Treasures from the wreck of the unbelievable: una storia al museo

Mettiamo subito in chiaro una cosa, gli artisti hanno sempre raccontato storie: storie vere, verosimili o completamente inventate. Storie di dei, di guerre e di guerrieri, di imperatori o di eroi. Insomma storie.
Dagli uomini delle caverne, al Rinascimento e oltre, moltissime delle opere che sono arrivate a noi non sono altro che storie sotto forma di pittura o scultura.

Pensiamo alla Colonna Traiana che rievoca tutti i momenti salienti della conquista della Tracia, agli affreschi di Giotto che raccontano la vita di San Francesco (Assisi), di Gioacchino e Anna, di Maria e di Cristo (Padova), alla Storia della Genesi raccontata nella Cappella Sistina da Michelangelo e così via.
Una delle principali funzioni dell’arte era proprio educare e parlare a una popolazione che era perlopiù analfabeta e lo faceva quindi attraverso storie visive. E poi, vuoi mettere la forza comunicativa delle immagini?!

Giotto, Cappella degli Scrovegni

Con il tempo questa funzione è venuta meno. La prima a toglierle in parte questo compito è stata l’invenzione della stampa e la conseguente lenta ma inesorabile diffusione dell’alfabetismo. Poi è arrivata la fotografia che ha rubato all’arte il monopolio sull’immagine. Mancava solo il colpo di grazia, che è arrivato puntuale con il cinema: come potevano gli artisti competere nel campo dello “Storytelling” con delle immagini in movimento?

Da allora l’arte si è fatta più acuta, più astratta, più intelligente, più concettuale, più riflessiva, più stanca, più banale, più provocatoria e così via, esplorando di volta in volta nuovi linguaggi e nuove modalità comunicative. Anche laddove l’arte è rimasta figurativa, raramente ha avuto più intenzione di raccontare storie.

Damien Hirst si è riappropriato con forza di questo primordiale compito. Treasures from the wreck of the unbelievable non è altro che il racconto visivo di una storia e con questa mostra l’artista ha di fatto ridato all’arte quella che una volta era la sua principale funzione.

Somewhere between lies and truth lies the truth

“C’era una volta un ricchissimo collezionista, Cif Amotan II, un liberto originario di Antiochia, vissuto tra la metà del I e l’inizio del II secolo d.C.

Si tramanda che questa figura leggendaria fosse molto nota ai suoi tempi per le immense fortune e che l’eco della sua storia sia risuonata infinite volte nel corso dei secoli. Dicono, infatti, che, appena acquistata la libertà, Amotan abbia iniziato a raccogliere sculture, gioielli, monete e manufatti provenienti da ogni parte del mondo, dando vita a una sterminata collezione. I cronisti del tempo narrano che gran parte di questo straordinario tesoro fosse stata caricata su un enorme vascello, l’Apistos (Incredibile).

La nave, le cui dimensioni nessuna imbarcazione aveva mai raggiunto prima, era diretta ad Asit Mayor, luogo nei cui pressi Amotan aveva fatto costruire un tempio dedicato al Sole. Per cause a noi sconosciute – il peso eccessivo del carico, le avverse condizioni del mare (la zona era, ed è tuttora, soggetta a forti venti) o, forse, l’esplicita volontà degli dei – la nave si inabissò insieme al suo preziosissimo carico. Con il trascorrere dei secoli, la storia di questo drammatico naufragio si è sempre più arricchita di particolari: fatti realmente accaduti sono stati inseriti in nuove narrazioni, dando vita a una miriade di racconti paralleli, spesso diffusi solo oralmente, e rendendo sempre più difficile distinguere gli elementi autentici da quelli fantastici. Si narra persino che durante il periodo rinascimentale, con l’intento di dare forma visiva a ciò che si poteva solo pensare per immagini, alcune delle sculture che si supponeva facessero parte della collezione siano state, per ignote vie, fonte di ispirazione per disegni, studi preparatori e opere di alcuni artisti dell’epoca. Nel corso del 2008, questo leggendario tesoro, rimasto sommerso nell’Oceano Indiano per quasi duemila anni, è stato scoperto al largo della costa orientale dell’Africa e lentamente riportato alla luce.”

Questo è il prologo, da qui si dipana l’intera mostra e ci si perde immediatamente tra realtà e finzione. Hirst gioca con noi, ci provoca, ci irride, insinua il dubbio e subito dopo palesa la truffa. Le sculture e gli oggetti Treasures from the wreck - Damien Hirst a Palazzo Grassiesposti sono decisamente belli, a volte un po’ pacchiani ma pieni di riferimenti culturali e carichi di ironia.

Girando per le sale di Palazzo Grassi e di Punta della Dogana, si passa da momenti di stupore, dubbio e riflessione, ad altri di vera e propria ilarità. Le foto e i video del recupero degli oggetti dal fondo del mare sono eccezionali: Hirst sfida in qualità, verosimiglianza, fantasia ed effetti speciali i migliori film di Hollywood. Sei lì che osservi le immagini, guardi incantato i filmati, passi davanti a questi reperti archeologici del tutto plausibili e reali, ordinati in vetrine da museo storico, ancora coperti di concrezioni marine, stai per entrare completamente nel mondo che l’artista ha voluto creare… quando ti giri e trovi davanti ai tuoi occhi la statua di Miky Mouse mano per la mano con l’artista.

Tutta l’esposizione è così: un continuo immergersi nella finzione e riemergere nella realtà. Un susseguirsi di citazioni dalla storia dell’arte e da opere di artisti contemporanei come Jeff Koons, Marc Quinn e Bansky. Un nascondere il mondo di oggi dietro simboli di ieri come i busti pseudo-greci che in realtà sono di Barbie (sul retro la marca Mattel) o la statua su cui compare la scritta “Made in China”.

Con ironia e intelligenza l’artista invita a riflettere su uno dei temi fondamentali della nostra epoca, quella delle fake news. In un mondo in cui le notizie non solo sono controllate ma anche create con cura da professionisti della comunicazione e spin doctor, un mondo in cui l’invasione di un paese libero può essere legittimato da prove false di armi chimiche, un mondo in cui tutti possono prendere parola e raccontare l’inverosimile tramite il web, l’artista ci mostra tutti i trucchi della finzione.

D’altronde l’anagramma di CIF AMOTAN II, il protagonista della storia, è I AM A FICTION (sono una finzione).

Lodi e critiche, l’eterno destino di Damien Hirst

Solo un artista come Hirst poteva permettersi di realizzare un progetto così grandioso, anche perché lui ha già tagliato tutti i traguardi che un artista può desiderare di raggiungere in vita, che molti hanno raggiunto solo dopo la morte e che tanti altri molto probabilmente non raggiungeranno mai. Nel 2009 dopo gli ultimi mezzi flop in molti hanno iniziato a considerarlo un artista finito o comunque in piena parabola discendente. Da intelligente e acuto curatore della sua stessa immagine, lui si è defilato, è uscito di scena, posando gli strumenti del mestiere per dedicarsi completamente alla sua attività di collezionista.

E invece non si era affatto fermato ma stava pensando e realizzando il progetto di questa mostra che l’ha visto lavorare per ben 10 anni e che segna il suo rilancio.

Visti i numeri dei visitatori, l’operazione è ben riuscita. D’altronde Hirst ha dato al pubblico ciò che il pubblico oggi vuole dall’arte: emozione. Dato che il nostro tempo troppo tecnologico e razionale di emozioni ne regala ben poche, ci ha pensato l’artista creando una storia che ha il sapore di un passato lontano, come quelle rappresentate nei quadri di Tiziano, di Tiepolo o del Veronese, capolavori che piacciono davvero a tutti perché quella sì che è vera arte.

La critica come sempre quando si tratta di Damien Hirst è discorde:

  • Didascalie e citazioni storiche troppo banali, dice la critica. Sono sufficienti a un pubblico abituato alla sintesi del web, risponde lui.
  • La storia del ritrovamento è affascinante ma poco credibile, dice la critica. Anche chi va a vedere un film al cinema non si aspetta una storia vera, basta che sia ben raccontata, e pur essendo consapevole della finzione piange, ride, soffre con il protagonista e si emoziona ugualmente, risponde lui.
  • Sfarzo inutile e volgare, dice la critica. Niente di più del mondo in cui viviamo oggi, risponde lui.

Damien Hirst potrà lavorare anche 10 anni, creare un progetto che si sposa e dialoga perfettamente con le strutture e la città che lo ospita, realizzare qualcosa che non si era mai visto prima, ma difficilmente riuscirà a mettere d’accordo i critici. E anche se un giorno dovesse riuscirci sarà molto più facile che in quel momento saranno tutti d’accorso sì, ma come suoi detrattori.

D’altronde chi lo critica non ha ancora visto il vero gesto artistico che si cela dietro questa mostra. Non l’ha visto perché non si è ancora palesato. Si presenterà a dicembre, quando chiuderanno i battenti a Palazzo Grassi e Punta della Dogana e ognuna delle 200 (e più) opere saranno messe in vendita. Solo allora si paleserà nel pieno del suo splendore il vero genio di Damien Hirst.

 

 

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L’arte non fa più mondo, ma fa molto moda

Articolo pubblicato sulla rivista Commenti di Verso l'Arte

Se pensiamo che un tempo, gli artisti sedevano a fianco di imperatori, re e papi, che erano ambasciatori nel mondo, che a loro venivano affidate missioni diplomatiche nelle varie corti europee, che erano uomini conosciuti, rispettati e ammirati o che, in tempi più recenti, sono stati star o divi comunque ambiti e sempre al centro dei riflettori, si capiscono molte cose rispetto allo stato odierno dell’arte.

In quanti oggi sanno chi sia Paola Pivi? Chi riconoscerebbe Francesco Vezzoli se lo incrociasse per strada? Oppure Grazia Toderi? E sto citando qui alcuni degli artisti italiani contemporanei più famosi del mondGrazia Toderi, Paola Pivi, Francesco Vezzolio. Forse per Maurizio Cattelan e Jeff Koons la cosa è più semplice poiché si sono spesso “ritratti” nelle loro opere, ma vi assicuro che non è poi così scontato.

Alla serata d’inaugurazione della retrospettiva di Koons al Whitney Museum di New York, la schiera di giornalisti e fotografi si è scagliata su ogni VIP che faceva il suo ingresso, accecando con i flash delle loro macchine fotografiche i poveri (si fa per dire) malcapitati: attori, cantanti, campioni dello sport e divi dello spettacolo. Quando, davanti all’entrata si è fermata una luccicante e nera limousine da cui è sceso un elegante e brizzolato signore in abito da sera accompagnato dalla sua dama, solo qualcuno, a stento, gli è corso dietro.

Chi era quello?” hanno chiesto ai pochi colleghi tornati dalla rincorsa a quell’uomo, i fotografi rimasti davanti all’ingresso ad aspettare l’arrivo del prossimo VIP. “Jeff Koons, l’artista, il protagonista della serata.

A parte i giornalisti di settore, in pratica nessuno l’aveva riconosciuto. E stiamo parlando di uno degli artisti contemporanei più celebri al mondo, sicuramente quello più pagato, l’uomo che detiene il record per l’opera più cara per un artista vivente.

Arte, potere e moda

Vero o falso che sia questo aneddoto, una cosa è certa: l’arte non fa più mondo, non è più al centro dei riflettori mediatici né delle attenzioni dei potenti. A partire dalla seconda metà del ‘900 gli artisti non sono utili più ad alcun potere, quindi non servono più a nessuno. La televisione ha strappato definitivamente dalle loro mani il monopolio sull’immagine già intaccato dalla fotografia. Quanto è più efficace un video trasmesso in orario di massimo ascolto su una quantità indefinibile di piccoli schermi, rispetto a un’enorme tela appesa sul muro di un singolo palazzo governativo?

Si sa, il potere consegna un alone di fascino a chi lo detiene e chi gli è vicino ne raccoglie i riflessi. Gli artisti quindi, oltre a perdere il loro ruolo di primo piano all’interno della società, smarriscono anche quell’aurea magica che circondava la loro figura e i media non perdono tempo, cercano e trovano immediatamente i loro sostituti.

Sono le star di Hollywood che raccolgono la staffetta e sono sempre loro che occupano il posto, un tempo di pittori e scultori, al tavolo dei potenti. Andy Warhol aveva percepito e compreso questo cambiamento in anticipo su tutti e, serigrafando i volti dei divi del cinema sulle sue tele, decretava la morte dell’arte e la nascita di nuovi miti.

Il padre della Pop americana è un artista tragico ma anche forse il più lucido della sua epoca. I soggetti dei suoi lavori nascondono, dietro ai colori sgargianti, un alone di morte: pensiamo agli incidenti stradali, ai teschi, alle pistole, ma anche a personaggi come Marilyn Monroe, Elvis Presley, Mao.

Renato Mambor, Giosetta Fioroni, Sergio Lombardo, Cesare Tacchi, Jannis Kounellis, Umberto Bignardi, Tano FestaDall’altra parte del globo, in un’Europa che ha ormai perso il suo ruolo di guida del mondo, anche gli artisti di Piazza del Popolo percepiscono la perdita del ruolo di primo piano che apparteneva una volta all’artista, ma forse con meno lucidità rispetto a Warhol. Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Pino Pascali, sono gli ultimi “artisti star”: avvertono il cambiamento in corso ed esprimono il loro disagio più conducendo vite al limite, che attraverso le loro opere.

È finita l’era dei “Dalì” o dei “Picasso”, artisti capaci di guadagnarsi le prime pagine dei giornali. È proprio il padre del cubismo l’ultimo artista davvero influente, quello che poteva anche permettersi di non presenziare all’inaugurazione di una sua personale e snobbare la presenza di autorità e capi di Stato. A Roma, infatti, in occasione della mostra organizzata in suo onore da Palma Bucarelli alla Galleria d’Arte Moderna, l’autore di Guernica ebbe la sfrontatezza di rimanere tranquillo a casa, quando in suo onere si era scomodato persino il presidente della Repubblica, Luigi Einauidi. Quanti artisti di oggi potrebbero concedersi una tale impudenza? Credo nessuno.

Andy Warhol era lucido e aveva capito tutto, dicevamo. Aveva capito soprattutto che non era più l’arte ciò che contava, ma i soldi: “Fare soldi è arte, lavorare è arte, fare buoni affari è la migliore forma d’arte.

Nasce la Business Art ed è la corrente dalla quale possiamo dire siano legati molti dei più importanti artisti di oggi. Jeff Koons, Damien Hirst, Maurizio Cattelan sono Business Artist e i loro lavori danno al collezionista ciò che il collezionista contemporaneo cerca: soldi.

Già perché oggi più che mai è il denaro che dà la fama, che dona prestigio, e allora tutti a seguire le tendenze del momento, a comprare quello che tutti comprano e ad appendere alle pareti, gli Scheggi, i Castellani, i Bonalumi, i Boetti, i Koons: hanno prezzi esorbitanti, sono ben riconoscibili e in molti li desiderano.

E i Franco Angeli, i Salvo, i Luigi Ontani, i lavori di Giosetta Fioroni o di Stefano Arienti?

No, è presto, costano ancora troppo poco e se è il prezzo a sancire il valore di un artista, è meglio aspettare quando aumenteranno. Allora e solo allora ci si accorgerà della loro grandezza e si scatenerà la rincorsa cieca non tanto all’opera, quanto alla firma.

Oggi non è ancora il momento, questi nomi non sono ancora in voga e l’arte, si sa, nell’epoca in cui viviamo, non fa più mondo, ma fa sicuramente molto moda.

I 9 (banali) luoghi comuni sull’arte (soprattutto) contemporanea

Oggi di arte si parla poco e spesso a vanvera. Ovviamente non mi riferisco a te che, se sei capitato su questo blog, un certo interesse lo devi pur avere, e nemmeno ai pochi come te per i quali ancora sopravvive la passione per questo mondo.

In generale, purtroppo, per la stragrande maggioranza delle persone, l’arte è un’attività che non ha senso, un’assoluta perdita di tempo.

E pensare che un tempo l’arte faceva mondo e gli artisti si sedevano allo stesso tavolo di papi, re e imperatori prima, di presidenti, politici e industriali poi. Oggi il loro posto è stato occupato dalle Star di Hollywood, dalle celebrità della televisione o dai campioni (o presunti tali) dello sport.

Gli artisti hanno perso il loro fascino e in parte questo è dovuto, e nello stesso tempo ha portato, al diffondersi di banali luoghi comuni sull’arte che non fanno altro che allontanarla ancor di più dal grande pubblico.

Questo succede soprattutto per quanto riguarda l’arte contemporanea. Quando si parla di artisti dei giorni nostri, infatti, anche fra gli amanti dell’arte, sono sempre in troppi quelli che non ne riconoscono la grandezza.
Perché succede questo?

Forse perché, soprattutto in Italia, siamo ancora troppo legati ai canoni della nostra grandiosa tradizione e non vogliamo renderci conto che in un mondo che cambia, cambiano anche i linguaggi utilizzati per descriverlo.

Ma quali sono questi famigerati, quanto banali, luoghi comuni sull’arte contemporanea? Eccoli…

Luoghi comuni sull’arte (contemporanea) da evitare con cura

Veniamo quindi al dunque e cominciamo a elencare questi luoghi comuni che sicuramente avrai sentito pronunciare migliaia di volte davanti a un’opera d’arte.

Su alcuni di essi non mi soffermerò troppo, per altri invece ci saranno più chiacchiere da spendere. Partiamo subito con il primo.

1. L’arte deve riprodurre la realtà

Chissà quante volte davanti a un bel ritratto, a una mano dipinta con maestria o a un bel paesaggio fiorito, avrai sentito Un dettaglio delle mani di Mona Lisa di Leonardoesclamare: “Che artista!

Davanti a un quadro astratto o a un’opera “concettuale”, invece, le reazioni sono il più delle volte molto blande, se non di vera e propria irritazione. Un pittore per essere definito tale deve imitare la natura, non accostare quattro colori a casaccio sulla tela!

Questo è stato vero per tantissimo tempo. Lo era ai tempi di Giotto, ai tempi di Leonardo, in quelli di Caravaggio e lo è stato per quasi trecento anni ancora: i pittori avevano il compito di imitare la realtà, infatti, si parla di arte mimetica. Poi, la nascita della fotografia ha tolto il monopolio sulle immagini agli artisti (ne ho parlato abbondantemente nell’articolo Arte e fotografia: storia infinita d’amore e odio) che hanno così smesso di guardare la realtà solo per come si presentava davanti ai loro occhi, anzi, hanno proprio cominciato a smontarla.

Hanno iniziato i Fauves liberando i colori, Picasso e i cubisti hanno quindi distrutto la forma e la prospettiva, infine un giovane artista russo trasferitosi a Monaco, si mette in testa di dare alla pittura la stessa libertà espressiva della musica (mai obbligata a imitare la realtà) e inizia a pensare ai colori come a un coro da fissare sulla tela: “In generale il colore è un mezzo che Opera di Kandinsky - Yellow Red Blueconsente di esercitare un influsso diretto sull’anima. Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto, l’anima il pianoforte dalle molte corde. L’artista è una mano che toccando questo o quel tasto mette in vibrazione l’anima umana….

È la nascita dell’arte astratta e l’artista in questione si chiama Wassily Kandinsky.

Ovviamente non ho la pretesa di spiegare l’arte non figurativa in così poche righe, basta qui semplicemente comprendere che accostare quattro colori sulla tela in modo che il quadro abbia un suo equilibrio e riesca a comunicare con l’anima, è difficile quanto disegnare una mano che sembra vera.

2. L’Artista è colui che crea l’opera

In tanti rimangono ancora a bocca aperta quando scoprono che alcune opere presenti nei musei di arte contemporanea non sono state create direttamente dall’artista. Alcuni esempi: il cagnolone gigante in acciaio di Jeff Koons è stato fuso e realizzato da un’azienda metalmeccanica americana. Meglio ancora, le aspirapolveri che l’artista espone dentro teche di vetro, sono prodotti commerciali che si potrebbero trovare in qualunque grande centro commerciale.

Le mappe o gliMappa Alighiero Boetti arazzi di Alighiero Boetti sono state cucite da donne afghane. Il processo di realizzazione dei dipinti di Takashi Murakami, come le opere di Damien Hirst o di Maurizio Cattelan, coinvolge decine se non migliaia di assistenti o persino lavoratori che operano lontano dallo studio dell’artista.

Ma che razza di artista è se con le sue mani non fa assolutamente niente?

Spesso si confonde l’arte con l’artigianato. L’identità dell’artista è cambiata molto negli anni e bisogna sempre fare riferimento alla storia. La Rivoluzione Industriale ha liberato l’uomo dal peso di dover realizzare da sé gli oggetti utili alla vita quotidiana, affidando questo compito alle macchine. Come conseguenza anche l’artista non ha più sentito l’obbligo di dover produrre con le proprie mani le sue opere. Quello che conta oggi sono soprattutto le idee, l’artista si è liberato del lavoro manuale. Questo non vuol dire che chi sa dipingere o chi scolpisce ancora con martello e scalpello non sia più un artista, semplicemente questa non è più una condizione necessaria.

Il semplice saper utilizzare con maestria un pennello e riuscire a ritrarre con perfezione un soggetto è puro esercizio tecnico, semplice virtuosismo. Quello che conta e che fa e ha sempre fatto la differenza in arte è il contenuto dell’opera, l’idea.

L'opera Torques Ellipses di Richard SerraPensa d’altronde alle opere dell’Arte Minimalista: la realizzazione di quei grandi monumenti non era affidata alle mani degli artisti. Essi si occupavano solamente del progetto e nella maggior parte dei casi era quello a essere venduto, non l’opera finita. Era compito poi del collezionista o dell’istituzione che lo acquistava affidare a qualche azienda la realizzazione finale.

Un artista oggi può permettersi anche di non saper disegnare alla perfezione e delegare questo compito a qualcuno che lo svolga al suo posto senza compromettere la propria autorialità.

In passato non era così e per essere definiti artisti era assolutamente necessario saper dipingere. Non per questo però bisogna pensare che le opere rinascimentali siano frutto della mano unica e solitaria del grande maestro a cui sono attribuite. Esiste una grandissima tradizione di atelier in cui i grandi artisti (Raffaello, Michelangelo, Giovanni Bellini, Tiziano, ecc.) lavoravano affiancati da assistenti che realizzavano gran parte delle opere lasciando al maestro solo le parti principali o addirittura solo l’onere della firma.

L’artista incompreso che crea le proprie opere nella solitudine del suo studio è un retaggio romantico che è vero per una percentuale bassissima di artisti.

3. L’artista deve essere povero e maledetto

Questo è un altro retaggio romantico, forse il più stupido e dannoso per l’arte. Ho già parlato del rapporto fra artisti e soldi nell’articolo Arte e denaro, le verità che spesso non si dicono, non starò quindi qui a ripetermi.

Passiamo alla seconda parte di questo luogo comune: l’artista genio maledetto e incompreso.

Credere che un vero artista sia una persona solitaria, lontana dalle regole e un po’ pazza, è una cosa alquanto Gustave Coubert - Uomo disperato (autoritratto)ridicola. Basta pensare a grandi personaggi come Leonardo Da Vinci, Piero della Francesca, Tiziano e Raffaello per capire come possa essere stupida un’idea del genere. Prova a fare mente locale e pensa agli artisti che potrebbero essere considerati maledetti. Farai fatica ad arrivare a dieci. Io nell’articolo Arte e morte, mito e tragedia ne ho contati a malapena sette e due di loro li ho citati più per l’opera che per le vicende della loro vita.

La conseguenza più grave di questo banalissimo luogo comune è l’aver relegato l’arte in un universo di mito e fantasia, completamente staccato dalla vita di tutti i giorni. Un luogo dove essa non possa più incidere sulla società, un angolo dove non dia alcun fastidio.

Come ho già detto all’inizio, una volta gli artisti erano considerate persone degne di sedersi ai tavoli dei regnanti ed essi utilizzavano questo potere per cercare di influenzare e di migliorare la società. Oggi, nel pensiero comune, gli artisti non sono altro che degli strambi e solitari personaggi e vengono ammirati più per il loro comportamento fuori dalle righe che per il valore delle loro opere.

La cosa più triste è che ci sono pseudo-artisti (spesso di scarso livello) che atteggiandosi in pose da finti ed estrosi creativi, alimentano questo luogo comune, pensando che per essere considerati tali basta vestirsi in modo strambo e atteggiarsi in maniera ridicola.

4. Artista è colui che sa fare cose belle

Il concetto di bellezza è molto cambiato nel tempo ed è molto difficile da definire. Diciamo che filosoficamente parlando, Van Gogh - Autoritrattoin arte la Bellezza è un puro ideale, un valore assoluto a cui l’uomo tende ogni momento.

È espressione di un qualcosa più elevato del suo stesso essere che non può venire ordinata tramite gli strumenti umani, dato che li trascende. Per questo motivo non bisogna confondere il Bello con il piacevole.

Si deve anche dire che ciò che piaceva ieri, oggi magari non piace più e ciò che in passato era considerato brutto, oggi è messo su un piedistallo. Van Gogh per esempio: quando era in vita le sue opere erano considerate degli orrori, dei veri e propri obbrobri. Oggi è l’artista per eccellenza e anche il profano più e a digiuno d’arte china il capo davanti alle sue opere.

Ma può essere considerato un suo ritratto bello secondo i canoni a cui siamo abituati? No, però ci piace.

Quindi l’arte è questione di gusto?

5. L’arte è una questione di gusto

Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace.

Seguendo questo assioma tutto potrebbe essere arte, oppure niente lo potrebbe essere.

Un bel casino.

Forse c’è qualcosa che non va in questo gioco di parole che, come ogni proverbio, nasconde un paradosso.

È bello ciò che è bello e piace ciò che piace.

Questa mi sembra una versione più plausibile, anche per quanto riguarda il mondo dell’arte.

Ognuno è, infatti, libero di esprimere i propri giudizi e i propri gusti personali, che tali però dovrebbero rimanere e mai, per nessun motivo, devono essere considerati universali.

Dietro a un’opera si nascondo valori storici, filosofici, estetici ed etici di una determinata epoca, riconosciuti, sanciti e accettati da una collettività che ha decretato l’artisticità di un oggetto.

Opera di Jenny Saville

I critici e gli storici dell’arte sono delle persone che, come i medici, gli ingegneri, gli architetti e tutti gli altri professionisti, hanno studiato e dedicato la loro vita a una determinata materia e, sviscerandola in profondità, ne sono diventati esperti. Se stabiliscono che l’orinatoio di Duchamp è arte, chi sono io, che nella vita faccio un mestiere completamente diverso, per ostinarmi ad affermare che è vero il contrario?

Sarebbe come se insistessi nel ripetere che la Tachipirina va assunta per curare il mal di stomaco e non per l’influenza oppure che per costruire un palazzo bisogna partire dalle mura e non dalle fondamenta.

A ognuno il suo mestiere e a ognuno la libertà di esprimere il proprio giudizio ricordandosi però sempre che il gusto personale non ha niente a che vedere con l’arte.

6. L’arte del passato era un’arte democratica, quella di oggi è snob, arte per un ristretto circolo di intellettualoidi

Devo ammettere che è vero, da un certo periodo in poi l’arte si è allontanata dalla gente e ha iniziato a parlare a se stessa e non più a un pubblico. Siamo intorno agli anni ’70, un periodo storico di grandi cambiamenti sociali in cui sono messi in discussione tutti i vecchi valori e, anche in arte, tutto ciò che è tradizione è negato.

È anche il momento in cui gli artisti iniziano a capire di star perdendo quello che era stato fino ad allora, un ruolo di primo piano all’interno della società.

Essi sono stati da sempre cercati e ammirati e la figura dell’artista è sempre stata circondata da un alone quasi sacro. La televisione oltre a togliere definitivamente dalle loro mani il monopolio sulle immagini, strappa dal loro corpo anche questa aurea di mito e la dona alle star nate dal suo schermo.

Andy Warhol lo aveva capito molto bene, in anticipo su tutti, e serigrafando i volti di questi divi del cinema sulle sue tele decretava la morte dell’arte e la nascita di nuovi miti.

Sentendosi messa in secondo piano, l’arte si rifugia su se stessa, apre un dialogo solo con chi è disposto a fare lo sforzo di capirla e diventa così un discorso per pochi.

Ma non si deve pensare che gli artisti del passato, invece, quando producevano le loro opere avessero in mente il contadino o il pastore del paesino di montagna.

L’arte del Rinascimento aveva un carattere elitario maggiore di quella di oggi. Aveva anche una funzione diversa, quindi è vero che molti dei capolavori nascevano con lo scopo di essere mostrati a un numero grandissimo di persone. Ricordiamoci però che il numero grandissimo di persone che aveva accesso a queste opere è pur sempre infimo rispetto a quelli che hanno accesso all’arte ai giorni nostri, per due semplici motivi:

  1. Non esistevano i musei e la stragrande maggioranza delle opere erano create su ordinazione di un committente che le custodiva nel proprio palazzo dove solo pochissimi nobili avevano il privilegio di entrare. Solo oggi è concesso a tutti di ammirare le bellissime Madonne di Giovanni Bellini in un museo. Un tempo esse erano perlopiù custodite nelle cappelle private di aristocratiche famiglie, quindi ben lontane dagli occhi del popolo.
  2. Anche le opere create per glorificare la potenza di un signore o di una città o per educare le masse (si pensi ai capolavori delle chiese barocche), erano comunque viste da una stretta cerchia di persone. Ai tempi non esisteva il turismo (e tanto meno la stampa come la conosciamo oggi), solo gli abitanti delle più importanti città avevano quindi accesso a queste bellezze. Ma non credere che il contadino lasciasse su due piedi il suo lavoro nei campi per andare ad ammirare i capolavori di Michelangelo o Raffaello.

Inoltre dietro all’apparente semplicità dei dipinti Rinascimentali, si celano una serie di allegorie e significati nascosti che solo una stretta cerchia di intellettuali allora riusciva a comprendere e che, anche oggi, rimangono indecifrabili ai più.

Opere di Joseph Kosuth e Sandro Botticelli a confronto

 7. L’arte è ispirazione

Fare l’artista è un mestiere come altri. Sì, bisogna avere determinate capacità e possedere una specifica forma mentis, ma anche il dottore o lo sportivo o lo psicologo devono avere determinate capacità e possedere una specifica forma mentis per diventare dei professionisti nel loro settore.

Fare arte è prima di tutto una questione di preparazione e di conoscenza. Per diventare artista bisogna studiare, esercitarsi e innanzitutto conoscere quello che c’è stato prima. Dopodiché quello che rimane è lavoro e ancora lavoro.

L’ispirazione è una piccolissima parte del percorso.

Ernest Hemingway diceva che le sue opere erano solo per  il 5% ispirazione, il resto era sudore e fatica (non sono sicuro che le percentuali siano precisissime ma il senso è quello).

È sempre stato così e, al contrario di quello che comunemente si crede, in arte la componente razionale è importantissima. Esiste la diffusa e errata convinzione che gli artisti rinascimentali realizzassero i loro capolavori rapiti da una sorta di estasi e di ispirazione religiosa, quasi divina. Assolutamente falso.

Dietro ad ogni capolavoro del passato c’è un artista e un committente. Spesso quest’ultimo decideva a priori il soggetto principale, il numero di personaggi e i colori da utilizzare. Poi ovviamente l’artista ci metteva del suo.

Se i consoli dell’Arte della Lana e gli Operai del Duomo di Firenze non avessero commissionato il David a Michelangelo, quel capolavoro non sarebbe mai nato. Se Francesco del Giocondo non avesse commissionato il ritratto di sua moglie Lisa Gherardini, Leonardo non avrebbe mai realizzato il dipinto più famoso della storia, la Monna Lisa oggi al Louvre.

Che un pittore del ‘500 si svegliasse nel mezzo della notte colto dall’ispirazione per dipingere una Madonna e due angioletti di sua spontanea iniziativa è una cosa alquanto improbabile.

La committenza, almeno fino a quando è esistita (quindi più o meno fino alla Rivoluzione Francese), ha avuto un ruolo decisamente più importante nella storia dell’arte rispetto all’ispirazione. Si può forse anche affermare che gli artisti contemporanei, spesso tanto bistrattati nel confronto con gli antichi, in quanto a ispirazione, non avendo più nessuno che indichi loro cosa fare, li battano di gran lunga.

8. L’arte deve emozionare, l’arte è emozione

Questo è sicuramente il luogo comune più duro da abbattere, anche perché è vivo persino tra chi dice di amare pittura, scultura e tutte le sue sorelle. Oltre a essere difficile da frantumare, è, a mio parere, un altro di quelli più dannosi per l’arte.

L’arte non è emozione, o meglio, emozionare non è la sua funzione primaria e principale. L’arte è innanzitutto pensiero. Poi può anche arrivare l’emozione, ma non necessariamente. Mentre per essere considerata un’opera d’arte, qualsiasi creazione di un artista deve contenere del pensiero, il fatto di emozionare non è una condicio sine qua non per cui si decreta lo statuto artistico di un’opera.

So benissimo che su questo punto scatenerò le ire di molti, per cui mi fermo qui e scriverò un intero articolo a riguardo (l’ho poi scritto, se ti interessa lo trovi a questo link: Arte ed emozione: come sprecare un’ottima occasione davanti a un quadro).

Ti lascio con una piccola riflessione: sii sincero con te stesso, quale emozione ti suscita la Gioconda di Leonardo o il ritratto qui sotto di Picasso, oppure un’opera di Mondrian o di Malevic?

La Gioconda di Leonardo Da Vinci, un ritratto di Pablo Picasso, un'opera di Piet Mondrian e una di Kazimir Malevich

Non sono da considerare opere d’arte queste e artisti i loro autori?

9. Lo potevo fare anch’io

Chiudiamo con il più comune dei luoghi comuni (scusate il gioco di parole), Francesco Bonami lo ha anche utilizzato come titolo di un suo libro (Lo potevo fare anch’io, appunto).

Tecnicamente ci sono tante opere che avresti potuto fare tu o avrei potuto fare io. Già, tecnicamente forse, ma abbiamo visto nel punto 2 come la tecnica non conti più tanto e come abbia perso la sua importanza a discapito dell’idea.

E l’idea l’ha avuta qualcuno prima di noi, quindi, non ci resta che esprimere la nostra opinione e pensare a qualcos’altro.

Queste due opere, per esempio, le avresti potute fare anche tu?

Quadro di Cy Twombly e opera di Marcel Duchamp

Forse con questo articolo ho tolto un po’ dello spirito sentimentale che ruota intorno all’arte e che avvolge questo mondo del suo alone di mistero e romanticismo. Non è di certo mia intenzione far diventare l’arte una scienza esatta pari alla matematica e alla geometria, anche se ti ricordo che i grandi del Rinascimento, a partire da Leonardo e Piero della Francesca, erano prima di tutto scienziati e matematici e poi anche magnifici artisti.

Lo scopo di questo articolo è quello di invogliare le persone ad avvicinarsi all’arte, soprattutto contemporanea, con spirito critico e con una mentalità più aperta, senza farsi influenzare da credenze e luoghi comuni che non fanno altro che tenerci in uno stato di sonno, impedendoci di pensare.

La prima funzione dell’arte è sempre stata questa: stimolare il ragionamento, aiutare a coltivare idee proprie e a costruire un personale pensiero critico. Questo è ciò che oggi forse fa paura a chi vuole scegliere per noi, a chi vuole prendere decisioni per tutti, come per esempio quella di stabilire se una guerra è giusta oppure sbagliata.

L’arte, come il pensiero e la conoscenza, rende liberi e questo è forse ciò di cui più abbiamo bisogno in questo periodo.

Tu riconosci qualcuno di questi luoghi comuni sull’arte? Te ne vengono in mente altri? Raccontaceli nei commenti qui sotto.

Il controverso rapporto fra Storia e mercato

Articolo pubblicato sulla rivista Commenti di Verso l'Arte

Una riflessione sull’attuale mondo dell’arte non può prescindere oggi dal prendere in considerazione uno dei fattori ormai diventati cardine, se non vero e proprio traino, di tutto il sistema: il mercato.

Un protagonista giovane in rapporto a tanti altri ma che, relativamente in pochi anni, ha conquistato il suo posto alla cabina di comando del sistema, scalzando quella che può essere considerata sua sorella maggiore: la Storia dell’arte.

Due collezionisti davanti a un quadroOggi infatti, gli artisti più conosciuti e celebrati sono quelli che hanno un grande successo di mercato piuttosto che un nome consolidato all’interno dei libri di storia.

Eppure è la Storia dell’arte quella che tra i due ha una vita più lunga: essa ha visto nascere il mercato nella seconda metà dell’Ottocento, quando ormai lei aveva già un bel po’ di anni alle spalle, ha passeggiato accanto a lui indicandogli la via, ha seguito la sua crescita e il suo sviluppo, assistendo infine al proprio sorpasso.

Storia dell’arte e Storia del mercato hanno infatti viaggiato per lo più su binari paralleli, fino a quando in questi ultimi decenni qualcosa è cambiato e ha stravolto completamente il loro rapporto.

Breve storia del mercato dell’arte

Ho già accennato a una breve storia del mercato dell’arte in questo articolo: Arte e soldi un connubio vecchio secoli.
Partiamo comunque dal principio, cioè dalla Rivoluzione Francese: è questo importantissimo evento che cambia tutto. Uno degli episodi svoltosi in quegli anni che ne dimostrano la rilevanza, è il tentativo di Jacques-Louis David di superare il tradizionale mecenatismo regio, ecclesiastico e aristocratico: nel 1805 l’artista francese espone al Louvre il Evoluzione del mercato dell'artedipinto “Le Sabine” imponendo un biglietto d’ingresso per chi volesse ammirare l’opera. In cinque anni, ben cinquantamila persone videro il capolavoro del David, il quale con questo gesto voleva rivendicare la libertà dell’artista di scegliere il soggetto dei propri dipinti.

Da quel momento in poi l’artista non è più al servizio di un mecenate che ne ordina e finanzia le opere ma è pieno padrone di se stesso e del proprio lavoro. È libero di scegliere le dimensioni delle tele, è libero di decidere i colori, è libero di includere uno o più personaggi ed è anche libero di morire di fame. La famosa libertà, tanto agognata e posta come valore fondamentale in quegli anni, presenta, infatti, anche un rovescio della medaglia: non essendoci più committenti che ordinano e che pagano, per vivere della propria arte bisogna trovare qualcuno disposto a investire in essa parte del proprio denaro comprando le tele dipinte liberamente da qualcun altro.

Per incentivare questo scambio di beni, nascono le esposizioni che cambiano radicalmente il rapporto tra pubblico e produzione artistica e che nell’arco di un secolo si trasformeranno in veri e propri empori merci: è la nascita del mercato dell’arte come lo intendiamo noi oggi.

Il mercato dell’arte oggi

Dal 1805 al 2015 sono passati 210 anni, pochi rispetto a quelli che occupano l’intero arco della storia dell’arte, eppure molte cose sono cambiate. Nell’epoca moderna, la consacrazione di un artista è sempre avvenuta prima per opera di un critico che ne avvallava le capacità, poi dalle istituzioni che accettavano le sue opere in un museo e solo infine, anche il mercato si allineava.

Veduta dall'alto di un'istallazione di ALighiero BoettiPensiamo ai Burri, ai Fontana, ai Castellani o ai Boetti. Le loro opere non hanno sempre fatto registrare cifre straordinarie, tutt’altro: sono state innanzitutto consacrate da importanti storici o critici insigni e solo dopo si sono affermate anche a livello economico.

Oggi le cose non sono più così. Le interrelazioni fra storia dell’arte e mercato dell’arte sono diventate fortissime ed è ormai quest’ultimo che ha avuto la meglio e tende a influenzare istituzioni e curatori. Gli artisti contemporanei più riconosciuti sono tutti stati consacrati dal mercato e dai grandi collezionisti prima ancora che da musei ed esposizioni. I vari Hirst, Koons e Cattelan, per citare solo i più famosi, sono artisti che hanno ricevuto riconoscimenti e importanti retrospettive in grandi istituzioni (Tate Gallery per Hirst, Centre Pompidou per Koons e Guggenheim di New York per Cattelan) solo dopo che il mercato ne aveva già riconosciuto il valore portando le loro quotazioni alle stelle. Un posto nella storia dell’arte se lo sono guadagnati a suon di aggiudicazioni milionarie, ma sarebbe sbagliato pensare che il loro successo sia tutto frutto di speculazioni finanziare di ricchi e avidi broker.

Nel mondo anglosassone, a differenza di quello italiano, esiste un fitto dialogo tra istituzioni, mercato (case d’asta e gallerie) e collezionisti. È un meccanismo rodato che ha innescato la nascita di un sistema virtuoso pronto a difendere e valorizzare gli artisti in ambito nazionale e internazionale, portandoli a diventare tra i più conosciuti e ambiti al mondo.

Per gli artisti italiani, e più in generale per quelli dei paesi mediterranei, succede qualcosa di simile ma solo qualora il loroDamien Hirst in posa davanti ai fotografi in mezzo a due sue opere da Sothebys valore sia già comprovato da un fondamento storico culturale rilevante e spesso comunque per opera di operatori stranieri. I nostri artisti più quotati, infatti, hanno raggiunto le cifre che fanno scalpore non qui in Italia ma nelle aste londinesi e newyorkesi. I vari Fontana, Burri, Castellani o l’ultima superstar delle aste, Paolo Scheggi, per esempio, hanno ottenuto i loro record price fuori dal Bel Paese. Sembra che l’Italia, spesso fin troppo a sproposito decantata come la patria dell’arte, non riesca ad aver fiducia delle potenzialità di quegli artisti che non hanno dipinto Madonne e Cristi crocifissi, fino a quando non arriva qualcuno da oltre confine a suggerirci che quel nostro connazionale forse un po’ di valore ce l’ha.

Emblematico il caso di Burri: se non fosse per la serie d’iniziative organizzate a Città di Castello, suo paese natale, il centenario della sua morte passerebbe completamente in sordina nella nostra penisola. Nessun altro museo italiano, infatti, ha progettato qualcosa d’importante e ancora una volta ha dovuto pensarci un’istituzione straniera a ricordarci la grandezza di uno dei nostri artisti più apprezzati e considerati nel mondo. Il Guggenheim Museum di New York lo celebra, infatti, con una retrospettiva degna di questo nome. Ovviamente in parallelo si stanno muovendo gli operatori del mercato americani e nei cataloghi delle case d’asta sono già apparsi importanti opere che verosimilmente segneranno nuovi record price per l’artista umbro.

Italia patria di artisti e di… mercanti

L’Italia rimane quindi un enorme bacino in cui galleristi stranieri vengono a riscoprire e riportare all’attenzione importanti artisti dimenticati dal mercato, ma ben presenti nei libri di storia dell’arte, per dare loro il successo, anche economico, che meritano. D’altronde dopo il 2008 e in seguito ai tonfi di quei giovani artisti super quotati oggi completamente spariti da aste e mercato, i collezionisti sono molto più attenti a scegliere le opere sulle quali scommettere. Anche se le cifre non sono cambiate, anzi in molti casi sono addirittura aumentate, la tendenza è quella di investire i propri risparmi sui lavori di artisti con un riconosciuto background alle spalle. È la rivincita della Storia dell’arte che sta facendo sentire il suo peso anche in questioni prettamente commerciali.

Le speculazioni esistono sempre, ma quando sono costruite su artisti che hanno un curriculum ricco e importante e i cui nomi si leggono nei libri di storia dell’arte, il pericolo di andare incontro a brutti scherzi è ridotto. Anche quando si è predisposti a un rischio più elevato e si vuole puntare sui giovani, un occhio di riferimento va sempre dato a quella grande maestra che è la storia. Un giovane artista che ha la pretesa di essere considerato tale e ha l’ambizione di lasciare un segno nella storia, deve lavorare con la consapevolezza che prima di lui c’è stato qualcuno ed è da lì, dove i suoi predecessori si sono fermati, che lui deve partire.

L’arte non è un fatto personale e tanto meno un’esclusiva faccenda di estro e d’ispirazione. Fare arte è prima di tutto una questione di preparazione e di conoscenza.

Storia e mercato possono qui trovare un punto di equilibrio.

Tu cosa ne pensi, qual è oggi secondo te il ruolo del mercato all’interno del sistema dell’arte? Mi interessa conoscere il tuo parere, lascia pure un commento qui sotto.

 

Arte e amore: storie di sesso e passione fra artisti (prima parte)

A volte si crede che i più grandi artisti, soprattutto quelli del passato, vivano o abbiano vissuto esclusivamente per creare le loro opere dedicando tutte le proprie energie a un’unica grande passione: l’arte. La verità è un po’ diversa: pittori o scultori chiusi nel loro studio giorno e notte per dare libero sfogo alla propria creatività sono assolutamente una leggenda.
Anche loro, come tutti noi che artisti non siamo, cadono vittime delle più grandi passioni e dei peggiori vizi umani e veramente in pochi riescono a resistervi.

Oggi ho voglia di parlare proprio di questo, tratterò della più grande delle passioni umane. No, non l’arte, questa Amor vincit omnia - Michelangelo Merisi detto il Caravaggionon è ancora un’infatuazione che colpisce tutti purtroppo. Oggi parlerò di quella passione che tutti vince, nessuno escluso: “Omnia Vincit Amor” (l’amore vince ogni cosa) è una frase di Publio Virgilio Marone e anche il titolo di una tela di Caravaggio e proprio l’amore sarà il protagonista di questo articolo.

Ma non ho voglia di essere noioso quindi tratterò l’argomento in maniera giocosa. Più che fare il romantico, mi trasformerò in una specie di paparazzo e farò del gossip sulle più celebri coppie del mondo dell’arte. Dato che sono davvero tante l’articolo sarà diviso in due, pubblicherò la seconda parte a giorni.

Amore fra artisti: le coppie più chiacchierate nella storia dell’arte

La storia dell’arte è piena di vicende d’amore e di passione. Non si contano le relazioni nate fra gli artisti e le loro modelle (o modelli): Raffaello e Margherita Luti, la figlia del fornaio, ritratta dall’artista in molti dei suoi più celebri dipinti, Michelangelo e Tommaso de’ Cavalieri, al quale l’artista dedicò decine di odi e diversi disegni, Leonardo e Gian Giacomo Caprotti detto il Salaì che appare nei dipinti dell’artista sotto forma sia di uomo che di donna.

Per andare avanti si potrebbero citare i vari amanti di Caravaggio, di Goya, di Modigliani ecc. ma non è questo tipo di passione che mi interessa. Oggi parleremo di un amore che va al di là della semplice attrazione fisica e che raggiunge una dimensione più alta, quella della mente creativa. Quelle che troverete in questo articolo sono le storie di sesso e passione nate fra artisti, anche di diverse tipologie di arte.

1. Frida Kahlo e Diego Rivera

Diego Rivera e Frida KahloNon poteva che essere questa la coppia che apriva le danze. La passione fra Frida e Diego è ormai leggenda grazie anche alle diverse mostre dei due artisti che si sono tenute in tutto il mondo. Quando si incontrarono per la prima volta lei era una ragazzina di quindici anni, lui era un maestro già affermato che di anni ne aveva trentasei. Fu una storia lunga una vita, un romanzo d’amore fatto di tormenti, tradimenti e slanci di passione irrefrenabili. Si sposarono la prima volta nel 1929. Diego aveva alle spalle già tre matrimoni e per tutta la vita ebbe decine di amanti, tra cui anche la cognata Cristina, relazione quest’ultima che spinse Frida ad abbandonare il marito, partire per New York e chiedere il divorzio. La distanza tra i due però, invece che spegnere la fiamma la alimentò e Frida tornò a casa, perdonò sorella e marito e risposò Diego nel 1940 a San Francisco. «Più mi tradisci più ti amo.» scrisse in una lettera, ma cominciò nello stesso tempo anche lei ad avere degli amanti, tra cui lo scultore Isamu Noguchi, l’esule russo Lev Trotsky, il fotografo Nickolas Muray ed ebbe anche una relazione omossessuale con Tina Modotti (amante anche del marito). Insomma gli ingredienti per un romanzo da milioni di copie ci sono tutti ma, fra gli alti e bassi della loro relazione, nessuno dei due poté per tutta la vita fare a meno dell’altro e il loro amore fu sconfitto solamente dalla morte di lei. In quell’occasione il pittore scrisse: «Il 13 luglio 1954 è stato il giorno più tragico della mia vita: avevo perso per sempre la mia amata Frida. Ho capito troppo tardi che la parte più bella della mia vita era il mio amore per lei». Di Frida rimarrà invece sempre la sua celebre battuta sul marito: «Ho avuto due gravi incidenti nella mia vita. Il primo quando un tram mi mise al tappeto, l’altro è Diego».


2. Jeff Koons e Ilona Staller

Da una storia di amore passionale quanto tormentato passiamo a quella, forse all’apparenza un po’ più frivola, fra Jeff Koons e Ilona Stallerl’artista vivente più pagato al mondo e Cicciolina, una delle porno dive più famose della storia. Tutto nasce quando Jeff Koons, allora un artista già abbastanza affermato in America ma non ancora così famoso a livello internazionale come oggi, vede una foto di Ilona sulla copertina di una rivista tedesca. Ne rimane talmente affascinato e ossessionato che inizia a martellare il fax dell’agenzia di Riccardo Schicchi con la richiesta di fare uno shooting fotografico con lei. Sul set di questo servizio nasce l’amore tra i due. Dopo un anno e mezzo di fidanzamento i due si sposano ed hanno un figlio. A quei tempi l’immagine di Ilona era più importante di quella di Jeff e nacquero ben presto quelle classiche rivalità che possono nascere tra due superstar. Il matrimonio finì ben presto e ne seguì una dura battaglia legale per l’affidamento del figlio Ludwig prima sottratto illegalmente dal padre in Italia e poi, successivamente, dalla madre negli Stati Uniti. Di questa storia d’amore, estremamente passionale quanto breve, rimango le opere di Jeff Koons che hanno come soggetto la ex moglie. Opere d’arte create da due autori dato che anche Cicciolina è da considerarsi artista a tutti gli effetti avendo fatto la sua parte. Come ha dichiarato Koons stesso: “Gli artisti usano il pennello come Ilona usa la sua…”.


3. Robert Mupplethorpe e Patty Smith

Robert Mupplethorpe e Patty SmithFine anni sessanta: due giovani ragazzi si incontrano per le strade di New York e ha inizio una fantastica storie d’amore e di arte. Lui è Robert Mupplethorpe, lei Patty Smith. Entrambi hanno un grande sogno, quello di diventare artisti: lui diventerà uno dei più importanti fotografi al mondo, lei una delle protagoniste del rock americano. In mezzo ci sono sacrifici, tentativi falliti, incontri con Rock Star e artisti della Factory di Andy Warhol, problemi di soldi, uso di droghe, il virus dell’HIV e la morte precoce di decine di amici e conoscenti. Alla fine la loro storia d’amore terminerà anche per l’omosessualità di lui, ma si conserverà sempre una rara e preziosa amicizia fondata sulla condivisione di un sogno e sul sostegno reciproco. Patty Smith ha descritto tutto questo in un bellissimo libro intitolato “Just Kids”, soltanto ragazzini.


 4. Jean-Michel Basquiat e Madonna

Un’altra relazione tra un’artista e una rock star, sicuramente meno romantica della precedente, ma comunque 
Jean-Michel Basquiat e Madonnaaltrettanto affascinante. Tutto cominciò nell’autunno dell’82, quando i due si conobbero al Bowlmor. Lui aveva dato a un amico una busta d’erba lei lo agganciò e cominciarono a frequentarsi. Le differenze erano però enormi e si fecero sentire presto: Madonna era già una salutista disciplinata mentre lui faceva uso di eroina. Larry Gagosian ricorda che il giorno di Natale lei cercò dei preservativi per tutta Malibu perché senza non avrebbe mai fatto sesso con lui: era noto come Basquiat attaccasse la gonorrea a tutte quelle con cui lo faceva e poi, per non sentirsi in colpa, pagava loro le cure. La relazione non durò a lungo ma per entrambi la nascente notorietà dell’altro divenne un trampolino di lancio, come nei matrimoni organizzati vecchio stile. Dopo la morte del suo ex fidanzato, Madonna nel 1992 finanziò la retrospettiva a lui dedicata al Whitney Museum di New York.


5. Georgia O’KeeffeAlfred Stieglitz

Georgia O’Keeffe e Alfred StieglitzI due si incontrarono grazie all’amica Anita Pllitzer che nel 1916 mostrò i lavori di Georgia ad Alfred, un affermato fotografo che possedeva una galleria a New York. Colpito dall’espressività delle sue opere e dalla capacità tecnica dell’autrice, Stieglitz si impegnò in un lavoro di promozione dell’opera della O’Keeffe e iniziò a farle dei ritratti. I due si sposarono nel 1924 e l’arte di entrambi, pur rimanendo strettamente personale, sarà influenzata dall’amore che ognuno provava per l’altro. Alla fine saranno oltre 500 le fotografie di Stieglitz che hanno come soggetto l’amata.

 

6. Robert Rauschemberg e John CageRobert Rauschemberg e John Cage

Artista il primo, musicista il secondo, sono stati entrambi dei rivoluzionari nei loro rispettivi campi e le loro opere sono centrali nell’evoluzione dell’arte e della musica contemporanea. Rauschemberg con i suoi quadri bianchi che cambiano a seconda delle condizioni di luce e di ambiente fu una delle fonti di ispirazione per la celeberrima opera di Cage 4’33’’ in cui veniva messa in opera il silenzio. Della loro storia d’amore si sa poco se non che furono grandi amici e amanti.

Finisce qui la prima parte di questo articolo, nella seconda verranno raccontati gli amori del più grande artista del ‘900 e le storie di altre coppie davvero particolari. Se sei curioso e interessato,

CLICCA QUI E CONTINUA A LEGGERE LE STORIE D’AMORE FRA ARTISTI

Sul mercato i Ballon tarocco made in China di Jeff Koons

Jeff Koons - Balloon Dog yellowCollezionisti di tutto il mondo siete avvisati: su Alibaba, il portale di e-commerce più diffuso in Cina, potete fare l’affare della vita. Sono in vendita ad un prezzo che varia dai 500 ai 5.850 dollari a seconda del materiale e delle dimensioni, i Ballon di Jeff Koons. Non c’è alcun bisogno di affrettarsi né di prepararsi a una competizione all’ultimo sangue a suon di offerte: la compagnia cinese VLA Sculpture assicura che riuscirà ad accontentare tutte le richieste.

Made in China, in acciaio inossidabile o in resina se si vuole risparmiare qualcosa, di altezza variabile dai 7,88 pollici, ai 19,7 pollici, fino alla versione extra-large di 78×31 pollici, a scelta in arancione, giallo, rosso o blu, sono in tutto e per tutto uguali agli originali dell’artista americano. Cosa si può chiedere di più? Unica pecca? Manca il certificato di autenticità firmato dall’autore. Ma può valere questo una differenza di prezzo di 10 volte il suo valore?

L’ultimo Ballon di Jeff Koons originale è stato infatti battuto all’asta lo scorso novembre da Christie’s alla cifra record per un artista vivente di 58,4 milioni di dollari. L’acquirente, Jose Mugrabi, importatore siriano, rischia adesso di vedere il pezzo clou della sua collezione sparso nelle case di tutto il mondo. Infatti dopo che la notizia è uscita su news.artnet.com, il sito cinese ha registrato un significativo incremento delle richieste.  Ma d’altrJeff Koons - Balloon Dog blueonde questa è la legge del mercato. Lo stesso Jose si era fiondato sul cagnolino arancione dopo averlo visto a casa del collezionista Peter Brant, magnate dei media e produttore cinematografico.

Un’operazione, quella della compagnia cinese, che riduce ulteriormente il confine, già labile per quanto riguarda il contemporaneo, tra prodotto artigianale e opera d’arte. In una società come la nostra in cui tutto è riproducibile con relativa facilità, può ancora bastare per un’artista il diritto d’autore sull’idea? Se i Ballon tarocchi si dovessero diffondere a macchia d’olio, quanto potranno compromettere il mercato di Koons? Una cosa è certa: i detrattori dell’artista americano stanno ridendo sotto i baffi e si staranno godendo il momento in attesa della reazione dello studio di Koons che ancora non ha fatto sapere se intende reagire legalmente come ha già fatto in passato.

Intanto se qualcuno è interessato all’acquisto prima che sia troppo tardi, su Alibaba è possibile scaricare una brochure in formato pdf dove oltre ai prezzi e alle dimensioni si illustra tutto il processo di produzione dei cagnoloni giganti.

Brochure Balloon Jeff Koons VLA Sculpture