Fenomeno Banksy: tra arte e comunicazione

Graffito di Banksy: domestica che nasconde la polvere  sotto il tappetoBanksy è sicuramente uno degli artisti contemporanei più famosi e allo stesso tempo controversi dei nostri giorni. Chi egli sia, nessuno veramente lo sa e non c’è alcun essere umano che possa dire di averlo mai visto. Qualcuno sospetta che egli non esista nemmeno e che dietro questa figura così misteriosa si nasconda un gruppo di galleristi, pubblicitari, artisti (è stato ipotizzato addirittura Damien Hirst) e altri personaggi molto potenti tutti appartenenti al sistema dell’arte. Insomma in molti credono che sia un progetto ben studiato e costruito a tavolino e che dietro agli stencil che compaiono improvvisamente nottetempo sui muri di tutto il mondo non ci sia nessun artista in carne ed ossa ma un’organizzazione vera e propria che si è divertita a costruire un personaggio di cui tutti parlano. Comunque sia Banksy funziona e il fatto che sia un gruppo o un artista solitario non fa alcuna differenza. Anche nell’antichità l’opera di un artista era portata avanti da un’intera bottega nella quale ognuno aveva un compito preciso e specializzato (chi disegnava lo sfondo, chi le figure secondarie, chi le case) e al maestro non rimaneva altro da fare che dettare lo stile, dipingere le parti più importanti della tela e poi aggiungere la sua firma, la griffe. Di cose ben riuscite comunque nel corso degli anni, da quando ha mosso i primi passi nella città natale di Bristol, Banksy ne ha fatte. Ma quali sono le caratteristiche di questo artista che ne hanno decretato un così grande successo?

I 5 punti di forza di Banksy

Il successo di Bansky è dovuto a un perfetto mix di arte e comunicazione. Egli possiede tutte le caratteristiche che un artista dovrebbe avere per raggiungere la fama.

1. I suoi lavori sono ironici e geniali e racchiudono dei contenuti che ci fanno riflettere.

Questa è la prima e Graffito di Banksy: grassa coppia di turisti che si fa portare sul  risciò da un bambinoindispensabile qualità che ogni artista deve possedere, senza la quale tutti i successivi punti hanno ben poco valore. Se un artista non ha un messaggio valido da trasmettere e non comunica veri contenuti è impossibile che possa avere successo. Se è furbo e sa destreggiarsi bene all’interno del mondo dell’arte, le sue opere potranno raggiungere buoni prezzi sul mercato, ma il tempo alla fine farà da giudice. Molti artisti che avevano ottenuto ottime quotazioni in asta prima del 2008, sono in pratica spariti dal mercato quando è scoppiata la bolla, i prezzi sono crollati e non si sente più parlare di loro.

2. L’alone di mistero che circonda la sua figura ne alimenta il mito.

Ho parlato di quanto la forza del mito associata alla vita di un artista influenzi il successo di pubblico in questo articolo: Arte e morte, mito e tragedia. Il comportamento e la condotta di alcuni artisti sono più famosi della loro stessa opera. Per Banksy, il tratto comportamentale che lo caratterizza, non è la vita sregolata come per la maggior parte degli artisti qui citati, ma la clandestinità. Il fatto che nessuno abbia mai visto il suo volto, che non si sappia chi veramente egli sia e tutte le congetture che di conseguenza sono nate, non fanno altro che aumentare la curiosità nei suoi confronti e alimentare la leggenda che già circonda la sua aurea di artista irriverente, anti conformista e misterioso. Dopo più o meno venti anni di attività è già diventato una sorta di eroe mitologico vivente.

3. È un artista contemporaneo che utilizza un linguaggio contemporaneo e che ci parla di problemi contemporanei.

Le sue opere sono immagini taglienti e ironiche a volte accompagnate da slogan. Gioca con i più Opera di Banksy: Topolino e il pagliaccio di Mc Donald's che camminano mano nella mano con una bambina malnutrita e disperata familiari luoghi comuni, stravolgendone il significato in modo da far riflettere sulla vuotezza di una società consumistica che non riesce o non vuole più vedere i problemi veri che la circondano. Affronta i temi della guerra e della pace, della povertà e del capitalismo sfruttatore, criticando il potere di istituzioni false e corrotte. Nei suoi lavori inserisce spesso icone più o meno commerciali a tutti riconoscibili. Parla a noi, di argomenti che ci toccano, utilizzando un linguaggio che ci è familiare (a volte vicino a quello della comunicazione pubblicitaria) e che ci raggiunge nei luoghi in cui passiamo la nostra esistenza (città, strade, muri, ecc.)

4. Utilizza alla perfezione i nuovi mezzi di comunicazione per promuovere la sua immagine.

Come i giornali quando nel 1911 è stata rubata, hanno portato in giro per il mondo l’immagine della Monna Lisa donandole la fama, così Banksy sfrutta alla perfezione la rete per far conoscere e veicolare le sue opere. In Instagram, per esempio, il tag #banksy racchiude quasi 360.000 foto. Le sue incursioni nelle strade delle città per lasciare le sue tracce sui muri o in importanti musei per appendere sue opere alle pareti, fanno sempre notizia e sono state fonte di ispirazione per brand più o meno famosi nella realizzazione di alcune campagne di guerrilla marketing (un artista che ha anticipato, quindi, non seguito i fenomeni sociali). Banksy non solo sa far parlare di sé, ma riesce anche a veicolare lui stesso la propagazione della sua immagine grazie per esempio alla creazione di un film documentario sulla sua vita “Exit Through the Gift Shop”, all’organizzazione di “The Cans Festival” in un tunnel abbandonato, alla realizzazione della sigla di una puntata dei Simpson.

5. Ha creato relazioni importanti all’interno del mondo dell’arte.

Una delle accuse mosse contro BanGraffito di Banksy sul muro della Striscia di Gazaksy, dopo che le sue opere hanno raggiunto cifre significative in asta, è quella di essere entrato a far parte di quello stesso sistema che criticava con in suoi lavori. Che faccia o meno parte del sistema dell’arte non è dato saperlo, quel che è certo è che riesce a compiere gesti per i più impensabili (come per esempio raggiungere le zone di guerra della Palestina per realizzare i suoi lavori), quindi un qualche aiutino deve pur averlo.

Un arte che parla a tutti

Può piacere o meno, ma è innegabile il fatto che le opere di Banksy abbiano un forte impatto emotivo oltre che sensazionalistico e di riflessione su chiunque le veda. Una delle sue ultime incursioni è stata messa in atto nella famigerata Striscia di Gaza e il video realizzato intitolato ironicamente «Scopri una nuova destinazione quest’anno» e che fa il verso alle pubblicità delle compagnie turistiche, funge da testimone. L’artista ha realizzaGraffito di Banksy nella Striscia di Gaza: gattino che gioca con un gomitolo di fili di ferroto diversi graffiti per denunciare la situazione in cui si trova Gaza dopo la guerra contro Israele della scorsa estate. Uno di questi rappresenta un gattino che gioca con un gomitolo fatto di fili di ferro. Un abitante del luogo ha visto nell’opera un messaggio per l’intero mondo: “Se anche manca la gioia nella sua vita, un gatto riesce a trovare qualcosa con cui giocare. Cosa invece per quanto riguarda i nostri bambini?

L’artista ha voluto dare una spiegazione differente: “Un uomo mi ha chiesto cosa significasse la mia opera e ho spiegato che volevo mostrare la distruzione di Gaza mettendo foto sul mio sito, ma che la gente su internet guarda solo foto di gattini”. Un artista attento alle dinamiche sociali e che riesce a usarle per comunicare problematiche di livello mondiale.

Il lavoro di Bansky ha un linguaggio internazionale che supera i confini culturali e parla a chiunque anche se in maniera differente ed è un arte che compie il suo primo e principale dovere: mette in moto il cervello di chi ne usufruisce e ci fa pensare.

Qui sotto il video della sua incursione a Gaza:

 

La Monna Lisa e l’arte di far parlar di sé

Nel precedente articolo ho affrontato il tema del personal branding e di come oggi gli artisti per avere successo, oltre che produrre opere significative, dovrebbero far parlare di sé, prestare attenzione alla cura della loro immagine e cercare di stringere relazioni importanti all’interno del sistema dell’arte.

La Mona Lisa di LeonardoOggi voglio rimanere in tema e raccontare una storia che in tanti conoscono e che per questo motivo guarderò da un punto di vista diverso, non tanto da quello storico-critico (anche perché non è il mio campo di competenza) quanto piuttosto da quello del marketing e della comunicazione. Il protagonista di questa storia è un quadro, anzi, il quadro per antonomasia, la Monna Lisa di Leonardo, il dipinto più famoso di tutta la storia dell’arte.

Ma perché questo lavoro del grande genio italiano è conosciuto in tutto il mondo, anche da chi non ha mai messo piede in un museo, né aperto un catalogo in vita sua? È forse l’opera più bella di Leonardo? È davvero un capolavoro superiore al Cenacolo di Santa Maria delle Grazie? Obiettivamente, è più bella la Gioconda o la Vergine delle Rocce? Non sto parlando dell’importanza stilistica o storica dell’opera, queste sono cose che interessano gli addetti ai lavori o i veri appassionati. In questo caso mi riferisco alla semplice piacevolezza estetica che poi è ciò che è colto dalla maggior parte delle persone che affollano un museo come il Louvre. Credo che la Vergine delle Rocce, da questo punto di vista, sia superiore alla Gioconda: più colori, dimensioni maggiori, più personaggi (ci sono anche due bambini!), è un quadro che trasmette un’emozione (cosa che piace sempre al grande pubblico) nettamente superiore rispetto a quella che può trasmettere un semplice ritratto di donna. Allora perché la gente si affolla davanti a quel piccolo gioiello che è la Monna Lisa e non davanti a un capolavoro come la Vergine delle Rocce?

È tutta una questione di marketing

Leonardo dipinse la Gioconda tra il 1503 e il 1514 circa e la portò con sé in Francia nel 1516 dove fu acquistata insieme ad altre opere da Francesco I. Il dipinto fece quindi parte delle collezioni reali francesi e si pensa che fu conservato per un certo periodo al Castello di Fontainebleau finché Luigi XIV lo fece trasferire a Versailles. L’opera venne finalmente spostata ed esposta al Louvre solo dopo la Rivoluzione francese.

Per tutto questo tempo la Gioconda era sì un dipinto rinomato, essendo pur sempre uno dei pochi creati da uno dei geni più grandi di sempre, ma non era così conosciuto come lo è oggi e tanto meno non poteva certo definirsi il dipinto più famoso della storia dell’arte.

Dovette succedere qualcosa affinché la sua fama raggiungesse le vette odierne, qualcosa che non ha niente a che vedere con il valore dell’opera e nemmeno con il mondo dell’arte. Fu tutto merito di una storia che vede tanti protagonisti più e meno celebri.

La più grande operazione di art-marketing

I primi due protagonisti di questa storia sono il pittore Louis Béroud e l’incisore Frédéric Laguillermie. Era lunedì 21 agosto 1911 e, come spesso accadeva, i due compari si recarono al Louvre (chiuso come tutti i lunedì) a cLa parete del Louvre dopo il furto della Mona Lisa di Leonardoopiare i capolavori lì esposti. Quando passarono nel Salon Carré, si accorsero che c’era uno spazio vuoto sulla parete tra un Giorgione e un Correggio là dove ci sarebbe dovuto essere uno dei tesori più preziosi del museo, la Gioconda di Leonardo Da Vinci. Pensando che il dipinto fosse dal fotografo interno per una pubblicazione, Béroud, che proprio quel giorno avrebbe voluto farne una copia, chiede al brigadiere di turno quanto avrebbe dovuto aspettare per rivedere il capolavoro appeso alla parete.

In pochi minuti, il tempo di rendersi conto che i fotografi non hanno la Gioconda, e si scatena il panico. Si bloccano le visite e si chiamano polizia e i responsabili del museo. Per uno strano scherzo del destino il sottosegretario alle Belle arti lasciando l’ufficio per partire per le vacanze aveva raccomandato scherzando di non essere disturbato “a meno che il Louvre bruci e la Gioconda sia rubata”. Per fortuna si verificò il presagio meno dannoso.

Arsenio Lupin o la Banda Bassotti?

Vincenzo PeruggiaMentre si scatena il caos dentro al Louvre e polizia e ispettori corrono avanti e indietro alla ricerca di indizi, fa la sua entrata nel museo il terzo protagonista della storia, Vincenzo Peruggia, un imbianchino italiano emigrato a Parigi. Quel giorno era uscito alle nove da casa, leggermente in ritardo, come aveva dichiarato anche la portinaia, perché la sera prima aveva fatto baldoria ubriacandosi con amici e arrivando persino a farsi denunciare per schiamazzi notturni, lo stolto.

Che poi il Peruggia proprio così stolto non lo era. Arrivato in Francia aveva fatto di tutto pur di lavorare a contatto con l’arte, tanto che la teca in cui era custodita la Gioconda era stata montata proprio da lui. Fu forse proprio durante quei giorni che cominciò a elaborare il suo piano per riportare in Italia il capolavoro di Leonardo, convinto che facesse anch’esso parte del bottino delle razzie Napoleoniche. Eh sì, non fu nessun scaltro ed esperto ladro né alcuna banda organizzata a compiere il furto del secolo, bensì proprio questo giovane e ingenuo decoratore che attuò e portò a termine un piano praticamente perfetto. L’ubriacatura era tutta una messa in scena e la mattina del 21 agosto 1911 il Peruggia esce di casa all’alba, entra al Louvre senza svegliare il custode, che si diceva dormisse sempre, stacca il dipinto dalla cornice e lo nasconde sotto la giubba. In pochi minuti rientra di nuovo a casa senza farsi notare dalla portinaia e prepara la seconda messa in scena, quella dell’uscita in ritardo per recarsi al lavoro.

Prima regola: far parlare di sé

Il clamore per il furto fa in pochissimo tempo il giro del pianeta. Certo, non ci possiamo aspettare la velocità di Prima pagina dell'Excelsior con la notizia del furto della Mona Lisapropagazione della notizia dei giorni nostri, comunque l’immagine di Monna Lisa guadagnò le prime pagine dei giornali di tutto il mondo e ci stette per parecchio tempo.

Due furono i motivi principali di gran scalpore:

  1. Si trattava del primo furto in assoluto di un’opera d’arte da un museo
  2. Ci fu il rischio che si aprisse un caso diplomatico intorno alla vicenda: tra Francia e Germania non correva buon sangue a causa delle contese per l’espansione coloniale in Africa. I francesi accusarono i tedeschi di voler rubare, oltre alle colonie, anche i loro capolavori e i tedeschi rispondevano che il furto era tutta una messinscena.

Si capisce bene che c’erano tutte le premesse affinché si parlasse del caso non solo su ogni giornale, ma in tutte le case, scuole, uffici, bar. Anche chi non era affatto interessato all’arte poteva dire la sua opinione sul fattaccio della Gioconda, un po’ come succede oggi con le partite di calcio. Il dipinto di Leonardo divenne il simbolo di una vicenda molto grande che non riguardava solamente il mondo dell’arte e che ne alimentò ulteriormente il mito. Si arrivò al paradosso che in molti si recavano al Louvre non più per vedere i quadri ma per vedere lo spazio vuoto lasciato dalla Monna Lisa. Ci fu persino un pittore che dipinse la parete del museo senza il capolavoro e vendette i quadri all’ingresso. Se non è marketing questo.

La vicenda si complica

Intanto le indagini proseguono ed entrano in scena due altri personaggi questa volta non proprio sconosciuti: il 7 settembre venne arrestato Guillaume Apollinaire, il poeta e scrittore che in un’invettiva contro l’arte del passato aveva dichiarato di voler distruggere tutti i capolavori dei musei per far spazio all’arte nuova. Niente di eccezionale per i tempi, egli era infatti in contatto con il Movimento Futurista che nasceva proprio in quel periodo.

Qui le cose si fanno un po’ confuse: entra in gioco un terzo personaggio, per alcuni è Honoré Géri Pieret ex-amante del poeta che lo denunciò per vendicarsi di essere stata lasciata, per altri è Honoré Joseph Géri Pieret, ex-segretario di Apollinaire, che aveva trafugato delle statuette africane dal museo donandole al suo principale. Alcune di queste erano finite in mano anche a un giovane e promettente artista dell’epoca, Pablo Picasso, che ne trasse ispirazione per uno dei suoi futuri capolavori, Les damoiselles d’Avignon.

Anche l’artista spagnolo fu quindi sentito dagli agenti e, per salvarsi, negò di conoscere l’amico Apollinaire e tentò di sbarazzarsi delle statuette. Quando fu scagionato scherzò sul fatto con la famosa battuta: “Amici vado al Louvre, serve qualcosa?

Fatto sta che tutti questi errori giudiziari e questo intrecciarsi di eventi non fecero altro che buttare altra benzina sul fuoco e regalarono nuovi argomenti di discussione ai giornalisti. E intanto il mito cresceva sempre di più…

Ma intanto dov’è finita la Gioconda?

Vincenzo Peruggia al processo per il furto della GiocondaIl Peruggia aveva nascosto il dipinto sotto il tavolino, lo stesso sul quale il Prefetto firmò il verbale dopo una perquisizione a sorpresa nel suo appartamento. La polizia brancolava nel buio.

Nel dicembre del 1913, dopo due anni di una bellissima convivenza, il Peruggia decise di liberarsi della refurtiva. Si recò in Italia e si mise in contatto con il direttore degli Uffizi, Giovanni Poggi. Constatata l’originalità dell’opera il Poggi avvisa le forze dell’ordine e verso sera l’esule parigino venne arrestato. Al processo l’opinione pubblica è tutta a favore del ladro che alla fine viene condannato a un anno e 15 giorni, pena ridotta poi a 7 mesi e 4 giorni.

Il rumore sui giornali, durato ben due anni, continua ancora per qualche mese, fino a quando, come succede anche oggi con velocità ancora maggiore, il clamore di un’altra notizia distoglie l’attenzione del pubblico: due colpi di rivoltella a Serajevo avevano dato inizio al primo conflitto mondiale.

Il mito è ormai alimentato

Ormai il dado è tratto, della Gioconda se ne è parlato, parlato e parlato, in tutto il mondo. Prima di tornare in Francia in Giornale con la notizia del ritrovamento della Gioconda a Firenzepompa magna il dipinto viene esposto in alcuni musei italiani. Il mito è nato: poco alla volta Monna Lisa conquista un’intera parete del museo e la gente fa la fila non più per osservare il capolavoro di Leonardo ma per vedere il famoso dipinto rubato.

Il furto della Gioconda si è rivelata una grandissima operazione di marketing, certo, non studiata a tavolino, ma comunque ben sfruttata poi dal museo. Se oggi il capolavoro di Leonardo è il dipinto più famoso della storia dell’arte e il Louvre è uno dei musei più visitati al mondo, un po’ del merito è anche del quasi sconosciuto e anonimo Vincenzo Peruggia.