I 9 (banali) luoghi comuni sull’arte (soprattutto) contemporanea

Oggi di arte si parla poco e spesso a vanvera. Ovviamente non mi riferisco a te che, se sei capitato su questo blog, un certo interesse lo devi pur avere, e nemmeno ai pochi come te per i quali ancora sopravvive la passione per questo mondo.

In generale, purtroppo, per la stragrande maggioranza delle persone, l’arte è un’attività che non ha senso, un’assoluta perdita di tempo.

E pensare che un tempo l’arte faceva mondo e gli artisti si sedevano allo stesso tavolo di papi, re e imperatori prima, di presidenti, politici e industriali poi. Oggi il loro posto è stato occupato dalle Star di Hollywood, dalle celebrità della televisione o dai campioni (o presunti tali) dello sport.

Gli artisti hanno perso il loro fascino e in parte questo è dovuto, e nello stesso tempo ha portato, al diffondersi di banali luoghi comuni sull’arte che non fanno altro che allontanarla ancor di più dal grande pubblico.

Questo succede soprattutto per quanto riguarda l’arte contemporanea. Quando si parla di artisti dei giorni nostri, infatti, anche fra gli amanti dell’arte, sono sempre in troppi quelli che non ne riconoscono la grandezza.
Perché succede questo?

Forse perché, soprattutto in Italia, siamo ancora troppo legati ai canoni della nostra grandiosa tradizione e non vogliamo renderci conto che in un mondo che cambia, cambiano anche i linguaggi utilizzati per descriverlo.

Ma quali sono questi famigerati, quanto banali, luoghi comuni sull’arte contemporanea? Eccoli…

Luoghi comuni sull’arte (contemporanea) da evitare con cura

Veniamo quindi al dunque e cominciamo a elencare questi luoghi comuni che sicuramente avrai sentito pronunciare migliaia di volte davanti a un’opera d’arte.

Su alcuni di essi non mi soffermerò troppo, per altri invece ci saranno più chiacchiere da spendere. Partiamo subito con il primo.

1. L’arte deve riprodurre la realtà

Chissà quante volte davanti a un bel ritratto, a una mano dipinta con maestria o a un bel paesaggio fiorito, avrai sentito Un dettaglio delle mani di Mona Lisa di Leonardoesclamare: “Che artista!

Davanti a un quadro astratto o a un’opera “concettuale”, invece, le reazioni sono il più delle volte molto blande, se non di vera e propria irritazione. Un pittore per essere definito tale deve imitare la natura, non accostare quattro colori a casaccio sulla tela!

Questo è stato vero per tantissimo tempo. Lo era ai tempi di Giotto, ai tempi di Leonardo, in quelli di Caravaggio e lo è stato per quasi trecento anni ancora: i pittori avevano il compito di imitare la realtà, infatti, si parla di arte mimetica. Poi, la nascita della fotografia ha tolto il monopolio sulle immagini agli artisti (ne ho parlato abbondantemente nell’articolo Arte e fotografia: storia infinita d’amore e odio) che hanno così smesso di guardare la realtà solo per come si presentava davanti ai loro occhi, anzi, hanno proprio cominciato a smontarla.

Hanno iniziato i Fauves liberando i colori, Picasso e i cubisti hanno quindi distrutto la forma e la prospettiva, infine un giovane artista russo trasferitosi a Monaco, si mette in testa di dare alla pittura la stessa libertà espressiva della musica (mai obbligata a imitare la realtà) e inizia a pensare ai colori come a un coro da fissare sulla tela: “In generale il colore è un mezzo che Opera di Kandinsky - Yellow Red Blueconsente di esercitare un influsso diretto sull’anima. Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto, l’anima il pianoforte dalle molte corde. L’artista è una mano che toccando questo o quel tasto mette in vibrazione l’anima umana….

È la nascita dell’arte astratta e l’artista in questione si chiama Wassily Kandinsky.

Ovviamente non ho la pretesa di spiegare l’arte non figurativa in così poche righe, basta qui semplicemente comprendere che accostare quattro colori sulla tela in modo che il quadro abbia un suo equilibrio e riesca a comunicare con l’anima, è difficile quanto disegnare una mano che sembra vera.

2. L’Artista è colui che crea l’opera

In tanti rimangono ancora a bocca aperta quando scoprono che alcune opere presenti nei musei di arte contemporanea non sono state create direttamente dall’artista. Alcuni esempi: il cagnolone gigante in acciaio di Jeff Koons è stato fuso e realizzato da un’azienda metalmeccanica americana. Meglio ancora, le aspirapolveri che l’artista espone dentro teche di vetro, sono prodotti commerciali che si potrebbero trovare in qualunque grande centro commerciale.

Le mappe o gliMappa Alighiero Boetti arazzi di Alighiero Boetti sono state cucite da donne afghane. Il processo di realizzazione dei dipinti di Takashi Murakami, come le opere di Damien Hirst o di Maurizio Cattelan, coinvolge decine se non migliaia di assistenti o persino lavoratori che operano lontano dallo studio dell’artista.

Ma che razza di artista è se con le sue mani non fa assolutamente niente?

Spesso si confonde l’arte con l’artigianato. L’identità dell’artista è cambiata molto negli anni e bisogna sempre fare riferimento alla storia. La Rivoluzione Industriale ha liberato l’uomo dal peso di dover realizzare da sé gli oggetti utili alla vita quotidiana, affidando questo compito alle macchine. Come conseguenza anche l’artista non ha più sentito l’obbligo di dover produrre con le proprie mani le sue opere. Quello che conta oggi sono soprattutto le idee, l’artista si è liberato del lavoro manuale. Questo non vuol dire che chi sa dipingere o chi scolpisce ancora con martello e scalpello non sia più un artista, semplicemente questa non è più una condizione necessaria.

Il semplice saper utilizzare con maestria un pennello e riuscire a ritrarre con perfezione un soggetto è puro esercizio tecnico, semplice virtuosismo. Quello che conta e che fa e ha sempre fatto la differenza in arte è il contenuto dell’opera, l’idea.

L'opera Torques Ellipses di Richard SerraPensa d’altronde alle opere dell’Arte Minimalista: la realizzazione di quei grandi monumenti non era affidata alle mani degli artisti. Essi si occupavano solamente del progetto e nella maggior parte dei casi era quello a essere venduto, non l’opera finita. Era compito poi del collezionista o dell’istituzione che lo acquistava affidare a qualche azienda la realizzazione finale.

Un artista oggi può permettersi anche di non saper disegnare alla perfezione e delegare questo compito a qualcuno che lo svolga al suo posto senza compromettere la propria autorialità.

In passato non era così e per essere definiti artisti era assolutamente necessario saper dipingere. Non per questo però bisogna pensare che le opere rinascimentali siano frutto della mano unica e solitaria del grande maestro a cui sono attribuite. Esiste una grandissima tradizione di atelier in cui i grandi artisti (Raffaello, Michelangelo, Giovanni Bellini, Tiziano, ecc.) lavoravano affiancati da assistenti che realizzavano gran parte delle opere lasciando al maestro solo le parti principali o addirittura solo l’onere della firma.

L’artista incompreso che crea le proprie opere nella solitudine del suo studio è un retaggio romantico che è vero per una percentuale bassissima di artisti.

3. L’artista deve essere povero e maledetto

Questo è un altro retaggio romantico, forse il più stupido e dannoso per l’arte. Ho già parlato del rapporto fra artisti e soldi nell’articolo Arte e denaro, le verità che spesso non si dicono, non starò quindi qui a ripetermi.

Passiamo alla seconda parte di questo luogo comune: l’artista genio maledetto e incompreso.

Credere che un vero artista sia una persona solitaria, lontana dalle regole e un po’ pazza, è una cosa alquanto Gustave Coubert - Uomo disperato (autoritratto)ridicola. Basta pensare a grandi personaggi come Leonardo Da Vinci, Piero della Francesca, Tiziano e Raffaello per capire come possa essere stupida un’idea del genere. Prova a fare mente locale e pensa agli artisti che potrebbero essere considerati maledetti. Farai fatica ad arrivare a dieci. Io nell’articolo Arte e morte, mito e tragedia ne ho contati a malapena sette e due di loro li ho citati più per l’opera che per le vicende della loro vita.

La conseguenza più grave di questo banalissimo luogo comune è l’aver relegato l’arte in un universo di mito e fantasia, completamente staccato dalla vita di tutti i giorni. Un luogo dove essa non possa più incidere sulla società, un angolo dove non dia alcun fastidio.

Come ho già detto all’inizio, una volta gli artisti erano considerate persone degne di sedersi ai tavoli dei regnanti ed essi utilizzavano questo potere per cercare di influenzare e di migliorare la società. Oggi, nel pensiero comune, gli artisti non sono altro che degli strambi e solitari personaggi e vengono ammirati più per il loro comportamento fuori dalle righe che per il valore delle loro opere.

La cosa più triste è che ci sono pseudo-artisti (spesso di scarso livello) che atteggiandosi in pose da finti ed estrosi creativi, alimentano questo luogo comune, pensando che per essere considerati tali basta vestirsi in modo strambo e atteggiarsi in maniera ridicola.

4. Artista è colui che sa fare cose belle

Il concetto di bellezza è molto cambiato nel tempo ed è molto difficile da definire. Diciamo che filosoficamente parlando, Van Gogh - Autoritrattoin arte la Bellezza è un puro ideale, un valore assoluto a cui l’uomo tende ogni momento.

È espressione di un qualcosa più elevato del suo stesso essere che non può venire ordinata tramite gli strumenti umani, dato che li trascende. Per questo motivo non bisogna confondere il Bello con il piacevole.

Si deve anche dire che ciò che piaceva ieri, oggi magari non piace più e ciò che in passato era considerato brutto, oggi è messo su un piedistallo. Van Gogh per esempio: quando era in vita le sue opere erano considerate degli orrori, dei veri e propri obbrobri. Oggi è l’artista per eccellenza e anche il profano più e a digiuno d’arte china il capo davanti alle sue opere.

Ma può essere considerato un suo ritratto bello secondo i canoni a cui siamo abituati? No, però ci piace.

Quindi l’arte è questione di gusto?

5. L’arte è una questione di gusto

Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace.

Seguendo questo assioma tutto potrebbe essere arte, oppure niente lo potrebbe essere.

Un bel casino.

Forse c’è qualcosa che non va in questo gioco di parole che, come ogni proverbio, nasconde un paradosso.

È bello ciò che è bello e piace ciò che piace.

Questa mi sembra una versione più plausibile, anche per quanto riguarda il mondo dell’arte.

Ognuno è, infatti, libero di esprimere i propri giudizi e i propri gusti personali, che tali però dovrebbero rimanere e mai, per nessun motivo, devono essere considerati universali.

Dietro a un’opera si nascondo valori storici, filosofici, estetici ed etici di una determinata epoca, riconosciuti, sanciti e accettati da una collettività che ha decretato l’artisticità di un oggetto.

Opera di Jenny Saville

I critici e gli storici dell’arte sono delle persone che, come i medici, gli ingegneri, gli architetti e tutti gli altri professionisti, hanno studiato e dedicato la loro vita a una determinata materia e, sviscerandola in profondità, ne sono diventati esperti. Se stabiliscono che l’orinatoio di Duchamp è arte, chi sono io, che nella vita faccio un mestiere completamente diverso, per ostinarmi ad affermare che è vero il contrario?

Sarebbe come se insistessi nel ripetere che la Tachipirina va assunta per curare il mal di stomaco e non per l’influenza oppure che per costruire un palazzo bisogna partire dalle mura e non dalle fondamenta.

A ognuno il suo mestiere e a ognuno la libertà di esprimere il proprio giudizio ricordandosi però sempre che il gusto personale non ha niente a che vedere con l’arte.

6. L’arte del passato era un’arte democratica, quella di oggi è snob, arte per un ristretto circolo di intellettualoidi

Devo ammettere che è vero, da un certo periodo in poi l’arte si è allontanata dalla gente e ha iniziato a parlare a se stessa e non più a un pubblico. Siamo intorno agli anni ’70, un periodo storico di grandi cambiamenti sociali in cui sono messi in discussione tutti i vecchi valori e, anche in arte, tutto ciò che è tradizione è negato.

È anche il momento in cui gli artisti iniziano a capire di star perdendo quello che era stato fino ad allora, un ruolo di primo piano all’interno della società.

Essi sono stati da sempre cercati e ammirati e la figura dell’artista è sempre stata circondata da un alone quasi sacro. La televisione oltre a togliere definitivamente dalle loro mani il monopolio sulle immagini, strappa dal loro corpo anche questa aurea di mito e la dona alle star nate dal suo schermo.

Andy Warhol lo aveva capito molto bene, in anticipo su tutti, e serigrafando i volti di questi divi del cinema sulle sue tele decretava la morte dell’arte e la nascita di nuovi miti.

Sentendosi messa in secondo piano, l’arte si rifugia su se stessa, apre un dialogo solo con chi è disposto a fare lo sforzo di capirla e diventa così un discorso per pochi.

Ma non si deve pensare che gli artisti del passato, invece, quando producevano le loro opere avessero in mente il contadino o il pastore del paesino di montagna.

L’arte del Rinascimento aveva un carattere elitario maggiore di quella di oggi. Aveva anche una funzione diversa, quindi è vero che molti dei capolavori nascevano con lo scopo di essere mostrati a un numero grandissimo di persone. Ricordiamoci però che il numero grandissimo di persone che aveva accesso a queste opere è pur sempre infimo rispetto a quelli che hanno accesso all’arte ai giorni nostri, per due semplici motivi:

  1. Non esistevano i musei e la stragrande maggioranza delle opere erano create su ordinazione di un committente che le custodiva nel proprio palazzo dove solo pochissimi nobili avevano il privilegio di entrare. Solo oggi è concesso a tutti di ammirare le bellissime Madonne di Giovanni Bellini in un museo. Un tempo esse erano perlopiù custodite nelle cappelle private di aristocratiche famiglie, quindi ben lontane dagli occhi del popolo.
  2. Anche le opere create per glorificare la potenza di un signore o di una città o per educare le masse (si pensi ai capolavori delle chiese barocche), erano comunque viste da una stretta cerchia di persone. Ai tempi non esisteva il turismo (e tanto meno la stampa come la conosciamo oggi), solo gli abitanti delle più importanti città avevano quindi accesso a queste bellezze. Ma non credere che il contadino lasciasse su due piedi il suo lavoro nei campi per andare ad ammirare i capolavori di Michelangelo o Raffaello.

Inoltre dietro all’apparente semplicità dei dipinti Rinascimentali, si celano una serie di allegorie e significati nascosti che solo una stretta cerchia di intellettuali allora riusciva a comprendere e che, anche oggi, rimangono indecifrabili ai più.

Opere di Joseph Kosuth e Sandro Botticelli a confronto

 7. L’arte è ispirazione

Fare l’artista è un mestiere come altri. Sì, bisogna avere determinate capacità e possedere una specifica forma mentis, ma anche il dottore o lo sportivo o lo psicologo devono avere determinate capacità e possedere una specifica forma mentis per diventare dei professionisti nel loro settore.

Fare arte è prima di tutto una questione di preparazione e di conoscenza. Per diventare artista bisogna studiare, esercitarsi e innanzitutto conoscere quello che c’è stato prima. Dopodiché quello che rimane è lavoro e ancora lavoro.

L’ispirazione è una piccolissima parte del percorso.

Ernest Hemingway diceva che le sue opere erano solo per  il 5% ispirazione, il resto era sudore e fatica (non sono sicuro che le percentuali siano precisissime ma il senso è quello).

È sempre stato così e, al contrario di quello che comunemente si crede, in arte la componente razionale è importantissima. Esiste la diffusa e errata convinzione che gli artisti rinascimentali realizzassero i loro capolavori rapiti da una sorta di estasi e di ispirazione religiosa, quasi divina. Assolutamente falso.

Dietro ad ogni capolavoro del passato c’è un artista e un committente. Spesso quest’ultimo decideva a priori il soggetto principale, il numero di personaggi e i colori da utilizzare. Poi ovviamente l’artista ci metteva del suo.

Se i consoli dell’Arte della Lana e gli Operai del Duomo di Firenze non avessero commissionato il David a Michelangelo, quel capolavoro non sarebbe mai nato. Se Francesco del Giocondo non avesse commissionato il ritratto di sua moglie Lisa Gherardini, Leonardo non avrebbe mai realizzato il dipinto più famoso della storia, la Monna Lisa oggi al Louvre.

Che un pittore del ‘500 si svegliasse nel mezzo della notte colto dall’ispirazione per dipingere una Madonna e due angioletti di sua spontanea iniziativa è una cosa alquanto improbabile.

La committenza, almeno fino a quando è esistita (quindi più o meno fino alla Rivoluzione Francese), ha avuto un ruolo decisamente più importante nella storia dell’arte rispetto all’ispirazione. Si può forse anche affermare che gli artisti contemporanei, spesso tanto bistrattati nel confronto con gli antichi, in quanto a ispirazione, non avendo più nessuno che indichi loro cosa fare, li battano di gran lunga.

8. L’arte deve emozionare, l’arte è emozione

Questo è sicuramente il luogo comune più duro da abbattere, anche perché è vivo persino tra chi dice di amare pittura, scultura e tutte le sue sorelle. Oltre a essere difficile da frantumare, è, a mio parere, un altro di quelli più dannosi per l’arte.

L’arte non è emozione, o meglio, emozionare non è la sua funzione primaria e principale. L’arte è innanzitutto pensiero. Poi può anche arrivare l’emozione, ma non necessariamente. Mentre per essere considerata un’opera d’arte, qualsiasi creazione di un artista deve contenere del pensiero, il fatto di emozionare non è una condicio sine qua non per cui si decreta lo statuto artistico di un’opera.

So benissimo che su questo punto scatenerò le ire di molti, per cui mi fermo qui e scriverò un intero articolo a riguardo (l’ho poi scritto, se ti interessa lo trovi a questo link: Arte ed emozione: come sprecare un’ottima occasione davanti a un quadro).

Ti lascio con una piccola riflessione: sii sincero con te stesso, quale emozione ti suscita la Gioconda di Leonardo o il ritratto qui sotto di Picasso, oppure un’opera di Mondrian o di Malevic?

La Gioconda di Leonardo Da Vinci, un ritratto di Pablo Picasso, un'opera di Piet Mondrian e una di Kazimir Malevich

Non sono da considerare opere d’arte queste e artisti i loro autori?

9. Lo potevo fare anch’io

Chiudiamo con il più comune dei luoghi comuni (scusate il gioco di parole), Francesco Bonami lo ha anche utilizzato come titolo di un suo libro (Lo potevo fare anch’io, appunto).

Tecnicamente ci sono tante opere che avresti potuto fare tu o avrei potuto fare io. Già, tecnicamente forse, ma abbiamo visto nel punto 2 come la tecnica non conti più tanto e come abbia perso la sua importanza a discapito dell’idea.

E l’idea l’ha avuta qualcuno prima di noi, quindi, non ci resta che esprimere la nostra opinione e pensare a qualcos’altro.

Queste due opere, per esempio, le avresti potute fare anche tu?

Quadro di Cy Twombly e opera di Marcel Duchamp

Forse con questo articolo ho tolto un po’ dello spirito sentimentale che ruota intorno all’arte e che avvolge questo mondo del suo alone di mistero e romanticismo. Non è di certo mia intenzione far diventare l’arte una scienza esatta pari alla matematica e alla geometria, anche se ti ricordo che i grandi del Rinascimento, a partire da Leonardo e Piero della Francesca, erano prima di tutto scienziati e matematici e poi anche magnifici artisti.

Lo scopo di questo articolo è quello di invogliare le persone ad avvicinarsi all’arte, soprattutto contemporanea, con spirito critico e con una mentalità più aperta, senza farsi influenzare da credenze e luoghi comuni che non fanno altro che tenerci in uno stato di sonno, impedendoci di pensare.

La prima funzione dell’arte è sempre stata questa: stimolare il ragionamento, aiutare a coltivare idee proprie e a costruire un personale pensiero critico. Questo è ciò che oggi forse fa paura a chi vuole scegliere per noi, a chi vuole prendere decisioni per tutti, come per esempio quella di stabilire se una guerra è giusta oppure sbagliata.

L’arte, come il pensiero e la conoscenza, rende liberi e questo è forse ciò di cui più abbiamo bisogno in questo periodo.

Tu riconosci qualcuno di questi luoghi comuni sull’arte? Te ne vengono in mente altri? Raccontaceli nei commenti qui sotto.

Caravaggio: 4 luoghi comuni da sfatare

Caravaggio è il pittore dell’antichità più amato ai giorni nostri, questo è ormai un dato di fatto assoluto. Oggi ha superato nei gusti della maggioranza delle persone persino Michelangelo Buonarroti, il pittore classico che ha sempre occupato il primo posto nel cuore degli appassionati d’arte e non solo.

E quando dico da sempre intendo proprio da sempre. Il lavoro del “Divino”, infatti, è stato ammirato e osannato dal ‘500 fino ai giorni nostri, senza alcuna pausa. Non che egli non abbia mai ricevuto alcuna critica, tutt’altro. Nel mondo dell’arte chiunque devii dalla strada conosciuta per presentare ed esprimersi con un nuovo linguaggio all’inizio andrà incontro alla diffidenza e alle critiche di detrattori che difenderanno a spada tratta il vecchio, semplicemente perché il nuovo ne abbatte le sicurezza e nell’arte, come nella vita, questo fa sempre un po’ paura.

Vuoi un esempio? I nudi del Giudizio Universale, giudicati scempi da molti, e la Pietà di San Pietro, opera giovanile dello scultore, criticata da alcuni in quanto la Madonna, madre del Cristo, è più giovane del figlio stesso.

Dettaglio del volto della Madonna e del Cristo della Pietà di Michelangelo BuonarrotiAspetto concettuale questo dell’opera di Michelangelo (perché l’arte è tutta concettuale, anche quella antica, ma questo è un altro discorso) in quanto secondo l’artista “La castità, la santità e l’incorruzione preservano la giovinezza”.

Ma torniamo a Caravaggio. Egli a differenza del “Divino”, non è stato sempre amato. Dagli inizi del ‘600, quando riceve le sue prime grandi commissioni a Roma, la sua fama ha avuto una crescita esponenziale che ha dell’incredibile. Il suo nome è sulla bocca di tutti tanto che giungono alla Città Santa pittori da tutta Europa per vedere con i loro occhi la rivoluzione messa in atto da questo artista lombardo. E la sua fama, come i suoi epigoni, continuano a crescere per circa una trentennio dopo la sua morte.

Poi tutto a un tratto il suo nome scompare: dal 1670 circa, Caravaggio è completamente dimenticato. Cosa è successo? L’arte è legata indissolubilmente alla storia e in quel periodo la società stava cambiando. La Riforma prima e la Controriforma poi, modificano il modo di pensare la vita e la religione. La Chiesa ha bisogno di un’arte diversa, di un’arte che esalti la casa di Dio, che attiri i fedeli, non che li spaventi e che mostri loro i mali del mondo.

I quadri di Caravaggio invece presentano la povertà, la sofferenza, la malattia, la morte, la parte negativa della società, temi che l’arte aveva da sempre evitato. Al Merisi interessa il male della realtà, non quello dell’idea, non il male visto dal punto di vista allegorico. Lui guarda il mondo senza pregiudizi, senza nascondere l’ipocrisia, la finzione. Ma questo allora non andava bene e Caravaggio sparì dalla storia per quasi quattro secoli fino a quando Roberto Longhi nella prima metà del ‘900 lo riscoprì.

Vita di Caravaggio: mito e tanti luoghi comuni

Prima della riscoperta artistica di Caravaggio da parte del Longhi, il pittore lombardo era noto e studiato più per la sua vita maledetta che per la sua arte. Basti pensare che il primo libro sul Caravaggio moderno è intitolato “Un pittore criminale: il Caravaggio. Ricostruzione psicologica e la nova critica d’arte” (Mariano Luigi Patrizi). A dir la verità, anche dopo Longhi, la leggenda della vita di questo genio dell’arte ha sempre fatto molta presa sul grande pubblico ed è stata alimentata da film e libri troppo spesso romanzati. Ma non tutto quello che viene raccontato è poi così vero. Il professore Alessandro Barbero, in una puntata de “Il Tempo e la Storia” (lascio il link a fine articolo), ha messo da parte la lettura romantica della vita di Caravaggio e ha cercato di guardarla con l’occhio dello storico quale egli è, quindi leggendola come la vita di un uomo del ‘600. In questo modo ha sfatato subito almeno 4 luoghi comuni molto cari alla maggior parte dei fan di questo artista:

  1. Caravaggio non era un reietto né un rifiutato.

    Oggi artisti come Damien Hirst o Jeff Koons sono accusati di usare l’arte per provocare, per far parlare di sé e La Morte della Vergine di Caravaggiosappiamo benissimo che quando un artista fa scandalo e provoca polemiche vuol dire che è arrivato al massimo del successo. Chissà perché quando invece si parla di Caravaggio le cose cambiano. Si crede che quando gli alti prelati rifiutarono le tele a lui commissionate perché aveva utilizzato modelli presi dalla vita vera (come per esempio una prostituta per rappresentare la Madonna) egli sia diventato il classico genio maledetto e incompreso. Idea completamente falsa: anche all’epoca fare scandalo portava al successo un artista e Caravaggio non ha avuto nemmeno il tempo per disperarsi di alcun rifiuto perché i quadri non accettati dai committenti venivano immediatamente acquistati  da qualcun altro. Anche ai tempi far parlare di sé era importante per il successo e la nobiltà romana faceva a gare per accaparrarsi le opere di questo artista tanto chiacchierato. Basta pensare che quando giunge a Roma le tele di questo giovane pittore valgono dai 5 agli 8 scudi. Con il tempo le sue quotazioni salgono velocemente a 150 scudi per superare nell’ultimo periodo della sua esistenza i 400 scudi (somma sufficiente a garantire per 6 anni un adeguato tenore di vita per una famiglia nobile).

  2. Caravaggio come artista era un genio, come assassino un dilettante.

    Ricordi “I promessi sposi”? Certo che te lo ricordi, è uno dei libri più importanti della nostra letteratura, I bravi fermano Don Abbondiosicuramente il più conosciuto, e, volenti o nolenti, tutti in un certo periodo della nostra vita abbiamo avuto a che fare con questo romanzo. Bene, questa storia è ambientata più o meno all’epoca di Caravaggio quindi possiamo fare qualche paragone. Se vi ricordate bene, personaggi come Don Rodrigo e i suoi protetti, potevano fare un po’ il bello e il cattivo tempo senza preoccuparsi poi più di tanto tanto delle conseguenze: girare armati, bere, fare a botte, minacciare, uccidere. All’epoca gli omicidi erano all’ordine del giorno quindi non dobbiamo stupirci quando sentiamo che Caravaggio ha ucciso un uomo: la gente del ‘600 aveva un rapporto diverso con la violenza rispetto a quello che abbiamo noi. L’idea del grande artista tormentato e maledetto con un piede nell’abisso e un altro in cielo è un’idea romantica, non della sua epoca. Ai tempi la prendevano in un altro modo. Nel ‘600 c’era un forte senso dell’onore e per gente agiata che conosce Papi e cardinali, alzare il gomito, finire in qualche rissa, pugnalare avversari e poi farla franca a discapito dei poveracci è un fatto normalissimo e le cose rimarranno così per molti anni ancora. Celebre ed esemplificativa questa scena de “Il Marchese del Grillo” con Alberto Sordi:

  1. La condanna a morte pesava sulla testa del Caravaggio come un ma… nto di piume.

Caravaggio dopo l’omicidio fu condannato al bando capitale: chiunque poteva arrestarlo e mandare la sua testa a Roma per riscuotere la taglia. Una pena severissima, in apparenza… In pratica era solo una formalità scritta. La società del ‘600 era una società clientelare: Tizio proteggeva Caio, Caio proteggeva Sempronio e così via. Il bando capitale era una condanna in cui la giustizia faceva la voce grossa ma poi non voleva pestare i piedi a nessuno. È come se volesse dire: “Tu sparisci dalla circolazione per un po’ e poi vediamo se le cose si mettono a posto.” E subito si comincia a tramare, a vedere chi può metterci una buona parola, se pagando qualcosa si può avere uno sconto e così via (insomma la Roma di allora non era tanto diversa dalla Roma di oggi). Caravaggio col suo caratteraccio si è fatto tanti nemici, è vero, ma ha anche tanti amici potenti, disposti a tutto pur di aiutarlo.

  1. La vita di Caravaggio non è stata poi tutta un tormento.

    Dopo la condanna Caravaggio scappa da Roma, trovando rifugio prima nel Principato di Paliano, poi a Napoli, Malta e poi di nuovo San Francesco di CaravaggioNapoli. La maggior parte dei racconti ci descrive un uomo in fuga disperato e tormentato. Lasciamo da parte il filone romanzesco che piace tanto e cerchiamo di capire come ha davvero vissuto il Merisi in quei giorni. Caravaggio era ospite dei principi Colonna, una delle più importanti e influenti famiglie dell’epoca. Giunto nel capoluogo partenopeo poi, si guadagna ben presto la stima di un altro ammiratore non da poco, il vice re di Napoli l’uomo più potente della penisola dopo il papa. È abbastanza difficile quindi pensare a un Caravaggio disperato e che nello stesso tempo viveva nel lusso di suntuosi palazzi con personaggi di questo calibro che gli dicevano: “Tu dipingi, per il resto non ti preoccupare che ci pensiamo noi a mettere una buona parola, non corri nessun rischio.” Anche il fatto che dipingesse tutte quelle teste decapitate perché nel colmo del tormento rivedeva se stesso in quei soggetti è un po’ una forzatura: un fondo di verità c’è, ovviamente, ma ricordiamoci che nell’antichità gli artisti non dipingevano ciò che volevano ma ciò che veniva loro commissionato. Quei soggetti quindi gli venivano richiesti come gli venivano richiesti i molti San Francesco che ha dipinto ma su cui non si è fatta nessuna congettura.

Ciò che conta è l’arte.

Con questo non si vuole certo dire che Caravaggio non sia un personaggio complesso, tutt’altro. Ma ciò che lo Decollazione di San Giovanni Battista di Caravaggio del 1608.caratterizza e lo differenzia dagli uomini del suo tempo è il suo genio, non il suo carattere irascibile e la sua vita estrema. Sono le sue opere che lo hanno reso grande, il senso di profonda conoscenza dell’animo umano, nel bene come nel male, che esse emanano. Ricorderò sempre quando a diciotto anni, scendendo nell’oratorio della Concattedrale di San Giovanni de La Valletta a Malta, mi trovai di fronte alla Decollazione di San Giovanni Battista di Caravaggio. Quello che provai davanti a quel quadro non l’ho più provato di fronte a nessun’altra opera d’arte.

Per un interessante confronto tra Caravaggio e Michelangelo vi consiglio l’articolo a questo link.

Per un approfondimento sulla vita di Caravaggio invece potete dare un’occhiata qui.

Qui trovate la puntata di “Il Tempo e la Storia”: link

Arte di successo: questione di talento e di Personal Branding

Oggi si accusano artisti contemporanei di aver fondato il proprio successo più sulla capacità di far parlar di sé, piuttosto che sulla forza della loro arte. L’utilizzo da parte loro di alcune delle cosiddette strategie di personal branding, se non addirittura di marketing vero e proprio, infastidiscono i benpensanti e fanno gridare allo scandalo.

Io, che dal mondo della comunicazione arrivo, ho un’opinione chiara e precisa: il marketing e le sue tecniche funzionano solamente se sono al servizio di un prodotto valido. Al contrario se non esiste sostanza, queste strategie contribuiscono solamente a far venire allo scoperto più velocemente le debolezze di ciò che pubblicizzano.

Per l’arte è la stessa cosa: un artista può utilizzare tutta la sua capacità di fare personal branding ma se la sua opera non esprime contenuti di valore, verrà fuori in pochissimo tempo tutta la sua mediocrità.

Detto questo mi sembra chiaro che nessun imbrattatele potrà mai raggiungere il successo solo per la sua capacità di creare relazioni e di far parlare di sé ed è altrettanto vero che nessun genio o fenomeno del pennello raggiungerà mai la fama meritata se se ne starà tutto il giorno chiuso nel suo studio a creare senza mai impegnarsi per far conoscere la sua opera.

Proprio in questi giorni è uscito nelle sale cinematografiche “Big Eyes”, un film diretto da Tim Burton indicativo rispetto a questo tema.

“Big Eyes”: saper dipingere non basta

Locandina del film "Big Eyes" di Tim BurtonIl film è tratto da una storia vera. Ne riassumo qui le vicende senza entrare nei particolari per non rovinare la sorpresa a chi volesse andare a vederlo e perché a me interessa soprattutto per trarne spunto per alcune riflessioni.

Siamo nell’America della fine degli anni ’50 inizio anni ’60: gli Stati Uniti sono appena usciti vincitrici dalla grande guerra e sono un paese un po’ spensierato e un po’ bigotto. Margaret Ulbrich scappa dal marito con il quale era diventato impossibile vivere e si traferisce a San Francisco portando con sé la figlia Jane. Ora, in quegli anni non era un avvenimento di tutti i giorni che una donna lasciasse il nido famigliare e da sola si prendesse cura di se stessa e della figlia, quindi è facile immaginare la difficoltà nel trovare un’occupazione.

Soluzione? Fare ciò che sapeva fare meglio: dipingere e vendere i suoi quadri per strada. A questo punto, se fosse un romanzo di fantasia, sarebbe passato davanti alla sua bancarella un grande curatore o un direttore di museo, sarebbe rimasto affascinato dal talento e dalla bellezza della giovane donna, l’avrebbe sposata e portata al successo e tutti sarebbero vissuti felici e contenti, bla bla bla… boooriiiing!

Per fortuna invece si tratta di una storia vera, le cose non andarono poi così lisce e la vicenda è per questo molto più interessante.

Ad avvicinarsi e ad accorgersi del talento della donna è Walter Keane un agente immobiliare, artista di strada della domenica che ama dipingere scialbe vedute di Parigi, mentre i quadri di Margaret hanno come soggetto principale espressive (e devo dire a volte inquietanti) bambine dai grandi occhioni tondi e sproporzionati rispetto al resto della figura. Significato: gli occhi sono lo specchio dell’anima e sono la parte del corpo che meglio caratterizza una persona.

Un dipinto di Margaret Keane raffigurante una bimba che piangeI due cominciano a frequentarsi e quando l’ex marito di Margaret pretende che le venga assegnata la figlia, l’intraprendente Walter propone alla donna di sposarlo. Qui inizia la parte che interessa a noi. Walter è affascinato dalla pittura della novella mogliettina e fa di tutto per esporre i suoi quadri in affermate gallerie della città, ma non è proprio il periodo migliore per l’arte figurativa, è l’arte astratta dei vari Pollock, Rothko, Sam Francis che va per la maggiore in quegli anni.

Ma Walter non si arrende, è un venditore nato: raggiunge un accordo con Enrico Balducci, il proprietario di un famoso locale della zona. I suoi quadri e quelli della moglie sono sì esposti ma nel corridoio che porta ai bagni. Da qui nasce una controversia nel bel mezzo di una serata, prima verbale poi anche fisica durante la quale Keane scaraventa una tela sulla testa del Balducci. La storia fa scalpore, le foto vanno sulle prime pagine dei giornali e indovinate cosa succede… Più gente nel locale, dipinti più in vista, opere finalmente vendute.

Ecco la prima riflessione su cui porre l’accento: le opere di Margaret erano belle anche prima di finire sulle prime pagine dei giornali ma c’è voluto che qualcuno ne parlasse per far sì che anche il grande pubblico le apprezzasse e avesse il coraggio di comprarle. In questo caso l’evento scatenante è stato un po’ fortuito e anche comico ma comunque efficace, tant’è vero che sia Walter che Balducci ci marceranno sopra e continueranno a simulare finti litigi per cavalcare l’onda e far parlare dei dipinti come del locale.

Ad ognuno il suo lavoro

A questo punto il primo passo è fatto, l’interesse verso i quadri è nato. Walter si accorge però ben presto che i dipinti della moglie attirano maggiormente l’attenzione del pubblico rispetto alle sue vedute parigine e, approfittando del fatto che sono entrambi firmati solamente con il cognome acquisito “Keane”, si appropria della paternità, in un primo momento all’insaputa di Margaret.

Una scena tratta dal film "Big Eyes" di Tim BurtonGrazie alla sua spigliatezza Walter riesce a far crescere la popolarità (e i prezzi) dei quadri dipinti dalla moglie facendoli sempre passare come sue opere, conclude affari importanti, dona dipinti a personaggi illustri e si fa immortalare con loro (insomma fa personal branding). Una scena importante del film è quando un importante collezionista, Dino Olivetti, rampollo della famosa famiglia industriale italiana, si innamora di una delle bambine dipinte da Margaret. L’impacciata donna, dopo un attimo di esitazione, si fa anticipare dal marito ed è lui che tesse la relazione con il giovane collezionista. Da quel momento in poi il gioco diventa sempre più grosso e Margaret, ormai dentro fino al collo nell’operazione fraudolenta, ha sempre più rimorsi di coscienza. Intanto i soldi arrivano a fiumi, gli affari si fanno sempre più grossi e Walter crea una “Factory” stile Andy Warhol mentre la moglie continua a dipingere e sfornare quadri da immettere nel mercato di nascosto persino dalla figlia. Non voglio rovinarvi il finale del film quindi se vi interessa andate al cinema oppure cercate su Wikipedia l’intera storia.

Il punto a cui volevo arrivare è questo: se si è interessati al successo, non basta essere grandi artisti, bisogna anche sapersi vendere. Questo vale nel campo dell’arte come in tutte le professioni e vale oggi come valeva 500 anni fa. Se Caravaggio fosse rimasto a vivere in un paesino in provincia di Bergamo e non fosse partito per Roma, dove nel ‘600 si trovava il più grande dei committenti di allora, la Chiesa, sicuramente non avrebbe avuto tutto il successo e i seguaci che invece ha avuto.

Puoi essere il miglior architetto del mondo ma se ti limiti a costruire palazzi a Rescaldina e non ti confronti con committenze più importanti in grandi città, difficilmente verrai riconosciuto. Se Lionel Messi fosse rimasto a giocare nei campi di terra in Argentina e non avesse lasciato casa e famiglia per trasferirsi a Barcellona, adesso sarebbe comunque un fenomeno ma non avrebbe mai vinto tre (o quattro?) palloni d’oro e sarebbe rimasto sconosciuto ai più.

Margaret era impacciata, timida, poco propensa a instaurare relazioni e a elogiare il suo lavoro. Walter al contrario aveva tutte le caratteristiche che mancavano alla moglie: fascino, intraprendenza e una grossissima faccia tosta. I due si completavano e se il signor Keane fosse stato onesto e si fosse limitato a fare ciò che gli riusciva meglio (promuovere, vendere, creare contatti e fare affari) senza appropriarsi della paternità delle opere, la storia si sarebbe conclusa nel migliore dei modi per tutti i personaggi.

Disegno di una compravendita di un quadroCi sono artisti che non si trovano a loro agio davanti ai riflettori, mentre ce ne sono altri che probabilmente sono più bravi a promuoversi che a dipingere. Il pittore che non si sa vendere, deve almeno sforzarsi di instaurare buoni rapporti con galleristi che sanno fare il loro mestiere. Ad ognuno il suo lavoro: l’artista fa i quadri, il gallerista li vende. Ma anche l’artista più introverso deve tirare fuori ogni tanto la testa dallo studio per parlare con critici, curatori, collezionisti e magari anche con colleghi, è inevitabile. Il mondo dell’arte è un sistema fatto di relazioni e chi è più bravo a tesserle ha più successo di chi non lo è. È probabile che un buon artista capace di promuovere il suo lavoro raggiungerà una fama maggiore di un fenomeno incapace di comunicare.

Poi arriva la storia e davanti a lei si tirano i conti e tutto si sistema. Ma per quello ci vuole tempo, bisogna saper aspettare e non tutti sono così fortunati da arrivare a vedere la propria fama crescere in vita.

Ritrovata la Maddalena di Caravaggio

Una grande notizia scuote il mondo dell’arte e questa volta non si tratta né di un’aggiudicazione milionaria tanto meno di un nuovo record d’asta. Balzata da Repubblica alle prime pagine di molti altri giornali, finalmente una bella storia che ha ridato vita e sta facendo crescere l’eccitazione fra gli addetti ai lavori: è stata ritrovata la Maddalena di Caravaggio. Una bella storia che ha tre protagonisti e tante comparse.

Il principio della storia

Dopo una vita travagliata, segnata da molti successi ma anche da enormi eccessi che l’hanno costretto a fuggire in lungo e largo per il sud Italia, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio si era stabilito a Napoli dove abitava presso la marchesa Costanza Colonna. È da qui che ricevuta la notizia dell’imminente perdono di Papa Paolo V si mette in viaggio per Porto Ercole, piccola cittadina fuori dal dominio pontificio, dove avrebbe aspettato la grazia papale. È noto come le cose sono poi andate finire: fermato e fatto sbarcare per accertamenti a Palo di Ladispoli, la feluca sulla quale viaggiava ripartì senza di lui e il pittore, messosi in cammino per raggiungerla nel tentativo di recuperare il suo prezioso bagaglio, si ammalò di febbre alta e morì dopo tre giorni di agonia. Ma cosa contenevano di tanto importante le casse del Merisi rimaste sull’imbarcazione da spingere l’artista, già non in ottima salute, a incamminarsi per un viaggio così lungo e tortuoso? È qui che entra in gioco il secondo protagonista.

Un pegno da pagare in cambio della libertà

Cardinal Scipione Borghese - ritratto di Ottavio LeoniCaravaggio durante tutta la sua vita aveva allacciato e creato una rete di contatti che, oltre ad offrirgli e procurargli commissioni, più volte lo aveva tirato fuori dai guai passando spesso anche al di sopra della legge. Personaggi potenti dunque, che non sempre concedevano i propri favori a titolo gratuito. Uno di questi fu il cardinale Scipione Borghese, nipote di Paolo V. Senza soffermarci sulla sua fama di uomo dalla cultura mediocre e di collezionista vorace e senza scrupoli, sappiamo che nel gennaio 1610 ricevette le cariche di Gran Penitenziere e di Prefetto della Segnatura di grazie e giustizia: niente di più utile per il fuggiasco Caravaggio. Chissà come, poco tempo dopo questa investitura la grazia al Merisi arrivò davvero. Ovviamente per uomini di tale calibro tutto ha un prezzo e il cardinale, in cambio della definitiva libertà, chiese all’artista delle opere che sarebbero andata a rinfoltire la sua già enorme collezione. Era questo dunque l’unico bagaglio che il pittore portava con sé in quel suo ultimo viaggio. Niente di più prezioso per lui in quanto erano garanti della sua stessa vita. “Doi San Giovanni e la Maddalena” scrive Diodato Gentile, vescovo di Caserta e Nunzio Apostolico del Regno di Napoli, a Scipione Borghese annunciandogli anche la morte dell’artista. I tre quadri tornano a Napoli in custodia di Costanza Colonna che ha il compito di fare arrivare le tele a Borghese. Secondo gli storici, solo il San Giovanni esposto alla Galleria Borghese arriverà a destinazione. Dell’altro San Giovanni si perdono le tracce. Per capire che fine abbia fatto “La Maddalena” invece, abbiamo bisogno della terza protagonista di questa storia.

Una vita per Caravaggio

Mina Gregori è una giovane appassionata d’arte che intorno alla seconda metà del ‘900 decise di iscriversi all’Università di Bologna. Docente di Storia dell’arte dell’istituto emiliano era un giovane e rampante critico che stava rivoluzionando il modo di approcciarsi all’arte, Roberto Longhi, e che proprio in quegli anni stava mettendo in Mina Gregori, massima esperta di Caravaggioatto la storica riscoperta di un artista dimenticato dai suoi predecessori per quasi quattro secoli: Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.
La giovane Mina si appassionerà agli studi del professore, lo affiancherà e assisterà carpendone tutti i metodi di lavoro, fino a succedergli alla cattedra dell’Università di Firenze e a diventare presidente della Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi del capoluogo toscano. Una vita intera spesa intorno a Caravaggio e alla ricerca delle opere.
Quando Mina Gregori si è ritrovata davanti agli occhi la Maddalena in estasi di Caravaggio, ha detto solo: “Finalmente, è lei!“.

Il ritrovamento di un capolavoro

Esistono sparsi per il mondo almeno otto esemplari della Maddalena del Merisi, ma uno solo è quello autentico e si trova in una collezione europea di cui nessuno conosce il nome. La massima studiosa di Caravaggio è sicura: “L’incarnato del corpo di toni variati, l’intensità del volto. I polsi forti e le mani di toni lividi con mirabili variazioni di colore e di luce e con l’ombra che oscura la metà delle dita sono gli aspetti più interessanti e intensi del dipinto. È Caravaggio“.
Dietro alla tela è stato poi ritrovato un indizio fondamentale per l’attribuzione, un foglietto con grafia seicentesca che recita: “Madalena reversa di Caravaggio a Chiaia ivi da servare pel beneficio del Cardinale Borghese di Roma“. E in effetti La Maddalena in estasi “autografa” da Napoli deve essere passata a Roma, c’è un timbro di ceralacca della dogana di terra della città papale, in uso soltanto dalla fine del Seicento, apposto sulla tela che lo testimonia. Poi di lui si perdono le tracce. Finisce chissà come in una collezione di una famiglia europea e lì rimane passando di generazione in generazione, fino a quando qualcuno degli eredi, capendo di poter avere tra le mani un autentico Caravaggio, contatta la massima autorità del campo. Dopo il Martirio di Sant’Orsola, che la Gregori riconobbe e assegnò al Merisi già nel 1973, un’altra enorme soddisfazione per la studiosa che dichiara: “È solo nelle collezioni private che si possono scoprire ancora i veri capolavori. Non sul mercato. Questa famiglia, al momento, non vuole pubblicità. Temono i furti, è ovvio. Non credo abbiano intenzione di vendere, non sono nemmeno grandi collezionisti. Avevano un’idea sull’autore dell’opera. Speravano che fosse Caravaggio, certo, ma non avevano nemmeno decifrato la scritta seicentesca.

Un segno di speranza per il futuro

Adesso tutti sperano di poter vedere il dipinto ritrovato in una mostra, ma ovviamente bisogna aspettare il beneplacito dei proprietari. Questo ritrovamento è sicuramente una fonte di incoraggiamento per tutti quegli storici dell’arte che spendono i loro giorni alla ricerca di opere dei grandi maestri anche se con gli anni i ritrovamenti importanti si sono fatti sempre più rari.
Chissà mai se prima o poi si riuscirà a scovare un’opera di Caravaggio degli esordi, dipinta in Lombardia. L’artista nato nel 1571 ha infatti effettuato tutto il suo apprendistato fra la Lombardia e il Veneto prima di trasferirsi a Roma intorno alla metà degli anni novanta del ‘500. Qualche sua opera giovanile deve pura averla lasciata nella sua terra d’origine visto che nella capitale arrivò già da maestro provato. Eppure fino ad adesso nessun suo dipinto e stato trovato nel nord Italia. Un altro dei tanti misteri che circonda l’artista del passato più famoso e amato ai giorni nostri.

Maddalena in estasi - Caravaggio

 

I due Michelangelo: Buonarroti e Merisi da Caravaggio

Quando si parla di Michelangelo, ci si riferisce inequivocabilmente e senza ombra di dubbio al Buonarroti. Come sottolineato da Vittorio Sgarbi durante una conferenza in occasione di una mostra da lui curata, tutti i più grandi artisti nella storia dell’arte sono conosciuti con il solo nome di Battesimo. Pensate a Giotto, Leonardo, Tiziano, Raffaello, Dante, ecc. Trasformati in brand, il cognome non serve più, diventa inutile. Di Giotto ce n’è uno solo come c’è un solo Leonardo e un solo Raffaello.

Per quanto riguarda Michelangelo, le cose sono un pochino diverse. Nella storia dell’arte, infatti, i Michelangelo veramente grandi sono due: il Buonarroti e il Merisi. Quando quest’ultimo nacque, però, il posto di Michelangelo era già occupato dal “Divino” e, non potendosi chiamare Michelangelo II, il Merisi dovette ripiegare sul soprannome derivato dal suo paese: Caravaggio. Un modo per dire: “Attenzione, anch’io sono un grande, anch’io sono un brand!
È forse da questo episodio che nasce la competizione del più giovane nei confronti del più vecchio.

Quando Caravaggio giunge a Roma nel 1592, Michelangelo era morto da circa trent’anni e gli artisti che avevano successo e si accaparravano tutte le commissioni pubbliche o private, erano i suoi epigoni, quelli che in un modo o nell’atro ne imitavano lo stile, i così detti manieristi: proprio quelli che il Caravaggio contrasterà con la sua pittura portando un’ondata di novità e aria fresca nella capitale. L’arte del Merisi era, infatti, radicalmente antitetica rispetto a quella del maestro del Rinascimento. L’una, quella di quest’ultimo, è la pittura delle idee, l’altra, quella del giovane lombardo, è la pittura della realtà. Il primo dipinge personaggi che sono statue, che hanno tutta la bellezza e la fierezza degli dei, l’altro usa come modelli gente del popolo, della strada, poveracci, accattoni e prostitute. Il primo si concentra sul disegno per poi arricchire il tutto con il colore, che rimane comunque elemento secondario. Il secondo attraverso il colore costruisce tutta la scena, nascondendone gran parte nell’ombra per poi illuminare con un raggio di luce che squarcia il buio solo il dettaglio più significativo. Due modi completamente diversi di intendere l’arte e la vita stessa.

Eppure, nonostante le apparenze, il Caravaggio deve molto al suo predecessore. In tutta l’arte del Merisi si possono trovare riferimenti alla pittura di Michelangelo. Quante volte Caravaggio deve aver fatto visita alla Cappella Sistina per studiare e copiare quei magnifici corpi scolpiti col pennello sulle pareti. Caravaggio si è poi ricordato di queste figure talmente belle da essergli rimaste impresse nella mente e ne ha riportate alcune nei suoi dipinti, in una sorta di duello a distanza e allo stesso tempo di grande ammirazione e reverenza per il maestro.

Antonio Paolucci, storico dell’arte nonché direttore dei Musei Vaticani, durante un’interessantissima puntata della serie Rai “Lezioni d’arte” ha illustrato magistralmente alcuni di questi parallelismi. Qui sotto ci sono le immagini che mettono a confronto le opere dei due maestri. Come si può osservare, non è la maniera, lo stile, ciò da cui Caravaggio prende spunto da Michelangelo. Egli non fa altro che compiere una sorta di “citazione” riprendendo alcune delle più famose figure del Buonarroti nei suoi dipinti.

"Deposizione" di Caravaggio e "Pietà" di Michelangelo Deposizione di Caravaggio e Pietà di Michelangelo

La posizione del Cristo della tela del Merisi riprende quella della scultura marmorea conservata nella Basilica di San Pietro del Buonarroti.

Crocifissione di San Pietro di Caravaggio e di Michelangelo

Crocifissione di San Pietro di Caravaggio e di Michelangelo

Evidente anche in questo caso la ripresa della posizione del santo crocifisso con la testa rialzata rispetto all’asse della croce.

Amor Vincit Omnia di Caravaggio e San Bartolomeo (particolare Giudizio Universale) di Michelangelo

Amor Vincit Omnia di Caravaggio e il San Bartolomeo, particolare del Giudizio Universale, di Michelangelo

San Giovanni Battista di Caravaggio e un Ignudo della Cappella Sistina di Michelangelo

San Giovanni Battista di Caravaggio e un Ignudo della Cappella Sistina di Michelangelo

Vocazione di San Matteo di Caravaggio e Creazione di Adamo di Michelangelo

La mano di Cristo nella Vocazione di San Matteo di Caravaggio e quella di Adamo nella Creazione di Adamo di Michelangelo

Per chiunque voglia approfondire il tema consiglio la visione integrale della lezione del Paolucci da cui ho preso spunto per affrontare l’argomento, che potete trovare a questo link: La storia dell’arte – I due Michelangelo: Buonarroti e Merisi da Caravaggio.

Se invece siete curiosi di sapere quali siano i maestri e i punti di riferimento da cui Michelangelo ha ripreso forme e figure, potete leggere l’articolo Michelangelo Buonarroti, storia di un “plagio” d’autore.