Maurizio Cattelan: dopo la carta igienica anche il water d’oro

Maurizio Cattelan, rinuncia al pensionamento anticipato, e torna al lavoro, o meglio, torna a fare l’artista. Già perché non è che avesse proprio smesso di lavorare, aveva semplicemente cambiato mestiere passando dall’altro lato della barricata: prima di tutto curatore e poi manager di Toilet Paper, il magazine da lui stesso fondato in collaborazione con il fotografo Pierpaolo Ferrari.

Proprio dalla carta igienica (toilet paper) riparte, o meglio, da qualcosa a essa molto legata, diciamo una sua estensione semantica. La sua ultima trovata è infatti un water in oro massiccio a 18 carati che ha già scatenato le reazioni più controverse: c’è chi grida allo scandalo e chi ne esalta il genio assoluto.

Breve storia di arte ed escrementi

La storia dell’arte è ricca di artisti che hanno giocato e ragionato sui bisogni impellenti e primordiali dell’essere umano.

Ti faccio qui un breve elenco dei più famosi, ma la lista potrebbe allungarsi parecchio:

“Orinatoio” di Marcel Duchamp

L'Orinatoio di Marcel DuchampCon chi iniziare se non da colui che è all’origine di tutto questo, Marcel Duchamp, il padre dell’arte contemporanea. E come inizio non è proprio niente male se già nel 1917 il nostro Marcello, quando decise di inviare uno dei suoi ready-made alla mostra organizzata dalla Società per gli artisti indipendenti, pensò proprio ad un oggetto utile per espletare le corporee funzioni umane.

La storia è lunga e complessa e se sei interessato puoi leggere l’articolo “Tutta colpa di Marcel Duchamp”. In verità lui comunque non fu il primo e l’associazione fra arte e bisogni umani è molto più vecchia, risale a qualche secolo prima, anche se meno conosciuta e di diversa tipologia.

Rosalba Carriera e i pigmenti di pipì

Come ci racconta Stilearte, la raffinatissima artista Rosalba Carriera utilizzava l’urina di bambini e adulti per preparare specifiche tonalità e dare determinate caratteristiche ai suoi colori. Non creava l’opera direttamente con i rifiuti del corpo umano ma ne sfruttava piuttosto le proprietà chimiche e le loro capacità di trasformazione degli elementi.

Beh ricordiamoci che stiamo parlando dei primi anni del ‘700, forse era un po’ presto per pensare di imbrattare le tele con escrementi umani, comunque è sempre un primo passo.

“Merda d’artista” di Piero Manzoni

Ormai celebri quanto il famoso Orinatoio, le 90 scatolette di Merda d’artista di Piero Manzoni ne rappresentano il naturale proseguimento. Anche in questo caso la storia è ormai nota, la potete leggere nell’articolo Piero Manzoni: merda che artista!Piramide di barattoli di Merda d'artista di Piero Manzoni.

Qui mi basta ricordare che l’artista nel 1961 le mise in vendita al prezzo corrente dell’oro, associando l’idea massima di disvalore (le feci) con l’idea massima di valore (l’oro). Anni dopo il mercato ha avvalorato questa tesi, inizialmente solo teorica, portando il valore di questa scatolette, tra l’altro solo ipoteticamente piene di escrementi, a un livello di gran lunga maggiore di quello del metallo prezioso.

“Piss Painting” di Andy Warhol

Andy Warhol: "Piss painting"Non sono sicuramente le opere più famose di Andy Warhol, ma sono sempre lavori di uno degli artisti più geniali del dopoguerra. Nel 1978 l’artista americano realizzò dipinti stendendo a terra la tela e passandoci sopra strati di vernice fresca al rame.

Dopodiché lui, i suoi collaboratori e gli amici della Factory si mettevano in fila e vi ornavano sopra. Per la serie “Chi non piscia in compagnia…

Un po’ come Rosalba Carriera, ciò che creava l’opera era la reazione dell’urina con la vernice: i colori si ossidavano e tante tinte arancioni e verdi emergevano dallo sfondo.

“The Holy Virgin Mary” di Chris Ofili

The Holy Virgin Mary è un quadro sacro, alto circa 2 metri e mezzo e largo poco meno di due metri, che rappresenta la Vergine Maria. Se ci si fermasse a guardare semplicemente il soggetto, nulla di strano, trito"The Holy Virgin Mary" di Chris Ofili e ritrito nella storia dell’arte.

Il problema, e anche ciò che rese questo dipinto così celebre, è il modo in cui fu realizzato: tecniche miste che spaziano dalla tradizionale pittura a olio, all’utilizzo di brillantini, resine e collage di immagini pornografiche.

Il particolare che interessa a noi è il seno nudo della Madonna, creato con un grumo di vernice e sterco di elefante. Il dipinto oggi vale milioni ma nel 1997 in molti si offesero e forse la merda di elefante ne fu solamente l’ultima causa.

“Milo’s Venus, copy made with escrement” di Zhu Cheng

“Milo’s Venus, copy made with escrement” di Shu ChengZhu Cheng è un altro artista che si diverte a giocare con gli escrementi degli animali, questa volta di panda. Facendosi aiutare da nove dei suoi studenti d’arte, ne ha raccolti una bella quantità e ha creato una replica della Venere di Milo.

Per via del forte e cattivo odore, l’opera è stata chiusa in una scatola trasparente che trattiene il fastidioso lezzo, ma questo non ha impedito a un collezionista svizzero di acquistarla per la modica cifra di 45.113$.

“Cloaca” di Wim Delvoye

Delvoye è l’artista che forse si è spinto più in là di tutti su questo tema. Ha creato ed esposto un macchinario lungo qualche metro che riproduce all’incirca le funzioni del nostro stomaco, con relativa “Cloaca” di Wim Delvoyeespulsione degli scarti.

In pratica a un’estremità viene inserito del cibo e, dopo una complessa sequenza di elaborazioni meccaniche e chimiche simili quelle del processo digestivo dell’essere umano, ne esce dall’altra uno scarto. Il prodotto finale, che viene infilato in buste trasparenti e poi venduto a prezzi esorbitanti, non è nient’altro e a tutti gli effetti che merda.

Maurizio Cattelan, oro, gabinetto e carta igienica

Tornando al water d’oro di Maurizio Cattelan verrebbe quindi da pensare “niente di nuovo all’orizzonte”, la solita boutade o provocazione ma, infondo, c’è già stato anche di peggio di cui scandalizzarsi.

Maurizio CattelanUn sanitario è già stato esposto, Cattelan non ha fatto altro che creare qualcosa della stessa famiglia ma con un materiale prezioso come l’oro. Un’idea sicuramente un po’ kitsch, alla Damien Hirst.

Qualcosa di originale però si può trovare e non deve sembrare strano, stiamo comunque parlando di Cattelan, uno fra gli artisti contemporanei, se non più importanti, di certo più famosi al mondo.

A differenza di Manzoni per esempio, l’associazione fra l’idea di disvalore (il cesso) e l’idea massima di valore (l’oro), questa volta è realizzata in modo pratico, non solo teorico: il gabinetto è oro puro al 100%. In una società prettamente materialista non bastano più le idee, ciò che conta è l’oro vero.

In secondo luogo l’opera non verrà mai esposta al centro di una grande sala espositiva, sotto luci e riflettori, ma direttamente in una toilette, quella del Guggenheim Museum di New York, lo stesso museo che con la retrospettiva “All” aveva celebrato l’addio alle scene di Cattelan, il quale ha dichiarato: “Si potrà andare in bagno solo per vederla ma diventerà un’opera d’arte solo quando qualcuno sarà seduto su di essa, rispondendo ad un bisogno fisiologico.

Insomma l’opera d’arte che diventa performance interagendo con il pubblico.

Il water d’oro: significato e contemporaneità

A chi ha visto nell’opera una riflessione sulle diseguaglianze economiche, Cattelan risponde che “non è compito mio spiegare al pubblico cosa significhi l’opera, ma sono convinto che chi la guarda possa trovarci un senso“.

Negli Usa in molti hanno letto un effetto allusivo dell’opera al rinomato amore che il candidato alla presidenza Donald Trump ha per i sanitari d’oro (stessa mania del fu Saddam Hussein, una delle tante analogie tra i due d’altronde): ancora una volta il nostro Maurizio si dimostra attuale e contemporaneo per eccellenza.

Se viviamo in una società in cui personaggi che hanno il compito di guidarla (o che potrebbe farlo in futuro) hanno queste strambe manie, perché l’arte non dovrebbe rifletterci sopra? È un’opera che rispecchia il lato superfluo e assurdo del mondo in cui stiamo vivendo e il water è anche un oggetto che, a detta di molti,Installazione delle artiste Goldschmied & Chiari al Museion di Bolzano stimola il pensiero.

È arte o non è arte? Genialità o paraculata?

I soliti dubbi che nascono davanti a un’opera d’arte contemporanea. Proprio di questi giorni è la notizia che l’installazione delle artiste Goldschmied & Chiari del Museion di Bolzano è stata scambiata per immondizia dalle addette delle pulizie e finito nella raccolta differenziata.

Solo il tempo potrà risolvere i nostri dubbi, intanto una cosa è certa: su quel water appoggeranno i loro glutei folle di amanti e meno dell’arte, anche solo per il futile piacere di scattarsi un selfie mentre espletano i loro bisogni in un museo.

Tu cosa pensi, è arte o non è arte? Lascia la tua opinione qui sotto.

 

La pittura è morta: si cerca l’assassino

La pittura è morta, nessuno vuole più dipingere, è molto più facile e meno faticoso prendere un oggetto e esporlo in una galleria presentandolo come opera d’arte concettuale. Ah maledetto Duchamp!Marcel Duchamp, Ruota di bicicletta

Ma sarà poi vero? Stiamo veramente assistendo al funerale della pittura?

Una delle domande più frequenti che in molti si pongono quando entrano in un museo di arte contemporanea è la seguente: “Ma perché diavolo i pittori hanno smesso di dipingere? Dove sono finite le velature, le sfumature e la ricerca del tono giusto? Perché hanno abbandonato i cari e tanto amati pennelli?

È vero, le domande sono tre, ma possono essere riassunte e tradotte in un’unica questione: perché da un certo periodo storico in poi, gli artisti hanno abbandonato il modo tradizionale di lavorare e di fare arte?

Ovviamente il motivo non è uno solo, ne esistono diversi e vanno cercati tutti all’interno del contesto storico e culturale durante il quale questo cambiamento avveniva.

‘900: l’inizio della fine

Tutto ha inizio agli albori del 20° secolo con le avanguardie storiche. La grande pittura, quella d’Accademia, aveva già subito forti attacchi prima dai pittori realisti, poi dagli impressionisti e infine dai magnifici tre, i padri della pittura moderna: Paul Cézanne, Paul Gauguin e Vincent Van Gogh.

Les Demoiselles d’Avignon (1907), Pablo Picasso È però nel primo decennio del 1900 che si compie la rottura finale con la tradizione: Les demoiselles d’Avignon (1907) di Pablo Picasso butta a terra il castello della prospettiva che aveva dominato il mondo dell’arte per oltre 600 anni.

Passano pochi anni e nasce la pittura astratta: il primo acquerello astratto di Kandinskij è datato 1910. Nel frattempo Picasso e Braque avevano inserito materiali vari nelle loro tele creando i primi collage. Queste non sono semplici novità o stili nuovi, ma vere e proprie rivoluzioni.

Si continua così fino ad arrivare a uno dei gesti più estremi in campo artistico di quegli anni: l’esposizione in un museo di un orinatoio rovesciato da parte di Marcel Duchamp.

A questo punto si potrebbe pensare che a inizio secolo fare il pittore volesse dire andare controcorrente, avere un animo ribelle, sfidare a tutti i costi lo status quo, atteggiamenti questi che portarono a una rivoluzione del fare arte.

Ma se ci fermiamo a osservare bene il contesto storico, noteremo che cambiamenti epocali non si ebbero solo nel campo della pittura: in quegli anni Arnold Schoenberg inventava la dodecafonia, che segna una forte rottura con il passato.

Pensiamo a come le scoperte di un altro immenso genio, Albert Einstein, stessero rivoluzionando la fisica, o come gli studi di Sigmund Freud stessero facendo altrettanto per la psicologia. Pensiamo alla letteratura e a quello che stava facendo James Joyce al romanzo.

Non solo in pittura dunque, si cercano e si trovano nuove strade che portano a un profondo rinnovamento di pensiero e azione.

Un passo indietro e poi un’accelerata

Dopo tutti questi cambiamenti, alcuni pittori in tutta Europa, a partire dallo stesso Picasso, tornano a dipingere in uno stile classico: è il periodo del così detto ritorno all’ordine.

È un modo per staccarsi da canoni avanguardistici divenuti ormai una stanca e vuota ripetizione di modelli precostituiti e, dall’altro lato, un tentativo di sollevarsi al disopra del livello industriale dell’oggetto di massa a cui soprattutto il readymade aveva rilegato l’arte, abbassando il livello di abilità dell’esecuzione.

Ma non dura molto. Dopo la seconda guerra mondiale è tutto uno sbizzarrirsi di inedite tecniche, idee, novità originali. Si Alberto Burri - Grande saccoparte con Alberto Burri che fa pittura non più con pennelli e colori ma con plastiche, sacchi e legni.

E poi arriva il ’68, il fatidico ’68: inizia a diffondersi l’uso di materiali non convenzionali, si sviluppa la fotografia come mezzo artistico, si lavora con il corpo e con l’ambiente, nascono le prime performance.

Nel clima generale di rifiuto delle tradizioni, chi dipingeva ancora con colori e pennelli, non riusciva a trovare nessun gallerista disposto a rappresentarlo.

Dagli inizi del ‘900 agli anni ’70, dopo una lenta agonia, sembra proprio che la pittura sia morta. Ma come si è arrivati a questo efferato omicidio?

Chi ha ucciso la pittura?

A partire dal ‘900, ci sono sicuramente due eventi che hanno contribuito più di tutti alla rottura dei canoni tradizionali della pittura:

1. L’invenzione della fotografia

Ho già parlato ampiamente di questo nell’articolo Arte e fotografia: storia infinita d’amore e odio quindi è inutile qui dilungarsi oltre.

2. L’industrializzazione

Lo sviluppo dell’industrializzazione ha sicuramente un profondo effetto sulla vita delle persone e sulla società e di conseguenza anche sugli artisti e sul loro modo di fare arte. Pensiamo ai temi della velocità, del movimento e delle macchine che già a inizio secolo iniziano a interessare gli artisti come i futuristi ma non solo.

Le profonde trasformazioni tecnologiche e organizzative rendono possibile la produzione in serie che diventa ben presto produzione di massa. Dall’operaio specializzato si passerà all’operaio-massa a bassissima professionalità, saranno sempre più le macchine a fare tutto: ecco spiegato (in parte) Duchamp.

L’industrializzazione offre quindi nuovi metodi di produzione, non solo agli imprenditori, ma  anche agli artisti. Questi ultimi iniziano ad approcciarsi in maniera completamente nuova alla materia evitando di proposito lavori cheL'opera Torques Ellipses di Richard Serra richiedano capacità tecniche elevate.

Come ai lavoratori erano richieste capacità diverse da quelle che caratterizzavano il lavoro artigianale fulcro delle società antecedenti la rivoluzione industriale, così gli artisti puntano su skills completamente nuove rispetto alle tradizionali.

Alla capacità di saper miscelare i colori si preferisce lo spirito di ricerca. Piuttosto che saper riprodurre esattamente la realtà è sviluppata l’attitudine alla deduzione, al ragionamento e al pensiero radicale e innovativo. Niente scalpello, meglio la sperimentazione di nuovi materialiCollaborazione invece che continuo miglioramento di competenze esclusivamente personali.

Insomma l’arte cambia perché la società cambia e come non esistono più i mestieri di una volta, anche i pittori non vogliono più affacciarsi al loro lavoro come si faceva in passato.

Così nascono sculture che sono di proposito non monumentali, dipinti di proposito non virtuosistici, disegni di proposito semplici e, in apparenza, infantili, e persino lavori che, sempre di proposito, non sembrano per niente opere d’arte.

Perché i pittori hanno smesso di dipingere e gli scultori di scolpire

Sono diverse le ragioni che spingono gli artisti, soprattutto a partire dagli anni ’70, verso questi nuovi modi di fare arte:

  1. Sicuramente una delle principali, a cui per altro ho già accennato, è il desiderio di liberarsi dalla tPerformance di Marina Abramovic e Ulayradizione. È un desiderio diffuso in tutta la società, non succede solo nell’arte: pensiamo alla rivoluzione giovanile e a quella operaia, ai movimenti femministi e a quelli spirituali. Gli artisti vivono, si nutrono e spesso alimentano questo clima di cambiamento.
  2. Ci si interroga sul valore dell’unicità dell’oggetto artistico. Il ‘900 è il così detto secolo delle masse, in quanto queste ultime per la prima volta guadagnano un ruolo nella storia. Questo porta all’estendersi dell’alfabetizzazione e della cultura, appunto di massa, che però è diversa rispetto alla cultura “alta” ma che ne influenza le forme espressive, soprattutto in pittura. Per qualcuno l’arte non deve più essere un ambito esclusivo per élite privilegiate, ma deve parlare e essere alla portata di tutti: ecco la Pop Art.
  3. Si riconsidera la separazione fra arte e vita: nascono così gli happening e le performance, si esce dagli spazi istituzionali e dalle gallerie, si contamina l’arte con la vita e viceversa.
  4. Si polemizza con il sistema commerciale dell’arte che tratta l’oggetto artistico alla stregua di un mero trofeo per Piero Manzoni - Merda d'artistagente ricca e spinge gli artisti a creare opere che soddisfino questo bisogno. Pensiamo alle scatolette di Merda d’artista di Piero Manzoni che già negli anni ’60 esprimevano una profonda e ironica critica a questo sistema.

Tutte queste idee culminano e trovano il loro più ampio sviluppo negli anni ’70. Insomma stando alle prove è il ’68 che ha ucciso la pittura.

La pittura è morta? Forse un falso allarme

Ma la pittura è morta per davvero? In verità, a ben guardare, sembra proprio viva e in perfetta salute. Il ’68 non ha ucciso proprio niente e nessuno: colpevole scagionato, il fatto non sussiste.

Il ’68 semplicemente ha segnato uno spartiacque fra passato e presente, piantando i germogli per una pittura che guarda al futuro. I pittori non hanno mai smesso di dipingere, semplicemente non lo fanno più come lo si faceva un tempo, seguendo i canoni tradizionali.

Se ci si avvicina all’arte contemporanea aspettandosi di trovare quadri dipinti alla maniera di Raffaello e Michelangelo si rischia di rimanere estremamente delusi. L’arte riflette e ha sempre rispecchiato il proprio tempo, quanto sarebbero contemporanee oggi madonne, angeli e resurrezioni?

Oggi anche l’arte è entrata nel ciclo della globalizzazione e gli artisti si trovano a dialogare con culture diverse e lontane come quelle di Cina, India e Africa, entrate di forza anche loro nel giro dell’arte che conta. Cambiano i temi, cambiano i mezzi, cambiano soprattutto i linguaggi. Ma la pittura è viva, vegeta e, anzi, in gran forma.

Quelle qui sotto sono opere di ottimi pittori contemporanei, vediamo se ne riconosci qualcuno e se soprattutto ti piace il loro modo di dipingere (cliccando sulle immagini ti comparirà il nome).

E tu conosci qualche altro pittore contemporaneo di cui apprezzi il lavoro? Presentalo anche a noi nei commenti.

I 9 (banali) luoghi comuni sull’arte (soprattutto) contemporanea

Oggi di arte si parla poco e spesso a vanvera. Ovviamente non mi riferisco a te che, se sei capitato su questo blog, un certo interesse lo devi pur avere, e nemmeno ai pochi come te per i quali ancora sopravvive la passione per questo mondo.

In generale, purtroppo, per la stragrande maggioranza delle persone, l’arte è un’attività che non ha senso, un’assoluta perdita di tempo.

E pensare che un tempo l’arte faceva mondo e gli artisti si sedevano allo stesso tavolo di papi, re e imperatori prima, di presidenti, politici e industriali poi. Oggi il loro posto è stato occupato dalle Star di Hollywood, dalle celebrità della televisione o dai campioni (o presunti tali) dello sport.

Gli artisti hanno perso il loro fascino e in parte questo è dovuto, e nello stesso tempo ha portato, al diffondersi di banali luoghi comuni sull’arte che non fanno altro che allontanarla ancor di più dal grande pubblico.

Questo succede soprattutto per quanto riguarda l’arte contemporanea. Quando si parla di artisti dei giorni nostri, infatti, anche fra gli amanti dell’arte, sono sempre in troppi quelli che non ne riconoscono la grandezza.
Perché succede questo?

Forse perché, soprattutto in Italia, siamo ancora troppo legati ai canoni della nostra grandiosa tradizione e non vogliamo renderci conto che in un mondo che cambia, cambiano anche i linguaggi utilizzati per descriverlo.

Ma quali sono questi famigerati, quanto banali, luoghi comuni sull’arte contemporanea? Eccoli…

Luoghi comuni sull’arte (contemporanea) da evitare con cura

Veniamo quindi al dunque e cominciamo a elencare questi luoghi comuni che sicuramente avrai sentito pronunciare migliaia di volte davanti a un’opera d’arte.

Su alcuni di essi non mi soffermerò troppo, per altri invece ci saranno più chiacchiere da spendere. Partiamo subito con il primo.

1. L’arte deve riprodurre la realtà

Chissà quante volte davanti a un bel ritratto, a una mano dipinta con maestria o a un bel paesaggio fiorito, avrai sentito Un dettaglio delle mani di Mona Lisa di Leonardoesclamare: “Che artista!

Davanti a un quadro astratto o a un’opera “concettuale”, invece, le reazioni sono il più delle volte molto blande, se non di vera e propria irritazione. Un pittore per essere definito tale deve imitare la natura, non accostare quattro colori a casaccio sulla tela!

Questo è stato vero per tantissimo tempo. Lo era ai tempi di Giotto, ai tempi di Leonardo, in quelli di Caravaggio e lo è stato per quasi trecento anni ancora: i pittori avevano il compito di imitare la realtà, infatti, si parla di arte mimetica. Poi, la nascita della fotografia ha tolto il monopolio sulle immagini agli artisti (ne ho parlato abbondantemente nell’articolo Arte e fotografia: storia infinita d’amore e odio) che hanno così smesso di guardare la realtà solo per come si presentava davanti ai loro occhi, anzi, hanno proprio cominciato a smontarla.

Hanno iniziato i Fauves liberando i colori, Picasso e i cubisti hanno quindi distrutto la forma e la prospettiva, infine un giovane artista russo trasferitosi a Monaco, si mette in testa di dare alla pittura la stessa libertà espressiva della musica (mai obbligata a imitare la realtà) e inizia a pensare ai colori come a un coro da fissare sulla tela: “In generale il colore è un mezzo che Opera di Kandinsky - Yellow Red Blueconsente di esercitare un influsso diretto sull’anima. Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto, l’anima il pianoforte dalle molte corde. L’artista è una mano che toccando questo o quel tasto mette in vibrazione l’anima umana….

È la nascita dell’arte astratta e l’artista in questione si chiama Wassily Kandinsky.

Ovviamente non ho la pretesa di spiegare l’arte non figurativa in così poche righe, basta qui semplicemente comprendere che accostare quattro colori sulla tela in modo che il quadro abbia un suo equilibrio e riesca a comunicare con l’anima, è difficile quanto disegnare una mano che sembra vera.

2. L’Artista è colui che crea l’opera

In tanti rimangono ancora a bocca aperta quando scoprono che alcune opere presenti nei musei di arte contemporanea non sono state create direttamente dall’artista. Alcuni esempi: il cagnolone gigante in acciaio di Jeff Koons è stato fuso e realizzato da un’azienda metalmeccanica americana. Meglio ancora, le aspirapolveri che l’artista espone dentro teche di vetro, sono prodotti commerciali che si potrebbero trovare in qualunque grande centro commerciale.

Le mappe o gliMappa Alighiero Boetti arazzi di Alighiero Boetti sono state cucite da donne afghane. Il processo di realizzazione dei dipinti di Takashi Murakami, come le opere di Damien Hirst o di Maurizio Cattelan, coinvolge decine se non migliaia di assistenti o persino lavoratori che operano lontano dallo studio dell’artista.

Ma che razza di artista è se con le sue mani non fa assolutamente niente?

Spesso si confonde l’arte con l’artigianato. L’identità dell’artista è cambiata molto negli anni e bisogna sempre fare riferimento alla storia. La Rivoluzione Industriale ha liberato l’uomo dal peso di dover realizzare da sé gli oggetti utili alla vita quotidiana, affidando questo compito alle macchine. Come conseguenza anche l’artista non ha più sentito l’obbligo di dover produrre con le proprie mani le sue opere. Quello che conta oggi sono soprattutto le idee, l’artista si è liberato del lavoro manuale. Questo non vuol dire che chi sa dipingere o chi scolpisce ancora con martello e scalpello non sia più un artista, semplicemente questa non è più una condizione necessaria.

Il semplice saper utilizzare con maestria un pennello e riuscire a ritrarre con perfezione un soggetto è puro esercizio tecnico, semplice virtuosismo. Quello che conta e che fa e ha sempre fatto la differenza in arte è il contenuto dell’opera, l’idea.

L'opera Torques Ellipses di Richard SerraPensa d’altronde alle opere dell’Arte Minimalista: la realizzazione di quei grandi monumenti non era affidata alle mani degli artisti. Essi si occupavano solamente del progetto e nella maggior parte dei casi era quello a essere venduto, non l’opera finita. Era compito poi del collezionista o dell’istituzione che lo acquistava affidare a qualche azienda la realizzazione finale.

Un artista oggi può permettersi anche di non saper disegnare alla perfezione e delegare questo compito a qualcuno che lo svolga al suo posto senza compromettere la propria autorialità.

In passato non era così e per essere definiti artisti era assolutamente necessario saper dipingere. Non per questo però bisogna pensare che le opere rinascimentali siano frutto della mano unica e solitaria del grande maestro a cui sono attribuite. Esiste una grandissima tradizione di atelier in cui i grandi artisti (Raffaello, Michelangelo, Giovanni Bellini, Tiziano, ecc.) lavoravano affiancati da assistenti che realizzavano gran parte delle opere lasciando al maestro solo le parti principali o addirittura solo l’onere della firma.

L’artista incompreso che crea le proprie opere nella solitudine del suo studio è un retaggio romantico che è vero per una percentuale bassissima di artisti.

3. L’artista deve essere povero e maledetto

Questo è un altro retaggio romantico, forse il più stupido e dannoso per l’arte. Ho già parlato del rapporto fra artisti e soldi nell’articolo Arte e denaro, le verità che spesso non si dicono, non starò quindi qui a ripetermi.

Passiamo alla seconda parte di questo luogo comune: l’artista genio maledetto e incompreso.

Credere che un vero artista sia una persona solitaria, lontana dalle regole e un po’ pazza, è una cosa alquanto Gustave Coubert - Uomo disperato (autoritratto)ridicola. Basta pensare a grandi personaggi come Leonardo Da Vinci, Piero della Francesca, Tiziano e Raffaello per capire come possa essere stupida un’idea del genere. Prova a fare mente locale e pensa agli artisti che potrebbero essere considerati maledetti. Farai fatica ad arrivare a dieci. Io nell’articolo Arte e morte, mito e tragedia ne ho contati a malapena sette e due di loro li ho citati più per l’opera che per le vicende della loro vita.

La conseguenza più grave di questo banalissimo luogo comune è l’aver relegato l’arte in un universo di mito e fantasia, completamente staccato dalla vita di tutti i giorni. Un luogo dove essa non possa più incidere sulla società, un angolo dove non dia alcun fastidio.

Come ho già detto all’inizio, una volta gli artisti erano considerate persone degne di sedersi ai tavoli dei regnanti ed essi utilizzavano questo potere per cercare di influenzare e di migliorare la società. Oggi, nel pensiero comune, gli artisti non sono altro che degli strambi e solitari personaggi e vengono ammirati più per il loro comportamento fuori dalle righe che per il valore delle loro opere.

La cosa più triste è che ci sono pseudo-artisti (spesso di scarso livello) che atteggiandosi in pose da finti ed estrosi creativi, alimentano questo luogo comune, pensando che per essere considerati tali basta vestirsi in modo strambo e atteggiarsi in maniera ridicola.

4. Artista è colui che sa fare cose belle

Il concetto di bellezza è molto cambiato nel tempo ed è molto difficile da definire. Diciamo che filosoficamente parlando, Van Gogh - Autoritrattoin arte la Bellezza è un puro ideale, un valore assoluto a cui l’uomo tende ogni momento.

È espressione di un qualcosa più elevato del suo stesso essere che non può venire ordinata tramite gli strumenti umani, dato che li trascende. Per questo motivo non bisogna confondere il Bello con il piacevole.

Si deve anche dire che ciò che piaceva ieri, oggi magari non piace più e ciò che in passato era considerato brutto, oggi è messo su un piedistallo. Van Gogh per esempio: quando era in vita le sue opere erano considerate degli orrori, dei veri e propri obbrobri. Oggi è l’artista per eccellenza e anche il profano più e a digiuno d’arte china il capo davanti alle sue opere.

Ma può essere considerato un suo ritratto bello secondo i canoni a cui siamo abituati? No, però ci piace.

Quindi l’arte è questione di gusto?

5. L’arte è una questione di gusto

Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace.

Seguendo questo assioma tutto potrebbe essere arte, oppure niente lo potrebbe essere.

Un bel casino.

Forse c’è qualcosa che non va in questo gioco di parole che, come ogni proverbio, nasconde un paradosso.

È bello ciò che è bello e piace ciò che piace.

Questa mi sembra una versione più plausibile, anche per quanto riguarda il mondo dell’arte.

Ognuno è, infatti, libero di esprimere i propri giudizi e i propri gusti personali, che tali però dovrebbero rimanere e mai, per nessun motivo, devono essere considerati universali.

Dietro a un’opera si nascondo valori storici, filosofici, estetici ed etici di una determinata epoca, riconosciuti, sanciti e accettati da una collettività che ha decretato l’artisticità di un oggetto.

Opera di Jenny Saville

I critici e gli storici dell’arte sono delle persone che, come i medici, gli ingegneri, gli architetti e tutti gli altri professionisti, hanno studiato e dedicato la loro vita a una determinata materia e, sviscerandola in profondità, ne sono diventati esperti. Se stabiliscono che l’orinatoio di Duchamp è arte, chi sono io, che nella vita faccio un mestiere completamente diverso, per ostinarmi ad affermare che è vero il contrario?

Sarebbe come se insistessi nel ripetere che la Tachipirina va assunta per curare il mal di stomaco e non per l’influenza oppure che per costruire un palazzo bisogna partire dalle mura e non dalle fondamenta.

A ognuno il suo mestiere e a ognuno la libertà di esprimere il proprio giudizio ricordandosi però sempre che il gusto personale non ha niente a che vedere con l’arte.

6. L’arte del passato era un’arte democratica, quella di oggi è snob, arte per un ristretto circolo di intellettualoidi

Devo ammettere che è vero, da un certo periodo in poi l’arte si è allontanata dalla gente e ha iniziato a parlare a se stessa e non più a un pubblico. Siamo intorno agli anni ’70, un periodo storico di grandi cambiamenti sociali in cui sono messi in discussione tutti i vecchi valori e, anche in arte, tutto ciò che è tradizione è negato.

È anche il momento in cui gli artisti iniziano a capire di star perdendo quello che era stato fino ad allora, un ruolo di primo piano all’interno della società.

Essi sono stati da sempre cercati e ammirati e la figura dell’artista è sempre stata circondata da un alone quasi sacro. La televisione oltre a togliere definitivamente dalle loro mani il monopolio sulle immagini, strappa dal loro corpo anche questa aurea di mito e la dona alle star nate dal suo schermo.

Andy Warhol lo aveva capito molto bene, in anticipo su tutti, e serigrafando i volti di questi divi del cinema sulle sue tele decretava la morte dell’arte e la nascita di nuovi miti.

Sentendosi messa in secondo piano, l’arte si rifugia su se stessa, apre un dialogo solo con chi è disposto a fare lo sforzo di capirla e diventa così un discorso per pochi.

Ma non si deve pensare che gli artisti del passato, invece, quando producevano le loro opere avessero in mente il contadino o il pastore del paesino di montagna.

L’arte del Rinascimento aveva un carattere elitario maggiore di quella di oggi. Aveva anche una funzione diversa, quindi è vero che molti dei capolavori nascevano con lo scopo di essere mostrati a un numero grandissimo di persone. Ricordiamoci però che il numero grandissimo di persone che aveva accesso a queste opere è pur sempre infimo rispetto a quelli che hanno accesso all’arte ai giorni nostri, per due semplici motivi:

  1. Non esistevano i musei e la stragrande maggioranza delle opere erano create su ordinazione di un committente che le custodiva nel proprio palazzo dove solo pochissimi nobili avevano il privilegio di entrare. Solo oggi è concesso a tutti di ammirare le bellissime Madonne di Giovanni Bellini in un museo. Un tempo esse erano perlopiù custodite nelle cappelle private di aristocratiche famiglie, quindi ben lontane dagli occhi del popolo.
  2. Anche le opere create per glorificare la potenza di un signore o di una città o per educare le masse (si pensi ai capolavori delle chiese barocche), erano comunque viste da una stretta cerchia di persone. Ai tempi non esisteva il turismo (e tanto meno la stampa come la conosciamo oggi), solo gli abitanti delle più importanti città avevano quindi accesso a queste bellezze. Ma non credere che il contadino lasciasse su due piedi il suo lavoro nei campi per andare ad ammirare i capolavori di Michelangelo o Raffaello.

Inoltre dietro all’apparente semplicità dei dipinti Rinascimentali, si celano una serie di allegorie e significati nascosti che solo una stretta cerchia di intellettuali allora riusciva a comprendere e che, anche oggi, rimangono indecifrabili ai più.

Opere di Joseph Kosuth e Sandro Botticelli a confronto

 7. L’arte è ispirazione

Fare l’artista è un mestiere come altri. Sì, bisogna avere determinate capacità e possedere una specifica forma mentis, ma anche il dottore o lo sportivo o lo psicologo devono avere determinate capacità e possedere una specifica forma mentis per diventare dei professionisti nel loro settore.

Fare arte è prima di tutto una questione di preparazione e di conoscenza. Per diventare artista bisogna studiare, esercitarsi e innanzitutto conoscere quello che c’è stato prima. Dopodiché quello che rimane è lavoro e ancora lavoro.

L’ispirazione è una piccolissima parte del percorso.

Ernest Hemingway diceva che le sue opere erano solo per  il 5% ispirazione, il resto era sudore e fatica (non sono sicuro che le percentuali siano precisissime ma il senso è quello).

È sempre stato così e, al contrario di quello che comunemente si crede, in arte la componente razionale è importantissima. Esiste la diffusa e errata convinzione che gli artisti rinascimentali realizzassero i loro capolavori rapiti da una sorta di estasi e di ispirazione religiosa, quasi divina. Assolutamente falso.

Dietro ad ogni capolavoro del passato c’è un artista e un committente. Spesso quest’ultimo decideva a priori il soggetto principale, il numero di personaggi e i colori da utilizzare. Poi ovviamente l’artista ci metteva del suo.

Se i consoli dell’Arte della Lana e gli Operai del Duomo di Firenze non avessero commissionato il David a Michelangelo, quel capolavoro non sarebbe mai nato. Se Francesco del Giocondo non avesse commissionato il ritratto di sua moglie Lisa Gherardini, Leonardo non avrebbe mai realizzato il dipinto più famoso della storia, la Monna Lisa oggi al Louvre.

Che un pittore del ‘500 si svegliasse nel mezzo della notte colto dall’ispirazione per dipingere una Madonna e due angioletti di sua spontanea iniziativa è una cosa alquanto improbabile.

La committenza, almeno fino a quando è esistita (quindi più o meno fino alla Rivoluzione Francese), ha avuto un ruolo decisamente più importante nella storia dell’arte rispetto all’ispirazione. Si può forse anche affermare che gli artisti contemporanei, spesso tanto bistrattati nel confronto con gli antichi, in quanto a ispirazione, non avendo più nessuno che indichi loro cosa fare, li battano di gran lunga.

8. L’arte deve emozionare, l’arte è emozione

Questo è sicuramente il luogo comune più duro da abbattere, anche perché è vivo persino tra chi dice di amare pittura, scultura e tutte le sue sorelle. Oltre a essere difficile da frantumare, è, a mio parere, un altro di quelli più dannosi per l’arte.

L’arte non è emozione, o meglio, emozionare non è la sua funzione primaria e principale. L’arte è innanzitutto pensiero. Poi può anche arrivare l’emozione, ma non necessariamente. Mentre per essere considerata un’opera d’arte, qualsiasi creazione di un artista deve contenere del pensiero, il fatto di emozionare non è una condicio sine qua non per cui si decreta lo statuto artistico di un’opera.

So benissimo che su questo punto scatenerò le ire di molti, per cui mi fermo qui e scriverò un intero articolo a riguardo (l’ho poi scritto, se ti interessa lo trovi a questo link: Arte ed emozione: come sprecare un’ottima occasione davanti a un quadro).

Ti lascio con una piccola riflessione: sii sincero con te stesso, quale emozione ti suscita la Gioconda di Leonardo o il ritratto qui sotto di Picasso, oppure un’opera di Mondrian o di Malevic?

La Gioconda di Leonardo Da Vinci, un ritratto di Pablo Picasso, un'opera di Piet Mondrian e una di Kazimir Malevich

Non sono da considerare opere d’arte queste e artisti i loro autori?

9. Lo potevo fare anch’io

Chiudiamo con il più comune dei luoghi comuni (scusate il gioco di parole), Francesco Bonami lo ha anche utilizzato come titolo di un suo libro (Lo potevo fare anch’io, appunto).

Tecnicamente ci sono tante opere che avresti potuto fare tu o avrei potuto fare io. Già, tecnicamente forse, ma abbiamo visto nel punto 2 come la tecnica non conti più tanto e come abbia perso la sua importanza a discapito dell’idea.

E l’idea l’ha avuta qualcuno prima di noi, quindi, non ci resta che esprimere la nostra opinione e pensare a qualcos’altro.

Queste due opere, per esempio, le avresti potute fare anche tu?

Quadro di Cy Twombly e opera di Marcel Duchamp

Forse con questo articolo ho tolto un po’ dello spirito sentimentale che ruota intorno all’arte e che avvolge questo mondo del suo alone di mistero e romanticismo. Non è di certo mia intenzione far diventare l’arte una scienza esatta pari alla matematica e alla geometria, anche se ti ricordo che i grandi del Rinascimento, a partire da Leonardo e Piero della Francesca, erano prima di tutto scienziati e matematici e poi anche magnifici artisti.

Lo scopo di questo articolo è quello di invogliare le persone ad avvicinarsi all’arte, soprattutto contemporanea, con spirito critico e con una mentalità più aperta, senza farsi influenzare da credenze e luoghi comuni che non fanno altro che tenerci in uno stato di sonno, impedendoci di pensare.

La prima funzione dell’arte è sempre stata questa: stimolare il ragionamento, aiutare a coltivare idee proprie e a costruire un personale pensiero critico. Questo è ciò che oggi forse fa paura a chi vuole scegliere per noi, a chi vuole prendere decisioni per tutti, come per esempio quella di stabilire se una guerra è giusta oppure sbagliata.

L’arte, come il pensiero e la conoscenza, rende liberi e questo è forse ciò di cui più abbiamo bisogno in questo periodo.

Tu riconosci qualcuno di questi luoghi comuni sull’arte? Te ne vengono in mente altri? Raccontaceli nei commenti qui sotto.

Arte e fotografia: storia infinita d’amore e odio

Sembra vero!
Per molti pronunciare quest’affermazione in un museo equivale a consegnare un attestato di valore a un quadro e al suo autore. L’equazione è semplice: sembra vero allora è arte. Un’equazione che ha smesso però di funzionare con puntualità ai giorni nostri ed è questo il motivo per cui sono pochi gli artisti contemporanei che ricevono questo tipo di riconoscimento dal grande pubblico.

Davanti a un dipinto composto da colori accostati apparentemente a casaccio sulla tela, infatti, è impossibile Caravaggio - I baripronunciare la fatidica frase “Sembra vero!
Diciamo che, arricciando un po’ il naso, si possono salvare quelle rappresentazioni in cui il corpo umano c’è, deformato, ma comunque ancora riconoscibile. Se gli storici dicono che quella è arte, possiamo anche crederci. Ma vuoi mettere questi scarabocchi moderni con i capolavori di Raffaello, Michelangelo o Caravaggio? Quella sì che è vera arte.
E come diretta conseguenza, sono tante le persone per cui la storia dell’arte si è fermata alla seconda metà dell’Ottocento, con gli Impressionisti.

Perché, viene da chiedersi, da un certo punto in poi, gli artisti sono tutti impazziti e hanno smesso di copiare la realtà così come si presentava davanti ai loro occhi?
La causa di questo delirio collettivo è fondamentalmente l’invenzione di uno straordinario marchingegno che ha completamente rivoluzionato il nostro modo di vedere e affrontare la realtà: la macchina fotografica.

Dal giorno della sua creazione, arte e fotografia non hanno potuto ignorarsi e hanno cominciato a camminare l’una di fianco all’altra influenzandosi a vicenda. Ma in che modo la fotografia ha definitivamente cambiato un modo di dipingere che durava da circa cinquecento anni? Lo vedremo in questo articolo.

Come la fotografia ha cambiato l’arte

La pittura antica è il tentativo degli artisti di imitare la realtà e la storia dell’arte occidentale si fa convenzionalmente iniziare quando Giotto trasforma la superficie piana (di un muro o di una tavola di legno) in uno spazio tridimensionale.
Da lì in poi tutta la pittura sarà un tentativo di creare uno spazio il più possibile realistico in modo che lo spettatore davanti a un quadro potesse esclamare “Sembra vero!

Charles Baudelaire fotografato da Felix NadarTutto questo durò per circa cinquecento anni. Nel 1827, Joseph Nicéphore Niépce riesce a ottenere la prima immagine disegnata dalla luce. Dieci anni dopo Louis Daguerre inventa il processo fotografico chiamato dagherrotipo e William Fox Talbot scopre un processo di riproduzione delle immagini con il metodo negativo-positivo.

Gli artisti intuirono ben presto il potenziale di questa nuova invenzione e si resero conto immediatamente che essa avrebbe significato per loro la perdita del monopolio sull’immagine. Reagirono in due modi:

  1. Ci fu chi guardò la fotografia come una minacciosa forma di concorrenza e si scagliò contro di essa criticandone la meccanicità del gesto creativo che escludeva il tocco e la sensibilità dell’artista.
  2. Ci furono invece artisti (giovani e talentuosi) che accettarono il dato di fatto e si confrontarono con essa su piani differenti.

Amata o odiata, la fotografia cambiò e influenzò il modo di fare arte sia per gli uni che per gli altri.

1. La fotografia cambia la percezione.

La fotografia diventa uno strumento molto potente per conoscere il mondo. Anche quei pittori che avevano messo in dubbio il suo valore come opera d’arte, non esitarono a servirsene per il proprio lavoro. Prima di tutto con essa non avevano più bisogno di avere davanti a sé una persona in carne e ossa per eseguirne il ritratto, in questo modo si risparmiava anche sui tempi di posa dei modelli. Secondo, la fotografia restituiva particolari che l’occhio umano non riusciva a percepire.Il bar alle folies Bergere di Edouard Manet

Ingres fece largo uso della fotografia per realizzare i suoi meravigliosi ritratti, ma anche pittori meno attenti al dettaglio come Delacroix o Manet, si servirono di questo mezzo. Nell’opera “Il bar alle folies Bergere” di quest’ultimo, per esempio, si vede una figura maschile in parte tagliata che rende più realistica la scena ma che un pittore tradizionale non avrebbe mai dipinto se la fotografia non avesse “sdoganato” questo tipo di inquadrature.

Gli esperimenti di Nadar (nel cui studio si tenne la prima mostra impressionista) di fotografie scattate dall’alto a bordo di una mongolfiera, suggerirono agli artisti prospettive e punti di vista fino ad allora sconosciuti. Da qui nacquero i celebri dipinti dei boulevard parigini.

2. Fotografia come mezzo di conoscenza del mondo

Théodore Géricault - Le derby d’EpsomL’occhio umano, per quanto sano e allenato, non potrà mai competere con il mezzo tecnologico della fotografia.
Fino alla metà dell’Ottocento era convinzione comune che i cavalli galoppassero sollevando tutte le quattro zampe contemporaneamente da terra, tanto è vero che esistono una serie di dipinti, anche realizzati da grandi artisti, che lo dimostrano.

Il governatore della California, scommise con alcuni facoltosi amici che il cavallo rimanesse totalmente sospeso in un Eadweard Muybridge, The Horse in motion - Serie di 24 fotografie che ritraggono il galoppo di un cavallomomento diverso da quello di massima estensione e incaricò il fotografo inglese Eadweard Muybridge di cercarne la prova inconfutabile. Muybridge, nel 1978, posizionò ai bordi di una pista 24 fotocamere che vennero azionate da un filo rotto dal passaggio di un cavallo al galoppo. In questo modo riuscì a cogliere tutti i suoi movimenti e a dimostrare l’errore di valutazione che si era protratto fino ad allora: gli zoccoli del cavallo si sollevano dal terreno Etienne Jules Marey, Movements in Pole Vaulting - Saltatore con l'asta immortalato con il cronofotografocontemporaneamente solo nel momento di compressione.

Il dottor Étienne-Jules Marey andò addirittura oltre e qualche anno dopo inventò il cronofotografo, uno strumento attraverso il quale riuscì a registrare in un’unica immagine e su un’unica lastra fotografica le varie posizioni di un oggetto in movimento. Fu il primo antenato del cinema.

3. Fotografia in movimento: la nascita del cinemaFotogramma del film "L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat" dei fratelli Lumière

Il 6 gennaio 1896 viene proiettato per la prima volta il film “L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat” dei fratelli Lumière: un treno arriva frontalmente e a tutta velocità alla stazione verso gli spettatori. Sembra che al comparire della carrozza siano scappati tutti terrorizzati. Vero o falso che sia l’aneddoto, è chiaro che ormai gli artisti hanno qualcos’altro con cui confrontarsi: le immagini in movimento. Qui il gioco si fa davvero duro e l’arte non sarà più come prima.

Marcel Duchamp - Nudo che scende le scaleAlcuni artisti tentarono di portare il movimento sulla tela, come i Futuristi italiani o Marcel Duchamp: celebre il suo “Nudo che scende le scale”. Ma la sfida era davvero improba, tanto che, già nel 1915, Giacomo Balla apriva così il suo Manifesto del colore: “Data l’esistenza della fotografia e della cinematografia, la riproduzione pittorica del vero non interessa né può interessare più nessuno.

Qualche anno prima, nel 1910, Wassily Kandinsky aveva creato il Primo acquarello astratto. Nacque così nell’ambito del Bauhaus «…l’idea della nuova libertà del pittore – sollevato grazie alla fotografia da una componente sino ad allora fondamentale del suo lavoro, quella di rappresentare le cose, il mondo naturale – di condurre sperimentazioni sulle qualità intrinseche specifiche di colori e forme, da collegare anche a suono e movimento» (cit. da “L’arte in mostra” di Antonello Negri).

4. La fotografia cambia la fruizione dell’arte

Prima di fare qualsiasi paragone tra l’arte di oggi e quella del Rinascimento, bisognerebbe sempre cercare di immedesimarsi nella testa di un uomo dell’epoca. Spesso l’arte contemporanea viene tacciata di elitarismo e gli si rimprovera di essersi allontanata dalle persone, accuse per certi versi anche fondate. Si crede al contrario, ed erroneamente, che l’arte rinascimentale fosse creata per il popolo. Niente di più sbagliato.

La maggior parte delle opere che vediamo oggi nei musei, si trovava un tempo nelle case dei signori o nelle Cappelle private di importanti famiglie aristocratiche, lontanissime dagli occhi indiscreti delle masse. È vero che in un determinato periodo storico la Chiesa ha utilizzato l’arte come mezzo d’insegnamento e d’indottrinamento per il popolo analfabeta, ma ricordiamoci che la percentuale di persone che aveva la possibilità di recarsi a Roma (o in qualunque altra città) e godere le meraviglie del Barocco nascoste nelle sue chiese era davvero esigua. Un contadino nato in campagna, in campagna ci rimaneva fino alla fine dei suoi giorni, senza quasi mai visitare alcun posto diverso da casa sua.

È (anche) la fotografia che ha definitivamente democratizzato l’arte e l’ha messa alla portata di tutti. Se tu fossi nato nel Immagine della Creazione di Adamo della Cappella Sistina in un libro1500, per ammirare i capolavori michelangioleschi della Cappella Sistina, di cui tanto si parlava ai tempi, avresti dovuto impegnarti in un lungo viaggio, ma, una volta arrivato a Roma, quale stupore di fronte a una siffatta opera? Oggi prima di arrivare ai Musei Vaticani le immagini dei capolavori in essi conservati ti saranno passate chissà quante volte davanti agli occhi in ogni dettaglio. Lo stupore sarà sempre grande ma capisci che è tutta un’altra cosa.

È sempre la fotografia, attraverso la stampa, che rende la Monna Lisa di Leonardo il dipinto più famoso della storia dell’arte (vedi La Monna Lisa e l’arte di far parlare di sé).

La fotografia cambia completamente il modo di fruire l’arte ma anche di studiarla. Spesso gli storici e i critici hanno scritto di un’opera senza averla mai vista dal vivo ma solo attraverso fotografie. Non dimentichiamoci che i voli low cost sono una realtà recente e fino a qualche decennio fa non era così facile viaggiare. Inoltre queste fotografie erano per lo più in bianco e nero, quindi quando, con gli sviluppi della tecnologia, furono sostituite da quelle a colori, vennero rivalutati moltissimi artisti che sul colore basavano la propria arte: come si fa a giudicare correttamente un artista come Tiziano o tutti i coloristi veneti da una fotografia in bianco e nero?

Fotografia come mezzo e come forma d’arte

Man Ray, Noire et blanche - 1926Nel frattempo i progressi della nuova invenzione correvano alla velocità della luce e grazie alla Kodak la macchina fotografica fu presto alla portata di tutti. Sempre più artisti iniziarono a utilizzarla e non più semplicemente come mezzo accessorio. Picasso per esempio inserirà fotografie all’interno dei suoi collage.

Ma sono i Dadaisti gli artisti che più di tutti ne sfruttano le potenzialità, assemblando nei loro fotomontaggi varie immagini prelevate dalla realtà o dai giornali. La fotografia assurge così al ruolo di opera d’arte e allora anche i fotografi devono confrontarsi con i pittori. Il resto è storia relativamente recente.

La nascita della fotografia è quindi un fattore cruciale di cui dobbiamo sempre tenere conto quando ci avviciniamo a un’opera d’arte che non ci dà la possibilità di esclamare “Sembra vero!

Da sempre arte e fotografia si sono guardate da vicino e ognuna ha influenzato l’altra in modi sempre diversi. Ci sono Gregory Crewdson - Untitled (Penitent Daughter)artisti (i cosi detti iperrealisti) che tentano di dipingere con una tale maniacale attenzione al dettaglio da far sembrare le loro opere delle fotografie. Ci sono fotografi, per esempio Gregory Crewdson, che allestiscono il set, giocano con le luci e lavorano in post produzione ottenendo delle fantastiche immagini che sembrano dipinti.

Le influenze reciproche sono davvero parecchie: soggetti, angoli di inquadratura, sfocatura delle immagini. Chi è ha vinto e chi ha perso? Certo per quanto riguarda la comunicazione di massa la fotografia è l’assoluta vincitrice: quale Papa o capo di governo oggi poserebbe per un ritratto? Le immagini televisive hanno occupato il posto e la funzione di celebrare la grandezza di un uomo che una volta spettava al pittore.

Persa questa battaglia, all’artista non è rimasto altro da fare che sfidare la macchina fotografica in un campo dove lei non poteva arrivare: la rappresentazione dell’invisibile. Ma da quel momento in poi, davanti a un quadro non è stato più possibile esclamare “Sembra vero!

Secondo te cosa è davvero arte, esclusivamente ciò che imita la realtà? Lascia il tuo parere nei commenti.

Tutta colpa di Marcel Duchamp

Tanta arte contemporanea è frutto dell’opera di Marcel Duchamp, cambia solo l’imballaggio.

Pablo Picasso

Squalo di Damien Hirst, Cavallo appeso di Maurizio Cattelan, cagnolone gigante di Jeff Koons e montagna di caramelle di Felix Gonzalez TorresSquali in formaldeide, cagnoloni giganti in acciaio, montagne di caramelle, cavalli appesi al soffitto: odi tutta questa robaccia, la consideri indegna di un museo e ti chiedi come possa l’arte essere arrivata a un tale infimo livello?

Bene, sappi che è tutta colpa di Marcel Duchamp.

Papi travolti da meteoriti, orologi affiancati alla parete, palle da basket galleggianti in acqua, teschi ricoperti di diamanti: ami queste opere d’arte e non riesci a fare a meno di stupirti quando ti trovi davanti ad esse?

Bene, sappi che è tutto merito di Marcel Duchamp.

Qual è l’artista del passato che ha avuto l’influenza maggiore sui suoi colleghi di oggi?

No, non è Picasso e nemmeno Kandinsky, è proprio lui, il controverso Marcel Duchamp. L’amato e tanto odiato Marcel Duchamp, il padre assoluto dell’arte contemporanea.

D’altronde come si fa a non odiare uno che ha messo un orinatoio in un museo, un’opera che in quanto a fastidio è stata raggiunta e forse superata solo dalle scatolette di Merda d’artista di Piero Manzoni?

E come si fa a non amare uno che ha messo un orinatoio in un museo, un’opera che ha finalmente liberato gli artisti dalla tirannia del pennello e del colore e dall’oppressione della L'Orinatoio di Marcel Duchampmanualità? Ok, sto facendo un po’ di confusione.

Allora partiamo da un dato di fatto: oggi Marcel Duchamp è considerato dagli addetti ai lavori uno dei più grandi artisti di sempre, il suo nome è in tutti i libri di storia dell’arte e le sue opere sono conservate ed esposte nei più importanti musei del mondo. È anche vero che, nonostante ciò, sono ancora in tanti quelli che non hanno capito il suo lavoro. Persone convinte che sia tutta una truffa, uno dei tanti controsensi di questo strambo mondo dell’arte che si allontana sempre più dalle aspettative di un pubblico abituato a un classico stereotipo di “bellezza”, per accontentare i vizi di folli ed eccentrici milionari. Insomma l’orinatoio capovolto non è stato ancora digerito dai più, eppure sono già passati cento anni dalla sua creazione.

In questo articolo cercheremo di capire quale ruolo abbia avuto Marcel Duchamp nel grande gioco dell’arte contemporanea. Sarà un po’ lungo perché c’è davvero tanto da dire ma ho preferito non dividerlo in due parti come ho fatto invece in altre occasioni.

Marcel Duchamp ha più colpe o più meriti? Se sei curioso lanciati nella lettura.

Il ‘900, secolo di grandi cambiamenti

Gli artisti veramente importanti, quelli che rimangono nella storia, sono quelli che riescono a leggere meglio e prima degli altri il loro tempo. Vedono e sentono le novità e i cambiamenti in corso ed evolvono il proprio linguaggio per cercare di esprimere al meglio ciò che percepiscono e che vogliono quindi comunicare. La storia dell’arte è la storia dell’evoluzione dei suoi linguaggi, evoluzione spesso non accettata immediatamente e, anzi, molte volte aspramente contrastata.

Nell’articolo I 6 peggiori abbagli della storia dell’arte abbiamo visto alcuni dei grandi errori di valutazione che critica e pubblico hanno compiuto verso i nuovi linguaggi che avanzavano. Un’opera di Marcel Duchamp era tra quelle non da subito accettate. Ma quali sono questi cambiamenti della società che hanno influenzato il modo di fare arte?
Ne elenco qui alcuni (ne ho già descritti altri nell’articolo Lucio Fontana e i tagli che hanno cambiato la storia dell’arte):

  1. Innanzitutto fotografia e cinema tolgono agli artisti il monopolio sull’immagine. Celebre il racconto della prima Fotogramma del film L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat” dei fratelli Lumière proiezione del film “L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat” dei fratelli Lumière che, come suggerisce il titolo, non mostrava nient’altro se non l’arrivo di un treno visto frontalmente alla stazione. Sembra che al comparire della carrozza di testa gli spettatori terrorizzati si sarebbero dati alla fuga. Questo aneddoto, verosimile ma per essere precisi, mai dimostrato, è la prova di come la percezione del mondo dopo l’invenzione del cinema non sarà più la stessa.
  2. La Rivoluzione Industriale fa enormi passi avanti e con il nuovo secolo raggiunge vette mai toccate prima. Il vecchio modo di produrre, quello che vedeva al proprio centro le piccole botteghe artigiane che manualmente creavano tutto ciò che poteva servire alla vita di un uomo del tempo, è definitivamente sorpassato da un mondo in cui le macchine la fanno da padrone, con tutti i loro pro e qualche contro.
  3. Conseguenza di questa meccanizzazione della produzione è l’introduzione della distribuzione di prodotti inscatolati: nascono i primi grandi magazzini e i supermercati. Non si compra più il prodotto, ma si sceglie fra le sue immagini riprodotte su una scatola con il marchio dell’azienda produttrice. Il contenuto vero e proprio non è più visibile.

Come hanno influito questi cambiamenti sull’arte di Marcel Duchamp?

Un nuovo e moderno modo di fare arte

Ovviamente un vero artista non può rimanere indifferente a quello che sta succedendo intorno a lui. Marcel Duchamp sente che il mondo sta cambiando. Come altri artisti, si interessa al cinema e ai cronogrammi e si dedica alla lettura dei filosofi. Tutto questo lo porta a introdurre importanti e fondamentali novità nel mondo dell’arte.

1. Abbandono e rifiuto della pittura retinica

Il rifiuto del suo “Nudo che scende le scale” al Salon des Indépendants, l’istituzione del tempo considerataMarcel Duchamp - Nudo che scende le scale più all’avanguardia, non fa altro che alimentare e portare all’estremo la sua insoddisfazione per quella che lui chiamava pittura retinica, la pittura decorativa ed estetizzante che si basava sulla piacevolezza della visione. Era anche un rifiuto a un certo modo di fare arte trito e ritrito, che si opponeva a ogni evoluzione per aggrapparsi a desuete teorie e teoremi ed emulare modelli del passato che non avevano più nulla di interessante.

Duchamp è un rivoluzionario: mentre gli altri pittori sono pro o contro Cézanne e discutono le idee cubiste, lui guardava e vedeva ciò che c’era oltre l’atto fisico della pittura. Voleva svincolarsi dalla “dittatura dell’occhio” e rimettere la pittura al servizio della mente. È una concezione sovversiva dell’arte, della vita e del mondo che non è comunque totalmente scollegata da ciò che c’era stato prima.

Duchamp infatti non fa altro che continuare e, in un certo senso, radicalizzare quel processo di trasformazione dell’arte iniziato con Coubert, Whistler, Manet e via via con tutti i pittori che sono arrivati dopo: l’attenzione dell’artista nell’800 inizia infatti a spostarsi dal soggetto al linguaggio pittorico, dal “che cosa” al “come”. Caduto l’interesse per storia e soggetto, inizia qui quel cammino verso la pittura pura nella sua specificità di linguaggio che porterà l’arte a interrogarsi su se stessa.

Marcel Duchamp rifiuta prima di tutto di essere considerato un pittore: “In Francia c’è un vecchio detto, stupido come un pittore. Il pittore veniva considerato stupido, mentre il poeta e lo scrittore erano ritenuti molto intelligenti. Volevo essere intelligente. Dovevo avere l’idea di inventare. Non vale nulla essere un altro Cézanne. Nel mio periodo visivo c’è un po’ di quella stupidità del pittore. Tutto il mio lavoro nel periodo precedente al Nudo era pittura visiva. Poi pervenni all’idea. Considerai la formulazione derivante dall’idea come un modo per sfuggire alle influenze esterne“.

L’arte doveva prendere la direzione intellettuale, più che per l’occhio, doveva essere arte per la mente.

2. Creazione di Ready-made

È proprio allora che propone un oggetto come opera d’arte, uscendo in questo modo dagli stretti confini della pittura in cui erano stati legati tutti gli artisti venuti prima di lui.

In un mondo in cui tutto è creato dalle macchine, perché l’opera d’arte doveva ancora essere fatta a mano?

Se con il Nudo la sfida era con il cinema, ora il confronto stava tutto con le macchine.

Marcel Duchamp sorridente dietro allla sua opera Ruota di biciclettaGià nel 1912 Duchamp aveva visitato il Salon de l’Aviation di Parigi con l’amico Brancusi e davanti a un elicottero aveva apostrofato allo scultore: «La pittura è finita. Chi potrebbe far meglio di questa elica? Dì, tu lo sapresti fare?»

Duchamp rinuncia così all’abilità tecnica: “Non volevo più fare niente con le mie mani… Desideravo introdurre in pittura qualcosa di diverso rispetto al cosiddetto inconscio della mano, che poi non è affatto inconscio, ma piuttosto abilità, destrezza. Che uno dipinga male, minuziosamente come un pittore accademico o con macchie di colore come Matisse, per me è assolutamente identico: lo strumento resta sempre la mano, e io volevo liberarmi delle mie mani.

La trasformazione di un oggetto in opera d’arte consiste semplicemente in una scelta dell’artista che seleziona un qualcosa di già fatto (ready-made) e ne decreta lo statuto di opera d’arte. È un’operazione completamente mentale.

Rivoluzionario? Certo, ma esiste comunque un legame con l’arte del passato.

Queste le parole di Henry Moore, un grande scultore del ‘900 davanti alla Pietà Rondanini di Michelangelo:
Non è la bravura, né l’eccellenza della tecnica, neppure una particolare abilità in quest’arte ciò che più conta. Quello che è importante è la qualità del pensiero che ispirò l’opera. La grandezza del pensiero scaturisce dall’opera e dilaga al di sopra di ogni bravura o perizia tecnica. Si sente da ogni capolavoro la più profonda comprensione dell’umanità. Questo è il vero metro di giudizio di ogni opera d’arte: il senso di umanità che le ha ispirate.

L’arte è quindi sempre stata concettuale, Duchamp ha semplicemente dato maggior risalto a questo aspetto. Da questo momento in poi tanti artisti passeranno dalla rappresentazione dell’oggetto (su una tela) alla sua presentazione in uno spazio espositivo.

3. introduzione dell’umorismo in pittura

La rivoluzione che Duchamp stava introducendo nel mondo dell’arte andava in parallelo con la sua visione sovversiva della vita e del mondo.

Il rifiuto della pittura era un tentativo di evadere dalla certezza borghese, una conseguenza del suo più generale rifiuto dei luoghi comuni e del comune modo di pensare: rifiuto di seguire una vita d’artista in cerca di gloria e soldi, di ridursi al bisogno di vendere le sue tele (in poche parole di essere un pittore), di partecipare alla guerra, di sposarsi e fare famiglia, di riempire la propria vita di oggetti e beni da lui considerati inutili, come un’automobile, una casa, ecc., rifiuto di lavorare per vivere.

In pratica faceva il contrario di ciò che era comunemente ritenuto normale e giusto.

Mentre gli altri pittori teorizzavano eRitratto di Rose Selavy si lanciavano in infinite elucubrazioni sul cubismo e sulla pittura, lui partoriva il suo alter ego femminile Rrose Sélavy, dava titoli ai suoi lavori che erano intelligenti nonsense e creava opere lasciandosi guidare dal caso: “…io ero a favore del caso, dell’umorismo in pittura. Detestavo l’idea di una pittura seria. Se si può parlare di un’idea filosofica nel mio lavoro, è che non esiste nulla di così serio da essere preso sul serio.

Per Marcel Duchamp introdurre lo humor in un campo ritenuto serio era come utilizzare un’arma antisociale: “…(lo humor) è pericoloso perché si insinua nelle cose serie, nei ragionamenti comunemente accettati su cui si fonda la conoscenza umana, per spingerli fino all’assurdo e dimostrarne la relatività.”  (Pawlowski)

4. Nuovo valore allo “sguardo”

Mettendo un orinatoio in un museo, Marcel Duchamp non fa altro che invitarti a guardare un oggetto liberandoti dei Scolabottiglie, ready made di Marcel Duchamppregiudizi, di tutto ciò che conosci e che hai imparato.

Ti invita a guardare un oggetto al di là della sua funzione, semplicemente come qualcosa con una forma e un colore.

In pratica ti invita a tornare bambino, quando in braccio a tua madre afferravi tutto ciò che ti era messo davanti agli occhi con curiosità e gioia, senza sapere e dare importanza a ciò che l’oggetto fosse: uno spazzolino era solo qualcosa di stretto e lungo con un colore; un libro era solo qualcosa di pesante con dei colori; un cuscino solo qualcosa di morbido e grande con dei colori.

Duchamp ti sta dicendo di guardare la vita con occhi nuovi, ti invita a tornare bambino. Questo vale per gli oggetti come per le persone, guardarle al di là delle apparenze, dei ruoli e fuori da ogni contesto.

Marcel Duchamp e il mercato dell’arte

Fino a qui ho detto solo una piccolissima parte di quello che si potrebbe dire su un artista tanto complesso e profondo come Marcel Duchamp, ma penso di essermi comunque già dilungato abbastanza.

C’è semplicemente un’ultima considerazione da fare: al contrario di quello che si potrebbe pensare, Marcel Duchamp non era affatto interessato al mercato e al successo delle sue opere, anzi era molto critico a riguardo: “L’arte è diventata un prodotto, al pari dei fagioli. Oggi si compra arte nello stesso modo in cui si comprano gli spaghetti.

Questa situazione secondo Duchamp ha provocato un forte cambiamento nel modo di fare arte che lo ha spinto ad Andy Warhol con la sua telecamera e Marcel Duchampabbandonare la pittura: “Non voglio copiarmi come tutti gli altri… essere pittore significa copiare e moltiplicare qualche idea… Da quando si è creato un mercato della pittura, tutto è stato radicalmente cambiato nel campo dell’arte. Guardi come producono. Crede che a loro piaccia e che provino soddisfazione a dipingere cinquanta volte, cento volte la stessa cosa? Per niente, non fanno neanche quadri, fanno degli assegni.

In Duchamp c’è tutto il disprezzo per la sovrapproduzione (quantità a discapito di qualità) di un’arte contemporanea diventata sempre più sistema. È curioso come Andy Warhol, artista di un’altra generazione, reagirà in maniera completamente opposta a questa situazione.

Marcel Duchamp, il padre dell’arte contemporanea

A questo punto non ti resta che decidere, è tutto merito o tutta colpa di Marcel Duchamp?

A volte quando visito una fiera e mi trovo davanti a mazze da baseball appoggiate a terra, bottiglie poste in una teca e altre banalità del genere, credo che avesse ragione Picasso nell’affermare che gli artisti contemporanei “svaligiano il magazzino di Duchamp limitandosi a cambiare gli imballaggi.”

Marcel Duchamp gioca a scacchi con la pipa in boccaSe penso però ai capolavori del Nouveau Realisme, del Minimalismo, dell’Arte Povera, della stessa Land Art e di parte dell’arte di oggi, non posso che essere grato a Duchamp per aver aperto la strada a tali espressioni e linguaggi artistici.

Sono sempre le deviazioni, il ripetuto, il già visto che non porta niente di nuovo e che non sposta il confine di ciò che è considerato arte che finisce per stancare e per farmi esclamare sorridendo “Maledetto Marcel Duchamp!

Oggi sono cambiati i tempi e la società ha subito forti mutamenti. Forse non ha più senso emulare Marcel Duchamp o forse sì. Forse la crisi fa da trampolino per un ritorno alla manualità e alla qualità o forse no.

Sicuramente ci sono già grandi artisti che questi cambiamenti li hanno percepiti e che li stanno esprimendo con le loro opere. Forse qualche critico, curatore o collezionista li avrà già scoperti e starà cercando di promuoverne il lavoro o forse no. Il tempo e la storia, come per Duchamp, li premieranno, su questo non c’è alcun dubbio.

Tu cosa pensi dell’orinatoio capovolto? È arte o è una grandissima presa in giro? Sono curioso di conoscere la tua opinione qui nei commenti.

Arte e soldi, un connubio vecchio secoli

Articolo pubblicato sulla rivista Commenti di Verso l'Arte

L’arte ha sempre avuto un costo che fin dai tempi di Giotto è stato essenzialmente legato all’abilità e alla fama dell’artista. Nessuno dei grandi geni del passato ha mai lavorato solo ed esclusivamente per la gloria. ComeCopertina del libro "The wealth of Michelangelo" di Rab Hatfield hanno dimostrato gli studi del professor Rab Hatfield pubblicati nel libro “The Wealth of Michelangelo”, l’autore degli affreschi della Cappella Sistina era tanto attento alla qualità dei suoi lavori quanto, se non di più, alla quantità della ricompensa ricevuta per essi. Alla sua morte avvenuta nel 1564 all’età di 89 anni, sembra che il nostro “Divino” possedesse la bellezza dell’equivalente odierno di dieci milioni di dollari.

Arte e denaro hanno quindi camminato sempre di pari passo e continueranno a farlo ancora per parecchio tempo.
Ma se il prezzo di un’opera è legato alla fama del suo autore, chi o cosa influenza e decide la fama di un artista? Ovviamente il potente e ricco mecenate che quell’opera l’ha commissionata. Michelangelo è diventato Michelangelo grazie a Lorenzo il Magnifico e ancor di più grazie a Giulio II. Il Buonarroti, infatti, non ci pensò due volte a lasciare appena abbozzati i lavori della Sala del Gran Consiglio di Palazzo Vecchio per rispondere alla chiamata del sommo pontefice: gloria e lauti guadagni lo attendevano a Roma.

Oggi i committenti non sono più Papi, Re o imperatori ma il mercato, un’entità relativamente nuova, formata perlopiù da capitani d’industria, banchieri e imprenditori, insomma gente facoltosa che ha in mano le redini della finanza. Mentre Carlo V chiedeva a Tiziano di dipingere un quadro che ne celebrasse la potenza e la gloria, il mercato chiede agli artisti di oggi di produrre opere che assecondino i bisogni della finanza, vale a dire soldi e investimento. Ne consegue che mentre in passato l’importanza di un artista era legata al valore estetico, intellettuale e artistico della sua opera e solo in secondo momento era considerato il prezzo, oggi essa è indissolubilmente legata al suo valore di mercato e al costo che i suoi lavori raggiungono. Finché un artista non ottiene determinate quotazioni non è considerato da nessuno se non da un circolo ristretto di amanti e addetti ai lavori. Non appena però le sue opere vengono battute a cifre record, allora si scatena la corsa di massa e tutti vogliono accaparrarsele.

Una mappa del mondo di Alighiero BoettiAlighiero Boetti era un artista importante già negli anni ’90 o lo è diventato solo dopo le ultime aggiudicazioni stellari delle sue opere? Possiamo porci la stessa domanda per Enrico Castellani, per Agostino Bonalumi e per tanti altri. Se guardiamo alla storia dell’arte, sono sempre stati grandi artisti, allora perché anche solo dieci anni fa nessuno voleva i loro lavori? Semplicemente perché costavano troppo poco e oggi è il prezzo il fattore che indica l’importanza di un artista e che muove la rincorsa all’opera. Non è più il collezionista che rende importante un dipinto quanto il mercato che fa sì che quel dipinto diventi desiderabile per un numero sempre più elevato di collezionisti. È sempre il mercato che muove le redini, accade quindi spesso che “le opere culturalmente più importanti valgano molto meno di quelle facilmente vendibili.” (Giuseppe Panza)

Arte e investimento, ieri e oggi cosa è cambiato

Come si è arrivati a questo? Già nel 1200 il critico Ts’ai Tao scriveva: «L’amore e la gioia per l’arte sono diventati una moda e le opere d’arte sono ovunque considerate alla stregua di merci e investimenti. Questo il diavolo della nostra epoca».
“Il diavolo della nostra epoca”: anche allora considerare l’arte alla stregua di semplice merce era qualcosa che indignava gli appassionati.

Eppure il peggio doveva ancora arrivare. È solo dopo la Rivoluzione Francese e ancor di più con le grandi esposizioni dell’800, infatti, che l’arte si sarebbe pienamente affermata come merce, tanto che già il grande mercante di quadri parigino Ambroise Vollard poteva parlare nelle sue memorie di investimenti riferendosi alle opere dei giovani pittori impressionisti.

Da quel momento in poi è tutta un’escalation e il mercato diventerà poco alla volta un’entità sempre più forte. Nel 1928 in una lettera ad Alfred Stieglitz, Marcel Duchamp scrive: «…Picabia è uno dei pochi oggi a non essere un “investimento sicuro”? La situazione del “mercato” qui è talmente deplorevole… […] Pittori e pittrici salgono e scendono come azioni di Wall Street».

Intorno agli aSimboli del dollaro dipinti da Andy Warholnni ’60 del Novecento sono arrivate quindi le scatolette di Merda d’Artista che Piero Manzoni sbatteva in faccia a un mercato che accettava qualunque “merda” purché fosse in edizione limitata, numerata, firmata e garantita da un certificato di autenticità. Più o meno nello stesso periodo un artista lucido come Andy Warhol invece, accettava la realtà di fatto portando all’interno dei musei gli stessi oggetti che si trovavano sugli scaffali di un supermercato: l’arte deve essere consumata come qualsiasi altro prodotto commerciale e “fare soldi è un’arte, fare buoni affari è la migliore forma d’arte” profetizzava. È l’apoteosi dell’arte come merce e il via libero definitivo a un sistema commerciale che diventerà sempre più forte e capillare.

Oggi l’economia, dopo aver conquistato gran parte degli ambiti della nostra vita, ha definitivamente vinto anche sull’arte. È un male questo? Da un certo punto di vista per niente. Ben vengano i soldi nel mondo dell’arte: gli artisti hanno bisogno di essere pagati per produrre le loro opere, liberi da ogni altra preoccupazione e poi ricordiamoci che è solo grazie a questi enormi capitali che l’arte è ancora viva. Pensiamo alla poesia, alla musica, alla danza e al teatro contemporanei, chi ne parla più? La notizia di una nuova aggiudicazione record almeno riesce ancora ad attirare i grandi riflettori mediatici sul palcoscenico artistico e a veicolare l’attenzione della moltitudine. È vero, in queste rare occasioni purtroppo, non si discute mai del valore dell’opera appena battuta in asta quanto piuttosto si disquisisce solo ed esclusivamente sulla straordinarietà della cifra raggiunta, ma è già qualcosa. D’altronde in un mondo in cui non si fa altro che parlare di spread, banche, debiti, bilanci, milioni che crescono e milioni che svaniscono, in quanti possono essere interessati più al valore di un’opera piuttosto che al suo prezzo?

Arte ed economia: qual è il vero valore di un’opera?

Oggi quindi l’arte riesce a essere ancora vera protagonista solo se legata all’aspetto economico, di investimento. SenzaLa fiera di Art Basel alcun dubbio il prezzo di un’opera attira maggiori attenzioni rispetto al suo valore. Una dimostrazione di questo è il numero di visitatori che una manifestazione completamente centrata sul mercato come Art Basel ha accolto in soli quattro giorni: ben 98.000 (6,52% in più rispetto al 2014), cifra che molte delle mostre del nostro paese non riescono a raggiungere neanche nell’arco di sei mesi.

Per tanti l’arte è e rimane soprattutto investimento e le crescite commerciali di molti artisti sono operazioni studiate a tavolino da galleristi, mercanti e speculatori. È chiaro che per riuscire ad alzare le quotazioni devono esistere requisiti storico-artistici e ragioni oggettive valide, fatto sta che non sempre al valore di un artista corrisponde un’adeguata valutazione commerciale della sua opera e viceversa. Se così fosse, un artista come Giorgio De Chirico (tanto per fare un esempio) dovrebbe costare molto più di tanti altri artisti con un curriculum e un’importanza storica decisamente inferiore alla sua.

Arte e mercato sono quindi due entità differenti che pur avendo uno stretto legame camminano su due binari diversi. Se si vuole apprezzare davvero il lavoro di un artista, bisogna cercare in tutti i modi di dimenticare il prezzo delle sue opere. In un mondo in cui si conosce e si quantifica il costo di ogni cosa, è difficile ma è l’unico modo per tornare a dare peso e importanza al valore. Non è detto che un artista che costa poco valga poco, come non tutte le opere di quegli artisti che raggiungono quotazioni esorbitanti sono solo ed esclusivamente speculazioni finanziare: anche là dove ci sono evidenti prezzi gonfiati può nascondersi vero valore.

Il cavallo appeso di Maurizio Cattelan al Castello di RivoliL’arte è figlia del proprio tempo” (Kandinsky ) e se questo modo di fare, usufruire e vivere l’arte non ci piace, non è con essa che ce la dobbiamo prendere e non è agli artisti che dobbiamo chiedere di cambiare. L’arte di oggi è l’immagine dell’epoca in cui viviamo e non fa altro che rispecchiare una società in cui l’economia è più importante della fratellanza fra i popoli, della pace e della cultura.

Se questo tipo di arte ci fa innervosire e ci infastidisce ma ci fa anche solo per un attimo pensare e riflettere sul modo e sul mondo in cui stiamo vivendo, allora è un’arte che, bella o brutta, ha comunque fatto il suo dovere.

Qual è secondo te il ruolo del mercato oggi? È ancora riconosciuto il valore di un’opera? Lascia la tua opinione nei commenti.

I 6 peggiori abbagli della storia dell’arte

Chiunque desideri diventare un artista, prima ancora di prendere il pennello in mano, deve guardarsi allo specchio e liberarsi di uno dei fardelli più pesanti che gran parte delle persone si porta addosso: la paura del giudizio (altrui ovviamente). Eh già, perché a meno che non si voglia creare esclusivamente per il proprio piacere personale, prima o poi i lavori prodotti dovranno essere esposti e, inevitabilmente, sottoposti a critica.

D’altronde la storia dell’arte è anche la storia dei gusti delle varie epoche e quindi dei giudizi a essi legati. È la storia dei linguaggi che cambiano e degli artisti che lottano per far sì che diversi modi di esprimersi vengano capiti e quindi accettati. C’è stato però un periodo in cui questo scontro tra i gusti correnti e i nuovi linguaggi è diventato davvero aspro. I grandi cambiamenti sociali portati dalla Rivoluzione Francese si riflettono anche sul mondo dell’arte: aristocrazia e clero, le due grandi classi che fino ad allora avevano contribuito con il loro mecenatismo alla fioritura dell’arte, perdono i loro privilegi e anche il potere di influire su questo mondo. Gli artisti si trovano tutto a un tratto liberi di scegliere i propri soggetti e questo li mette davanti a un bivio: evitare ogni tipo di ricerca per proseguire sulla strada battuta in modo da essere apprezzati dai contemporanei oppure tentare di imporre la propria visione del mondo a rischio di rimanere incompresi e derisi.

È in questo periodo che si sono verificati i più grandi abbagli della storia dell’arte ed è proprio da allora che alcuni degli artisti più importanti e innovatori hanno subito critiche e giudizi negativi la cui erroneità si è palesata solo anni dopo. In questo articolo passerò in rassegna alcuni di questi colossali errori di giudizio.

Dagli impressionisti in poi, quando si sbaglia a giudicare un quadro

Sicuramente essere un critico non è mai stato semplice, ma se in passato bastava una grossa conoscenza della storia dell’arte e delle principali regole formali che la governavano per riuscire a dare un giudizio corretto su un’opera, una volta che queste regole furono abbattute, divenne sempre più difficile stabilire cosa fosse o non fosse arte.

Il mestiere del critico divenne quindi sempre più complicato e adatto solo a persone coraggiose, infatti dopo alcuni clamorosi abbagli di giudizio si assistette alla così detta “Sindrome di Van Gogh”: piuttosto che rischiare di lasciarsi scappare un astro nascente, in molti preferirono correre il rischio di fare madornali errori di sopravvalutazione e fu così che, mentre in passato molti geni furono derisi, da quel momento in poi tanti furbetti mediocri furono innalzati al ruolo di grandi artisti. Si giunse a questa paradossale situazione per colpa di alcune clamorose sviste e incomprensioni ormai passate alla storia. Errori di giudizio non solo da parte di insigni critici, ma anche da parte del pubblico, di galleristi, collezionisti e di colleghi pittori.

1. Manet, Le déjeuner sur l’herbe

Nel 1863 la giuria del Salon parigino boccia ben 3000 quadri. Tra questi viene scartato anche il dipinto di un giovane Edouard Manet - Le Déjeuner sur l'Herbeartista francese, Édouard Manet. La tela rappresenta due giovanotti borghesi in compagnia di due donne, una seduta vicino a loro completamente nuda e con lo sguardo fisso sull’osservatore, l’altra sullo sfondo, intenta a bagnarsi nel fiume. Il titolo dell’opera è Le déjeuner sur l’herbe e fu la protagonista in negativo del Salon des Refusés: fu la più criticata, quella che fece più scandalo.
Cosa veniva rimproverato all’artista?
Per prima cosa l’aver messo una donna nuda tra due uomini vestiti.
Ma la storia dell’arte è piena di quadri che hanno come soggetto donne nude!
È vero ma quelle donne erano dee o comunque soggetti mitologici o allegorici, quelle di Manet sono donne del suo tempo che si sono spogliate. Le prime rappresentavano un concetto astratto, quello del nudo, erano un pretesto per fare dell’erotismo, le seconde offendevano il moralismo dell’epoca.
Se questo non bastava la critica e il pubblico rimproveravano a Manet anche lo stile di pittura e la modalità di composizione. La prospettiva non rispettava le regole classiche e i colori, i colori!!! Delle chiazze sparse qua e là senza nessuna sfumatura e con fortissimi contrasti fra chiari e scuri. Una ignoranza infantile nel disegno dicevano loro… Forse un pochino si erano sbagliati.

2. Monet, Impression. Soleil levant

La carta da parati allo stato embrionale è più rifinita di questa marina.
Questo è ciò che scrisse il 15 aprile 1874 Louis Claude Monet - Impression soleil levantLeroy sulla rivista satirica “Le Charivari” dopo una visita alla prima mostra impressionista nello studio del fotografo Nadar in boulevard des Capucines 35. È solo un piccolissimo estratto di un articolo in cui il critico d’arte, fingendo di accompagnare un pittore accademico, stronca in toto la nuova pittura di questi giovani artisti. Nello specifico la suddetta frase è riferita al dipinto di Claude Monet intitolato Impression. Soleil levant e proprio dal titolo prende spunto per creare il suo sberleffo. Con il termine “impressione” infatti, nella Francia del secondo ottocento si indicava il primo stadio della lavorazione della carta da parati o, ancora peggio, la prima mano di imbiancatura alla pareti. Diciamo che paragonare un dipinto a una carta da partati e il lavoro di un artista a quello di un imbianchino non è proprio un complimento… E diciamo anche che forse un pochino si è sbagliato.

3. Giudizio di un collezionista dell’800 su Renoir

Ambroise Vollard, il leggendario mercante di quadri parigino, ricorda nelle sue memorie che quando Pierre-Auguste Renoir - Torse effet de soleilintorno alla fine dell’800 aveva offerto un nudo di Renoir a un grande collezionista per quattrocento franchi, si sentì rispondere: “Se ne avessi quattrocento da buttare via, comprerei questa tela per bruciarla davanti a lei nel caminetto, tale è la pena che provo nel vedere la firma di Renoir sotto un nudo così mal disegnato.” Chissà cosa avrebbe pensato oggi o anche solo qualche anno dopo questo egregio signore.

4. Divergenze fra colleghi

Erroneamente si pensa che impressionisti e compagni d’avventura fossero un gruppo unito e coeso. In realtà le divergenze tra alcuni di loro erano molto accentuate e nascevano spesso forti incomprensioni. Manet per esempio considerava Coubert uno zotico e di Cézanne diceva che era un muratore che dipingeva con la cazzuola. Apprezzava solo il lavoro di Monet, al quale un giorno disse: “Lei è molto amico di Renoir, dovrebbe consigliargli di dedicarsi a un altro mestiere. Lo vede anche lei, la pittura non è il suo forte!
Gli stessi Renoir e Cézanne, che erano gli artisti più liberi, non riuscirono a capire la pittura di Van Gogh e gli rimproveravano il suo “esotismo” paragonando la sua pittura a quella di un pazzo.

5. Marcel Duchamp, Il nudo che scende le scale

Quando il quadro fu presentato nel 1912 al Salon des Indépendants, venne rifiutato dalla commissione. In quegli anni, Marcel Duchamp - Nudo che scende le scalefra gli artisti avanguardisti, andavano per la maggiore le idee cubiste e il Nudo non era in linea con la tendenza ufficiale, anzi, fu considerato una presa in giro al movimento cubista. La cosa che più di tutto dava fastidio era il titolo “…pensavano fosse troppo letterario, ma lo prendevano per il verso sbagliato, quasi caricaturale. Un nudo non scende mai le scale, un nudo è sdraiato si sa. Nemmeno il loro piccolo tempio rivoluzionario riusciva a capire che un nudo poteva scendere le scale.” (Marcel Duchamp)
Un anno dopo il dipinto fu esposto a New York all’Armony Show, la grande Esposizione internazionale di arte moderna ideata per introdurre in un’America ancora troppo legata alla pittura accademica, le sperimentazioni delle avanguardie europee. Se a Parigi il quadro aveva suscitato l’indifferenza generale, negli Stati Uniti divenne la principale attrazione della manifestazione generando un grande scandalo. I giornali si sbizzarrirono con le prese in giro: “Esplosione in un deposito di tegole”, “Rozzo che scende le scale – metro all’ora di punta”. L’American Art News indirà addirittura un concorso offrendo dieci dollari alla migliore descrizione del quadro. Ancora una volta fu il titolo a fare scandalo, “Non si dipinge un nudo che scende le scale, è ridicolo. Un nudo deve essere rispettato. Ci fu anche un’offensiva sul piano religioso, puritano.

6. Quando si mette anche la politica

La cultura da noi è ancora in balia di un provincialismo ridicolo e fazioso.
Queste sono le parole di Palma Bucarelli, Alberto Burri - Grande saccostorica direttrice della Galleria d’arte moderna di Roma. Da dove arrivava questo sprezzante giudizio? Per ben due volte la prima donna italiana direttrice di un museo aveva dovuto difendere le sue scelte non solo di fronte alla stampa e ai critici, ma persino davanti alla politica italiana. Nel 1959, in occasione dell’esposizione del Grande Sacco di Alberto Burri, il senatore comunista Umberto Terracini porrà una questione in Parlamento: “Quale cifra è stata pagata dalla Galleria nazionale d’arte moderna per assicurarsi la proprietà della vecchia, sporca e sdrucita tela da imballaggio che sotto il titolo di Sacco Grande è stata messa in cornice da tale Alberto Burri e che figura attualmente nella sala dedicata ai nuovi acquisti di detta Galleria.

Merda d'artista - Piero ManzoniNel 1971 a far scandalo saranno invece le scatolette di Merda d’Arstista di Piero Manzoni e questa volta sarà il deputato democristiano Guido Bernardi a scagliarsi contro la Bucarelli e a portare la questione in Parlamento, con risvolti che sfiorano il ridicolo: “anche se inscatolata a tutela dell’igiene pubblica e frutto obbligato di una normale digestione, quali garanzie ha il pubblico circa la sua autenticità?

In entrambi i casi, la direttrice ne uscirà vincitrice e metterà a segno un punto a favore contro l’ignoranza e l’intromissione della politica nel mondo della cultura.

La storia dell’arte è il miglior critico di sempre

Non sono e non sono stati quindi solo i critici a sbagliare, ma anche giornalisti, collezionisti, pubblico, mercanti e gli artisti stessi. Se per questi ultimi comunque c’è sempre una giustificazione, giacché un vero artista potrebbe credere talmente tanto nel suo lavoro da non riuscire ad accettare un diverso modo di rappresentare la realtà, un discorso a parte lo meritano i politici. Voler piegare l’arte ai propri scopi occupando i luoghi della cultura per veicolare messaggi e soggetti tradizionali e retrogradi è un qualcosa che umilia il lavoro di un artista. È vero che l’arte fin dal Rinascimento è sempre stata al servizio del potere, ma è anche vero che i potenti mecenati del passato erano grandi conoscitori d’arte e il loro parere era coerente e preparato.

Oggi l’arte non fa più mondo ed è capitato che i politici abbiano cercato di imporre il proprio parere senza possedere la giusta conoscenza e il risultato è stato abbastanza ridicolo. Comunque sia è sempre giusto dare voce alle proprie opinioni, l’arte nasce anche per essere giudicata. D’altronde i gusti cambiano con il cambiare delle epoche, sbagliare è umano e alla fine la storia ci dirà sempre chi ha torto e chi ha ragione.

A te viene in mente qualche altro grande errore di valutazione di un’opera o del lavoro di un’artista? Ricordalo anche a noi nei commenti qui sotto.

Lucio Fontana e i tagli che hanno cambiato la storia dell’arte

Il vero antagonista del kitsch totalitario è l’uomo che pone delle domande.
Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto
per permetterci di dare un’occhiata a ciò che si nasconde dietro.

Milan Kundera – L’insostenibile leggerezza dell’essere

Lucio Fontana ride tirandosi i baffiUna delle accuse più ricorrenti mosse all’arte contemporanea è quella di non emozionare. Eppure le stesse persone che lanciano questa critica non si accorgono che molto spesso davanti a un’opera dei giorni nostri una forte emozione la provano eccome: l’incazzatura. E se c’è un’artista che più di ogni altro stringe lo stomaco e provoca questa reazione a chi osserva le sue opere, quello è senza dubbio Lucio Fontana.

I suoi tagli irritano più di un graffio di ortica e quando si viene a sapere che uno di essi ha addirittura superato in asta i 20 milioni di dollari, il piccolo fastidio si trasforma in vera e propria rabbia, condita forse anche da un po’ d’invidia: tutti quegli euri sarebbero potuti entrare nelle tue di tasche se tu fossi stato un furbacchione come il buon Lucio, d’altronde quanto ci vuole a fare quattro sfregi su una tela?! Giusto?

E allora, forse pieno d’ira per non essere stato abbastanza pronto e veloce a farsi venire l’idea di usare ilTaglio di Lucio Fontana, Concetto spaziale bianco, opera sfregiata alla Galleria d'Arte Moderna di Roma taglierino come pennello, qualcuno qualche anno fa, nel 2009 per la precisione, ha pensato bene di fare un secondo sfregio sulle tele di chi l’ha anticipato e si è preso tutti i meriti e i lauti guadagni per questa trovata artistica: questo esemplare individuo, un bel giorno è entrato nella Galleria di Arte Moderna di Roma, ha preso bene la mira, si è riempito la bocca e ha sputato su una tela bianca con non uno ma ben cinque tagli. Per fortuna questo sensibile amante della vera arte, quella con la “a” maiuscola, non ha centrato nessuno dei buchi fatti da Fontana e la sua salvifica saliva vendicatrice ha raggiunto solo un angolo basso della tela.

A tanto arriva dunque l’odio per il nostro italo-argentino e per la sua arte.
A dir la verità però, episodi del genere non sono poi nuovi nella storia, basta pensare alle martellate date alla Pietà di Michelangelo. Ma, se mentre per quest’ultimo gesto non si trova alcuna giustificazione (se non la totale incapacità di intendere e di volere del vandalo), nel caso di Fontana il gesto, anch’esso opera di un perfetto imbecille, pur essendo altrettanto ingiustificabile, si può dire che sia comunque quantomeno comprensibile. Accade spesso infatti, a chi non ha strumenti critici o non ha né la voglia né la curiosità di cercarli, di sentirsi un pochino preso per i fondelli da quei tagli o buchi su una tela monocroma.

In difesa di Lucio Fontana e dei suoi tagli

Mettiamo subito in chiaro una cosa: le nuove espressioni artistiche sono sempre state guardate con disprezzo e astio dai propri contemporanei, soprattutto a partire da un preciso momento storico, quando cioè, dopo la Rivoluzione Francese, scompare la committenza per come la si era sempre conosciuta fino ad allora (aristocrazia e clero) e gli artisti sono lasciati liberi di scegliere i soggetti dei loro dipinti.

Da quel momento i gusti fra gli artisti, che tentavano di esprimere la propria individualità, e i collezionisti, che quando decidono di comprare un quadro di solito cercano qualcosa che somigli a un’opera vista altrove, si allontanarono inesorabilmente. Il nuovo spaventa e fu così che impressionisti, Van Gogh e tutti gli altri innovatori furono inizialmente osteggiati e derisi per essere poi idolatrati anni dopo, quando ormai il pubblico si era abituato al loro linguaggio.

Lucio Fontana può a ben diritto, essere inserito nella lista di questi innovatori e personaggi che hanno introdotto un nuovo linguaggio nel mondo dell’arte. C’è una piccola differenza, però: nonostante siano passati più di cinquant’anni, il suo modo di esprimersi non è stato ancora completamente accettato. Neanche Van Gogh ci ha messo tanto per arrivare a essere apprezzato dai più. Fontana è uno degli artisti più incompresi della storia dell’arte, forse al pari di Duchamp, e sicuramente quello su cui mi trovo più spesso a discutere, difendere e litigare con gli amici. Allora cerchiamo di capire perché questo italiano di origini argentine abbia tutti i diritti di essere considerato uno degli artisti più influenti e importanti del secondo Novecento.

1. Il mondo cambia…

Dal 1267 (anno di nascita di Giotto) al 1968 (anno di morte di Lucio Fontana) il mondo ha subito giusto un po’ di cambiamenti. Per non essere troppo prolissi, consideriamone qui solo alcuni relativi all’epoca moderna.

  1. Ritratto fotografico di Edgar Allan PoeInnanzitutto intorno al 1830 nasce la fotografia e prima della fine del secolo questa nuova invenzione è già alla portata di tutti grazie alla Kodak. Nel giro di pochi anni gli artisti perdono il monopolio sull’immagine: per portare a termine un ritratto ci sono da sempre volute ore ed ore di lavoro di un esperto professionista e ore ed ore di noiosissima posa di un soggetto. Improvvisamente, in pochissimo tempo e con una maggiore precisione, creare un’immagine verosimile della realtà che si ha davanti agli occhi diventa qualcosa alla portata di tutti. Il lavoro del pittore è seriamente messo in crisi dalla nuova invenzione. Nel 1895 inoltre i fratelli Lumière inventano il cinematografo e qui la lotta finisce definitivamente: in che modo gli artisti possono competere con immagini in movimento?
  2. Prova un po’ a immaginare poi quale sensazione deve aver provato una mamma del primo Novecento nel sentire per la prima volta la voce del figlio dall’altro capo del telefono. Le distanze si accorciano enormemente, l’informazione viaggia a una velocità mai vista prima.
  3. Treni, automobili, aeroplani, insieme al telefono, rendono in pochi anni il mondo un luogo molto più piccolo.

Quando si ammira un’opera d’arte, immedesimarsi nel contesto in cui è stata creata è essenziale per coglierne e godere in pieno tutto quello che ci vuole comunicare, questo vale per tutti i generi e per tutti i periodi storici. Il vero artista è un sismografo sensibile che capta e si adegua prima di ogni altro ai cambiamenti in corso nella società in cui vive e tenta poi di esprimerli con il suo lavoro. Con le importanti trasformazioni che ho appena descritto e altre che non ho riportato qui ma che hanno modificato sensibilmente la vita delle persone, era praticamente impossibile che gli artisti continuassero a dipingere madonnine piangenti, cristi crocefissi o incantevoli paesaggi. E infatti…

2. … l’arte cambia.

Dai tempi di Giotto, il principale problema di un artista è stato quello di trasferire una realtà tridimensionale (altezza, larghezza, profondità) su una tela che di dimensioni ne aveva solo due (altezza e larghezza). Fu inventata allora la prospettiva, dapprima a livello molto intuitivo con Giotto, poi in modo estremamente preciso attraverso un procedimento matematico-geometrico con i pittori del Rinascimento. Questo modo di fare arte durò, quasi senza alcun cambiamento, per 500 anni. Era un modo illusorio di rappresentare il mondo, quasi una menzogna che rimaneva Opera di Kandinsky - Yellow Red Bluein piedi grazie al tacito accordo tra chi creava l’opera e il fruitore che, osservandola, stava al gioco. Poi arrivarono Picasso e Braque e inserirono una quarta variabile nella tela: il tempo. Questo novità distrusse tutto ciò che c’era stato finora: la prospettiva si frantumò e una figura poteva essere osservata da più punti di vista nello stesso istante.

Prima dei cubisti, gli Impressionisti avevano messo sotto scacco la pittura accademica lavorando sulla percezione visiva, Van Gogh aveva liberato il colore e Cézanne aveva scomposto il quadro nei suoi elementi primari. È facile capire come da questo momento in poi niente fu più come prima. Kandinsky arrivò addirittura a teorizzare e a creare una pittura che non aveva più alcun legame con la realtà, una pittura astratta che non rappresentava più niente di concreto e reale. Il colpo di grazia lo diede Marcel Duchamp esponendo un orinatoio capovolto in un museo.

3. Cosa succedeva negli anni in cui Fontana creava i primi buchi e i tagli sulla tela?

Fontana inizia a bucare le sue tele nel 1949. Più o meno in quegli anni Pollock crea le prime opere con la tecnica del dripping che contraddistinguerà il suo lavoro per il resto della sua vita: un’altra forte rottura con il tradizionale modo di fare arte. È appena finita una guerra disastrosa, sono stati sganciati due ordigni atomici che in pochi secondi hanno provocato la morte di circa duecentomila persone. I primi satelliti vengono lanciati nello spazio e nella casa degli italiani e non solo, incominciano a entrare immagini cheFamiglia davanti alla televisione negli anni '50 proprio attraverso quello spazio viaggiano: è la televisione.

In questo contesto, l’esiguo intervallo della tela non è più sufficiente per descrivere un mondo che ha confini sempre più labili ed eterei, bisogna andare oltre. Ed è allora che Fontana buca e taglia la superficie: vuole creare una sensazione di infinito per dare valore allo spazio e rendergli la tridimensionalità che merita. Lo spazio non è qualcosa di così insignificante da potersi circoscrivere in un rettangolo.

A volte la ferita era curata con una garza nera in modo che il passaggio della luce si perdesse nell’oscurità dell’insondabile. Fontana buca la tela soprattutto per azzerare la finzione della prospettiva, quella menzogna che per secoli aveva troneggiato nel mondo dell’arte. In questo modo ristabilisce un contatto fra ciò che sta davanti e ciò che sta dietro, che fino allora era solo una mera illusione. È un modo per risvegliare la consapevolezza dell’osservatore: “Ragazzo/a, il mondo vero non è questo rappresentato qui su questa tela ma è tutto ciò che ti sta attorno che tocchi e vedi con i tuoi occhi e anche ciò che invece i tuoi occhi non riescono a vedere ma la tua mente può solo immaginare. Il mondo è infinito e tu sei solo un piccolissimo puntino in confronto ad esso.

4. I tagli sono il traguardo di un lungo percorso.

Lucio Fontana - Struttura al neon per la ix triennale di milano 1951Fontana non era un povero disoccupato che si è svegliato una mattina e si è messo a tagliare e vendere tele per sbarcare il lunario. Figlio di uno scultore e di un’attrice argentina, anche i nonni erano entrambi pittori: non poteva far altro che diventare anch’egli artista. Studia in Italia all’Accademia di Belle Arti di Milano e durante la guerra torna in Argentina dove insegna “decorazione” all’Accademia di Bellas Artes “Prilidiano Pueyrredòn” di Buenos Aires. Capisci che non è l’ultimo arrivato?

Si è sempre dedicato alla scultura in particolar modo utilizzando come mezzo espressivo la ceramica e portando avanti una ricerca sulla dimensione spaziale iniziata ai tempi di Brera con il professore Adolfo Wildt. I Manifesti dello Spazialismo sono solo una delle sue innovazioni: fu il primo artista a utilizzare il neon e fu ancora una volta il primo a ipotizzare ed elaborare (ispirandosi al Futurismo) un utilizzo creativo del mezzo televisivo. Un anticipatore a tutti gli effetti.

5. Fontana non è diventato milionario

Ti voglio tranquillizzare. Fontana non ha passato i suoi giorni terreni passeggiando per le sale di in un enorme castello o sdraiato sotto il sole di un paradiso tropicale a godersi i miliardi messi da parte con la vendita delle sue opere. Quando si avvicina la questione denaro alla questione arte, ci sono ancora molte persone che si scandalizzano, nonostante sia stato ormai provato che anche i grandi artisti del Rinascimento erano ricchi e vendevano a caro prezzo le proprie prestazioni, a partire dal “Divino” Michelangelo che, a quanto sembra, amava i suoi fiorini quanto se non di più della sua stessa arte (The wealth of Michelangelo di Rab Hatfield).

Non devi comunque pensare che Lucio Fontana sia diventato milionario grazie alle sue tele e che abbia speculato su Lucio Fontana mentre taglia una tela fotografato da Mulas nel 1965questo. Le aggiudicazioni record delle sue opere sono un avvenimento di questi ultimi venti anni, trenta dopo la sua scomparsa. Ti assicuro che negli anni ’60, quando l’artista era ancora in vita e quando le sue tele avevano prezzi irrisori, non sono stati tanti i collezionisti che hanno acquistato i suoi tagli. Se fosse stato così oggi avremmo un sacco di milionari e invece ci sono solamente un mucchio di persone che si piange addosso “Ah, se l’avessi comprato prima…

Ciò che voglio dire con questo è che Fontana non era affatto un pigro e svogliato furbetto del quartiere con tanta voglia di diventare ricco. Benestante lo era già di famiglia e i soldi li guadagnava con l’insegnamento o con la scultura più che con le poche tele che riusciva a vendere. Sicuramente amava l’arte più dei soldi. Oltre a essere maestro e punto di riferimento carismatico per i giovani brillanti artisti della Milano di allora, era sempre pronto a dare loro una parola di conforto e ad acquistare le loro opere per incoraggiarli e sostenerli.

Lucio Fontana è l’artista che ha cambiato la storia dell’arte.

Che piaccia o no, Lucio Fontana è uno di quegli artisti che ha cambiato la Storia dell’Arte e che ha influenzato le generazioni venute dopo di lui. Con i suoi lavori, per la prima volta l’opera non è più oggetto su cui dipingere altro, ma diventa soggetto essa stessa e lo spazio attorno ad essa entra a farne parte.

Nella sua vita ha svolto il compito che ogni artista dovrebbe svolgere: guardare la realtà con occhio critico e diverso, indicarne i limiti e poi superarli. Con questo articolo non voglio certo farti amare le opere di Lucio Fontana ma semplicemente invitarti a riflettere sul suo lavoro abbandonando ogni (pre)giudizio superficiale.
L’arte va valutata sempre in maniera oggettiva, secondo criteri storici, filosofici, concettuali e, ovviamente artistici. Poi i gusti rimangono gusti e ognuno è libero di esprimere il proprio parere. Che sia chiaro però che i “secondo me” in arte, come in tanti altri aspetti della vita, rimangono solo e semplicemente pareri e gusti personali.

Per il resto chiudo con le stesse parole di Lucio Fontana:

“…è l’infinito, e allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti,
ed ecco che ho creato una dimensione infinita,
un buco che per me è alla base di tutta l’arte contemporanea, per chi la vuol capire.
Sennò continua a dire che l’è un büs e ciao…”

Secondo te Lucio Fontana è un grande artista o è sopravvalutato? Cosa pensi delle sue opere e delle loro aggiudicazioni? Lascia il tuo parere nei tuoi commenti qui sotto.