In arte i barattoli più importanti non contengono colore

Se parlando d’arte ci si riferisce a dei “barattoli”, ci si aspetta di trovarsi di fronte a dei contenitori di latta in cui sono conservati i colori che l’artista utilizzerà per realizzare il suo lavoro. Infatti, soprattutto nell’epoca moderna, quando al posto dei colori ad olio alcuni artisti iniziarono ad usare smalti e vernici, questi oggetti cominciano a essere molto utilizzati. Si pensi ad esempio ai famosissimi barattoli che Jackson Pollock impugnava durante l’atto creativo, vera e propria lottaJackson Pollock a lavoro su un dipinto contro la tela. Sono così importanti da essere diventati un tutt’uno con l’artista stesso e per questo motivo sono stati inseriti ed esposti come fossero vere e proprie opere nella mostra “Alchimia di Jackson Pollock. Viaggio all’interno della materia.” alla Peggy Guggenheim Collection.

Eppure nell’intenzione di Pollock, opere d’arte quei barattoli non lo sono mai stati. Sono invece altri due gli artisti che ebbero la volontà di trasformare un semplice barattolo da mezzo o oggetto a vero e proprio soggetto di un’opera: l’americano Andy Warhol e l’italiano Piero Manzoni. Sono i loro i barattoli più importanti e famosi della storia dell’arte. Barattoli completamente diversi creati da due artisti che hanno tante divergenze ma anche tanti punti in comune. Andiamo a vedere quali sono.

Differenze e punti in comune fra gli artisti dei barattoli.

  1. Andy Warhol e Piero ManzoniIniziamo con un punto in comune: l’età. No i due non sono coetanei, ma sono nati comunque a pochi anni di distanza, Warhol nel 1928 e Manzoni nel 1933. Questo vuol dire che il loro ingresso nel mondo dell’arte è avvenuto più o meno nello stesso periodo, cioè qualche anno dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Entrambi avevano quindi alle loro spalle quella generazione di artisti che avendo vissuto e assistito agli orrori della guerra in prima persona esprimeva il proprio dolore e la propria angoscia attraverso una pittura fatta di gestualità e di lotta contro la tela, il cosiddetto Espressionismo Astratto. Negli Stati Uniti ci sono Pollock, Kline, De Kooning, in Europa Hans Hartung, Emilio Vedova, Emilio Scanavino e tanti altri. Sia Manzoni che Warhol fanno invece parte di quella nuova generazione che vuole lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra e guardare con speranza al futuro. Ed è qui che compare la prima differenza.
  2. Warhol è americano, figlio della nazione uscita dal conflitto da vera e propria trionfatrice e l’unica sul cui territorio non si è mai combattuto. L’Italia è al contrario un paese sconfitto e devastato nel fisico come nella mente. La guerra è entrata nelle strade e nelle case lasciando dietro di sé morte e distruzione. Due situazioni completamente diverse, eppure nonostante queste premesse è Warhol l’artista più tragico fra i due, mentre Manzoni, come vedremo più avanti, ha piena fiducia nell’arte e nella vita.
  3. Altra differenza: abbiamo detto che entrambi vogliono rompere con la tradizione e lasciarsi alle spalle l’Espressionismo Astratto. Ma mentre per Warhol il problema si risolve qui perché il movimento di Pollock e compagni è il primo e unico veramente americano, per Manzoni questo non basta. La tradizione italiana ed europea è innanzitutto figlia di una pittura figurativa ed è anche da questa che egli vuole prendere le distanze. Ecco allora che Manzoni va alla ricerca di un astrattismo nuovo mentre Warhol diventa padre di quello che sarà il primo movimento figurativo prettamente americano (anche se nato in Inghilterra), la Pop Art.
  4. Sia Warhol che Manzoni tecnicamente non sono dei grandi pittori. Il primo crea i suoi quadri utilizzando una tecnica meccanica, la serigrafia, il secondo realizza opere che sono sostanzialmente idee.  Entrambi sono però dei grandissimi artisti (se non dei veri e propri geni) ed entrambi abbandonano la pittura tradizionale: il motivo di questa scelta è però completamente diverso. Warhol ha capito che nella società moderna la pittura Marilyn Monroe di Andy Warholnon è più indispensabile e che per avere delle immagini ormai si può ricorrere a strumenti più veloci e precisi come la fotografia. Mentre un pittore del Rinascimento aveva bisogno del modello in carne ed ossa per dipingere, a Warhol per ritrarre Marilyn è sufficiente una sua fotografia (i suoi celebri ritratti della Monroe non sono altro che ritratti di una locandina del film Niagara. Warhol non ha mai incontrato Marilyn mentre Lisa Gherardini ha posato per Leonardo come Baldassarre Castiglione ha posato per Raffaello). La realtà perde completamente valore e non c’è alcuna differenza tra Marilyn, Elvis Presley, Mao, una lattina di Coca Cola o un barattolo di Zuppa Campbell’s. Nonostante i suoi quadri colorati e in apparenza pieni di gioia, per Warhol l’arte non conta più niente, è morta e la morte è tema costante delle sue opere. Per questo dicevo prima che Warhol è un artista tragico. Manzoni al contrario ha piena fiducia e amore nell’arte e la considera un tutt’uno con la vita: il corpo dell’artista infatti diventa fulcro centrale in molte delle sue opere. E qui si arriva ai famosi barattoli.
    Andy Warhol - Barattoli di zuppa Campbell's
  5. Abbiamo visto che Warhol dipinge i barattoli di Zuppa Campbell’s con la stessa lucidità e lo stesso distacco con cui ritrae Marilyn. Per lui i prodotti di massa rappresentano la democrazia sociale in quanto la Zuppa Campbell’s o la Coca Cola sono consumate dal barbone in mezzo alla strada come dal Presidente degli Stati Uniti. Per Manzoni i barattoli contenenti la Merda d’artista avevano tutt’altro significato (anche se si potrebbe fare lo stesso ragionamento di Warhol anche per il loro contenuto). Ho già parlato di come sia nata questa idea in questo articolo: Piero Manzoni: merda che artista! Riassumendo, Manzoni, dopo aver creato le sue scatolette, le mise in vendita al prezzo dell’oro. Oggi dopo cinquant’anni il loro valore è talmente aumentato che ha di gran lunga superato quello del metallo prezioso per eccellenza. Con questo Manzoni non ha dimostrato che la merda vale più dell’oro ma che è l’arte e qualsiasi cosa fa un artista a valere più dell’oro. È una riflessione sul ruolo dell’artista diametralmente opposta a quella di Warhol. Mentre quest’ultimo afferma che l’arte non ha più alcun valore, Manzoni stabilisce il primato dell’arte su tutto.
  6. Per quanto possa sembrare irriverente, il gesto di Manzoni non voleva essere affatto provocatorio: semplicemente dava all’arte lo stesso valore e la stessa importanza della vita stessa. Le opere colorate di Warhol che ammiccano al fruitore mettendogli davanti agli occhi immagini famigliari, nascondono invece sì una forte componente provocatoria: l’artista porta all’interno dei musei gli stessi oggetti che si trovano sugli scaffali di un supermercato dichiarando che l’arte deve essere consumata come qualsiasi altro prodotto commerciale.

Piero Manzoni e Andy Warhol diversi nell’arte, diversi nella fortuna

Piramide di barattoli di Merda d'artista di Piero ManzoniI due barattoli più famosi della storia dell’arte hanno quindi significati completamente diversi pur essendo nati nello stesso periodo. Ma, mentre le scatolette tragiche di Zuppa Campbell’s sono accettate e apprezzate ormai dalla maggioranza, le scatolette di Merda d’artista di Manzoni provocano ancora irritazione agli occhi di tanti amanti dell’arte. Eppure abbiamo visto che è l’italiano che con questa opera esalta il valore dell’arte, mentre al contrario l’americano glielo toglie, ponendola alla stregua di un qualunque prodotto commerciale. Nonostante ciò, colori e immagini familiari hanno sempre la meglio sulla merda, anche quando questa è il prodotto di un grande pensiero. In quanto al valore prettamente commerciale, anche in questo caso ha vinto nettamente Warhol, sebbene pure le scatolette di Manzoni si fanno ben pagare. Ma questo è più in linea con le intenzioni dei due artisti. L’italiano era infatti poco interessato al mercato mentre per Warhol, da vero americano, il business era uno degli aspetti fondamentali del suo lavoro: “Essere bravo negli affari è la forma d’arte più affascinante… fare soldi è un’arte, fare buoni affari è la migliore forma d’arte.

Ed è proprio qui che sta la divergenza tra i due: Manzoni criticava aspramente ciò che invece Warhol auspicava. Le scatolette erano state create dal Manzoni anche come una provocazione al mercato (al mercato, non al pubblico) che in quegli anni iniziava a essere sempre più influente e invasivo nel mondo dell’arte. La critica era rivolta al fatto che nel sistema dell’arte contemporanea la firma iniziava ad avere più importanza del valore intrinseco dell’opera. Il mercato accettava qualunque merda purché fosse in edizione limitata, numerata, firmata e garantita da un certificato di autenticità. Quello che per Manzoni era un aspetto aberrante del sistema, per Warhol assumeva invece una valenza positiva e fece di tutto per incentivarla.

Piero Manzoni e Andy Warhol vedono insomma la realtà in due modi completamente antitetici, nonostante questo hanno un’importante caratteristica in comune: entrambi avevano uno sguardo lucido, al limite del preveggente, sulla società a loro contemporanea. Avevano capito dove il mondo stava andando e hanno anticipato con il loro lavoro molte delle cose che sarebbero successe. Una su tutte? La vittoria dell’economia sull’arte. 

E tu cosa pensi di questo diverso modo di fare arte? Preferisci i barattoli di Zuppa Campbell’s di Andy Warhol o le scatolette di Merda d’Artista di Piero Manzoni? Diccelo qui nei commenti.

Lucio Fontana e i tagli che hanno cambiato la storia dell’arte

Il vero antagonista del kitsch totalitario è l’uomo che pone delle domande.
Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto
per permetterci di dare un’occhiata a ciò che si nasconde dietro.

Milan Kundera – L’insostenibile leggerezza dell’essere

Lucio Fontana ride tirandosi i baffiUna delle accuse più ricorrenti mosse all’arte contemporanea è quella di non emozionare. Eppure le stesse persone che lanciano questa critica non si accorgono che molto spesso davanti a un’opera dei giorni nostri una forte emozione la provano eccome: l’incazzatura. E se c’è un’artista che più di ogni altro stringe lo stomaco e provoca questa reazione a chi osserva le sue opere, quello è senza dubbio Lucio Fontana.

I suoi tagli irritano più di un graffio di ortica e quando si viene a sapere che uno di essi ha addirittura superato in asta i 20 milioni di dollari, il piccolo fastidio si trasforma in vera e propria rabbia, condita forse anche da un po’ d’invidia: tutti quegli euri sarebbero potuti entrare nelle tue di tasche se tu fossi stato un furbacchione come il buon Lucio, d’altronde quanto ci vuole a fare quattro sfregi su una tela?! Giusto?

E allora, forse pieno d’ira per non essere stato abbastanza pronto e veloce a farsi venire l’idea di usare ilTaglio di Lucio Fontana, Concetto spaziale bianco, opera sfregiata alla Galleria d'Arte Moderna di Roma taglierino come pennello, qualcuno qualche anno fa, nel 2009 per la precisione, ha pensato bene di fare un secondo sfregio sulle tele di chi l’ha anticipato e si è preso tutti i meriti e i lauti guadagni per questa trovata artistica: questo esemplare individuo, un bel giorno è entrato nella Galleria di Arte Moderna di Roma, ha preso bene la mira, si è riempito la bocca e ha sputato su una tela bianca con non uno ma ben cinque tagli. Per fortuna questo sensibile amante della vera arte, quella con la “a” maiuscola, non ha centrato nessuno dei buchi fatti da Fontana e la sua salvifica saliva vendicatrice ha raggiunto solo un angolo basso della tela.

A tanto arriva dunque l’odio per il nostro italo-argentino e per la sua arte.
A dir la verità però, episodi del genere non sono poi nuovi nella storia, basta pensare alle martellate date alla Pietà di Michelangelo. Ma, se mentre per quest’ultimo gesto non si trova alcuna giustificazione (se non la totale incapacità di intendere e di volere del vandalo), nel caso di Fontana il gesto, anch’esso opera di un perfetto imbecille, pur essendo altrettanto ingiustificabile, si può dire che sia comunque quantomeno comprensibile. Accade spesso infatti, a chi non ha strumenti critici o non ha né la voglia né la curiosità di cercarli, di sentirsi un pochino preso per i fondelli da quei tagli o buchi su una tela monocroma.

In difesa di Lucio Fontana e dei suoi tagli

Mettiamo subito in chiaro una cosa: le nuove espressioni artistiche sono sempre state guardate con disprezzo e astio dai propri contemporanei, soprattutto a partire da un preciso momento storico, quando cioè, dopo la Rivoluzione Francese, scompare la committenza per come la si era sempre conosciuta fino ad allora (aristocrazia e clero) e gli artisti sono lasciati liberi di scegliere i soggetti dei loro dipinti.

Da quel momento i gusti fra gli artisti, che tentavano di esprimere la propria individualità, e i collezionisti, che quando decidono di comprare un quadro di solito cercano qualcosa che somigli a un’opera vista altrove, si allontanarono inesorabilmente. Il nuovo spaventa e fu così che impressionisti, Van Gogh e tutti gli altri innovatori furono inizialmente osteggiati e derisi per essere poi idolatrati anni dopo, quando ormai il pubblico si era abituato al loro linguaggio.

Lucio Fontana può a ben diritto, essere inserito nella lista di questi innovatori e personaggi che hanno introdotto un nuovo linguaggio nel mondo dell’arte. C’è una piccola differenza, però: nonostante siano passati più di cinquant’anni, il suo modo di esprimersi non è stato ancora completamente accettato. Neanche Van Gogh ci ha messo tanto per arrivare a essere apprezzato dai più. Fontana è uno degli artisti più incompresi della storia dell’arte, forse al pari di Duchamp, e sicuramente quello su cui mi trovo più spesso a discutere, difendere e litigare con gli amici. Allora cerchiamo di capire perché questo italiano di origini argentine abbia tutti i diritti di essere considerato uno degli artisti più influenti e importanti del secondo Novecento.

1. Il mondo cambia…

Dal 1267 (anno di nascita di Giotto) al 1968 (anno di morte di Lucio Fontana) il mondo ha subito giusto un po’ di cambiamenti. Per non essere troppo prolissi, consideriamone qui solo alcuni relativi all’epoca moderna.

  1. Ritratto fotografico di Edgar Allan PoeInnanzitutto intorno al 1830 nasce la fotografia e prima della fine del secolo questa nuova invenzione è già alla portata di tutti grazie alla Kodak. Nel giro di pochi anni gli artisti perdono il monopolio sull’immagine: per portare a termine un ritratto ci sono da sempre volute ore ed ore di lavoro di un esperto professionista e ore ed ore di noiosissima posa di un soggetto. Improvvisamente, in pochissimo tempo e con una maggiore precisione, creare un’immagine verosimile della realtà che si ha davanti agli occhi diventa qualcosa alla portata di tutti. Il lavoro del pittore è seriamente messo in crisi dalla nuova invenzione. Nel 1895 inoltre i fratelli Lumière inventano il cinematografo e qui la lotta finisce definitivamente: in che modo gli artisti possono competere con immagini in movimento?
  2. Prova un po’ a immaginare poi quale sensazione deve aver provato una mamma del primo Novecento nel sentire per la prima volta la voce del figlio dall’altro capo del telefono. Le distanze si accorciano enormemente, l’informazione viaggia a una velocità mai vista prima.
  3. Treni, automobili, aeroplani, insieme al telefono, rendono in pochi anni il mondo un luogo molto più piccolo.

Quando si ammira un’opera d’arte, immedesimarsi nel contesto in cui è stata creata è essenziale per coglierne e godere in pieno tutto quello che ci vuole comunicare, questo vale per tutti i generi e per tutti i periodi storici. Il vero artista è un sismografo sensibile che capta e si adegua prima di ogni altro ai cambiamenti in corso nella società in cui vive e tenta poi di esprimerli con il suo lavoro. Con le importanti trasformazioni che ho appena descritto e altre che non ho riportato qui ma che hanno modificato sensibilmente la vita delle persone, era praticamente impossibile che gli artisti continuassero a dipingere madonnine piangenti, cristi crocefissi o incantevoli paesaggi. E infatti…

2. … l’arte cambia.

Dai tempi di Giotto, il principale problema di un artista è stato quello di trasferire una realtà tridimensionale (altezza, larghezza, profondità) su una tela che di dimensioni ne aveva solo due (altezza e larghezza). Fu inventata allora la prospettiva, dapprima a livello molto intuitivo con Giotto, poi in modo estremamente preciso attraverso un procedimento matematico-geometrico con i pittori del Rinascimento. Questo modo di fare arte durò, quasi senza alcun cambiamento, per 500 anni. Era un modo illusorio di rappresentare il mondo, quasi una menzogna che rimaneva Opera di Kandinsky - Yellow Red Bluein piedi grazie al tacito accordo tra chi creava l’opera e il fruitore che, osservandola, stava al gioco. Poi arrivarono Picasso e Braque e inserirono una quarta variabile nella tela: il tempo. Questo novità distrusse tutto ciò che c’era stato finora: la prospettiva si frantumò e una figura poteva essere osservata da più punti di vista nello stesso istante.

Prima dei cubisti, gli Impressionisti avevano messo sotto scacco la pittura accademica lavorando sulla percezione visiva, Van Gogh aveva liberato il colore e Cézanne aveva scomposto il quadro nei suoi elementi primari. È facile capire come da questo momento in poi niente fu più come prima. Kandinsky arrivò addirittura a teorizzare e a creare una pittura che non aveva più alcun legame con la realtà, una pittura astratta che non rappresentava più niente di concreto e reale. Il colpo di grazia lo diede Marcel Duchamp esponendo un orinatoio capovolto in un museo.

3. Cosa succedeva negli anni in cui Fontana creava i primi buchi e i tagli sulla tela?

Fontana inizia a bucare le sue tele nel 1949. Più o meno in quegli anni Pollock crea le prime opere con la tecnica del dripping che contraddistinguerà il suo lavoro per il resto della sua vita: un’altra forte rottura con il tradizionale modo di fare arte. È appena finita una guerra disastrosa, sono stati sganciati due ordigni atomici che in pochi secondi hanno provocato la morte di circa duecentomila persone. I primi satelliti vengono lanciati nello spazio e nella casa degli italiani e non solo, incominciano a entrare immagini cheFamiglia davanti alla televisione negli anni '50 proprio attraverso quello spazio viaggiano: è la televisione.

In questo contesto, l’esiguo intervallo della tela non è più sufficiente per descrivere un mondo che ha confini sempre più labili ed eterei, bisogna andare oltre. Ed è allora che Fontana buca e taglia la superficie: vuole creare una sensazione di infinito per dare valore allo spazio e rendergli la tridimensionalità che merita. Lo spazio non è qualcosa di così insignificante da potersi circoscrivere in un rettangolo.

A volte la ferita era curata con una garza nera in modo che il passaggio della luce si perdesse nell’oscurità dell’insondabile. Fontana buca la tela soprattutto per azzerare la finzione della prospettiva, quella menzogna che per secoli aveva troneggiato nel mondo dell’arte. In questo modo ristabilisce un contatto fra ciò che sta davanti e ciò che sta dietro, che fino allora era solo una mera illusione. È un modo per risvegliare la consapevolezza dell’osservatore: “Ragazzo/a, il mondo vero non è questo rappresentato qui su questa tela ma è tutto ciò che ti sta attorno che tocchi e vedi con i tuoi occhi e anche ciò che invece i tuoi occhi non riescono a vedere ma la tua mente può solo immaginare. Il mondo è infinito e tu sei solo un piccolissimo puntino in confronto ad esso.

4. I tagli sono il traguardo di un lungo percorso.

Lucio Fontana - Struttura al neon per la ix triennale di milano 1951Fontana non era un povero disoccupato che si è svegliato una mattina e si è messo a tagliare e vendere tele per sbarcare il lunario. Figlio di uno scultore e di un’attrice argentina, anche i nonni erano entrambi pittori: non poteva far altro che diventare anch’egli artista. Studia in Italia all’Accademia di Belle Arti di Milano e durante la guerra torna in Argentina dove insegna “decorazione” all’Accademia di Bellas Artes “Prilidiano Pueyrredòn” di Buenos Aires. Capisci che non è l’ultimo arrivato?

Si è sempre dedicato alla scultura in particolar modo utilizzando come mezzo espressivo la ceramica e portando avanti una ricerca sulla dimensione spaziale iniziata ai tempi di Brera con il professore Adolfo Wildt. I Manifesti dello Spazialismo sono solo una delle sue innovazioni: fu il primo artista a utilizzare il neon e fu ancora una volta il primo a ipotizzare ed elaborare (ispirandosi al Futurismo) un utilizzo creativo del mezzo televisivo. Un anticipatore a tutti gli effetti.

5. Fontana non è diventato milionario

Ti voglio tranquillizzare. Fontana non ha passato i suoi giorni terreni passeggiando per le sale di in un enorme castello o sdraiato sotto il sole di un paradiso tropicale a godersi i miliardi messi da parte con la vendita delle sue opere. Quando si avvicina la questione denaro alla questione arte, ci sono ancora molte persone che si scandalizzano, nonostante sia stato ormai provato che anche i grandi artisti del Rinascimento erano ricchi e vendevano a caro prezzo le proprie prestazioni, a partire dal “Divino” Michelangelo che, a quanto sembra, amava i suoi fiorini quanto se non di più della sua stessa arte (The wealth of Michelangelo di Rab Hatfield).

Non devi comunque pensare che Lucio Fontana sia diventato milionario grazie alle sue tele e che abbia speculato su Lucio Fontana mentre taglia una tela fotografato da Mulas nel 1965questo. Le aggiudicazioni record delle sue opere sono un avvenimento di questi ultimi venti anni, trenta dopo la sua scomparsa. Ti assicuro che negli anni ’60, quando l’artista era ancora in vita e quando le sue tele avevano prezzi irrisori, non sono stati tanti i collezionisti che hanno acquistato i suoi tagli. Se fosse stato così oggi avremmo un sacco di milionari e invece ci sono solamente un mucchio di persone che si piange addosso “Ah, se l’avessi comprato prima…

Ciò che voglio dire con questo è che Fontana non era affatto un pigro e svogliato furbetto del quartiere con tanta voglia di diventare ricco. Benestante lo era già di famiglia e i soldi li guadagnava con l’insegnamento o con la scultura più che con le poche tele che riusciva a vendere. Sicuramente amava l’arte più dei soldi. Oltre a essere maestro e punto di riferimento carismatico per i giovani brillanti artisti della Milano di allora, era sempre pronto a dare loro una parola di conforto e ad acquistare le loro opere per incoraggiarli e sostenerli.

Lucio Fontana è l’artista che ha cambiato la storia dell’arte.

Che piaccia o no, Lucio Fontana è uno di quegli artisti che ha cambiato la Storia dell’Arte e che ha influenzato le generazioni venute dopo di lui. Con i suoi lavori, per la prima volta l’opera non è più oggetto su cui dipingere altro, ma diventa soggetto essa stessa e lo spazio attorno ad essa entra a farne parte.

Nella sua vita ha svolto il compito che ogni artista dovrebbe svolgere: guardare la realtà con occhio critico e diverso, indicarne i limiti e poi superarli. Con questo articolo non voglio certo farti amare le opere di Lucio Fontana ma semplicemente invitarti a riflettere sul suo lavoro abbandonando ogni (pre)giudizio superficiale.
L’arte va valutata sempre in maniera oggettiva, secondo criteri storici, filosofici, concettuali e, ovviamente artistici. Poi i gusti rimangono gusti e ognuno è libero di esprimere il proprio parere. Che sia chiaro però che i “secondo me” in arte, come in tanti altri aspetti della vita, rimangono solo e semplicemente pareri e gusti personali.

Per il resto chiudo con le stesse parole di Lucio Fontana:

“…è l’infinito, e allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti,
ed ecco che ho creato una dimensione infinita,
un buco che per me è alla base di tutta l’arte contemporanea, per chi la vuol capire.
Sennò continua a dire che l’è un büs e ciao…”

Secondo te Lucio Fontana è un grande artista o è sopravvalutato? Cosa pensi delle sue opere e delle loro aggiudicazioni? Lascia il tuo parere nei tuoi commenti qui sotto.

Arte di successo: questione di talento e di Personal Branding

Oggi si accusano artisti contemporanei di aver fondato il proprio successo più sulla capacità di far parlar di sé, piuttosto che sulla forza della loro arte. L’utilizzo da parte loro di alcune delle cosiddette strategie di personal branding, se non addirittura di marketing vero e proprio, infastidiscono i benpensanti e fanno gridare allo scandalo.

Io, che dal mondo della comunicazione arrivo, ho un’opinione chiara e precisa: il marketing e le sue tecniche funzionano solamente se sono al servizio di un prodotto valido. Al contrario se non esiste sostanza, queste strategie contribuiscono solamente a far venire allo scoperto più velocemente le debolezze di ciò che pubblicizzano.

Per l’arte è la stessa cosa: un artista può utilizzare tutta la sua capacità di fare personal branding ma se la sua opera non esprime contenuti di valore, verrà fuori in pochissimo tempo tutta la sua mediocrità.

Detto questo mi sembra chiaro che nessun imbrattatele potrà mai raggiungere il successo solo per la sua capacità di creare relazioni e di far parlare di sé ed è altrettanto vero che nessun genio o fenomeno del pennello raggiungerà mai la fama meritata se se ne starà tutto il giorno chiuso nel suo studio a creare senza mai impegnarsi per far conoscere la sua opera.

Proprio in questi giorni è uscito nelle sale cinematografiche “Big Eyes”, un film diretto da Tim Burton indicativo rispetto a questo tema.

“Big Eyes”: saper dipingere non basta

Locandina del film "Big Eyes" di Tim BurtonIl film è tratto da una storia vera. Ne riassumo qui le vicende senza entrare nei particolari per non rovinare la sorpresa a chi volesse andare a vederlo e perché a me interessa soprattutto per trarne spunto per alcune riflessioni.

Siamo nell’America della fine degli anni ’50 inizio anni ’60: gli Stati Uniti sono appena usciti vincitrici dalla grande guerra e sono un paese un po’ spensierato e un po’ bigotto. Margaret Ulbrich scappa dal marito con il quale era diventato impossibile vivere e si traferisce a San Francisco portando con sé la figlia Jane. Ora, in quegli anni non era un avvenimento di tutti i giorni che una donna lasciasse il nido famigliare e da sola si prendesse cura di se stessa e della figlia, quindi è facile immaginare la difficoltà nel trovare un’occupazione.

Soluzione? Fare ciò che sapeva fare meglio: dipingere e vendere i suoi quadri per strada. A questo punto, se fosse un romanzo di fantasia, sarebbe passato davanti alla sua bancarella un grande curatore o un direttore di museo, sarebbe rimasto affascinato dal talento e dalla bellezza della giovane donna, l’avrebbe sposata e portata al successo e tutti sarebbero vissuti felici e contenti, bla bla bla… boooriiiing!

Per fortuna invece si tratta di una storia vera, le cose non andarono poi così lisce e la vicenda è per questo molto più interessante.

Ad avvicinarsi e ad accorgersi del talento della donna è Walter Keane un agente immobiliare, artista di strada della domenica che ama dipingere scialbe vedute di Parigi, mentre i quadri di Margaret hanno come soggetto principale espressive (e devo dire a volte inquietanti) bambine dai grandi occhioni tondi e sproporzionati rispetto al resto della figura. Significato: gli occhi sono lo specchio dell’anima e sono la parte del corpo che meglio caratterizza una persona.

Un dipinto di Margaret Keane raffigurante una bimba che piangeI due cominciano a frequentarsi e quando l’ex marito di Margaret pretende che le venga assegnata la figlia, l’intraprendente Walter propone alla donna di sposarlo. Qui inizia la parte che interessa a noi. Walter è affascinato dalla pittura della novella mogliettina e fa di tutto per esporre i suoi quadri in affermate gallerie della città, ma non è proprio il periodo migliore per l’arte figurativa, è l’arte astratta dei vari Pollock, Rothko, Sam Francis che va per la maggiore in quegli anni.

Ma Walter non si arrende, è un venditore nato: raggiunge un accordo con Enrico Balducci, il proprietario di un famoso locale della zona. I suoi quadri e quelli della moglie sono sì esposti ma nel corridoio che porta ai bagni. Da qui nasce una controversia nel bel mezzo di una serata, prima verbale poi anche fisica durante la quale Keane scaraventa una tela sulla testa del Balducci. La storia fa scalpore, le foto vanno sulle prime pagine dei giornali e indovinate cosa succede… Più gente nel locale, dipinti più in vista, opere finalmente vendute.

Ecco la prima riflessione su cui porre l’accento: le opere di Margaret erano belle anche prima di finire sulle prime pagine dei giornali ma c’è voluto che qualcuno ne parlasse per far sì che anche il grande pubblico le apprezzasse e avesse il coraggio di comprarle. In questo caso l’evento scatenante è stato un po’ fortuito e anche comico ma comunque efficace, tant’è vero che sia Walter che Balducci ci marceranno sopra e continueranno a simulare finti litigi per cavalcare l’onda e far parlare dei dipinti come del locale.

Ad ognuno il suo lavoro

A questo punto il primo passo è fatto, l’interesse verso i quadri è nato. Walter si accorge però ben presto che i dipinti della moglie attirano maggiormente l’attenzione del pubblico rispetto alle sue vedute parigine e, approfittando del fatto che sono entrambi firmati solamente con il cognome acquisito “Keane”, si appropria della paternità, in un primo momento all’insaputa di Margaret.

Una scena tratta dal film "Big Eyes" di Tim BurtonGrazie alla sua spigliatezza Walter riesce a far crescere la popolarità (e i prezzi) dei quadri dipinti dalla moglie facendoli sempre passare come sue opere, conclude affari importanti, dona dipinti a personaggi illustri e si fa immortalare con loro (insomma fa personal branding). Una scena importante del film è quando un importante collezionista, Dino Olivetti, rampollo della famosa famiglia industriale italiana, si innamora di una delle bambine dipinte da Margaret. L’impacciata donna, dopo un attimo di esitazione, si fa anticipare dal marito ed è lui che tesse la relazione con il giovane collezionista. Da quel momento in poi il gioco diventa sempre più grosso e Margaret, ormai dentro fino al collo nell’operazione fraudolenta, ha sempre più rimorsi di coscienza. Intanto i soldi arrivano a fiumi, gli affari si fanno sempre più grossi e Walter crea una “Factory” stile Andy Warhol mentre la moglie continua a dipingere e sfornare quadri da immettere nel mercato di nascosto persino dalla figlia. Non voglio rovinarvi il finale del film quindi se vi interessa andate al cinema oppure cercate su Wikipedia l’intera storia.

Il punto a cui volevo arrivare è questo: se si è interessati al successo, non basta essere grandi artisti, bisogna anche sapersi vendere. Questo vale nel campo dell’arte come in tutte le professioni e vale oggi come valeva 500 anni fa. Se Caravaggio fosse rimasto a vivere in un paesino in provincia di Bergamo e non fosse partito per Roma, dove nel ‘600 si trovava il più grande dei committenti di allora, la Chiesa, sicuramente non avrebbe avuto tutto il successo e i seguaci che invece ha avuto.

Puoi essere il miglior architetto del mondo ma se ti limiti a costruire palazzi a Rescaldina e non ti confronti con committenze più importanti in grandi città, difficilmente verrai riconosciuto. Se Lionel Messi fosse rimasto a giocare nei campi di terra in Argentina e non avesse lasciato casa e famiglia per trasferirsi a Barcellona, adesso sarebbe comunque un fenomeno ma non avrebbe mai vinto tre (o quattro?) palloni d’oro e sarebbe rimasto sconosciuto ai più.

Margaret era impacciata, timida, poco propensa a instaurare relazioni e a elogiare il suo lavoro. Walter al contrario aveva tutte le caratteristiche che mancavano alla moglie: fascino, intraprendenza e una grossissima faccia tosta. I due si completavano e se il signor Keane fosse stato onesto e si fosse limitato a fare ciò che gli riusciva meglio (promuovere, vendere, creare contatti e fare affari) senza appropriarsi della paternità delle opere, la storia si sarebbe conclusa nel migliore dei modi per tutti i personaggi.

Disegno di una compravendita di un quadroCi sono artisti che non si trovano a loro agio davanti ai riflettori, mentre ce ne sono altri che probabilmente sono più bravi a promuoversi che a dipingere. Il pittore che non si sa vendere, deve almeno sforzarsi di instaurare buoni rapporti con galleristi che sanno fare il loro mestiere. Ad ognuno il suo lavoro: l’artista fa i quadri, il gallerista li vende. Ma anche l’artista più introverso deve tirare fuori ogni tanto la testa dallo studio per parlare con critici, curatori, collezionisti e magari anche con colleghi, è inevitabile. Il mondo dell’arte è un sistema fatto di relazioni e chi è più bravo a tesserle ha più successo di chi non lo è. È probabile che un buon artista capace di promuovere il suo lavoro raggiungerà una fama maggiore di un fenomeno incapace di comunicare.

Poi arriva la storia e davanti a lei si tirano i conti e tutto si sistema. Ma per quello ci vuole tempo, bisogna saper aspettare e non tutti sono così fortunati da arrivare a vedere la propria fama crescere in vita.