L’arte non fa più mondo, ma fa molto moda

Articolo pubblicato sulla rivista Commenti di Verso l'Arte

Se pensiamo che un tempo, gli artisti sedevano a fianco di imperatori, re e papi, che erano ambasciatori nel mondo, che a loro venivano affidate missioni diplomatiche nelle varie corti europee, che erano uomini conosciuti, rispettati e ammirati o che, in tempi più recenti, sono stati star o divi comunque ambiti e sempre al centro dei riflettori, si capiscono molte cose rispetto allo stato odierno dell’arte.

In quanti oggi sanno chi sia Paola Pivi? Chi riconoscerebbe Francesco Vezzoli se lo incrociasse per strada? Oppure Grazia Toderi? E sto citando qui alcuni degli artisti italiani contemporanei più famosi del mondGrazia Toderi, Paola Pivi, Francesco Vezzolio. Forse per Maurizio Cattelan e Jeff Koons la cosa è più semplice poiché si sono spesso “ritratti” nelle loro opere, ma vi assicuro che non è poi così scontato.

Alla serata d’inaugurazione della retrospettiva di Koons al Whitney Museum di New York, la schiera di giornalisti e fotografi si è scagliata su ogni VIP che faceva il suo ingresso, accecando con i flash delle loro macchine fotografiche i poveri (si fa per dire) malcapitati: attori, cantanti, campioni dello sport e divi dello spettacolo. Quando, davanti all’entrata si è fermata una luccicante e nera limousine da cui è sceso un elegante e brizzolato signore in abito da sera accompagnato dalla sua dama, solo qualcuno, a stento, gli è corso dietro.

Chi era quello?” hanno chiesto ai pochi colleghi tornati dalla rincorsa a quell’uomo, i fotografi rimasti davanti all’ingresso ad aspettare l’arrivo del prossimo VIP. “Jeff Koons, l’artista, il protagonista della serata.

A parte i giornalisti di settore, in pratica nessuno l’aveva riconosciuto. E stiamo parlando di uno degli artisti contemporanei più celebri al mondo, sicuramente quello più pagato, l’uomo che detiene il record per l’opera più cara per un artista vivente.

Arte, potere e moda

Vero o falso che sia questo aneddoto, una cosa è certa: l’arte non fa più mondo, non è più al centro dei riflettori mediatici né delle attenzioni dei potenti. A partire dalla seconda metà del ‘900 gli artisti non sono utili più ad alcun potere, quindi non servono più a nessuno. La televisione ha strappato definitivamente dalle loro mani il monopolio sull’immagine già intaccato dalla fotografia. Quanto è più efficace un video trasmesso in orario di massimo ascolto su una quantità indefinibile di piccoli schermi, rispetto a un’enorme tela appesa sul muro di un singolo palazzo governativo?

Si sa, il potere consegna un alone di fascino a chi lo detiene e chi gli è vicino ne raccoglie i riflessi. Gli artisti quindi, oltre a perdere il loro ruolo di primo piano all’interno della società, smarriscono anche quell’aurea magica che circondava la loro figura e i media non perdono tempo, cercano e trovano immediatamente i loro sostituti.

Sono le star di Hollywood che raccolgono la staffetta e sono sempre loro che occupano il posto, un tempo di pittori e scultori, al tavolo dei potenti. Andy Warhol aveva percepito e compreso questo cambiamento in anticipo su tutti e, serigrafando i volti dei divi del cinema sulle sue tele, decretava la morte dell’arte e la nascita di nuovi miti.

Il padre della Pop americana è un artista tragico ma anche forse il più lucido della sua epoca. I soggetti dei suoi lavori nascondono, dietro ai colori sgargianti, un alone di morte: pensiamo agli incidenti stradali, ai teschi, alle pistole, ma anche a personaggi come Marilyn Monroe, Elvis Presley, Mao.

Renato Mambor, Giosetta Fioroni, Sergio Lombardo, Cesare Tacchi, Jannis Kounellis, Umberto Bignardi, Tano FestaDall’altra parte del globo, in un’Europa che ha ormai perso il suo ruolo di guida del mondo, anche gli artisti di Piazza del Popolo percepiscono la perdita del ruolo di primo piano che apparteneva una volta all’artista, ma forse con meno lucidità rispetto a Warhol. Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Pino Pascali, sono gli ultimi “artisti star”: avvertono il cambiamento in corso ed esprimono il loro disagio più conducendo vite al limite, che attraverso le loro opere.

È finita l’era dei “Dalì” o dei “Picasso”, artisti capaci di guadagnarsi le prime pagine dei giornali. È proprio il padre del cubismo l’ultimo artista davvero influente, quello che poteva anche permettersi di non presenziare all’inaugurazione di una sua personale e snobbare la presenza di autorità e capi di Stato. A Roma, infatti, in occasione della mostra organizzata in suo onore da Palma Bucarelli alla Galleria d’Arte Moderna, l’autore di Guernica ebbe la sfrontatezza di rimanere tranquillo a casa, quando in suo onere si era scomodato persino il presidente della Repubblica, Luigi Einauidi. Quanti artisti di oggi potrebbero concedersi una tale impudenza? Credo nessuno.

Andy Warhol era lucido e aveva capito tutto, dicevamo. Aveva capito soprattutto che non era più l’arte ciò che contava, ma i soldi: “Fare soldi è arte, lavorare è arte, fare buoni affari è la migliore forma d’arte.

Nasce la Business Art ed è la corrente dalla quale possiamo dire siano legati molti dei più importanti artisti di oggi. Jeff Koons, Damien Hirst, Maurizio Cattelan sono Business Artist e i loro lavori danno al collezionista ciò che il collezionista contemporaneo cerca: soldi.

Già perché oggi più che mai è il denaro che dà la fama, che dona prestigio, e allora tutti a seguire le tendenze del momento, a comprare quello che tutti comprano e ad appendere alle pareti, gli Scheggi, i Castellani, i Bonalumi, i Boetti, i Koons: hanno prezzi esorbitanti, sono ben riconoscibili e in molti li desiderano.

E i Franco Angeli, i Salvo, i Luigi Ontani, i lavori di Giosetta Fioroni o di Stefano Arienti?

No, è presto, costano ancora troppo poco e se è il prezzo a sancire il valore di un artista, è meglio aspettare quando aumenteranno. Allora e solo allora ci si accorgerà della loro grandezza e si scatenerà la rincorsa cieca non tanto all’opera, quanto alla firma.

Oggi non è ancora il momento, questi nomi non sono ancora in voga e l’arte, si sa, nell’epoca in cui viviamo, non fa più mondo, ma fa sicuramente molto moda.

Investire in arte: 10 buoni consigli per non sbagliare

Investire in arte è una forma molto redditizia per far fruttare una parte dei propri risparmi. È vero che ci sono diversi livelli di volatilità, ma le performance non sono affatto da Arte e investimentiscartare. Per l’arte contemporanea per esempio, possono arrivare anche a picchi del 50%. Restando con i piedi per terra, studi più o meno recenti indicano un rendimento medio annuo che va dal 14% al 17%. Con questi numeri non è difficile capire come mai in molti si stanno lanciando su questo mercato per diversificare il proprio portfolio investimenti.

Il problema è che come è vero che si possono ottenere bei guadagni, è altrettanto vero ed è molto più facile fare acquisti sbagliati e ritrovarsi dopo qualche anno con qualcosa che praticamente non ha più alcun valore. Questo succede soprattutto quando si passa all’azione senza una reale conoscenza del vasto universo dell’arte, un mondo affascinante ma che per quanto riguarda il mercato è guidato da ben poche regole certe e verificabili.

Probabilmente anche tu vuoi diversificare il tuo portfolio investimenti e puntare su un dipinto, una scultura o una fotografia ma hai paura di compiere un errore. Eccoti allora dieci consigli che ti aiuteranno a scegliere un artista le cui quotazioni potrebbero rivalutarsi nel corso degli anni. Devo partire innanzitutto da una breve ma fondamentale premessa indispensabile per contenere il più possibile le polemiche che ogni volta si scatenano quando si parla di questo argomento.

Ti dico inoltre fin da subito che in un solo articolo non potrò esaurire l’argomento, sul quale per altro si sono già consumate le penne di decine di giornalisti, critici o addetti ai lavori. Scriverò comunque presto altri post legati a quello che stai per leggere. Ma ora partiamo.

L’arte è una cosa, il mercato un’altra

Proprio così, arte e mercato sono due entità differenti e separate anche se strettamente legate e connesse fra loro. È come parlare di uno sport, il calcio per esempio, ma di due partite differenti che si giocano su due campi differenti per due competizioni differenti. Se valutiamo il valore artistico di un’opera, lo stile di un artista e la sua importanza culturale, stiamo giocando una partita, se analizziamo il valore economico di un dipinto o di una scultura, ne stiamo giocando un’altra.

Questo vuol dire che arte e mercato non si incontrano mai? No, a volte si incontrano anche, ma nella maggior parte dei casi c’è un forte sfasamento e il mercato si comporta un po’ come un cavallo impazzito: corre avanti rispetto a certi artisti mentre ne lascia indietro altri e questo comportamento fa arrabbiare tanti nostalgici amanti della vecchia buona e bella arte.

Jeff Koons ball fintiFacciamo qualche esempio per essere più chiari. Chi sono gli artisti che più di tutti negli ultimi anni sono stati bersaglio di aspre critiche e fulcro di polemiche sistematiche (spesso anche consciamente cercate)? Sicuramente i nomi principali, per citare i più famosi, sono Damien Hirst e Jeff Koons. Il primo è stato forse un precursore nell’aver utilizzato (consapevolmente e con una strategia precisa) ciò che si chiama personal branding nel mondo dell’arte. Il secondo detiene il record per l’opera di un artista vivente più pagata in asta (58 milioni di $).

Può un cagnolone gigante, metallizzato, consapevolmente kitsch, costare più di un’opera di Gerhard Richter, per citare un altro artista vivente, o di Salvador Dalì e di Lucio Fontana, per citare due nomi di artisti storicizzati? Ebbene sì, può, sempre per lo stesso motivo: l’arte è una cosa, il mercato un’altra. Lo ripeto nuovamente perché deve entrare bene in testa a chi si vuole avvicinare a questo mondo senza trovarsi di fronte a brutte sorprese. Il mercato ha delle regole proprie e si muove secondo principi propri che a volte non hanno nulla a che vedere con quelli della storia dell’arte.

Quindi se ci si avvicina all’arte con l’intenzione di fare un investimento sono le regole del mercato che bisognerebbe cercare di capire e seguire, non la piacevolezza dell’opera tanto meno il proprio gusto personale. Ovviamente fra i tanti possibili investimenti si può scegliere l’artista che più tocca le nostre corde, ma, come ho già scritto in un precedente post, se si compra sperando in una futura rivalutazione dell’opera non bisognerebbe mai farsi guidare dall’emozione: godere l’arte con il cuore ma comprarla con la testa.

Come investire in arte: 10 consigli per scegliere l’opera giusta

Veniamo finalmente al succo di questo post. Se ti stai avvicinando al mondo dell’arte con l’intenzione di fare un buon investimento eccoti 10 domande che faresti bene a porti quando ti trovi davanti a un’opera che ti affascina prima di decidere di tirar fuori il tuo libretto degli assegni e sperare di aver sotto il braccio un dipinto che in futuro si rivaluterà. Cominciamo:

  1. Qual è la galleria o il mercante che segue e gestisce il suo lavoro?

    I galleristi - Investire in arteEh si, la prima domanda non ha nulla a che vedere né con l’artista tanto meno che con la sua arte. Ti sembra strano? Ti ricordo che stiamo parlando di mercato e il mercato lo fa il gallerista, non l’artista.  Come esistono avvocati più potenti e influenti degli altri, politici più potenti e influenti degli altri, blogger, giornalisti, imprenditori, ecc. più potenti e influenti degli altri, così nel mondo dell’arte ci sono galleristi più potenti e influenti degli altri. Sono loro che, insieme ad altri personaggi, muovono le reti del sistema e a volte sono così famosi da diventare brand più importanti degli stessi artisti che gestiscono: Larry Gagosian, David Zwirner, Iwan Wirth per citarne qualcuno.

    Stando con i piedi per terra, senza andare a scomodare certe vette, anche a livelli inferiori ci sono galleristi che fanno bene il proprio lavoro e altri che lo fanno meno bene. Dietro alle alte quotazioni di un artista, si nasconde un lungo e dispendioso lavoro, sia a livello di tempo che a livello di denaro. Non tutti sono in grado o hanno le capacità, le conoscenze e i contatti (fattore essenziale per avere successo in questo mondo) per portarlo a termine. Ricordatevi che dietro agli impressionisti c’era Paul Durand Ruel e dietro a Picasso e Cézanne c’era un grande mercante come Ambroise Vollard. Quindi insieme all’artista, e in alcuni casi ancor prima dell’artista, scegliete il mercante giusto. In Italia le gallerie più forti sono Massimo De Carlo, Giò Marconi, Lia Rumma, Massimo Minini, Franco Noero per citarne solo alcune. Ci sono poi tantissime altre gallerie meno forti ma che fanno un ottimo lavoro e vendono artisti interessanti.

  1. In quali mostre o musei sono stati o sono esposti i suoi lavori?

    Mostre e musei Finalmente parliamo dell’artista o meglio ancora del suo Curriculum.
    Se doveste assumere un collaboratore come lo scegliereste? Ovviamente dando un’occhiata alle sue esperienze passate e alle aziende per cui ha lavorato. Nel caso di un artista le esperienze sono date dai premi vinti, dalle mostre e soprattutto dai musei in cui le sue opere sono esposte.

    Un tempo gli artisti raggiungevano questo riconoscimento a fine carriera.
    Oggi le cose sono cambiate e spesso gli artisti entrano nei musei molto prima e ottengono il riconoscimento economico fin da giovani. Avere un’opera all’interno di un museo, oltre che essere un riconoscimento ufficiale, espone il nome dell’artista agli occhi del mondo e lo rende quindi più desiderabile.
    Consiglio: cercate artisti esposti nei musei ma con prezzi ancora abbordabili e diffidate di quelli che costano già cifre stellari ma che nei musei entrano solo pagando il biglietto.

  2. Chi lo colleziona

    Una volta c’erano Papi, nobili e aristocratici. Oggi ci sono capitani d’industria, banchieri e imprenditori. Cambiano i ruoli, cambiano i modi, ma la musica non cambia. EntrInvestire in arte - I collezionistiare a far parte di certe collezioni è garanzia di successo. Pensate agli artisti della Young British Art collezionati dal magnate della pubblicità Charles Saatchi e che oggi hanno raggiunto cifre da capogiro.  Altre collezioni importanti sono quella dei coniugi Rubell e quella di Rosa e Carlos De la Cruz in America, mentre in Italia si devono citare la Collezione Miuccia Prada, quella di Giuliano Gori e quella del Conte Panza di Biumo.

  1. Quale ruolo ha all’interno della storia dell’arte?

    All’interno del vasto mondo della storia dell’arte, ci sono artisti importanti, alcuni indispensabili e altri che non hanno lasciato il segno. Se cancellassimo Storia dell'arteCézanne, non capiremmo più Picasso e senza Picasso crollerebbe tutto il castello della storia dell’arte del Novecento. La stessa cosa vale per Lucio Fontana, per Andy Warhol e per tanti altri. Il mercato spesso non va di pari passo con la storia dell’arte e, soprattutto avvicinandoci ai giorni nostri, ci sono importanti e già storicizzati artisti che hanno ancora delle quotazioni raggiungibili.

    In questo momento gli artisti del dopoguerra (Vedova, Afro, Manzoni, Fontana, Castellani) hanno già valutazioni inarrivabili per i più ed è in atto la riscoperta degli artisti cinetici e di quelli dell’arte analitica. Una volta che anche loro arriveranno a determinate vette, il mercato passerà ai movimenti dei decenni successivi. Negli anni ’90 per esempio, hanno lavorato artisti come Alessandro Pessoli, Marco Cingolani e Stefano Arienti le cui quotazioni non hanno ancora raggiunto quelle del coetaneo Maurizio Cattelan.

    La cosa che si dovrebbe fare è anticipare i tempi e comprare gli artisti prima che vadano di moda e che vengano inglobati dal mercato: per riuscire a fare questo però, bisogna iniziare a familiarizzare con linguaggi a cui non siamo ancora abituati e che spesso possono risultare di difficile comprensione.

  2. Ha raccolto le sue opere in un catalogo generale

    Per un artista avere il catalogo generale è garanzia di sicurezza. Serve a far ordine nella sua produzione, a certificare quali opere sono vere e a dare un messaggio di serietà chCatalogo ragionato dell'artistae poi si trasferisce al mercato. Una delle cose che ha fatto esplodere il mercato di Alighiero Boetti qualche anno fa è stata la pubblicazione del catalogo ragionato delle sue opere.

  3. I suoi lavori sono immediatamente riconoscibili?

    Avere uno stile unico e inconfondibile porta sicuramente valore al lavoro di un artista, soprattutto quando questo vuol dire anche utilizzare un linguaggio nuovo o dire cose che nessuno ha mai detto. Artisti con stili propri sono quelli che poi diventano più facilmente icone e quindi più desiderabili dai grandi collezionisti. Un’opera di Andy Warhol, come una di Francis Bacon, come una di Lucio Fontana, come una di Luigi Ontani ecc. le si possono riconoscere a chilometri di distanza. Avere una loro opera appesa in un salotto è garanzia di prestigio per chi la possiede.

  4. Le sue opere girano all’interno di un mercato locale, nazionale o internazionale?Mercato dell'arte globale

    Qui è anche inutile spendere troppe parole, è una legge dell’economia: più la richiesta aumenta, più aumentano i prezzi. È intuitivo e automatico che un artista venduto nel mondo ha più richiesta di un altro venduto solamente dalla galleria del paese.

  5. Quella che sto per acquistare è un’opera di un periodo significativo?

    Quasi tutti gli artisti hanno avuto nel corso della vita, periodi di grande fermento creativo affiancati a periodi meno produttivi. Di solito il ciclo produttivo di un artista è diviso da una fase in cui “inventa” un nuovo linguaggio, seguito da una seconda fase in cui la novità si afferma e quindi finisce di essere una novità. Infine arriverà la fase in cui l’artista, ormai affermato, si attesterà sulla stanca ripetizione di uno schema ormai di successo. Ovviamente la prima fase è quella più cercata e pagata dal mercato.

    Non tutti i Picasso costano milioni di euro. Quelli del periodo rosa, del periodo blu o le opere cubiste sono quelle che raggiungono quotazioni spaventose. I Picasso dell’ultimo periodo non si avvicineranno nemmeno ai record price pazzeschi dell’artista. Così come una Piazza d’Italia di De Chirico degli anni ’50 non costerà come una del primo decennio del ‘900 o un Castellani degli anni 2000 non costerà come uno degli anni ’60.

    Attenzione però, perché non per tutti gli artisti il periodo migliore è quello giovanile, ci sono pittori che hanno raggiunto il massimo dell’espressività in età senile o altri per cui l’anno di creazione di un opera non fa la differenza ma conta solo la qualità.

  1. Com’è la qualità dell’opera che sto per acquistare?

    La qualità appunto. Penso sia chiaro che un artista non dipinge solo capolavori. Tutti noi abbiamo giornate no, in cui niente ci esce come vorremmo e altre in cui tutto sembra invece facile. Per un artista è uguale: ci sono giornate in cui dipinge capolavori, altre in cui i quadri sono poco riusciti, altre ancora in cui non ha alcuna ispirazione ed è costretto a creare opere giusto per accontentare il mercato e altre giornate ancora in cui il risultato del suo lavoro è ciò che l’ambiente chiama con il sinonimo di “crosta”.

    A differenza della borsa e delle azioni, l’arte è fatta di qualità, non di quantità. Nei titoli l’acciaio è sempre acciaio, il grano è sempre grano, l’alluminio è sempre alluminio. Un Picasso non è sempre un Picasso (con la “P” maiuscola intendo). Ovviamente i capolavori costano più delle altre opere, ma sono anche quelli che si rivalutano meglio nel tempo e che si farà meno fatica a vendere quando si vorrà monetizzare l’investimento. Nel mondo dell’arte a volte è meglio ricordarsi del proverbio: “chi più spende meno spende.”

  2.  Quale critico si è occupato della sua opera?

    Critico d'arteQuest’ultima regola ero indeciso se inserirla o meno. Un tempo la voce di un critico avrebbe potuto lanciare verso le stelle la carriera e le quotazioni di un artista. Oggi anche una critica importante non smuove in sostanza niente dal punto di vista delle quotazioni. C’è in compenso una nuova figura che qualche influenza in più ce l’ha ed è quella del curatore. Negli ultimi anni le scelte fatte da alcune importanti istituzioni museali rispetto a mostre ed esposizioni spesso coincidono con i nomi che fanno ottimi risultati in asta.

 

Quando l’arte è investimento

Adesso sei pronto anche tu a comprare la tua prima opera e a investire in arte.  Ovviamente non è necessario che un artista possegga tutti i requisiti che ho elencato qui sopra per essere un investimento, soprattutto se stiamo parlando di un artista giovane. Queste vogliono essere solo delle linee guida ma il discorso ovviamente non si esaurisce qui, ci sono tante variabili che influenzano le quotazioni di un artista soprattutto in un mercato in cui c’è poca chiarezza e trasparenza.

Matthew Carey-Williams, curatore della galleria White Cube di Londra ha dichiarato provocatoriamente «Oggi l’arte è un super business. Dopo il traffico di droga e la prostituzione, è il più grande mercato senza regole del mondo». Prima di lanciarti in un acquisto azzardato sarebbe meglio quindi iniziare a visitare musei, mostre, fiere nazionali e internazionali e dare un’occhiata ai nomi che girano. La cosa ancora più saggia è quella di farsi consigliare da un addetto ai lavori, ma occhio anche in questo caso a scegliere quello giusto, alcuni sono solo dei bravi imbonitori.

E tu? Sei già un collezionista o stai pensando di diventarlo? Hai altri suggerimenti da aggiungere? Condividili con noi nei commenti.

I Tableau Vivant di Luigi Ontani in mostra al GAMeC di Bergamo

Luigi Ontani Bergamo - Dante e PinocchioDevo dirla proprio tutta: la mostra Luigi Ontani – “Er” “SIMULACRUM” “amò” al GAMeC di Bergamo è davvero qualcosa di grandioso. Sarò anche di parte, in quanto Ontani è da sempre uno dei miei artisti preferiti, ma devo dire che non mi aspettavo niente di simile. Giacinto Di Pietrantonio ha fatto un ottimo lavoro. Così tante fotografie del maestro, di quelle dimensioni e di quella importanza storica soprattutto, mi hanno reso per quelle due ore passate all’interno del museo come un bambino lasciato libero di scorrazzare all’interno di un parco giochi.

D’altronde sentirsi un bambino è normale davanti alle  opere di un’artista che un po’ bambino in fondo lo è e lo è sempre stato. I personaggi onirici che popolano i suoi acquerelli, il modo a volte anche autoironico in cui utilizza il suo corpo nei Tableau Vivant, i titoli delle sue opere, opere d’arte essi stessi, un misto di piccole poesie e giochi di parole per bambini, la fertile fantasia dalla quale nascono i suoi lavori, sono tutti modi di esprimere una personalità che rimane se stessa senza mai omologarsi e che tenta di stare al di fuori dalle cerchia ristretta di quelle regole comuni che caratterizzano la nostra società. “Ogni bambino è un artista, il problema è poi come rimanere un artista quando si cresce”, affermava Picasso. Luigi Ontani è la risposta. L’elemento ludico è fondamentale nella sua opera. Questo non vuol dire che la sua arte sia infantile, semplice, poco impegnata. Tutt’altro! Nei suoi lavori ci sono citazioni alla storia dell’arte, alla nostra cultura e a quella orientale, a volte talmente colte che sono per i più incomprensibili se non accuratamente spiegate.

Inspiegabilmente vuotaLuigi Ontani al GAMeC - David e i Pigioni

Sarà questo il motivo per cui a girare per le sale del GAMeC ero in pratica da solo? È possibile che la mostra di uno dei nostri artisti più rappresentativi sia così snobbata, non dico dal grande pubblico poco interessato, ma almeno da chi l’arte la mastica un pochino. Sarei pronto a scommettere che, a una cinquantina di kilometri di distanza, fuori da Palazzo Reale di Milano, si sia invece formata la consueta coda da weekend per entrare alla retrospettiva su Van Gogh. Eppure Luigi Ontani è ormai un artista molto apprezzato, è vero, forse più all’estero che in Italia dove siamo ancora restii a certe modalità di linguaggio che, nonostante non si possano più chiamare contemporanee, visto che le opere sono datate anni ’60 e ’70, nel nostro paese non sono ancora state assimilate e digerite.

Qualcosa comunque si sta muovendo: settimana scorsa ad Arte Padova le opere di Luigi Ontani erano protagoniste in diversi stand. Sarà questo uno dei casi in cui il mercato arriverà prima del pubblico? Può darsi. Un acquerello per il quale solo tre anni fa chiedevano intorno ai 12.000€, me lo sono sentito offrire a 18.000€. Era anche ora e oserei dire che siamo Luigi Ontani - Acquerello esposto ad Arte Padovasolo all’inizio. Un artista che ha già avuto una retrospettiva al PS1/MoMa di New York, al Castello di Rivoli e alla Kunsthalle di Berna, per citarne solo qualcuna, i cui lavori sono stati fonte di ispirazione di importanti giovani venuti dopo di lui come ad esempio Cindy Sherman che più volte l’ha citato come suo maestro di riferimento (artista che tra l’altro ha raggiunto già quotazioni milionarie), può costare ancora così poco?

Se fosse nato in America o in Inghilterra, sicuramente oggi sentiremo parlare di Luigi Ontani in tutt’altra dimensione e probabilmente la sua mostra sarebbe affollata. Gli anglosassoni hanno una capacità ammirevole di riempire i musei e attirare pubblico. Il problema quindi non è tanto nella figura dell’artista, ma sarebbe forse da cercare all’interno del sistema arte Italia. Cosa sono i nostri musei? Dei semplici contenitori chiusi nel quale conservare oggetti vecchi e stantii. Hanno qualche attrattiva per il pubblico? Non direi proprio. I musei inglesi offrono al loro pubblico delle vere e proprie esperienze che iniziano ancor prima di staccare il biglietto: si possono passare intere giornate al loro interno. A parte poche eccezioni come il Mart di Rovereto, i nostri musei assomigliano ancora più a degli archivi della memoria che a luoghi di cultura vera e propria. Non che essi non debbano essere anche questo, ma il mondo è cambiato e anche il modo di fruire la cultura è cambiato. Se non ci si accorge di questo anche il baluardo di difensori del ricordo prima o poi cadrà.Luigi Ontani a Bergamo - Lapsus Lupus

Tornando alla mostra di Luigi Ontani, come mai questa poca affluenza? Si può pensare che Bergamo non sia Milano? Ma anche Rovereto non è Venezia. Il GAMeC è un’istituzione che si sta muovendo in maniera superba nel suo intento di seguire una politica di promozione dell’arte moderna e contemporanea. Oltre alle ottime esposizioni temporanee, possiede un’eccellente collezione permanente con capolavori che mai mi sarei aspettato di trovare. Dal punto di vista espositivo quindi niente da dire. Allora cos’è che manca? Può darsi che il mio sia un giudizio un affrettato visto che è la prima volta che visito il GAMeC e potrei anche aver scelto un giorno particolare in cui l’affluenza è stata povera. Oppure da un altro lato si può pensare che forse quello che manca è un’efficiente e strategica politica di marketing culturale. Con questo potrei aprire un dibattito fra chi pensa che gli strumenti del marketing possano distruggere l’arte e chi dice che al contrario possano essere di grande aiuto a questo mondo. Lascio aperte le riflessioni per un futuro post. Intanto invito tutti a fare un giro a Bergamo e visitare la mostra Luigi Ontani – “Er” “SIMULACRUM” “amò”.