Treasures from the wreck of the unbelievable: una storia al museo

Mettiamo subito in chiaro una cosa, gli artisti hanno sempre raccontato storie: storie vere, verosimili o completamente inventate. Storie di dei, di guerre e di guerrieri, di imperatori o di eroi. Insomma storie.
Dagli uomini delle caverne, al Rinascimento e oltre, moltissime delle opere che sono arrivate a noi non sono altro che storie sotto forma di pittura o scultura.

Pensiamo alla Colonna Traiana che rievoca tutti i momenti salienti della conquista della Tracia, agli affreschi di Giotto che raccontano la vita di San Francesco (Assisi), di Gioacchino e Anna, di Maria e di Cristo (Padova), alla Storia della Genesi raccontata nella Cappella Sistina da Michelangelo e così via.
Una delle principali funzioni dell’arte era proprio educare e parlare a una popolazione che era perlopiù analfabeta e lo faceva quindi attraverso storie visive. E poi, vuoi mettere la forza comunicativa delle immagini?!

Giotto, Cappella degli Scrovegni

Con il tempo questa funzione è venuta meno. La prima a toglierle in parte questo compito è stata l’invenzione della stampa e la conseguente lenta ma inesorabile diffusione dell’alfabetismo. Poi è arrivata la fotografia che ha rubato all’arte il monopolio sull’immagine. Mancava solo il colpo di grazia, che è arrivato puntuale con il cinema: come potevano gli artisti competere nel campo dello “Storytelling” con delle immagini in movimento?

Da allora l’arte si è fatta più acuta, più astratta, più intelligente, più concettuale, più riflessiva, più stanca, più banale, più provocatoria e così via, esplorando di volta in volta nuovi linguaggi e nuove modalità comunicative. Anche laddove l’arte è rimasta figurativa, raramente ha avuto più intenzione di raccontare storie.

Damien Hirst si è riappropriato con forza di questo primordiale compito. Treasures from the wreck of the unbelievable non è altro che il racconto visivo di una storia e con questa mostra l’artista ha di fatto ridato all’arte quella che una volta era la sua principale funzione.

Somewhere between lies and truth lies the truth

“C’era una volta un ricchissimo collezionista, Cif Amotan II, un liberto originario di Antiochia, vissuto tra la metà del I e l’inizio del II secolo d.C.

Si tramanda che questa figura leggendaria fosse molto nota ai suoi tempi per le immense fortune e che l’eco della sua storia sia risuonata infinite volte nel corso dei secoli. Dicono, infatti, che, appena acquistata la libertà, Amotan abbia iniziato a raccogliere sculture, gioielli, monete e manufatti provenienti da ogni parte del mondo, dando vita a una sterminata collezione. I cronisti del tempo narrano che gran parte di questo straordinario tesoro fosse stata caricata su un enorme vascello, l’Apistos (Incredibile).

La nave, le cui dimensioni nessuna imbarcazione aveva mai raggiunto prima, era diretta ad Asit Mayor, luogo nei cui pressi Amotan aveva fatto costruire un tempio dedicato al Sole. Per cause a noi sconosciute – il peso eccessivo del carico, le avverse condizioni del mare (la zona era, ed è tuttora, soggetta a forti venti) o, forse, l’esplicita volontà degli dei – la nave si inabissò insieme al suo preziosissimo carico. Con il trascorrere dei secoli, la storia di questo drammatico naufragio si è sempre più arricchita di particolari: fatti realmente accaduti sono stati inseriti in nuove narrazioni, dando vita a una miriade di racconti paralleli, spesso diffusi solo oralmente, e rendendo sempre più difficile distinguere gli elementi autentici da quelli fantastici. Si narra persino che durante il periodo rinascimentale, con l’intento di dare forma visiva a ciò che si poteva solo pensare per immagini, alcune delle sculture che si supponeva facessero parte della collezione siano state, per ignote vie, fonte di ispirazione per disegni, studi preparatori e opere di alcuni artisti dell’epoca. Nel corso del 2008, questo leggendario tesoro, rimasto sommerso nell’Oceano Indiano per quasi duemila anni, è stato scoperto al largo della costa orientale dell’Africa e lentamente riportato alla luce.”

Questo è il prologo, da qui si dipana l’intera mostra e ci si perde immediatamente tra realtà e finzione. Hirst gioca con noi, ci provoca, ci irride, insinua il dubbio e subito dopo palesa la truffa. Le sculture e gli oggetti Treasures from the wreck - Damien Hirst a Palazzo Grassiesposti sono decisamente belli, a volte un po’ pacchiani ma pieni di riferimenti culturali e carichi di ironia.

Girando per le sale di Palazzo Grassi e di Punta della Dogana, si passa da momenti di stupore, dubbio e riflessione, ad altri di vera e propria ilarità. Le foto e i video del recupero degli oggetti dal fondo del mare sono eccezionali: Hirst sfida in qualità, verosimiglianza, fantasia ed effetti speciali i migliori film di Hollywood. Sei lì che osservi le immagini, guardi incantato i filmati, passi davanti a questi reperti archeologici del tutto plausibili e reali, ordinati in vetrine da museo storico, ancora coperti di concrezioni marine, stai per entrare completamente nel mondo che l’artista ha voluto creare… quando ti giri e trovi davanti ai tuoi occhi la statua di Miky Mouse mano per la mano con l’artista.

Tutta l’esposizione è così: un continuo immergersi nella finzione e riemergere nella realtà. Un susseguirsi di citazioni dalla storia dell’arte e da opere di artisti contemporanei come Jeff Koons, Marc Quinn e Bansky. Un nascondere il mondo di oggi dietro simboli di ieri come i busti pseudo-greci che in realtà sono di Barbie (sul retro la marca Mattel) o la statua su cui compare la scritta “Made in China”.

Con ironia e intelligenza l’artista invita a riflettere su uno dei temi fondamentali della nostra epoca, quella delle fake news. In un mondo in cui le notizie non solo sono controllate ma anche create con cura da professionisti della comunicazione e spin doctor, un mondo in cui l’invasione di un paese libero può essere legittimato da prove false di armi chimiche, un mondo in cui tutti possono prendere parola e raccontare l’inverosimile tramite il web, l’artista ci mostra tutti i trucchi della finzione.

D’altronde l’anagramma di CIF AMOTAN II, il protagonista della storia, è I AM A FICTION (sono una finzione).

Lodi e critiche, l’eterno destino di Damien Hirst

Solo un artista come Hirst poteva permettersi di realizzare un progetto così grandioso, anche perché lui ha già tagliato tutti i traguardi che un artista può desiderare di raggiungere in vita, che molti hanno raggiunto solo dopo la morte e che tanti altri molto probabilmente non raggiungeranno mai. Nel 2009 dopo gli ultimi mezzi flop in molti hanno iniziato a considerarlo un artista finito o comunque in piena parabola discendente. Da intelligente e acuto curatore della sua stessa immagine, lui si è defilato, è uscito di scena, posando gli strumenti del mestiere per dedicarsi completamente alla sua attività di collezionista.

E invece non si era affatto fermato ma stava pensando e realizzando il progetto di questa mostra che l’ha visto lavorare per ben 10 anni e che segna il suo rilancio.

Visti i numeri dei visitatori, l’operazione è ben riuscita. D’altronde Hirst ha dato al pubblico ciò che il pubblico oggi vuole dall’arte: emozione. Dato che il nostro tempo troppo tecnologico e razionale di emozioni ne regala ben poche, ci ha pensato l’artista creando una storia che ha il sapore di un passato lontano, come quelle rappresentate nei quadri di Tiziano, di Tiepolo o del Veronese, capolavori che piacciono davvero a tutti perché quella sì che è vera arte.

La critica come sempre quando si tratta di Damien Hirst è discorde:

  • Didascalie e citazioni storiche troppo banali, dice la critica. Sono sufficienti a un pubblico abituato alla sintesi del web, risponde lui.
  • La storia del ritrovamento è affascinante ma poco credibile, dice la critica. Anche chi va a vedere un film al cinema non si aspetta una storia vera, basta che sia ben raccontata, e pur essendo consapevole della finzione piange, ride, soffre con il protagonista e si emoziona ugualmente, risponde lui.
  • Sfarzo inutile e volgare, dice la critica. Niente di più del mondo in cui viviamo oggi, risponde lui.

Damien Hirst potrà lavorare anche 10 anni, creare un progetto che si sposa e dialoga perfettamente con le strutture e la città che lo ospita, realizzare qualcosa che non si era mai visto prima, ma difficilmente riuscirà a mettere d’accordo i critici. E anche se un giorno dovesse riuscirci sarà molto più facile che in quel momento saranno tutti d’accorso sì, ma come suoi detrattori.

D’altronde chi lo critica non ha ancora visto il vero gesto artistico che si cela dietro questa mostra. Non l’ha visto perché non si è ancora palesato. Si presenterà a dicembre, quando chiuderanno i battenti a Palazzo Grassi e Punta della Dogana e ognuna delle 200 (e più) opere saranno messe in vendita. Solo allora si paleserà nel pieno del suo splendore il vero genio di Damien Hirst.

 

 

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Graham Short e i micro-ritratti sulle banconote da 5£

Graham Short è un artista, un grande artista. Il suo lavoro, al contrario non è affatto grande e il suo principale strumento di attività è un microscopio. Le sue opere sono infatti talmente piccole che non si vedono ad occhio nudo.
Ma partiamo dall’inizio.

Graham Short è un incisore e ha il suo studio a Birmingham in Inghilterra. Qui ha sviluppato e affinato la sua tecnica creando magnifiche incisioni su richiesta per i suoi clienti (tra cui si annovera anche la Famiglia Reale): piatti, buste, business card e così via. È uno degli ultimi incisori a realizzare ancora i suoi lavori interamente a mano.

Tra una committenza e l’altra, Graham ha trovato il tempo di coltivare la grande passione che, fin dai suoi primi passi in questo mondo, gli ha rapito il cuore: l’incisione su miniatura. Negli anni è riuscito a realizzare cose straordinarie, al limite del possibile, come incidere articoli di legge sull’involucro di un proiettile, i nomi di tutti i giocatori di calcio inglesi ad aver segnato in un Campionato Mondiale sul bottone di una scarpa, fino ad arrivare a incidere un’intero aforisma sulla struttura centrale di un orologio, nel minuscolo punto dove si uniscono le lancette.

Come ammette lui stesso, l’incisione su miniatura è per lui un’ossessione. Questa “malattia” così forte l’ha spinto a realizzare il suo sogno, incidere l’intera preghiera del “Padre nostro” sulla minuscola testa di un chiodo: ci sono voluti ben 40 anni.

La sua fame è cresciuta nel mondo per un’altra impresa: incidere “Nothing is impossible” (una frase che gli si addice) sul bordo millimetrico di una lametta da barba: la più piccola incisione al mondo. Ci sono voluti quasi duecento tentativi prima di compiere l’impossibile, ma la fatica è stata ripagata quando un collezionista ha sborsato ben 50.000€ per la lametta.

 

L’incisione sui 5 biglietti da 5 pounds

Il dicembre scorso Graham Short ha ideato e messo in atto un’operazione artistica che si pone alla stregua di una performance da street artist. Ha infatti inciso su cinque banconote da 5£ un micro-ritratto della scrittrice britannica Jane Austen con 5 diverse sue citazioni, visibili sul retro solo a chi sa trovare il giusto angolo di luce. Lo puoi vedere nel video qui sotto:

 

Una banconota è stata donata alla Jane Austen Society in occasione del bicentenario dalla morte della scrittrice, le altre quattro sono state messe in circolazione nell’intero Regno Unito senza fare alcun tipo di annuncio o pubblicità. Un qualunque cittadino britannico può quindi trovarsi in mano, senza neanche saperlo, 50.000£ nascoste dietro le finte apparenze di un biglietto da 5£, questo è quanto vale ognuna di queste opere di Graham Short.

Vorrei semplicemente che un lavoratore o una signora qualunque trovassero queste banconote. Se le avessero, le vendessero e tirassero su un po’ di soldi per Natale ne sarei davvero felice”.
E in effetti le banconote stanno iniziando a saltar fuori, siamo già alla terza come ci è puntualmente segnalato dal sito dell’artista: la prima nel cuore del Galles, la seconda al confine con la Scozia e la terza qualche giorno fa, alla fine di gennaio, nell’Enniskillen. Ne manca quindi solo una all’appello.

Un’operazione che avvicina l’arte alla gente comune e dà la possibilità anche a chi normalmente non potrebbe permetterselo, di diventare possessore di una splendida, importante e soprattutto costosa opera d’arte.
…un po’ sull’onda di quello che aveva fatto Banksy con la sua bancarella in Central Park a New York.

 

Fenomeno Banksy: tra arte e comunicazione

Graffito di Banksy: domestica che nasconde la polvere  sotto il tappetoBanksy è sicuramente uno degli artisti contemporanei più famosi e allo stesso tempo controversi dei nostri giorni. Chi egli sia, nessuno veramente lo sa e non c’è alcun essere umano che possa dire di averlo mai visto. Qualcuno sospetta che egli non esista nemmeno e che dietro questa figura così misteriosa si nasconda un gruppo di galleristi, pubblicitari, artisti (è stato ipotizzato addirittura Damien Hirst) e altri personaggi molto potenti tutti appartenenti al sistema dell’arte. Insomma in molti credono che sia un progetto ben studiato e costruito a tavolino e che dietro agli stencil che compaiono improvvisamente nottetempo sui muri di tutto il mondo non ci sia nessun artista in carne ed ossa ma un’organizzazione vera e propria che si è divertita a costruire un personaggio di cui tutti parlano. Comunque sia Banksy funziona e il fatto che sia un gruppo o un artista solitario non fa alcuna differenza. Anche nell’antichità l’opera di un artista era portata avanti da un’intera bottega nella quale ognuno aveva un compito preciso e specializzato (chi disegnava lo sfondo, chi le figure secondarie, chi le case) e al maestro non rimaneva altro da fare che dettare lo stile, dipingere le parti più importanti della tela e poi aggiungere la sua firma, la griffe. Di cose ben riuscite comunque nel corso degli anni, da quando ha mosso i primi passi nella città natale di Bristol, Banksy ne ha fatte. Ma quali sono le caratteristiche di questo artista che ne hanno decretato un così grande successo?

I 5 punti di forza di Banksy

Il successo di Bansky è dovuto a un perfetto mix di arte e comunicazione. Egli possiede tutte le caratteristiche che un artista dovrebbe avere per raggiungere la fama.

1. I suoi lavori sono ironici e geniali e racchiudono dei contenuti che ci fanno riflettere.

Questa è la prima e Graffito di Banksy: grassa coppia di turisti che si fa portare sul  risciò da un bambinoindispensabile qualità che ogni artista deve possedere, senza la quale tutti i successivi punti hanno ben poco valore. Se un artista non ha un messaggio valido da trasmettere e non comunica veri contenuti è impossibile che possa avere successo. Se è furbo e sa destreggiarsi bene all’interno del mondo dell’arte, le sue opere potranno raggiungere buoni prezzi sul mercato, ma il tempo alla fine farà da giudice. Molti artisti che avevano ottenuto ottime quotazioni in asta prima del 2008, sono in pratica spariti dal mercato quando è scoppiata la bolla, i prezzi sono crollati e non si sente più parlare di loro.

2. L’alone di mistero che circonda la sua figura ne alimenta il mito.

Ho parlato di quanto la forza del mito associata alla vita di un artista influenzi il successo di pubblico in questo articolo: Arte e morte, mito e tragedia. Il comportamento e la condotta di alcuni artisti sono più famosi della loro stessa opera. Per Banksy, il tratto comportamentale che lo caratterizza, non è la vita sregolata come per la maggior parte degli artisti qui citati, ma la clandestinità. Il fatto che nessuno abbia mai visto il suo volto, che non si sappia chi veramente egli sia e tutte le congetture che di conseguenza sono nate, non fanno altro che aumentare la curiosità nei suoi confronti e alimentare la leggenda che già circonda la sua aurea di artista irriverente, anti conformista e misterioso. Dopo più o meno venti anni di attività è già diventato una sorta di eroe mitologico vivente.

3. È un artista contemporaneo che utilizza un linguaggio contemporaneo e che ci parla di problemi contemporanei.

Le sue opere sono immagini taglienti e ironiche a volte accompagnate da slogan. Gioca con i più Opera di Banksy: Topolino e il pagliaccio di Mc Donald's che camminano mano nella mano con una bambina malnutrita e disperata familiari luoghi comuni, stravolgendone il significato in modo da far riflettere sulla vuotezza di una società consumistica che non riesce o non vuole più vedere i problemi veri che la circondano. Affronta i temi della guerra e della pace, della povertà e del capitalismo sfruttatore, criticando il potere di istituzioni false e corrotte. Nei suoi lavori inserisce spesso icone più o meno commerciali a tutti riconoscibili. Parla a noi, di argomenti che ci toccano, utilizzando un linguaggio che ci è familiare (a volte vicino a quello della comunicazione pubblicitaria) e che ci raggiunge nei luoghi in cui passiamo la nostra esistenza (città, strade, muri, ecc.)

4. Utilizza alla perfezione i nuovi mezzi di comunicazione per promuovere la sua immagine.

Come i giornali quando nel 1911 è stata rubata, hanno portato in giro per il mondo l’immagine della Monna Lisa donandole la fama, così Banksy sfrutta alla perfezione la rete per far conoscere e veicolare le sue opere. In Instagram, per esempio, il tag #banksy racchiude quasi 360.000 foto. Le sue incursioni nelle strade delle città per lasciare le sue tracce sui muri o in importanti musei per appendere sue opere alle pareti, fanno sempre notizia e sono state fonte di ispirazione per brand più o meno famosi nella realizzazione di alcune campagne di guerrilla marketing (un artista che ha anticipato, quindi, non seguito i fenomeni sociali). Banksy non solo sa far parlare di sé, ma riesce anche a veicolare lui stesso la propagazione della sua immagine grazie per esempio alla creazione di un film documentario sulla sua vita “Exit Through the Gift Shop”, all’organizzazione di “The Cans Festival” in un tunnel abbandonato, alla realizzazione della sigla di una puntata dei Simpson.

5. Ha creato relazioni importanti all’interno del mondo dell’arte.

Una delle accuse mosse contro BanGraffito di Banksy sul muro della Striscia di Gazaksy, dopo che le sue opere hanno raggiunto cifre significative in asta, è quella di essere entrato a far parte di quello stesso sistema che criticava con in suoi lavori. Che faccia o meno parte del sistema dell’arte non è dato saperlo, quel che è certo è che riesce a compiere gesti per i più impensabili (come per esempio raggiungere le zone di guerra della Palestina per realizzare i suoi lavori), quindi un qualche aiutino deve pur averlo.

Un arte che parla a tutti

Può piacere o meno, ma è innegabile il fatto che le opere di Banksy abbiano un forte impatto emotivo oltre che sensazionalistico e di riflessione su chiunque le veda. Una delle sue ultime incursioni è stata messa in atto nella famigerata Striscia di Gaza e il video realizzato intitolato ironicamente «Scopri una nuova destinazione quest’anno» e che fa il verso alle pubblicità delle compagnie turistiche, funge da testimone. L’artista ha realizzaGraffito di Banksy nella Striscia di Gaza: gattino che gioca con un gomitolo di fili di ferroto diversi graffiti per denunciare la situazione in cui si trova Gaza dopo la guerra contro Israele della scorsa estate. Uno di questi rappresenta un gattino che gioca con un gomitolo fatto di fili di ferro. Un abitante del luogo ha visto nell’opera un messaggio per l’intero mondo: “Se anche manca la gioia nella sua vita, un gatto riesce a trovare qualcosa con cui giocare. Cosa invece per quanto riguarda i nostri bambini?

L’artista ha voluto dare una spiegazione differente: “Un uomo mi ha chiesto cosa significasse la mia opera e ho spiegato che volevo mostrare la distruzione di Gaza mettendo foto sul mio sito, ma che la gente su internet guarda solo foto di gattini”. Un artista attento alle dinamiche sociali e che riesce a usarle per comunicare problematiche di livello mondiale.

Il lavoro di Bansky ha un linguaggio internazionale che supera i confini culturali e parla a chiunque anche se in maniera differente ed è un arte che compie il suo primo e principale dovere: mette in moto il cervello di chi ne usufruisce e ci fa pensare.

Qui sotto il video della sua incursione a Gaza: