Te ne vengono in mente altri? Raccontaceli nei commenti qui sotto.

Tutta colpa di Marcel Duchamp

Tanta arte contemporanea è frutto dell’opera di Marcel Duchamp, cambia solo l’imballaggio.

Pablo Picasso

Squalo di Damien Hirst, Cavallo appeso di Maurizio Cattelan, cagnolone gigante di Jeff Koons e montagna di caramelle di Felix Gonzalez TorresSquali in formaldeide, cagnoloni giganti in acciaio, montagne di caramelle, cavalli appesi al soffitto: odi tutta questa robaccia, la consideri indegna di un museo e ti chiedi come possa l’arte essere arrivata a un tale infimo livello?

Bene, sappi che è tutta colpa di Marcel Duchamp.

Papi travolti da meteoriti, orologi affiancati alla parete, palle da basket galleggianti in acqua, teschi ricoperti di diamanti: ami queste opere d’arte e non riesci a fare a meno di stupirti quando ti trovi davanti ad esse?

Bene, sappi che è tutto merito di Marcel Duchamp.

Qual è l’artista del passato che ha avuto l’influenza maggiore sui suoi colleghi di oggi?

No, non è Picasso e nemmeno Kandinsky, è proprio lui, il controverso Marcel Duchamp. L’amato e tanto odiato Marcel Duchamp, il padre assoluto dell’arte contemporanea.

D’altronde come si fa a non odiare uno che ha messo un orinatoio in un museo, un’opera che in quanto a fastidio è stata raggiunta e forse superata solo dalle scatolette di Merda d’artista di Piero Manzoni?

E come si fa a non amare uno che ha messo un orinatoio in un museo, un’opera che ha finalmente liberato gli artisti dalla tirannia del pennello e del colore e dall’oppressione della L'Orinatoio di Marcel Duchampmanualità? Ok, sto facendo un po’ di confusione.

Allora partiamo da un dato di fatto: oggi Marcel Duchamp è considerato dagli addetti ai lavori uno dei più grandi artisti di sempre, il suo nome è in tutti i libri di storia dell’arte e le sue opere sono conservate ed esposte nei più importanti musei del mondo. È anche vero che, nonostante ciò, sono ancora in tanti quelli che non hanno capito il suo lavoro. Persone convinte che sia tutta una truffa, uno dei tanti controsensi di questo strambo mondo dell’arte che si allontana sempre più dalle aspettative di un pubblico abituato a un classico stereotipo di “bellezza”, per accontentare i vizi di folli ed eccentrici milionari. Insomma l’orinatoio capovolto non è stato ancora digerito dai più, eppure sono già passati cento anni dalla sua creazione.

In questo articolo cercheremo di capire quale ruolo abbia avuto Marcel Duchamp nel grande gioco dell’arte contemporanea. Sarà un po’ lungo perché c’è davvero tanto da dire ma ho preferito non dividerlo in due parti come ho fatto invece in altre occasioni.

Marcel Duchamp ha più colpe o più meriti? Se sei curioso lanciati nella lettura.

Il ‘900, secolo di grandi cambiamenti

Gli artisti veramente importanti, quelli che rimangono nella storia, sono quelli che riescono a leggere meglio e prima degli altri il loro tempo. Vedono e sentono le novità e i cambiamenti in corso ed evolvono il proprio linguaggio per cercare di esprimere al meglio ciò che percepiscono e che vogliono quindi comunicare. La storia dell’arte è la storia dell’evoluzione dei suoi linguaggi, evoluzione spesso non accettata immediatamente e, anzi, molte volte aspramente contrastata.

Nell’articolo I 6 peggiori abbagli della storia dell’arte abbiamo visto alcuni dei grandi errori di valutazione che critica e pubblico hanno compiuto verso i nuovi linguaggi che avanzavano. Un’opera di Marcel Duchamp era tra quelle non da subito accettate. Ma quali sono questi cambiamenti della società che hanno influenzato il modo di fare arte?
Ne elenco qui alcuni (ne ho già descritti altri nell’articolo Lucio Fontana e i tagli che hanno cambiato la storia dell’arte):

  1. Innanzitutto fotografia e cinema tolgono agli artisti il monopolio sull’immagine. Celebre il racconto della prima Fotogramma del film L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat” dei fratelli Lumière proiezione del film “L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat” dei fratelli Lumière che, come suggerisce il titolo, non mostrava nient’altro se non l’arrivo di un treno visto frontalmente alla stazione. Sembra che al comparire della carrozza di testa gli spettatori terrorizzati si sarebbero dati alla fuga. Questo aneddoto, verosimile ma per essere precisi, mai dimostrato, è la prova di come la percezione del mondo dopo l’invenzione del cinema non sarà più la stessa.
  2. La Rivoluzione Industriale fa enormi passi avanti e con il nuovo secolo raggiunge vette mai toccate prima. Il vecchio modo di produrre, quello che vedeva al proprio centro le piccole botteghe artigiane che manualmente creavano tutto ciò che poteva servire alla vita di un uomo del tempo, è definitivamente sorpassato da un mondo in cui le macchine la fanno da padrone, con tutti i loro pro e qualche contro.
  3. Conseguenza di questa meccanizzazione della produzione è l’introduzione della distribuzione di prodotti inscatolati: nascono i primi grandi magazzini e i supermercati. Non si compra più il prodotto, ma si sceglie fra le sue immagini riprodotte su una scatola con il marchio dell’azienda produttrice. Il contenuto vero e proprio non è più visibile.

Come hanno influito questi cambiamenti sull’arte di Marcel Duchamp?

Un nuovo e moderno modo di fare arte

Ovviamente un vero artista non può rimanere indifferente a quello che sta succedendo intorno a lui. Marcel Duchamp sente che il mondo sta cambiando. Come altri artisti, si interessa al cinema e ai cronogrammi e si dedica alla lettura dei filosofi. Tutto questo lo porta a introdurre importanti e fondamentali novità nel mondo dell’arte.

1. Abbandono e rifiuto della pittura retinica

Il rifiuto del suo “Nudo che scende le scale” al Salon des Indépendants, l’istituzione del tempo considerataMarcel Duchamp - Nudo che scende le scale più all’avanguardia, non fa altro che alimentare e portare all’estremo la sua insoddisfazione per quella che lui chiamava pittura retinica, la pittura decorativa ed estetizzante che si basava sulla piacevolezza della visione. Era anche un rifiuto a un certo modo di fare arte trito e ritrito, che si opponeva a ogni evoluzione per aggrapparsi a desuete teorie e teoremi ed emulare modelli del passato che non avevano più nulla di interessante.

Duchamp è un rivoluzionario: mentre gli altri pittori sono pro o contro Cézanne e discutono le idee cubiste, lui guardava e vedeva ciò che c’era oltre l’atto fisico della pittura. Voleva svincolarsi dalla “dittatura dell’occhio” e rimettere la pittura al servizio della mente. È una concezione sovversiva dell’arte, della vita e del mondo che non è comunque totalmente scollegata da ciò che c’era stato prima.

Duchamp infatti non fa altro che continuare e, in un certo senso, radicalizzare quel processo di trasformazione dell’arte iniziato con Coubert, Whistler, Manet e via via con tutti i pittori che sono arrivati dopo: l’attenzione dell’artista nell’800 inizia infatti a spostarsi dal soggetto al linguaggio pittorico, dal “che cosa” al “come”. Caduto l’interesse per storia e soggetto, inizia qui quel cammino verso la pittura pura nella sua specificità di linguaggio che porterà l’arte a interrogarsi su se stessa.

Marcel Duchamp rifiuta prima di tutto di essere considerato un pittore: “In Francia c’è un vecchio detto, stupido come un pittore. Il pittore veniva considerato stupido, mentre il poeta e lo scrittore erano ritenuti molto intelligenti. Volevo essere intelligente. Dovevo avere l’idea di inventare. Non vale nulla essere un altro Cézanne. Nel mio periodo visivo c’è un po’ di quella stupidità del pittore. Tutto il mio lavoro nel periodo precedente al Nudo era pittura visiva. Poi pervenni all’idea. Considerai la formulazione derivante dall’idea come un modo per sfuggire alle influenze esterne“.

L’arte doveva prendere la direzione intellettuale, più che per l’occhio, doveva essere arte per la mente.

2. Creazione di Ready-made

È proprio allora che propone un oggetto come opera d’arte, uscendo in questo modo dagli stretti confini della pittura in cui erano stati legati tutti gli artisti venuti prima di lui.

In un mondo in cui tutto è creato dalle macchine, perché l’opera d’arte doveva ancora essere fatta a mano?

Se con il Nudo la sfida era con il cinema, ora il confronto stava tutto con le macchine.

Marcel Duchamp sorridente dietro allla sua opera Ruota di biciclettaGià nel 1912 Duchamp aveva visitato il Salon de l’Aviation di Parigi con l’amico Brancusi e davanti a un elicottero aveva apostrofato allo scultore: «La pittura è finita. Chi potrebbe far meglio di questa elica? Dì, tu lo sapresti fare?»

Duchamp rinuncia così all’abilità tecnica: “Non volevo più fare niente con le mie mani… Desideravo introdurre in pittura qualcosa di diverso rispetto al cosiddetto inconscio della mano, che poi non è affatto inconscio, ma piuttosto abilità, destrezza. Che uno dipinga male, minuziosamente come un pittore accademico o con macchie di colore come Matisse, per me è assolutamente identico: lo strumento resta sempre la mano, e io volevo liberarmi delle mie mani.

La trasformazione di un oggetto in opera d’arte consiste semplicemente in una scelta dell’artista che seleziona un qualcosa di già fatto (ready-made) e ne decreta lo statuto di opera d’arte. È un’operazione completamente mentale.

Rivoluzionario? Certo, ma esiste comunque un legame con l’arte del passato.

Queste le parole di Henry Moore, un grande scultore del ‘900 davanti alla Pietà Rondanini di Michelangelo:
Non è la bravura, né l’eccellenza della tecnica, neppure una particolare abilità in quest’arte ciò che più conta. Quello che è importante è la qualità del pensiero che ispirò l’opera. La grandezza del pensiero scaturisce dall’opera e dilaga al di sopra di ogni bravura o perizia tecnica. Si sente da ogni capolavoro la più profonda comprensione dell’umanità. Questo è il vero metro di giudizio di ogni opera d’arte: il senso di umanità che le ha ispirate.

L’arte è quindi sempre stata concettuale, Duchamp ha semplicemente dato maggior risalto a questo aspetto. Da questo momento in poi tanti artisti passeranno dalla rappresentazione dell’oggetto (su una tela) alla sua presentazione in uno spazio espositivo.

3. introduzione dell’umorismo in pittura

La rivoluzione che Duchamp stava introducendo nel mondo dell’arte andava in parallelo con la sua visione sovversiva della vita e del mondo.

Il rifiuto della pittura era un tentativo di evadere dalla certezza borghese, una conseguenza del suo più generale rifiuto dei luoghi comuni e del comune modo di pensare: rifiuto di seguire una vita d’artista in cerca di gloria e soldi, di ridursi al bisogno di vendere le sue tele (in poche parole di essere un pittore), di partecipare alla guerra, di sposarsi e fare famiglia, di riempire la propria vita di oggetti e beni da lui considerati inutili, come un’automobile, una casa, ecc., rifiuto di lavorare per vivere.

In pratica faceva il contrario di ciò che era comunemente ritenuto normale e giusto.

Mentre gli altri pittori teorizzavano eRitratto di Rose Selavy si lanciavano in infinite elucubrazioni sul cubismo e sulla pittura, lui partoriva il suo alter ego femminile Rrose Sélavy, dava titoli ai suoi lavori che erano intelligenti nonsense e creava opere lasciandosi guidare dal caso: “…io ero a favore del caso, dell’umorismo in pittura. Detestavo l’idea di una pittura seria. Se si può parlare di un’idea filosofica nel mio lavoro, è che non esiste nulla di così serio da essere preso sul serio.

Per Marcel Duchamp introdurre lo humor in un campo ritenuto serio era come utilizzare un’arma antisociale: “…(lo humor) è pericoloso perché si insinua nelle cose serie, nei ragionamenti comunemente accettati su cui si fonda la conoscenza umana, per spingerli fino all’assurdo e dimostrarne la relatività.”  (Pawlowski)

4. Nuovo valore allo “sguardo”

Mettendo un orinatoio in un museo, Marcel Duchamp non fa altro che invitarti a guardare un oggetto liberandoti dei Scolabottiglie, ready made di Marcel Duchamppregiudizi, di tutto ciò che conosci e che hai imparato.

Ti invita a guardare un oggetto al di là della sua funzione, semplicemente come qualcosa con una forma e un colore.

In pratica ti invita a tornare bambino, quando in braccio a tua madre afferravi tutto ciò che ti era messo davanti agli occhi con curiosità e gioia, senza sapere e dare importanza a ciò che l’oggetto fosse: uno spazzolino era solo qualcosa di stretto e lungo con un colore; un libro era solo qualcosa di pesante con dei colori; un cuscino solo qualcosa di morbido e grande con dei colori.

Duchamp ti sta dicendo di guardare la vita con occhi nuovi, ti invita a tornare bambino. Questo vale per gli oggetti come per le persone, guardarle al di là delle apparenze, dei ruoli e fuori da ogni contesto.

Marcel Duchamp e il mercato dell’arte

Fino a qui ho detto solo una piccolissima parte di quello che si potrebbe dire su un artista tanto complesso e profondo come Marcel Duchamp, ma penso di essermi comunque già dilungato abbastanza.

C’è semplicemente un’ultima considerazione da fare: al contrario di quello che si potrebbe pensare, Marcel Duchamp non era affatto interessato al mercato e al successo delle sue opere, anzi era molto critico a riguardo: “L’arte è diventata un prodotto, al pari dei fagioli. Oggi si compra arte nello stesso modo in cui si comprano gli spaghetti.

Questa situazione secondo Duchamp ha provocato un forte cambiamento nel modo di fare arte che lo ha spinto ad Andy Warhol con la sua telecamera e Marcel Duchampabbandonare la pittura: “Non voglio copiarmi come tutti gli altri… essere pittore significa copiare e moltiplicare qualche idea… Da quando si è creato un mercato della pittura, tutto è stato radicalmente cambiato nel campo dell’arte. Guardi come producono. Crede che a loro piaccia e che provino soddisfazione a dipingere cinquanta volte, cento volte la stessa cosa? Per niente, non fanno neanche quadri, fanno degli assegni.

In Duchamp c’è tutto il disprezzo per la sovrapproduzione (quantità a discapito di qualità) di un’arte contemporanea diventata sempre più sistema. È curioso come Andy Warhol, artista di un’altra generazione, reagirà in maniera completamente opposta a questa situazione.

Marcel Duchamp, il padre dell’arte contemporanea

A questo punto non ti resta che decidere, è tutto merito o tutta colpa di Marcel Duchamp?

A volte quando visito una fiera e mi trovo davanti a mazze da baseball appoggiate a terra, bottiglie poste in una teca e altre banalità del genere, credo che avesse ragione Picasso nell’affermare che gli artisti contemporanei “svaligiano il magazzino di Duchamp limitandosi a cambiare gli imballaggi.”

Marcel Duchamp gioca a scacchi con la pipa in boccaSe penso però ai capolavori del Nouveau Realisme, del Minimalismo, dell’Arte Povera, della stessa Land Art e di parte dell’arte di oggi, non posso che essere grato a Duchamp per aver aperto la strada a tali espressioni e linguaggi artistici.

Sono sempre le deviazioni, il ripetuto, il già visto che non porta niente di nuovo e che non sposta il confine di ciò che è considerato arte che finisce per stancare e per farmi esclamare sorridendo “Maledetto Marcel Duchamp!

Oggi sono cambiati i tempi e la società ha subito forti mutamenti. Forse non ha più senso emulare Marcel Duchamp o forse sì. Forse la crisi fa da trampolino per un ritorno alla manualità e alla qualità o forse no.

Sicuramente ci sono già grandi artisti che questi cambiamenti li hanno percepiti e che li stanno esprimendo con le loro opere. Forse qualche critico, curatore o collezionista li avrà già scoperti e starà cercando di promuoverne il lavoro o forse no. Il tempo e la storia, come per Duchamp, li premieranno, su questo non c’è alcun dubbio.

Tu cosa pensi dell’orinatoio capovolto? È arte o è una grandissima presa in giro? Sono curioso di conoscere la tua opinione qui nei commenti.

Arte e soldi, un connubio vecchio secoli

Articolo pubblicato sulla rivista Commenti di Verso l'Arte

L’arte ha sempre avuto un costo che fin dai tempi di Giotto è stato essenzialmente legato all’abilità e alla fama dell’artista. Nessuno dei grandi geni del passato ha mai lavorato solo ed esclusivamente per la gloria. ComeCopertina del libro "The wealth of Michelangelo" di Rab Hatfield hanno dimostrato gli studi del professor Rab Hatfield pubblicati nel libro “The Wealth of Michelangelo”, l’autore degli affreschi della Cappella Sistina era tanto attento alla qualità dei suoi lavori quanto, se non di più, alla quantità della ricompensa ricevuta per essi. Alla sua morte avvenuta nel 1564 all’età di 89 anni, sembra che il nostro “Divino” possedesse la bellezza dell’equivalente odierno di dieci milioni di dollari.

Arte e denaro hanno quindi camminato sempre di pari passo e continueranno a farlo ancora per parecchio tempo.
Ma se il prezzo di un’opera è legato alla fama del suo autore, chi o cosa influenza e decide la fama di un artista? Ovviamente il potente e ricco mecenate che quell’opera l’ha commissionata. Michelangelo è diventato Michelangelo grazie a Lorenzo il Magnifico e ancor di più grazie a Giulio II. Il Buonarroti, infatti, non ci pensò due volte a lasciare appena abbozzati i lavori della Sala del Gran Consiglio di Palazzo Vecchio per rispondere alla chiamata del sommo pontefice: gloria e lauti guadagni lo attendevano a Roma.

Oggi i committenti non sono più Papi, Re o imperatori ma il mercato, un’entità relativamente nuova, formata perlopiù da capitani d’industria, banchieri e imprenditori, insomma gente facoltosa che ha in mano le redini della finanza. Mentre Carlo V chiedeva a Tiziano di dipingere un quadro che ne celebrasse la potenza e la gloria, il mercato chiede agli artisti di oggi di produrre opere che assecondino i bisogni della finanza, vale a dire soldi e investimento. Ne consegue che mentre in passato l’importanza di un artista era legata al valore estetico, intellettuale e artistico della sua opera e solo in secondo momento era considerato il prezzo, oggi essa è indissolubilmente legata al suo valore di mercato e al costo che i suoi lavori raggiungono. Finché un artista non ottiene determinate quotazioni non è considerato da nessuno se non da un circolo ristretto di amanti e addetti ai lavori. Non appena però le sue opere vengono battute a cifre record, allora si scatena la corsa di massa e tutti vogliono accaparrarsele.

Una mappa del mondo di Alighiero BoettiAlighiero Boetti era un artista importante già negli anni ’90 o lo è diventato solo dopo le ultime aggiudicazioni stellari delle sue opere? Possiamo porci la stessa domanda per Enrico Castellani, per Agostino Bonalumi e per tanti altri. Se guardiamo alla storia dell’arte, sono sempre stati grandi artisti, allora perché anche solo dieci anni fa nessuno voleva i loro lavori? Semplicemente perché costavano troppo poco e oggi è il prezzo il fattore che indica l’importanza di un artista e che muove la rincorsa all’opera. Non è più il collezionista che rende importante un dipinto quanto il mercato che fa sì che quel dipinto diventi desiderabile per un numero sempre più elevato di collezionisti. È sempre il mercato che muove le redini, accade quindi spesso che “le opere culturalmente più importanti valgano molto meno di quelle facilmente vendibili.” (Giuseppe Panza)

Arte e investimento, ieri e oggi cosa è cambiato

Come si è arrivati a questo? Già nel 1200 il critico Ts’ai Tao scriveva: «L’amore e la gioia per l’arte sono diventati una moda e le opere d’arte sono ovunque considerate alla stregua di merci e investimenti. Questo il diavolo della nostra epoca».
“Il diavolo della nostra epoca”: anche allora considerare l’arte alla stregua di semplice merce era qualcosa che indignava gli appassionati.

Eppure il peggio doveva ancora arrivare. È solo dopo la Rivoluzione Francese e ancor di più con le grandi esposizioni dell’800, infatti, che l’arte si sarebbe pienamente affermata come merce, tanto che già il grande mercante di quadri parigino Ambroise Vollard poteva parlare nelle sue memorie di investimenti riferendosi alle opere dei giovani pittori impressionisti.

Da quel momento in poi è tutta un’escalation e il mercato diventerà poco alla volta un’entità sempre più forte. Nel 1928 in una lettera ad Alfred Stieglitz, Marcel Duchamp scrive: «…Picabia è uno dei pochi oggi a non essere un “investimento sicuro”? La situazione del “mercato” qui è talmente deplorevole… […] Pittori e pittrici salgono e scendono come azioni di Wall Street».

Intorno agli aSimboli del dollaro dipinti da Andy Warholnni ’60 del Novecento sono arrivate quindi le scatolette di Merda d’Artista che Piero Manzoni sbatteva in faccia a un mercato che accettava qualunque “merda” purché fosse in edizione limitata, numerata, firmata e garantita da un certificato di autenticità. Più o meno nello stesso periodo un artista lucido come Andy Warhol invece, accettava la realtà di fatto portando all’interno dei musei gli stessi oggetti che si trovavano sugli scaffali di un supermercato: l’arte deve essere consumata come qualsiasi altro prodotto commerciale e “fare soldi è un’arte, fare buoni affari è la migliore forma d’arte” profetizzava. È l’apoteosi dell’arte come merce e il via libero definitivo a un sistema commerciale che diventerà sempre più forte e capillare.

Oggi l’economia, dopo aver conquistato gran parte degli ambiti della nostra vita, ha definitivamente vinto anche sull’arte. È un male questo? Da un certo punto di vista per niente. Ben vengano i soldi nel mondo dell’arte: gli artisti hanno bisogno di essere pagati per produrre le loro opere, liberi da ogni altra preoccupazione e poi ricordiamoci che è solo grazie a questi enormi capitali che l’arte è ancora viva. Pensiamo alla poesia, alla musica, alla danza e al teatro contemporanei, chi ne parla più? La notizia di una nuova aggiudicazione record almeno riesce ancora ad attirare i grandi riflettori mediatici sul palcoscenico artistico e a veicolare l’attenzione della moltitudine. È vero, in queste rare occasioni purtroppo, non si discute mai del valore dell’opera appena battuta in asta quanto piuttosto si disquisisce solo ed esclusivamente sulla straordinarietà della cifra raggiunta, ma è già qualcosa. D’altronde in un mondo in cui non si fa altro che parlare di spread, banche, debiti, bilanci, milioni che crescono e milioni che svaniscono, in quanti possono essere interessati più al valore di un’opera piuttosto che al suo prezzo?

Arte ed economia: qual è il vero valore di un’opera?

Oggi quindi l’arte riesce a essere ancora vera protagonista solo se legata all’aspetto economico, di investimento. SenzaLa fiera di Art Basel alcun dubbio il prezzo di un’opera attira maggiori attenzioni rispetto al suo valore. Una dimostrazione di questo è il numero di visitatori che una manifestazione completamente centrata sul mercato come Art Basel ha accolto in soli quattro giorni: ben 98.000 (6,52% in più rispetto al 2014), cifra che molte delle mostre del nostro paese non riescono a raggiungere neanche nell’arco di sei mesi.

Per tanti l’arte è e rimane soprattutto investimento e le crescite commerciali di molti artisti sono operazioni studiate a tavolino da galleristi, mercanti e speculatori. È chiaro che per riuscire ad alzare le quotazioni devono esistere requisiti storico-artistici e ragioni oggettive valide, fatto sta che non sempre al valore di un artista corrisponde un’adeguata valutazione commerciale della sua opera e viceversa. Se così fosse, un artista come Giorgio De Chirico (tanto per fare un esempio) dovrebbe costare molto più di tanti altri artisti con un curriculum e un’importanza storica decisamente inferiore alla sua.

Arte e mercato sono quindi due entità differenti che pur avendo uno stretto legame camminano su due binari diversi. Se si vuole apprezzare davvero il lavoro di un artista, bisogna cercare in tutti i modi di dimenticare il prezzo delle sue opere. In un mondo in cui si conosce e si quantifica il costo di ogni cosa, è difficile ma è l’unico modo per tornare a dare peso e importanza al valore. Non è detto che un artista che costa poco valga poco, come non tutte le opere di quegli artisti che raggiungono quotazioni esorbitanti sono solo ed esclusivamente speculazioni finanziare: anche là dove ci sono evidenti prezzi gonfiati può nascondersi vero valore.

Il cavallo appeso di Maurizio Cattelan al Castello di RivoliL’arte è figlia del proprio tempo” (Kandinsky ) e se questo modo di fare, usufruire e vivere l’arte non ci piace, non è con essa che ce la dobbiamo prendere e non è agli artisti che dobbiamo chiedere di cambiare. L’arte di oggi è l’immagine dell’epoca in cui viviamo e non fa altro che rispecchiare una società in cui l’economia è più importante della fratellanza fra i popoli, della pace e della cultura.

Se questo tipo di arte ci fa innervosire e ci infastidisce ma ci fa anche solo per un attimo pensare e riflettere sul modo e sul mondo in cui stiamo vivendo, allora è un’arte che, bella o brutta, ha comunque fatto il suo dovere.

Qual è secondo te il ruolo del mercato oggi? È ancora riconosciuto il valore di un’opera? Lascia la tua opinione nei commenti.

Caravaggio: 4 luoghi comuni da sfatare

Caravaggio è il pittore dell’antichità più amato ai giorni nostri, questo è ormai un dato di fatto assoluto. Oggi ha superato nei gusti della maggioranza delle persone persino Michelangelo Buonarroti, il pittore classico che ha sempre occupato il primo posto nel cuore degli appassionati d’arte e non solo.

E quando dico da sempre intendo proprio da sempre. Il lavoro del “Divino”, infatti, è stato ammirato e osannato dal ‘500 fino ai giorni nostri, senza alcuna pausa. Non che egli non abbia mai ricevuto alcuna critica, tutt’altro. Nel mondo dell’arte chiunque devii dalla strada conosciuta per presentare ed esprimersi con un nuovo linguaggio all’inizio andrà incontro alla diffidenza e alle critiche di detrattori che difenderanno a spada tratta il vecchio, semplicemente perché il nuovo ne abbatte le sicurezza e nell’arte, come nella vita, questo fa sempre un po’ paura.

Vuoi un esempio? I nudi del Giudizio Universale, giudicati scempi da molti, e la Pietà di San Pietro, opera giovanile dello scultore, criticata da alcuni in quanto la Madonna, madre del Cristo, è più giovane del figlio stesso.

Dettaglio del volto della Madonna e del Cristo della Pietà di Michelangelo BuonarrotiAspetto concettuale questo dell’opera di Michelangelo (perché l’arte è tutta concettuale, anche quella antica, ma questo è un altro discorso) in quanto secondo l’artista “La castità, la santità e l’incorruzione preservano la giovinezza”.

Ma torniamo a Caravaggio. Egli a differenza del “Divino”, non è stato sempre amato. Dagli inizi del ‘600, quando riceve le sue prime grandi commissioni a Roma, la sua fama ha avuto una crescita esponenziale che ha dell’incredibile. Il suo nome è sulla bocca di tutti tanto che giungono alla Città Santa pittori da tutta Europa per vedere con i loro occhi la rivoluzione messa in atto da questo artista lombardo. E la sua fama, come i suoi epigoni, continuano a crescere per circa una trentennio dopo la sua morte.

Poi tutto a un tratto il suo nome scompare: dal 1670 circa, Caravaggio è completamente dimenticato. Cosa è successo? L’arte è legata indissolubilmente alla storia e in quel periodo la società stava cambiando. La Riforma prima e la Controriforma poi, modificano il modo di pensare la vita e la religione. La Chiesa ha bisogno di un’arte diversa, di un’arte che esalti la casa di Dio, che attiri i fedeli, non che li spaventi e che mostri loro i mali del mondo.

I quadri di Caravaggio invece presentano la povertà, la sofferenza, la malattia, la morte, la parte negativa della società, temi che l’arte aveva da sempre evitato. Al Merisi interessa il male della realtà, non quello dell’idea, non il male visto dal punto di vista allegorico. Lui guarda il mondo senza pregiudizi, senza nascondere l’ipocrisia, la finzione. Ma questo allora non andava bene e Caravaggio sparì dalla storia per quasi quattro secoli fino a quando Roberto Longhi nella prima metà del ‘900 lo riscoprì.

Vita di Caravaggio: mito e tanti luoghi comuni

Prima della riscoperta artistica di Caravaggio da parte del Longhi, il pittore lombardo era noto e studiato più per la sua vita maledetta che per la sua arte. Basti pensare che il primo libro sul Caravaggio moderno è intitolato “Un pittore criminale: il Caravaggio. Ricostruzione psicologica e la nova critica d’arte” (Mariano Luigi Patrizi). A dir la verità, anche dopo Longhi, la leggenda della vita di questo genio dell’arte ha sempre fatto molta presa sul grande pubblico ed è stata alimentata da film e libri troppo spesso romanzati. Ma non tutto quello che viene raccontato è poi così vero. Il professore Alessandro Barbero, in una puntata de “Il Tempo e la Storia” (lascio il link a fine articolo), ha messo da parte la lettura romantica della vita di Caravaggio e ha cercato di guardarla con l’occhio dello storico quale egli è, quindi leggendola come la vita di un uomo del ‘600. In questo modo ha sfatato subito almeno 4 luoghi comuni molto cari alla maggior parte dei fan di questo artista:

  1. Caravaggio non era un reietto né un rifiutato.

    Oggi artisti come Damien Hirst o Jeff Koons sono accusati di usare l’arte per provocare, per far parlare di sé e La Morte della Vergine di Caravaggiosappiamo benissimo che quando un artista fa scandalo e provoca polemiche vuol dire che è arrivato al massimo del successo. Chissà perché quando invece si parla di Caravaggio le cose cambiano. Si crede che quando gli alti prelati rifiutarono le tele a lui commissionate perché aveva utilizzato modelli presi dalla vita vera (come per esempio una prostituta per rappresentare la Madonna) egli sia diventato il classico genio maledetto e incompreso. Idea completamente falsa: anche all’epoca fare scandalo portava al successo un artista e Caravaggio non ha avuto nemmeno il tempo per disperarsi di alcun rifiuto perché i quadri non accettati dai committenti venivano immediatamente acquistati  da qualcun altro. Anche ai tempi far parlare di sé era importante per il successo e la nobiltà romana faceva a gare per accaparrarsi le opere di questo artista tanto chiacchierato. Basta pensare che quando giunge a Roma le tele di questo giovane pittore valgono dai 5 agli 8 scudi. Con il tempo le sue quotazioni salgono velocemente a 150 scudi per superare nell’ultimo periodo della sua esistenza i 400 scudi (somma sufficiente a garantire per 6 anni un adeguato tenore di vita per una famiglia nobile).

  2. Caravaggio come artista era un genio, come assassino un dilettante.

    Ricordi “I promessi sposi”? Certo che te lo ricordi, è uno dei libri più importanti della nostra letteratura, I bravi fermano Don Abbondiosicuramente il più conosciuto, e, volenti o nolenti, tutti in un certo periodo della nostra vita abbiamo avuto a che fare con questo romanzo. Bene, questa storia è ambientata più o meno all’epoca di Caravaggio quindi possiamo fare qualche paragone. Se vi ricordate bene, personaggi come Don Rodrigo e i suoi protetti, potevano fare un po’ il bello e il cattivo tempo senza preoccuparsi poi più di tanto tanto delle conseguenze: girare armati, bere, fare a botte, minacciare, uccidere. All’epoca gli omicidi erano all’ordine del giorno quindi non dobbiamo stupirci quando sentiamo che Caravaggio ha ucciso un uomo: la gente del ‘600 aveva un rapporto diverso con la violenza rispetto a quello che abbiamo noi. L’idea del grande artista tormentato e maledetto con un piede nell’abisso e un altro in cielo è un’idea romantica, non della sua epoca. Ai tempi la prendevano in un altro modo. Nel ‘600 c’era un forte senso dell’onore e per gente agiata che conosce Papi e cardinali, alzare il gomito, finire in qualche rissa, pugnalare avversari e poi farla franca a discapito dei poveracci è un fatto normalissimo e le cose rimarranno così per molti anni ancora. Celebre ed esemplificativa questa scena de “Il Marchese del Grillo” con Alberto Sordi:

  1. La condanna a morte pesava sulla testa del Caravaggio come un ma… nto di piume.

Caravaggio dopo l’omicidio fu condannato al bando capitale: chiunque poteva arrestarlo e mandare la sua testa a Roma per riscuotere la taglia. Una pena severissima, in apparenza… In pratica era solo una formalità scritta. La società del ‘600 era una società clientelare: Tizio proteggeva Caio, Caio proteggeva Sempronio e così via. Il bando capitale era una condanna in cui la giustizia faceva la voce grossa ma poi non voleva pestare i piedi a nessuno. È come se volesse dire: “Tu sparisci dalla circolazione per un po’ e poi vediamo se le cose si mettono a posto.” E subito si comincia a tramare, a vedere chi può metterci una buona parola, se pagando qualcosa si può avere uno sconto e così via (insomma la Roma di allora non era tanto diversa dalla Roma di oggi). Caravaggio col suo caratteraccio si è fatto tanti nemici, è vero, ma ha anche tanti amici potenti, disposti a tutto pur di aiutarlo.

  1. La vita di Caravaggio non è stata poi tutta un tormento.

    Dopo la condanna Caravaggio scappa da Roma, trovando rifugio prima nel Principato di Paliano, poi a Napoli, Malta e poi di nuovo San Francesco di CaravaggioNapoli. La maggior parte dei racconti ci descrive un uomo in fuga disperato e tormentato. Lasciamo da parte il filone romanzesco che piace tanto e cerchiamo di capire come ha davvero vissuto il Merisi in quei giorni. Caravaggio era ospite dei principi Colonna, una delle più importanti e influenti famiglie dell’epoca. Giunto nel capoluogo partenopeo poi, si guadagna ben presto la stima di un altro ammiratore non da poco, il vice re di Napoli l’uomo più potente della penisola dopo il papa. È abbastanza difficile quindi pensare a un Caravaggio disperato e che nello stesso tempo viveva nel lusso di suntuosi palazzi con personaggi di questo calibro che gli dicevano: “Tu dipingi, per il resto non ti preoccupare che ci pensiamo noi a mettere una buona parola, non corri nessun rischio.” Anche il fatto che dipingesse tutte quelle teste decapitate perché nel colmo del tormento rivedeva se stesso in quei soggetti è un po’ una forzatura: un fondo di verità c’è, ovviamente, ma ricordiamoci che nell’antichità gli artisti non dipingevano ciò che volevano ma ciò che veniva loro commissionato. Quei soggetti quindi gli venivano richiesti come gli venivano richiesti i molti San Francesco che ha dipinto ma su cui non si è fatta nessuna congettura.

Ciò che conta è l’arte.

Con questo non si vuole certo dire che Caravaggio non sia un personaggio complesso, tutt’altro. Ma ciò che lo Decollazione di San Giovanni Battista di Caravaggio del 1608.caratterizza e lo differenzia dagli uomini del suo tempo è il suo genio, non il suo carattere irascibile e la sua vita estrema. Sono le sue opere che lo hanno reso grande, il senso di profonda conoscenza dell’animo umano, nel bene come nel male, che esse emanano. Ricorderò sempre quando a diciotto anni, scendendo nell’oratorio della Concattedrale di San Giovanni de La Valletta a Malta, mi trovai di fronte alla Decollazione di San Giovanni Battista di Caravaggio. Quello che provai davanti a quel quadro non l’ho più provato di fronte a nessun’altra opera d’arte.

Per un interessante confronto tra Caravaggio e Michelangelo vi consiglio l’articolo a questo link.

Per un approfondimento sulla vita di Caravaggio invece potete dare un’occhiata qui.

Qui trovate la puntata di “Il Tempo e la Storia”: link

Michelangelo Buonarroti, storia di un “plagio” d’autore

L’arte non ha confini, non ha punti di inizio né punti di arrivo, è un continuo divenire.
Gli artisti di oggi nascono e crescono guardando agli artisti di ieri e quelli di domani svilupperanno i loro lavori guardando quello che gli artisti di oggi hanno fatto.
La storia dell’arte è un continuo debito degli uni verso gli altri, una sorta di ossequiosa citazione ai maestri precedenti. Ovviamente citazione non vuol dire plagio: al nuovo artista, per essere riconosciuto e ricordato dalla storia, è chiesto di ridisegnare i confini dell’arte partendo dal punto in cui si sono fermati i suoi predecessori.

Gli artisti più importanti diventano punti di riferimento con i quali le generazioni future dovranno obbligatoriamente confrontarsi. Pensiamo a Picasso e a quanto la sua rivoluzione artistica abbia influenzato gli artisti venuti dopo di lui. Solo quelli però che non si sono fermati al plagio e sono andati avanti sorpassando il suo stile e il suo linguaggio possono chiamarsi artisti e diventare a loro volta maestri. Come abbiamo già visto in un post precedente, anche un genio eccezionale e dallo stile inconfondibile come Caravaggio non ha potuto fare a meno di prendere spunto e citare nelle sue tele un grande maestro come Michelangelo Buonarroti. Ed oggi vedremo come anche quest’ultimo, il “Divino”, non è estraneo a questo modo di operare.

Michelangelo il “Divino” e le sue copie d’autore

Nel XVI secolo papa Giulio II fondò, a partire dalla sua raccolta privata di statue, i Musei Vaticani, un luogo aperto al pubblico in cui i visitatori potevano ammirare tutte le bellezze della Roma antica e non solo. Ogni giovane artista che arrivava da qualsiasi posto del mondo doveva passare un “tirocinio formativo” a copiare e riportare su fogli tutte le pose delle sculture conservate in quei corridoi. Tutti, nessuna eccezione.

Anche il giovane Michelangelo Buonarroti, dunque, giunto a Roma, passò ore e ore davanti alle statue dell’antichità romana, cercando di carpirne segreti. In particolare la collezione papale si distingueva per tre opere ancora oggi famose per la loro bellezza. La prima era l’Apollo del Belvedere, appartenete al Cardinale Giuliano della Rovere che la custodiva nel suo palazzo a Santi Apostoli e la fece trasferire in Vaticano una volta divenuto Papa. Attualmente fa bella mostra di sé nel cortile dell’ottagono al museo Pio-Clementino, nel complesso dei Musei Vaticani.

La statua Apollo del Belvedere conservata ai Musei Vaticani

La seconda, poco distante da quest’ultima, è forse uno dei gruppi scultorei più famosi e riprodotti dell’antichità: il Laocoonte. Acquistata anch’essa da Papa Giulio II, fu sistemata, nel cortile ottagonale e divenne insieme all’Apollo, il pezzo più importante della collezione.

Il gruppo scultore del Laocoonte e i suoi figli conservato ai Musei Vaticani

La terza è una scultura greca giunta a noi mutila ma senza aver per questo perso niente del suo fascino: il Torso del Belvedere. Fu talmente ammirata dal Buonarroti che una leggenda racconta di come egli si sia rifiutato di completare le parti mancanti per non alterarne la bellezza.

Il Torso del Belvedere conservato ai Musei Vaticani

 

Michelangelo passò dunque intere giornate a copiare queste statue cercando di catturare con la matita le sfumature e le tensioni di ogni singolo muscolo delle figure scolpite. Purtroppo nessun disegno è giunto fino a noi: considerati alla stregua di un puro esercizio stilistico, le centinaia di schizzi effettuati sono andati persi, probabilmente gettati dallo stesso autore.

Eppure continuando il giro dei Musei Vaticani e giunti alla tappa finale davanti al massimo capolavoro michelangiolesco, gli affreschi della Cappella Sistina, ci si può rendere conto del frutto di quell’incessante lavoro di copiatura dei maestri antichi.

La figura del Cristo del Giudizio Universale di Michelangelo

 

Nella figura del cristo del Giudizio Universale si ritrovano infatti tutte e tre queste statue: l’Apollo nel viso di Gesù, il Laocoonte nella posizione del torace e delle braccia e il Torso del Belvedere nelle gambe. Anche il “Divino” dunque ha reso omaggio all’arte riconoscendo il suo debito verso i maestri antichi. Un modo per sedersi al loro fianco in una sorta di continuità che è giunta poi con i suoi successori fino ai giorni nostri.

 

Arte e denaro, le verità che spesso non si dicono

Il battitore aggiudica un'opera in astaÈ inutile negarlo e continuare a far finta che non sia vero: se oggi ogni tanto l’arte ottiene ancora i riflettori del palco mediatico, non è certo per il genio di un’artista o di un astro nascente, quanto per le quotazioni che le sue opere raggiungono.

Tanto è vero che quando c’è un record d’asta, si parla sempre e solo del prezzo, mai dell’opera e del suo significato, indipendentemente dal fatto che l’autore sia Monet, Picasso, Francis Bacon o Jeff Koons.

Per capire le cifre astronomiche che girano attorno al mondo dell’arte e che fanno tanto scalpore, non dobbiamo dimenticare due cose:

    1. I bravi artisti si sono sempre fatti pagare e anche tanto
    2. Viviamo in un’epoca in cui l’economia ha vinto e si è impossessata di tutto

1. Arte e denaro un connubio vecchio secoli

Arte e denaro hanno sempre camminato fianco a fianco. L’arte dell’epoca moderna si è sviluppata con più forza in quei paesi in cui non era solo il fermento culturale a essere ricco, ma anche il denaro vero e proprio girava in abbondanza. Nell’Italia del Rinascimento, nell’Olanda della seconda metà del 1600, nella Francia della Belle Époque e nell’America del dopoguerra, agli artisti, oltre a grandi commissioni e riconoscimenti, erano assicurati anche lauti compensi.

Stati ricchi quindi, che diventavano direttamente o indirettamente mecenati e protettori delle arti tutte. Non poteva essere diversamente d’altronde, dato che il prodotto del fare artistico è un bene superfluo, non necessario, e solo classi dirigenti di società nelle quali tutti gli altri bisogni erano per lo più soddisfatti potevano permettersi di sostenere una classe “non produttiva” come quella degli artisti.

Tanto è vero che l’arte è sempre stata un’attività per ricchi (papi, imperatore, re, aristocratici) che solo di riflesso si volgeva al resto della popolazione. Anche vederla come forma di investimento non è cosa nuova se, come citato da Nicola Maggi in un articolo del suo blog, già nel 1200 il critico Ts’ai Tao scriveva: «L’amore e la gioia per l’arte sono diventati una moda e le opere d’arte sono ovunque considerate alla stregua di merci e investimenti. Questo il diavolo della nostra epoca».

Cambiano gli artisti, cambia il pubblico ma…

Nulla è cambiato quindi, oggi come allora il denaro associato al mondo dell’arte è visto come un male. Gli artisti devono essere poveri e maledetti e lavorare per la gloria che arriverà solo a morte giunta. Peccato che questo sia vero solo per una percentuale piccolissima di protagonisti della storia dell’arte. Tiziano era così ricco, famoso e rispettato che addirittura l’imperatore Carlo V in persona (l’uomo che regnava su un impero in cui non sorgeva mai il sole, per intenderci) si inchinò per raccogliere un pennello caduto al maestro.


Copertina del libro "The wealth of Michelangelo" di Rab HatfieldAndrea Mantegna
il giorno in cui morì possedeva case e terreni di gran valore. Per non parlare di Michelangelo, uno degli artisti più ricchi del suo tempo, grande nel creare arte quanto nell’accumulare denari come è stato dimostrato dalla ricerca svolta dallo studioso Rab Hatfield pubblicata con il titolo “The wealth of Michelangelo” (un ottimo libro che racchiude tante curiosità sui pittori italiani del Rinascimento e sul loro rapporto con il denaro).

Per tornare agli artisti, se Caravaggio non ha mai vissuto un’esistenza agiata è dovuto solo al suo carattere indocile e aggressivo che lo ha costretto a fuggire in lungo e largo per l’Italia vivendo come un fuggiasco: i suoi lavori, richiesti da grandi e influenti personaggi come il Cardinale Barbierini, erano ben ricompensati.

Avvicinandoci sempre di più ai nostri tempi andiamo incontro a una delle più grandi e false legende relative alla storia dell’arte, quella che vuole gli impressionisti poveri, incompresi e morti in miseria: a parte il fatto che nessuno di loro è mai stato povero per il semplice fatto che appartenevano tutti, ad eccezione di Renoir, a famiglie benestanti. Comunque sia tutti gli impressionisti sono diventati ricchi e famosi grazie alla loro pittura. Molto probabilmente anche Van Gogh stesso se non fosse morto così giovane avrebbe conosciuto il successo.

Van Gogh, uno degli artisti maledettiSe poi pensiamo a Picasso o Dalì, possiamo sicuramente affermare che non morirono certo in disgrazia. Da dove arriva allora questa credenza comune che vuole l’artista povero e maledetto, dedito solo a creare i propri lavori per la gloria e non per alcun guadagno?

Il mito romantico dell’artista maledetto

Bastarono pochissimi anni per creare e coltivare un mito che si è poi talmente radicato da giungere inalterato fino ai giorni nostri: quello dell’artista povero e maledetto che vive e si nutre esclusivamente di emozioni e pittura.

Nella prima metà dell’800 nasce la figura del genio incompreso, rifiutato dalla società e che della società rifiuta regole e valori, che conduce una vita autodistruttiva e che muore prima che il suo valore venga riconosciuto. È il Romanticismo, un movimento a mio parere mediocre il cui lascito più grande alla storia dell’arte è stato appunto questo stupido e falso retaggio causa delle più grandi incomprensione di oggi verso l’arte contemporanea.

D’altronde i numeri parlano chiaro: quanti sarebbero questi artisti maledetti? Così su due piedi mi vengono in mente solo i nomi di Van Gogh e di Modigliani, due artisti importantissimi ma che fanno grande presa sul pubblico più per il fascino delle loro vite “spericolate”, come direbbe il buon vecchio Vasco, che per il pensiero trasmesso dalle loro opere. Eppure questo è un retaggio che ha messo radici talmente profonde che a fatica riusciamo ad accettare che un artista possa guadagnare e diventare ricco vendendo i propri lavori.

Di arte si vive e con l’arte si mangia

Fare l’artista è un lavoro come un altro, per certi versi forse più affascinate ma è comunque un lavoro. Gli artisti dedicano energia e ore della propria giornata per regalare un po’ di bellezza a questo mondo, perché non dovrebbero essere pagati dato che, come ogni professionista che si rispetta, versano anche i loro bei tributi allo stato?

Nel rinascimento esistevano tabelle di prezzo che indicavano con certezza quanto sarebbe dovuto essere ricompensato un lavoro: più figure comparivano nel dipinto, più aumentava il prezzo. Gli artisti non producevano spinti dall’ispirazione: tutte le opere che vediamo appese nei vari musei del mondo erano lavori innanzitutto commissionati da qualcuno e che dovevano seguire determinati canoni. Solo in seguito poteva capitare che il talento di un genio ci mettesse del proprio e creasse quei capolavori che ancora oggi possiamo ammirare.

Si lavorava comunque innanzitutto per una retribuzione, non per esclusivo piacere personale. Oggi è uguale. Gli artisti lavorano per esprimere se stessi è vero, ma hanno bisogno di essere pagati anche perché altrimenti sarebbero costretti a procurarsi il sostentamento con altri mezzi e questo toglierebbe tempo alla loro arte. Che poi alcuni artisti abbiamo raggiunto quotazioni astronomiche è un altro discorso.

2. L’economia si è impossessata dell’arte

Si, l’economia ha vinto su tutto non possiamo far finta di niente. Mentre nel Medioevo era la religione ad avere la meglio sulla vita e sull’arte, nel Rinascimento tutto era fondato sullo studio dell’Uomo e la parola chiave dell’Illuminismo era “Ragione”, oggi l’Economia è ciò che guida la nostra società. E dato che l’arte riflette sempre se non addirittura anticipa ciò che la società produce, in un mondo in cui non si fa altro che parlare di spread, bilanci, indici, ecc., l’economia non poteva non diventare protagonista anche nell’arte.

Un uomo pensa ai soldi e cerca di prenderli con una calamitaQuesto non vuol dire però che viene meno il valore degli artisti e della loro opera. Bisogna sempre tenere bene in mente che prezzo e valore sono due cose diverse che non sempre combaciano. Ci sono artisti che costano poco e che valgono tanto, come ci sono artisti che hanno raggiunto quotazioni altissime ma le cui opere non hanno un valore poi così grande.

Non dobbiamo giudicare grande un’artista solo per il prezzo che le sue opere raggiungono come non dobbiamo fare l’errore di classificare alla stregua di una speculazione finanziaria un’opera che ha un prezzo esorbitante. Anche là dove i prezzi sono evidentemente gonfiati dal mercato, non ci si dovrebbe far distrarre dall’indignazione ma sforzarsi di comprendere quello che l’opera vuole trasmettere.

Lasciati da parte i pregiudizi potremmo trovarci di fronte a piacevoli sorprese sia davanti a un opera valutata poche migliaia di euro, sia davanti a un’altra valutata milioni di dollari.

I due Michelangelo: Buonarroti e Merisi da Caravaggio

Quando si parla di Michelangelo, ci si riferisce inequivocabilmente e senza ombra di dubbio al Buonarroti. Come sottolineato da Vittorio Sgarbi durante una conferenza in occasione di una mostra da lui curata, tutti i più grandi artisti nella storia dell’arte sono conosciuti con il solo nome di Battesimo. Pensate a Giotto, Leonardo, Tiziano, Raffaello, Dante, ecc. Trasformati in brand, il cognome non serve più, diventa inutile. Di Giotto ce n’è uno solo come c’è un solo Leonardo e un solo Raffaello.

Per quanto riguarda Michelangelo, le cose sono un pochino diverse. Nella storia dell’arte, infatti, i Michelangelo veramente grandi sono due: il Buonarroti e il Merisi. Quando quest’ultimo nacque, però, il posto di Michelangelo era già occupato dal “Divino” e, non potendosi chiamare Michelangelo II, il Merisi dovette ripiegare sul soprannome derivato dal suo paese: Caravaggio. Un modo per dire: “Attenzione, anch’io sono un grande, anch’io sono un brand!
È forse da questo episodio che nasce la competizione del più giovane nei confronti del più vecchio.

Quando Caravaggio giunge a Roma nel 1592, Michelangelo era morto da circa trent’anni e gli artisti che avevano successo e si accaparravano tutte le commissioni pubbliche o private, erano i suoi epigoni, quelli che in un modo o nell’atro ne imitavano lo stile, i così detti manieristi: proprio quelli che il Caravaggio contrasterà con la sua pittura portando un’ondata di novità e aria fresca nella capitale. L’arte del Merisi era, infatti, radicalmente antitetica rispetto a quella del maestro del Rinascimento. L’una, quella di quest’ultimo, è la pittura delle idee, l’altra, quella del giovane lombardo, è la pittura della realtà. Il primo dipinge personaggi che sono statue, che hanno tutta la bellezza e la fierezza degli dei, l’altro usa come modelli gente del popolo, della strada, poveracci, accattoni e prostitute. Il primo si concentra sul disegno per poi arricchire il tutto con il colore, che rimane comunque elemento secondario. Il secondo attraverso il colore costruisce tutta la scena, nascondendone gran parte nell’ombra per poi illuminare con un raggio di luce che squarcia il buio solo il dettaglio più significativo. Due modi completamente diversi di intendere l’arte e la vita stessa.

Eppure, nonostante le apparenze, il Caravaggio deve molto al suo predecessore. In tutta l’arte del Merisi si possono trovare riferimenti alla pittura di Michelangelo. Quante volte Caravaggio deve aver fatto visita alla Cappella Sistina per studiare e copiare quei magnifici corpi scolpiti col pennello sulle pareti. Caravaggio si è poi ricordato di queste figure talmente belle da essergli rimaste impresse nella mente e ne ha riportate alcune nei suoi dipinti, in una sorta di duello a distanza e allo stesso tempo di grande ammirazione e reverenza per il maestro.

Antonio Paolucci, storico dell’arte nonché direttore dei Musei Vaticani, durante un’interessantissima puntata della serie Rai “Lezioni d’arte” ha illustrato magistralmente alcuni di questi parallelismi. Qui sotto ci sono le immagini che mettono a confronto le opere dei due maestri. Come si può osservare, non è la maniera, lo stile, ciò da cui Caravaggio prende spunto da Michelangelo. Egli non fa altro che compiere una sorta di “citazione” riprendendo alcune delle più famose figure del Buonarroti nei suoi dipinti.

"Deposizione" di Caravaggio e "Pietà" di Michelangelo Deposizione di Caravaggio e Pietà di Michelangelo

La posizione del Cristo della tela del Merisi riprende quella della scultura marmorea conservata nella Basilica di San Pietro del Buonarroti.

Crocifissione di San Pietro di Caravaggio e di Michelangelo

Crocifissione di San Pietro di Caravaggio e di Michelangelo

Evidente anche in questo caso la ripresa della posizione del santo crocifisso con la testa rialzata rispetto all’asse della croce.

Amor Vincit Omnia di Caravaggio e San Bartolomeo (particolare Giudizio Universale) di Michelangelo

Amor Vincit Omnia di Caravaggio e il San Bartolomeo, particolare del Giudizio Universale, di Michelangelo

San Giovanni Battista di Caravaggio e un Ignudo della Cappella Sistina di Michelangelo

San Giovanni Battista di Caravaggio e un Ignudo della Cappella Sistina di Michelangelo

Vocazione di San Matteo di Caravaggio e Creazione di Adamo di Michelangelo

La mano di Cristo nella Vocazione di San Matteo di Caravaggio e quella di Adamo nella Creazione di Adamo di Michelangelo

Per chiunque voglia approfondire il tema consiglio la visione integrale della lezione del Paolucci da cui ho preso spunto per affrontare l’argomento, che potete trovare a questo link: La storia dell’arte – I due Michelangelo: Buonarroti e Merisi da Caravaggio.

Se invece siete curiosi di sapere quali siano i maestri e i punti di riferimento da cui Michelangelo ha ripreso forme e figure, potete leggere l’articolo Michelangelo Buonarroti, storia di un “plagio” d’autore.