Da Christo a Leonardo, cosa pretendiamo oggi dall’arte?

Ormai tutte le strutture di The Floating Piers sono state smontate e, come per tutti i lavori di Christo e Jeanne-Claude, niente più rimane se non i progetti e le foto dell’opera nei suoi sedici giorni di vita.

Un selfie sulla passerella di Christo e Jeanne-Claude, me lo sono fatto anch'io (Nicola Stoia)In una di quelle calde giornate fra giugno e luglio ho camminato anch’io su quel gran tappeto arancione che l’artista aveva disteso sulle acque del Lago Iseo, ma non ho scritto né pubblicato niente a proposito.

È stata, a mio parere, un’esperienza intensa ma ho preferito non parlarne per tre motivi: primo, perché è stato detto di tutto e di più, a volte anche a sproposito, quindi mi è parso che ci fosse ben poco da aggiungere. Secondo perché purtroppo ho sempre meno tempo da dedicare al blog. Terzo perché cosa si può dire di un’opera che è stata creata per essere calpesta, toccata e soprattutto vissuta intimamente e in tutta la sua pienezza? Poco da scrivere, molto da vivere.

Allora perché parlarne adesso a quasi due mesi dalla sua “chiusura”?

Per 3 motivi:

  1. Sono tornato sul Lago d’Iseo
  2. Sono stato in Piazza Duomo
  3. Ho visitato il Cenacolo Vinciano

Elencati così, possono sembrare eventi che nulla spiegano del mio silenzio di allora e tanto meno della voglia di parlarne di ora e invece sono stati proprio questi tre piccoli avvenimenti ad avermi dato lo spunto per delle piccole riflessioni.

Ma partiamo dall’opera e soprattutto dai suoi numeri.

“The Floating Piers”, l’arte torna in passerella

Un articolo di Artribune ha elencato i numeri record dell’installazione di Christo.

Riporto qui i più interessanti:

  • 1.200.000: visitatori totaliLa passerella sul Lago di Iseo
  • 72.000: media giornaliera dei visitatori
  • 46: anni trascorsi dal 1970, anno in cui Christo e Jeanne-Claude concepirono l’opera
  • 18.000.000: costo in euro di The Floating Piers, interamente finanziato da Christo
  • 1.500.000: quota del costo totale in euro corrisposta da Christo a comuni ospitanti e Regione Lombardia per i servizi di pubblica utilità
  • 1.000: persone assunte e pagate da The Floating Piers

Numeri eccezionali senza alcun dubbio, che danno a The Floating Piers la palma d’oro per l’evento artistico di maggior successo di pubblico nella storia italiana.

Dovremmo essere tutti fieri e contenti e invece, come spesso succede quando si tratta di arte contemporanea, sono scoppiate le polemiche: è arte non è arte, è un furbacchione è un vero genio, è solo una trovata turistica, tutto per arricchire le tasche già piene dell’artista a spese nostre e via dicendo.

Alcune polemiche legittimissime, altre superficiali, ma cerchiamo di capire chi sia Christo e perché invece di dipingere madonnine e gente in croce si mette a costruire ponti.

Da dove nasce il ponte sul Lago d’Iseo.

Partiamo innanzitutto col chiarire 3 equivoci:

  1. Il duo artistico Christo e Jeanne-ClaudeSebbene sia riuscito a far camminare milioni di persone sulle acque, il nome dell’artista non è Crìsto, come spesso ho sentito erroneamente pronunciare. La dizione corretta è Cristò, con l’accento quindi sulla o e non sulla i.
  2. Quando parliamo di Christo non parliamo di una persona ma di un sodalizio artistico, un progetto composto da Christo e sua moglie Jeanne-Claude, coppia nella vita e nel lavoro. Jeanne-Claude ci ha lasciati qualche anno fa, nel 2009. Ho già parlato della loro storia nell’articolo Arte e amore: storie di sesso e passione fra artisti (seconda parte), occupiamoci qui per tanto solamente della loro poetica.
  3. Christo non è un perditempo che ha inventato la trovata dell’imballaggio perché in possesso di nessuna capacità artistica. Christo è un eccezionale disegnatore, lo dimostrano i progetti per le sue installazioni, tutti realizzati a mano da lui, e i suoi lavori giovanili di cui possiamo ammirare tre esempi qui sotto.

Detto questo possiamo contestualizzare il lavoro di questa coppia unica nel mondo dell’arte.

Siamo negli anni ’60, anni di piena contestazione. Pensiamo a tutti i fenomeni socio-culturali e ai movimenti di massa che prendono forma in quel periodo e sfoceranno definitivamente nel decennio successivo: movimenti giovanili nati all’interno delle università, quello operaio sorto invece nelle fabbriche e i vari movimenti femministi che chiedevano maggiori diritti per le donne.

Il comune denominatore era la contestazione e la messa in discussione di tutto ciò che rappresentava l’ordine prestabilito. Non stiamo ad approfondire le ragioni, i motivi e le radici delle proteste, a noi basta sapere che tutto ciò che era tradizione veniva additato come vecchio, desueto e simbolo di un potere che si voleva scardinare.

Cade il valore della famiglia, si predica e pratica il sesso libero, si chiedono nuovi diritti per i lavoratori, cambia la musica e le rock star diventano il simbolo più grande di questa trasgressione.

E nel mondo dell’arte? I giovani artisti ovviamente respirano nell’aria tutto questo fermento e, per certi versi, lo anticipano. In molti sono in prima fila nei movimenti di protesta e partecipano attivamente alle discussioni culturali e politiche legate alle nuove idee.

Anche loro contestano l’ordine prestabilito e cosa rappresenta meglio di tutti la tradizione nel mondo dell’arte? Tela, colori e pennello.Studenti in una contestazione nel '68

I giovani artisti mettono da parte il cavalletto e iniziano a sperimentare mezzi e strumenti diversi di fare arte: fotografia, video, performance, oggetti presi dalla vita reale, utilizzo del corpo.
In quel periodo se un artista tentava di presentare i propri dipinti a un gallerista, non veniva neanche fatto entrare: la pittura non funzionava più, non vendeva, era morta.

È in questo contesto che muovono i primi passi nel mondo dell’arte i nostri Christo e Jeanne-Claude e, sintetizzando molto la loro storia, possiamo più precisamente collocarli all’interno di un movimento chiamato Land Art, nato negli Stati Uniti d’America tra il 1967 e il 1968 e caratterizzato dall’intervento diretto dell’artista sul paesaggio: la terra da soggetto diviene oggetto dell’arte, diventa la tela su cui dipingere.

Christo e Jeanne-Claude, quando l’arte è davvero contemporanea.

Visto dall’alto, “The Floating Piers” può proprio sembrare il segno lasciato da un pennello gigante su una enorme tela, il territorio naturale delineato dal Lago d’Iseo.

Una veduta della passerella di Christo e Jeanne-ClaudeSu questo segno hanno passeggiato quasi ininterrottamente per 16 giorni più di un milione di persone, ma l’importanza dell’opera di Christo non è stato il far camminare sull’acqua la gente, quello è il significato che persone per nulla interessate all’arte hanno dato (ed è del tutto legittimo).

Il messaggio di tutto il lavoro di questa coppia di artisti, che dall’inizio degli anni ’60 ha iniziato a impacchettare piccoli oggetti per poi arrivare a realizzare progetti monumentali, è quello di “svelare coprendo“.

La società moderna soffre di diversi tipi di inquinamento. Quello ambientale, quello atmosferico e quello acustico sono inquinamenti che bene o male tutti conosciamo e di cui ci rendiamo conto. Esiste poi un altro tipo di inquinamento, più subdolo e che agisce alle nostre spalle quasi senza che noi ce ne accorgessimo. Ne abbiamo una percezione così bassa che non ha ancora ricevuto un nome preciso: è l’inquinamento visivo, quello da immagini.

Oggi siamo talmente bombardati da immagini in ogni ora della giornata, da quando ci svegliamo a poco prima di addormentarci, che abbiamo perso la capacità di guardare. Giornali, televisioni, cartelli pubblicitari, insegne luminose, display di ogni tipo. Il nostro cervello è continuamente colpito da stimoli visivi e ha dovuto imparare a non prestare più alcuna attenzione a molti di essi.

Purtroppo però, spesso vengono celati alla nostra consapevolezza immagini di altissimo valore. Camminiamo infatti a testa bassa o con gli occhi fissi sul telefonino e non ci accorgiamo delle vere bellezze che ci circondano.Il Pont Neuf di impacchettato da Christo e Jeanne-Claude

Allora Christo la copre: copre il Pont Neuf e i parigini si svegliano la mattina e, per la prima volta dopo parecchi anni, sono scossi nella loro routine quotidiana. Finalmente si rendono conto del capolavoro che calpestano ogni giorno per andare a lavoro.

La stessa cosa è accaduta con il Reichstag di Berlino o con il Monumento a Vittorio Emanuele II in Piazza Duomo a Milano. Ecco che entra in scena uno degli avvenimenti che mi ha dato da pensare: ho accompagnato qualche giorno fa una coppia di amici Messicani in vacanza a Milano, in giro a vedere la città. Ovviamente una delle tappe è stata Piazza Duomo.

Bene, sono stato a osservarli per tutti i quasi trenta minuti che ci siamo fermati a godere della bellezza della piazza e posso affermare che in pratica non hanno degnato il monumento equestre quasi neanche di uno sguardo e come loro quasi tutte le migliaia di persone che erano nella piazza. Lo splendore immenso del Duomo lo sovrasta totalmente e in pochi si accorgono di questa statua Il monumento a Vittorio Emanuele II impacchettato da Christo e Jeanne-Claudeche è per lo più utilizzata come panchina.

Eppure sempre di arte si tratta. Allora Christo e Jeanne-Claude, per renderle giustizia, nel novembre del 1970 la impacchettano e finalmente i milanesi si accorgono della sua presenza.

È un po’ come quando, dopo tanti anni di innamoramento la routine viene improvvisamente scardinata dalla decisione di uno dei membri della coppia, di rompere il rapporto per assoluta mancanza di attenzione da parte del compagno o della compagna.

Per uno strano scherzo della personalità umana, solo in quel momento l’abbandonato si rende conto di quanto ami la persona che si ha appena perso o che si sta per perdere.

In quella mattina di novembre i milanesi si accorsero di quanto avevano nel cuore la statua del Re a cavallo e, indignati, ottennero la rimozione del telo dopo soli due giorni.

L’impacchettamento aveva riportato l’attenzione su un monumento praticamente dimenticato.

Con il “Floating piers” è successa la stessa cosa: Christo ha aperto gli occhi del mondo su un luogo incantato che non tutti conoscono e che pochi visitano.

Prima polemica: un’opera fine a se stessa

L’opera di Christo ha avuto un enorme successo e, come spesso succede, dove c’è tanto clamore, nascono anche tante polemiche.

Una delle tante micce è stata accesa da Vittorio Sgarbi che in un video pubblicato su Facebook ha etichettato la passerella con il termine di “sega”. La critica non era rivolta né all’artista né all’opera, quanto all’interpretazione di quest’ultima da parte del pubblico e, soprattutto, degli organizzatori, in special modo di Beretta, uno dei maggiori finanziatori del progetto.

L’accusa è quella di non aver saputo sfruttare il richiamo della passerella per far conoscere realmente ai visitatori le meraviglie di quei luoghi incantati.

In effetti, da questo punto di vista non si può dargli torto.
Sono tornato qualche giorno dopo Ferragosto in quei luoghi e, partendo da Marone ho fatto il giro del lago in Vespa, fermandomi a Lovere e a Sarnico. Con tutta la mia buona volontà, sono riuscito a visitare ben poco di questi paesi in quanto dalle 12 alle 15, con i turisti che giravano per le stradine del paese alla ricerca di incanti da visitare, i principali musei e luoghi di interesse culturale erano chiusi al pubblico.

Gli abitanti di Lovere mi hanno rivelato che la politica del comune è quella di spingere tutti i turisti verso il lungo lago, mentre al centro storico non è data alcuna importanza.

Una veduta del Lago d'Iseo

Quindi, un artista contemporaneo, uno di quelli che fanno arte che non è arte, riesce con una sua opera che poi non è vera arte, a portare sotto i riflettori del mondo dei luoghi pieni di vera arte e che con le loro sole forze non sarebbero mai riusciti ad attirare così tanto turismo, e come rispondono i custodi della vera arte, quella delle chiese e degli affreschi rinascimentali?

Fanno di tutto per non agevolare la visita dei turisti. Si disprezza quest’arte nuova, che non ha niente a che vedere con la nostra grande tradizione e ci si vanta del grandioso patrimonio culturale italiano per poi tenerlo chiuso e lontano dagli occhi del mondo.

Come mi ha fatto notare un’amica, non è solo un problema di politica, ma di mentalità. Nei giorni dell’installazione di Christo, un ristoratore le ha detto: “Speriamo che finisca presto, non se ne può più di tutta questa gente.
Alla faccia dei lauti incassi e del rilancio, anche economico, di quei luoghi.

Nei prossimi anni “The Floating Piers”, e di conseguenza il Lago d’Iseo, sarà inserito e citato in molti libri di storia dell’arte in quanto Christo è un artista storicizzato. Questo probabilmente attirerà la curiosità di molti di quei lettori che sfogliando le pagine rimarranno affascinati dalle immagini di quei luoghi e chissà che nel loro prossimo viaggio in Italia non aggiungano una tappa proprio lì.

Spero per loro che troveranno paesi pronti ad accoglierli degnamente.

Seconda polemica: troppa gente, non è arte

Tutta quella gente, è una trovata pubblicitaria, non è certo arte!

Questa è la critica più diffusa che ha investito in pieno la passarella arancione, già di suo ondeggiante.

Passerella sul lago d'Iseo

La cosa curiosa è che è arrivata da sponde completamente opposte: l’hanno gridata ad alta voce i custodi del tempio elitario dell’arte, quelli che vogliono che la cultura rimanga un bene prezioso per pochi eletti, in modo da poterla sfoggiare quando serve per difendere la loro posizione di superiorità rispetto alla massa grezza e incolta. Sinceramente questa opinione può essere non condivisibile, ma, dal loro punto di vista, è comprensibile.

Ciò che faccio invece più fatica a capire, è la posizione di chi fino a l’altro ieri accusava l’arte contemporanea di essere troppo elitaria, celebrale e lontana dalla gente.

Oggi che finalmente un artista ha attirato con un’opera d’arte più di un milione di persone, tutti, come ha scritto Carlo Vanoni in una sua nota su Facebook, a “denigrare un pubblico così vasto che solo nei concerti e nelle partite di calcio”.

In poche parole quelli che vogliono un’arte democratica, non accettano però che questo loro ideale possa portare davanti a un’opera quelle stesse persone che affollano la domenica un centro commerciale, che s’incazzano per un rigore sbagliato o che fanno la fila fuori dai negozi per comperare il nuovo modello di iPhone.

Se l’arte si deve avvicinare alla gente, non può certo mettersi a fare selezione all’ingresso.

Ragionare in questa maniera è un po’ come esaltare la democrazia e poi dare dell’ignorante a un popolo quando, votando, esprime la propria legittima opinione, che può essere (tanto per fare un esempio) quella di uscire dalla Comunità Europea…

Allora mi viene da pensare che non è tanto la fede a uno spirito democratico tradito quello che impedisce a molti di accettare l’arte contemporanea, quanto piuttosto una certa pigrizia intellettuale nell’accettare ciò che è lontano dal proprio pensiero, che solitamente si traduce in arte=bei dipinti, com’era una volta.

Michelangelo, Tiziano, Raffaello, Leonardo da Vinci, quelli sì che sono artisti democratici, apprezzati da tutti e il pubblico che va ad ammirare le loro opere non è una massa becera come quella che si è affollata sulle passerelle del Lago d’Iseo a vedere la “giostra” di Christo.

Guarda caso proprio qualche settimana fa, sempre per accompagnare gli amici messicani, sono stato a visitare il Cenacolo Vinciano e ho avuto modo di ammirare il grande pubblico della vera arte, quella con la “a” maiuscola.

Arte che visiti, pubblico che trovi

È bastato che una sola delle 25 persone entrate nel Refettorio del Convento di Santa Maria delle Grazie estraesse la sua macchina fotografica e scattasse una foto all’affresco, che è scoppiato il pandemonio.

L’espressione perplessa disegnata sui visi dei presenti per la regola – Vietato scattare foto – appena infranta, è durata una frazione di secondo, poi all’indignazione ha fatto subito posto il “Se lo fa lui…

Per i restanti 14 minuti della visita nessuno ha più rivolto alcuno sguardo al capolavoro di Leonardo, o almeno, non a occhio nudo.

Selfie, foto di gruppo con alle spalle l’opera, mille scatti ricordo del dipinto come se di sue immagini non fosse già ricca la rete.

Il Cenacolo Vinciano

La custode risponde al mio sguardo perplesso: “Guardi non ce la faccio più ma che devo fare? È sempre così, non li ferma nessuno. Quindici minuti a scattarsi foto e l’opera non la guardano neanche. Uno schifo.

È più importante portare a casa un ricordo da condividere che capire cosa davvero l’artista ha voluto comunicare con il suo lavoro e questo discorso vale tanto per Leonardo quanto per Christo.

C’è qui quindi da far chiarezza su cosa pretendiamo noi oggi dall’arte.

Se davvero vogliamo che sempre più persone si avvicinino all’arte dobbiamo accettare anche questo modo diverso e contemporaneo di vivere un’opera.

Christo e Jeanne-Claude, da grandi artisti contemporanei, l’hanno capito e hanno dato la possibilità a milioni di persone di toccare e vivere con mano un’opera senza che scattasse nessun allarme.

Forse non è la loro opera migliore, sicuramente i media hanno esagerato la portata dell’evento e non hanno aiutato a cogliere il vero significato dell’opera, trasformandola in un fenomeno da baraccone.
Christo e Jeanne-Claude hanno comunque mostrato al grande pubblico che l’arte non è sempre noiosa e pedante, raggiungendo il loro scopo, che è poi quello di ogni opera d’arte che si rispetti: costringere le persone a pensare e a riflettere, mostrare la realtà sotto un punto di vista alternativo.

I 9 (banali) luoghi comuni sull’arte (soprattutto) contemporanea

Oggi di arte si parla poco e spesso a vanvera. Ovviamente non mi riferisco a te che, se sei capitato su questo blog, un certo interesse lo devi pur avere, e nemmeno ai pochi come te per i quali ancora sopravvive la passione per questo mondo.

In generale, purtroppo, per la stragrande maggioranza delle persone, l’arte è un’attività che non ha senso, un’assoluta perdita di tempo.

E pensare che un tempo l’arte faceva mondo e gli artisti si sedevano allo stesso tavolo di papi, re e imperatori prima, di presidenti, politici e industriali poi. Oggi il loro posto è stato occupato dalle Star di Hollywood, dalle celebrità della televisione o dai campioni (o presunti tali) dello sport.

Gli artisti hanno perso il loro fascino e in parte questo è dovuto, e nello stesso tempo ha portato, al diffondersi di banali luoghi comuni sull’arte che non fanno altro che allontanarla ancor di più dal grande pubblico.

Questo succede soprattutto per quanto riguarda l’arte contemporanea. Quando si parla di artisti dei giorni nostri, infatti, anche fra gli amanti dell’arte, sono sempre in troppi quelli che non ne riconoscono la grandezza.
Perché succede questo?

Forse perché, soprattutto in Italia, siamo ancora troppo legati ai canoni della nostra grandiosa tradizione e non vogliamo renderci conto che in un mondo che cambia, cambiano anche i linguaggi utilizzati per descriverlo.

Ma quali sono questi famigerati, quanto banali, luoghi comuni sull’arte contemporanea? Eccoli…

Luoghi comuni sull’arte (contemporanea) da evitare con cura

Veniamo quindi al dunque e cominciamo a elencare questi luoghi comuni che sicuramente avrai sentito pronunciare migliaia di volte davanti a un’opera d’arte.

Su alcuni di essi non mi soffermerò troppo, per altri invece ci saranno più chiacchiere da spendere. Partiamo subito con il primo.

1. L’arte deve riprodurre la realtà

Chissà quante volte davanti a un bel ritratto, a una mano dipinta con maestria o a un bel paesaggio fiorito, avrai sentito Un dettaglio delle mani di Mona Lisa di Leonardoesclamare: “Che artista!

Davanti a un quadro astratto o a un’opera “concettuale”, invece, le reazioni sono il più delle volte molto blande, se non di vera e propria irritazione. Un pittore per essere definito tale deve imitare la natura, non accostare quattro colori a casaccio sulla tela!

Questo è stato vero per tantissimo tempo. Lo era ai tempi di Giotto, ai tempi di Leonardo, in quelli di Caravaggio e lo è stato per quasi trecento anni ancora: i pittori avevano il compito di imitare la realtà, infatti, si parla di arte mimetica. Poi, la nascita della fotografia ha tolto il monopolio sulle immagini agli artisti (ne ho parlato abbondantemente nell’articolo Arte e fotografia: storia infinita d’amore e odio) che hanno così smesso di guardare la realtà solo per come si presentava davanti ai loro occhi, anzi, hanno proprio cominciato a smontarla.

Hanno iniziato i Fauves liberando i colori, Picasso e i cubisti hanno quindi distrutto la forma e la prospettiva, infine un giovane artista russo trasferitosi a Monaco, si mette in testa di dare alla pittura la stessa libertà espressiva della musica (mai obbligata a imitare la realtà) e inizia a pensare ai colori come a un coro da fissare sulla tela: “In generale il colore è un mezzo che Opera di Kandinsky - Yellow Red Blueconsente di esercitare un influsso diretto sull’anima. Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto, l’anima il pianoforte dalle molte corde. L’artista è una mano che toccando questo o quel tasto mette in vibrazione l’anima umana….

È la nascita dell’arte astratta e l’artista in questione si chiama Wassily Kandinsky.

Ovviamente non ho la pretesa di spiegare l’arte non figurativa in così poche righe, basta qui semplicemente comprendere che accostare quattro colori sulla tela in modo che il quadro abbia un suo equilibrio e riesca a comunicare con l’anima, è difficile quanto disegnare una mano che sembra vera.

2. L’Artista è colui che crea l’opera

In tanti rimangono ancora a bocca aperta quando scoprono che alcune opere presenti nei musei di arte contemporanea non sono state create direttamente dall’artista. Alcuni esempi: il cagnolone gigante in acciaio di Jeff Koons è stato fuso e realizzato da un’azienda metalmeccanica americana. Meglio ancora, le aspirapolveri che l’artista espone dentro teche di vetro, sono prodotti commerciali che si potrebbero trovare in qualunque grande centro commerciale.

Le mappe o gliMappa Alighiero Boetti arazzi di Alighiero Boetti sono state cucite da donne afghane. Il processo di realizzazione dei dipinti di Takashi Murakami, come le opere di Damien Hirst o di Maurizio Cattelan, coinvolge decine se non migliaia di assistenti o persino lavoratori che operano lontano dallo studio dell’artista.

Ma che razza di artista è se con le sue mani non fa assolutamente niente?

Spesso si confonde l’arte con l’artigianato. L’identità dell’artista è cambiata molto negli anni e bisogna sempre fare riferimento alla storia. La Rivoluzione Industriale ha liberato l’uomo dal peso di dover realizzare da sé gli oggetti utili alla vita quotidiana, affidando questo compito alle macchine. Come conseguenza anche l’artista non ha più sentito l’obbligo di dover produrre con le proprie mani le sue opere. Quello che conta oggi sono soprattutto le idee, l’artista si è liberato del lavoro manuale. Questo non vuol dire che chi sa dipingere o chi scolpisce ancora con martello e scalpello non sia più un artista, semplicemente questa non è più una condizione necessaria.

Il semplice saper utilizzare con maestria un pennello e riuscire a ritrarre con perfezione un soggetto è puro esercizio tecnico, semplice virtuosismo. Quello che conta e che fa e ha sempre fatto la differenza in arte è il contenuto dell’opera, l’idea.

L'opera Torques Ellipses di Richard SerraPensa d’altronde alle opere dell’Arte Minimalista: la realizzazione di quei grandi monumenti non era affidata alle mani degli artisti. Essi si occupavano solamente del progetto e nella maggior parte dei casi era quello a essere venduto, non l’opera finita. Era compito poi del collezionista o dell’istituzione che lo acquistava affidare a qualche azienda la realizzazione finale.

Un artista oggi può permettersi anche di non saper disegnare alla perfezione e delegare questo compito a qualcuno che lo svolga al suo posto senza compromettere la propria autorialità.

In passato non era così e per essere definiti artisti era assolutamente necessario saper dipingere. Non per questo però bisogna pensare che le opere rinascimentali siano frutto della mano unica e solitaria del grande maestro a cui sono attribuite. Esiste una grandissima tradizione di atelier in cui i grandi artisti (Raffaello, Michelangelo, Giovanni Bellini, Tiziano, ecc.) lavoravano affiancati da assistenti che realizzavano gran parte delle opere lasciando al maestro solo le parti principali o addirittura solo l’onere della firma.

L’artista incompreso che crea le proprie opere nella solitudine del suo studio è un retaggio romantico che è vero per una percentuale bassissima di artisti.

3. L’artista deve essere povero e maledetto

Questo è un altro retaggio romantico, forse il più stupido e dannoso per l’arte. Ho già parlato del rapporto fra artisti e soldi nell’articolo Arte e denaro, le verità che spesso non si dicono, non starò quindi qui a ripetermi.

Passiamo alla seconda parte di questo luogo comune: l’artista genio maledetto e incompreso.

Credere che un vero artista sia una persona solitaria, lontana dalle regole e un po’ pazza, è una cosa alquanto Gustave Coubert - Uomo disperato (autoritratto)ridicola. Basta pensare a grandi personaggi come Leonardo Da Vinci, Piero della Francesca, Tiziano e Raffaello per capire come possa essere stupida un’idea del genere. Prova a fare mente locale e pensa agli artisti che potrebbero essere considerati maledetti. Farai fatica ad arrivare a dieci. Io nell’articolo Arte e morte, mito e tragedia ne ho contati a malapena sette e due di loro li ho citati più per l’opera che per le vicende della loro vita.

La conseguenza più grave di questo banalissimo luogo comune è l’aver relegato l’arte in un universo di mito e fantasia, completamente staccato dalla vita di tutti i giorni. Un luogo dove essa non possa più incidere sulla società, un angolo dove non dia alcun fastidio.

Come ho già detto all’inizio, una volta gli artisti erano considerate persone degne di sedersi ai tavoli dei regnanti ed essi utilizzavano questo potere per cercare di influenzare e di migliorare la società. Oggi, nel pensiero comune, gli artisti non sono altro che degli strambi e solitari personaggi e vengono ammirati più per il loro comportamento fuori dalle righe che per il valore delle loro opere.

La cosa più triste è che ci sono pseudo-artisti (spesso di scarso livello) che atteggiandosi in pose da finti ed estrosi creativi, alimentano questo luogo comune, pensando che per essere considerati tali basta vestirsi in modo strambo e atteggiarsi in maniera ridicola.

4. Artista è colui che sa fare cose belle

Il concetto di bellezza è molto cambiato nel tempo ed è molto difficile da definire. Diciamo che filosoficamente parlando, Van Gogh - Autoritrattoin arte la Bellezza è un puro ideale, un valore assoluto a cui l’uomo tende ogni momento.

È espressione di un qualcosa più elevato del suo stesso essere che non può venire ordinata tramite gli strumenti umani, dato che li trascende. Per questo motivo non bisogna confondere il Bello con il piacevole.

Si deve anche dire che ciò che piaceva ieri, oggi magari non piace più e ciò che in passato era considerato brutto, oggi è messo su un piedistallo. Van Gogh per esempio: quando era in vita le sue opere erano considerate degli orrori, dei veri e propri obbrobri. Oggi è l’artista per eccellenza e anche il profano più e a digiuno d’arte china il capo davanti alle sue opere.

Ma può essere considerato un suo ritratto bello secondo i canoni a cui siamo abituati? No, però ci piace.

Quindi l’arte è questione di gusto?

5. L’arte è una questione di gusto

Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace.

Seguendo questo assioma tutto potrebbe essere arte, oppure niente lo potrebbe essere.

Un bel casino.

Forse c’è qualcosa che non va in questo gioco di parole che, come ogni proverbio, nasconde un paradosso.

È bello ciò che è bello e piace ciò che piace.

Questa mi sembra una versione più plausibile, anche per quanto riguarda il mondo dell’arte.

Ognuno è, infatti, libero di esprimere i propri giudizi e i propri gusti personali, che tali però dovrebbero rimanere e mai, per nessun motivo, devono essere considerati universali.

Dietro a un’opera si nascondo valori storici, filosofici, estetici ed etici di una determinata epoca, riconosciuti, sanciti e accettati da una collettività che ha decretato l’artisticità di un oggetto.

Opera di Jenny Saville

I critici e gli storici dell’arte sono delle persone che, come i medici, gli ingegneri, gli architetti e tutti gli altri professionisti, hanno studiato e dedicato la loro vita a una determinata materia e, sviscerandola in profondità, ne sono diventati esperti. Se stabiliscono che l’orinatoio di Duchamp è arte, chi sono io, che nella vita faccio un mestiere completamente diverso, per ostinarmi ad affermare che è vero il contrario?

Sarebbe come se insistessi nel ripetere che la Tachipirina va assunta per curare il mal di stomaco e non per l’influenza oppure che per costruire un palazzo bisogna partire dalle mura e non dalle fondamenta.

A ognuno il suo mestiere e a ognuno la libertà di esprimere il proprio giudizio ricordandosi però sempre che il gusto personale non ha niente a che vedere con l’arte.

6. L’arte del passato era un’arte democratica, quella di oggi è snob, arte per un ristretto circolo di intellettualoidi

Devo ammettere che è vero, da un certo periodo in poi l’arte si è allontanata dalla gente e ha iniziato a parlare a se stessa e non più a un pubblico. Siamo intorno agli anni ’70, un periodo storico di grandi cambiamenti sociali in cui sono messi in discussione tutti i vecchi valori e, anche in arte, tutto ciò che è tradizione è negato.

È anche il momento in cui gli artisti iniziano a capire di star perdendo quello che era stato fino ad allora, un ruolo di primo piano all’interno della società.

Essi sono stati da sempre cercati e ammirati e la figura dell’artista è sempre stata circondata da un alone quasi sacro. La televisione oltre a togliere definitivamente dalle loro mani il monopolio sulle immagini, strappa dal loro corpo anche questa aurea di mito e la dona alle star nate dal suo schermo.

Andy Warhol lo aveva capito molto bene, in anticipo su tutti, e serigrafando i volti di questi divi del cinema sulle sue tele decretava la morte dell’arte e la nascita di nuovi miti.

Sentendosi messa in secondo piano, l’arte si rifugia su se stessa, apre un dialogo solo con chi è disposto a fare lo sforzo di capirla e diventa così un discorso per pochi.

Ma non si deve pensare che gli artisti del passato, invece, quando producevano le loro opere avessero in mente il contadino o il pastore del paesino di montagna.

L’arte del Rinascimento aveva un carattere elitario maggiore di quella di oggi. Aveva anche una funzione diversa, quindi è vero che molti dei capolavori nascevano con lo scopo di essere mostrati a un numero grandissimo di persone. Ricordiamoci però che il numero grandissimo di persone che aveva accesso a queste opere è pur sempre infimo rispetto a quelli che hanno accesso all’arte ai giorni nostri, per due semplici motivi:

  1. Non esistevano i musei e la stragrande maggioranza delle opere erano create su ordinazione di un committente che le custodiva nel proprio palazzo dove solo pochissimi nobili avevano il privilegio di entrare. Solo oggi è concesso a tutti di ammirare le bellissime Madonne di Giovanni Bellini in un museo. Un tempo esse erano perlopiù custodite nelle cappelle private di aristocratiche famiglie, quindi ben lontane dagli occhi del popolo.
  2. Anche le opere create per glorificare la potenza di un signore o di una città o per educare le masse (si pensi ai capolavori delle chiese barocche), erano comunque viste da una stretta cerchia di persone. Ai tempi non esisteva il turismo (e tanto meno la stampa come la conosciamo oggi), solo gli abitanti delle più importanti città avevano quindi accesso a queste bellezze. Ma non credere che il contadino lasciasse su due piedi il suo lavoro nei campi per andare ad ammirare i capolavori di Michelangelo o Raffaello.

Inoltre dietro all’apparente semplicità dei dipinti Rinascimentali, si celano una serie di allegorie e significati nascosti che solo una stretta cerchia di intellettuali allora riusciva a comprendere e che, anche oggi, rimangono indecifrabili ai più.

Opere di Joseph Kosuth e Sandro Botticelli a confronto

 7. L’arte è ispirazione

Fare l’artista è un mestiere come altri. Sì, bisogna avere determinate capacità e possedere una specifica forma mentis, ma anche il dottore o lo sportivo o lo psicologo devono avere determinate capacità e possedere una specifica forma mentis per diventare dei professionisti nel loro settore.

Fare arte è prima di tutto una questione di preparazione e di conoscenza. Per diventare artista bisogna studiare, esercitarsi e innanzitutto conoscere quello che c’è stato prima. Dopodiché quello che rimane è lavoro e ancora lavoro.

L’ispirazione è una piccolissima parte del percorso.

Ernest Hemingway diceva che le sue opere erano solo per  il 5% ispirazione, il resto era sudore e fatica (non sono sicuro che le percentuali siano precisissime ma il senso è quello).

È sempre stato così e, al contrario di quello che comunemente si crede, in arte la componente razionale è importantissima. Esiste la diffusa e errata convinzione che gli artisti rinascimentali realizzassero i loro capolavori rapiti da una sorta di estasi e di ispirazione religiosa, quasi divina. Assolutamente falso.

Dietro ad ogni capolavoro del passato c’è un artista e un committente. Spesso quest’ultimo decideva a priori il soggetto principale, il numero di personaggi e i colori da utilizzare. Poi ovviamente l’artista ci metteva del suo.

Se i consoli dell’Arte della Lana e gli Operai del Duomo di Firenze non avessero commissionato il David a Michelangelo, quel capolavoro non sarebbe mai nato. Se Francesco del Giocondo non avesse commissionato il ritratto di sua moglie Lisa Gherardini, Leonardo non avrebbe mai realizzato il dipinto più famoso della storia, la Monna Lisa oggi al Louvre.

Che un pittore del ‘500 si svegliasse nel mezzo della notte colto dall’ispirazione per dipingere una Madonna e due angioletti di sua spontanea iniziativa è una cosa alquanto improbabile.

La committenza, almeno fino a quando è esistita (quindi più o meno fino alla Rivoluzione Francese), ha avuto un ruolo decisamente più importante nella storia dell’arte rispetto all’ispirazione. Si può forse anche affermare che gli artisti contemporanei, spesso tanto bistrattati nel confronto con gli antichi, in quanto a ispirazione, non avendo più nessuno che indichi loro cosa fare, li battano di gran lunga.

8. L’arte deve emozionare, l’arte è emozione

Questo è sicuramente il luogo comune più duro da abbattere, anche perché è vivo persino tra chi dice di amare pittura, scultura e tutte le sue sorelle. Oltre a essere difficile da frantumare, è, a mio parere, un altro di quelli più dannosi per l’arte.

L’arte non è emozione, o meglio, emozionare non è la sua funzione primaria e principale. L’arte è innanzitutto pensiero. Poi può anche arrivare l’emozione, ma non necessariamente. Mentre per essere considerata un’opera d’arte, qualsiasi creazione di un artista deve contenere del pensiero, il fatto di emozionare non è una condicio sine qua non per cui si decreta lo statuto artistico di un’opera.

So benissimo che su questo punto scatenerò le ire di molti, per cui mi fermo qui e scriverò un intero articolo a riguardo (l’ho poi scritto, se ti interessa lo trovi a questo link: Arte ed emozione: come sprecare un’ottima occasione davanti a un quadro).

Ti lascio con una piccola riflessione: sii sincero con te stesso, quale emozione ti suscita la Gioconda di Leonardo o il ritratto qui sotto di Picasso, oppure un’opera di Mondrian o di Malevic?

La Gioconda di Leonardo Da Vinci, un ritratto di Pablo Picasso, un'opera di Piet Mondrian e una di Kazimir Malevich

Non sono da considerare opere d’arte queste e artisti i loro autori?

9. Lo potevo fare anch’io

Chiudiamo con il più comune dei luoghi comuni (scusate il gioco di parole), Francesco Bonami lo ha anche utilizzato come titolo di un suo libro (Lo potevo fare anch’io, appunto).

Tecnicamente ci sono tante opere che avresti potuto fare tu o avrei potuto fare io. Già, tecnicamente forse, ma abbiamo visto nel punto 2 come la tecnica non conti più tanto e come abbia perso la sua importanza a discapito dell’idea.

E l’idea l’ha avuta qualcuno prima di noi, quindi, non ci resta che esprimere la nostra opinione e pensare a qualcos’altro.

Queste due opere, per esempio, le avresti potute fare anche tu?

Quadro di Cy Twombly e opera di Marcel Duchamp

Forse con questo articolo ho tolto un po’ dello spirito sentimentale che ruota intorno all’arte e che avvolge questo mondo del suo alone di mistero e romanticismo. Non è di certo mia intenzione far diventare l’arte una scienza esatta pari alla matematica e alla geometria, anche se ti ricordo che i grandi del Rinascimento, a partire da Leonardo e Piero della Francesca, erano prima di tutto scienziati e matematici e poi anche magnifici artisti.

Lo scopo di questo articolo è quello di invogliare le persone ad avvicinarsi all’arte, soprattutto contemporanea, con spirito critico e con una mentalità più aperta, senza farsi influenzare da credenze e luoghi comuni che non fanno altro che tenerci in uno stato di sonno, impedendoci di pensare.

La prima funzione dell’arte è sempre stata questa: stimolare il ragionamento, aiutare a coltivare idee proprie e a costruire un personale pensiero critico. Questo è ciò che oggi forse fa paura a chi vuole scegliere per noi, a chi vuole prendere decisioni per tutti, come per esempio quella di stabilire se una guerra è giusta oppure sbagliata.

L’arte, come il pensiero e la conoscenza, rende liberi e questo è forse ciò di cui più abbiamo bisogno in questo periodo.

Tu riconosci qualcuno di questi luoghi comuni sull’arte? Te ne vengono in mente altri? Raccontaceli nei commenti qui sotto.

La Monna Lisa e l’arte di far parlar di sé

Nel precedente articolo ho affrontato il tema del personal branding e di come oggi gli artisti per avere successo, oltre che produrre opere significative, dovrebbero far parlare di sé, prestare attenzione alla cura della loro immagine e cercare di stringere relazioni importanti all’interno del sistema dell’arte.

La Mona Lisa di LeonardoOggi voglio rimanere in tema e raccontare una storia che in tanti conoscono e che per questo motivo guarderò da un punto di vista diverso, non tanto da quello storico-critico (anche perché non è il mio campo di competenza) quanto piuttosto da quello del marketing e della comunicazione. Il protagonista di questa storia è un quadro, anzi, il quadro per antonomasia, la Monna Lisa di Leonardo, il dipinto più famoso di tutta la storia dell’arte.

Ma perché questo lavoro del grande genio italiano è conosciuto in tutto il mondo, anche da chi non ha mai messo piede in un museo, né aperto un catalogo in vita sua? È forse l’opera più bella di Leonardo? È davvero un capolavoro superiore al Cenacolo di Santa Maria delle Grazie? Obiettivamente, è più bella la Gioconda o la Vergine delle Rocce? Non sto parlando dell’importanza stilistica o storica dell’opera, queste sono cose che interessano gli addetti ai lavori o i veri appassionati. In questo caso mi riferisco alla semplice piacevolezza estetica che poi è ciò che è colto dalla maggior parte delle persone che affollano un museo come il Louvre. Credo che la Vergine delle Rocce, da questo punto di vista, sia superiore alla Gioconda: più colori, dimensioni maggiori, più personaggi (ci sono anche due bambini!), è un quadro che trasmette un’emozione (cosa che piace sempre al grande pubblico) nettamente superiore rispetto a quella che può trasmettere un semplice ritratto di donna. Allora perché la gente si affolla davanti a quel piccolo gioiello che è la Monna Lisa e non davanti a un capolavoro come la Vergine delle Rocce?

È tutta una questione di marketing

Leonardo dipinse la Gioconda tra il 1503 e il 1514 circa e la portò con sé in Francia nel 1516 dove fu acquistata insieme ad altre opere da Francesco I. Il dipinto fece quindi parte delle collezioni reali francesi e si pensa che fu conservato per un certo periodo al Castello di Fontainebleau finché Luigi XIV lo fece trasferire a Versailles. L’opera venne finalmente spostata ed esposta al Louvre solo dopo la Rivoluzione francese.

Per tutto questo tempo la Gioconda era sì un dipinto rinomato, essendo pur sempre uno dei pochi creati da uno dei geni più grandi di sempre, ma non era così conosciuto come lo è oggi e tanto meno non poteva certo definirsi il dipinto più famoso della storia dell’arte.

Dovette succedere qualcosa affinché la sua fama raggiungesse le vette odierne, qualcosa che non ha niente a che vedere con il valore dell’opera e nemmeno con il mondo dell’arte. Fu tutto merito di una storia che vede tanti protagonisti più e meno celebri.

La più grande operazione di art-marketing

I primi due protagonisti di questa storia sono il pittore Louis Béroud e l’incisore Frédéric Laguillermie. Era lunedì 21 agosto 1911 e, come spesso accadeva, i due compari si recarono al Louvre (chiuso come tutti i lunedì) a cLa parete del Louvre dopo il furto della Mona Lisa di Leonardoopiare i capolavori lì esposti. Quando passarono nel Salon Carré, si accorsero che c’era uno spazio vuoto sulla parete tra un Giorgione e un Correggio là dove ci sarebbe dovuto essere uno dei tesori più preziosi del museo, la Gioconda di Leonardo Da Vinci. Pensando che il dipinto fosse dal fotografo interno per una pubblicazione, Béroud, che proprio quel giorno avrebbe voluto farne una copia, chiede al brigadiere di turno quanto avrebbe dovuto aspettare per rivedere il capolavoro appeso alla parete.

In pochi minuti, il tempo di rendersi conto che i fotografi non hanno la Gioconda, e si scatena il panico. Si bloccano le visite e si chiamano polizia e i responsabili del museo. Per uno strano scherzo del destino il sottosegretario alle Belle arti lasciando l’ufficio per partire per le vacanze aveva raccomandato scherzando di non essere disturbato “a meno che il Louvre bruci e la Gioconda sia rubata”. Per fortuna si verificò il presagio meno dannoso.

Arsenio Lupin o la Banda Bassotti?

Vincenzo PeruggiaMentre si scatena il caos dentro al Louvre e polizia e ispettori corrono avanti e indietro alla ricerca di indizi, fa la sua entrata nel museo il terzo protagonista della storia, Vincenzo Peruggia, un imbianchino italiano emigrato a Parigi. Quel giorno era uscito alle nove da casa, leggermente in ritardo, come aveva dichiarato anche la portinaia, perché la sera prima aveva fatto baldoria ubriacandosi con amici e arrivando persino a farsi denunciare per schiamazzi notturni, lo stolto.

Che poi il Peruggia proprio così stolto non lo era. Arrivato in Francia aveva fatto di tutto pur di lavorare a contatto con l’arte, tanto che la teca in cui era custodita la Gioconda era stata montata proprio da lui. Fu forse proprio durante quei giorni che cominciò a elaborare il suo piano per riportare in Italia il capolavoro di Leonardo, convinto che facesse anch’esso parte del bottino delle razzie Napoleoniche. Eh sì, non fu nessun scaltro ed esperto ladro né alcuna banda organizzata a compiere il furto del secolo, bensì proprio questo giovane e ingenuo decoratore che attuò e portò a termine un piano praticamente perfetto. L’ubriacatura era tutta una messa in scena e la mattina del 21 agosto 1911 il Peruggia esce di casa all’alba, entra al Louvre senza svegliare il custode, che si diceva dormisse sempre, stacca il dipinto dalla cornice e lo nasconde sotto la giubba. In pochi minuti rientra di nuovo a casa senza farsi notare dalla portinaia e prepara la seconda messa in scena, quella dell’uscita in ritardo per recarsi al lavoro.

Prima regola: far parlare di sé

Il clamore per il furto fa in pochissimo tempo il giro del pianeta. Certo, non ci possiamo aspettare la velocità di Prima pagina dell'Excelsior con la notizia del furto della Mona Lisapropagazione della notizia dei giorni nostri, comunque l’immagine di Monna Lisa guadagnò le prime pagine dei giornali di tutto il mondo e ci stette per parecchio tempo.

Due furono i motivi principali di gran scalpore:

  1. Si trattava del primo furto in assoluto di un’opera d’arte da un museo
  2. Ci fu il rischio che si aprisse un caso diplomatico intorno alla vicenda: tra Francia e Germania non correva buon sangue a causa delle contese per l’espansione coloniale in Africa. I francesi accusarono i tedeschi di voler rubare, oltre alle colonie, anche i loro capolavori e i tedeschi rispondevano che il furto era tutta una messinscena.

Si capisce bene che c’erano tutte le premesse affinché si parlasse del caso non solo su ogni giornale, ma in tutte le case, scuole, uffici, bar. Anche chi non era affatto interessato all’arte poteva dire la sua opinione sul fattaccio della Gioconda, un po’ come succede oggi con le partite di calcio. Il dipinto di Leonardo divenne il simbolo di una vicenda molto grande che non riguardava solamente il mondo dell’arte e che ne alimentò ulteriormente il mito. Si arrivò al paradosso che in molti si recavano al Louvre non più per vedere i quadri ma per vedere lo spazio vuoto lasciato dalla Monna Lisa. Ci fu persino un pittore che dipinse la parete del museo senza il capolavoro e vendette i quadri all’ingresso. Se non è marketing questo.

La vicenda si complica

Intanto le indagini proseguono ed entrano in scena due altri personaggi questa volta non proprio sconosciuti: il 7 settembre venne arrestato Guillaume Apollinaire, il poeta e scrittore che in un’invettiva contro l’arte del passato aveva dichiarato di voler distruggere tutti i capolavori dei musei per far spazio all’arte nuova. Niente di eccezionale per i tempi, egli era infatti in contatto con il Movimento Futurista che nasceva proprio in quel periodo.

Qui le cose si fanno un po’ confuse: entra in gioco un terzo personaggio, per alcuni è Honoré Géri Pieret ex-amante del poeta che lo denunciò per vendicarsi di essere stata lasciata, per altri è Honoré Joseph Géri Pieret, ex-segretario di Apollinaire, che aveva trafugato delle statuette africane dal museo donandole al suo principale. Alcune di queste erano finite in mano anche a un giovane e promettente artista dell’epoca, Pablo Picasso, che ne trasse ispirazione per uno dei suoi futuri capolavori, Les damoiselles d’Avignon.

Anche l’artista spagnolo fu quindi sentito dagli agenti e, per salvarsi, negò di conoscere l’amico Apollinaire e tentò di sbarazzarsi delle statuette. Quando fu scagionato scherzò sul fatto con la famosa battuta: “Amici vado al Louvre, serve qualcosa?

Fatto sta che tutti questi errori giudiziari e questo intrecciarsi di eventi non fecero altro che buttare altra benzina sul fuoco e regalarono nuovi argomenti di discussione ai giornalisti. E intanto il mito cresceva sempre di più…

Ma intanto dov’è finita la Gioconda?

Vincenzo Peruggia al processo per il furto della GiocondaIl Peruggia aveva nascosto il dipinto sotto il tavolino, lo stesso sul quale il Prefetto firmò il verbale dopo una perquisizione a sorpresa nel suo appartamento. La polizia brancolava nel buio.

Nel dicembre del 1913, dopo due anni di una bellissima convivenza, il Peruggia decise di liberarsi della refurtiva. Si recò in Italia e si mise in contatto con il direttore degli Uffizi, Giovanni Poggi. Constatata l’originalità dell’opera il Poggi avvisa le forze dell’ordine e verso sera l’esule parigino venne arrestato. Al processo l’opinione pubblica è tutta a favore del ladro che alla fine viene condannato a un anno e 15 giorni, pena ridotta poi a 7 mesi e 4 giorni.

Il rumore sui giornali, durato ben due anni, continua ancora per qualche mese, fino a quando, come succede anche oggi con velocità ancora maggiore, il clamore di un’altra notizia distoglie l’attenzione del pubblico: due colpi di rivoltella a Serajevo avevano dato inizio al primo conflitto mondiale.

Il mito è ormai alimentato

Ormai il dado è tratto, della Gioconda se ne è parlato, parlato e parlato, in tutto il mondo. Prima di tornare in Francia in Giornale con la notizia del ritrovamento della Gioconda a Firenzepompa magna il dipinto viene esposto in alcuni musei italiani. Il mito è nato: poco alla volta Monna Lisa conquista un’intera parete del museo e la gente fa la fila non più per osservare il capolavoro di Leonardo ma per vedere il famoso dipinto rubato.

Il furto della Gioconda si è rivelata una grandissima operazione di marketing, certo, non studiata a tavolino, ma comunque ben sfruttata poi dal museo. Se oggi il capolavoro di Leonardo è il dipinto più famoso della storia dell’arte e il Louvre è uno dei musei più visitati al mondo, un po’ del merito è anche del quasi sconosciuto e anonimo Vincenzo Peruggia.