Arte e Selfie: una storia contemporanea… ma non solo

A due anni dall’approvazione del Decreto cultura che, tra le altre cose, ha dato il via libera agli scatti fotografici all’interno dei musei con qualsiasi dispositivo elettronico, arte e selfie hanno allacciato un legame molto stretto che ha la sua massima esplosione nel mondo della rete. Da un certo punto di vista però, i selfie esistono già da parecchio tempo.

Questa volta partiamo dall’epilogo: la fotografia è stata finalmente ammessa come strumento di studio e ricerca, ma soprattutto come mezzo spontaneo e immediato per divulgare il patrimonio culturale italiano.

Le menti illuminate del ministero hanno quindi compreso le potenzialità dei social e dei nuovi media come strumento di divulgazione? No.

È stato più che altro l’aver constatato l’impossibilità di effettuare efficacemente dei controlli divenuti progressivamente sempre più difficili con il diffondersi di smartphone e tablet.

Il risultato comunque non cambia. Nei nostri musei si è data ampia libertà all’uso degli smartphone, anzi, in alcuni di essi non solo sono state permesse le fotografie, ma sono addirittura incentivate.

Ci sono infatti strutture, come per esempio la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma o la GAM di Torino, che hanno adibito intere giornate alla pratica del selfie, attraverso contest online e hashtag dedicati: l’obiettivo è quello di attirare giovani e meno giovani a divertirsi con l’arte.

Selfie per divertirsi con l’arte

D’altronde i selfie sono ormai entrati nell’accezione comune e nelle abitudini di molti di noi e sono una delle peculiarità della nostra epoca, basti pensare che l’anno scorso hanno fatto più vittime loro degli squali.

Ragazzi indifferenti davanti a "La Ronda di notte" di Rembrandt alla quale preferiscono il telefonino Per molti però, questo non sarebbe il modo migliore per spingere i giovani ad avvicinarsi ai musei, in quanto l’approccio snaturerebbe la funzione principale dell’arte stessa, quella cioè di stimolare il pensiero, a favore di una superficiale voglia di voyerismo e di mettersi in mostra.

Se i risultati sono quelli mostrati da questa foto, è difficile dar loro torto, ma è anche vero che in mezzo ai molti giovani che frequentano i musei solo per immortalarsi davanti a un’opera, ce ne sarà pur qualcuno che, a furia di contare i “like” e i commenti al suo ultimo selfie culturale su Facebook, si accorgerà dei capolavori alle sue spalle, ne coglierà la bellezza e inizierà a porsi qualche domanda che all’arte lo avvicini davvero.

È un po’ il discorso che vale per i best seller da milioni di copie, accusati di non aver alcun valore letterario. Non si considera però che questi autori portano in libreria molte persone che altrimenti non vi avrebbero mai messo piede in vita loro e che magari un giorno, spostando i volumi alla ricerca di un Fabio Volo o di un Dan Brown, si troveranno tra le mani un libro di Dino Buzzati, di Charles Bukowski, di Giovanni Verga, di Virginia Wolf, Raymond Queneau o di tanti altri e, attratti da una copertina particolarmente colorata o da un titolo seducente, decideranno di portarselo a casa.

I selfie e il dibattito culturale sull’arte

Non c’è dubbio che avvicinare l’arte al divertimento tenda a far scivolare il dibattito artistico verso il basso. Il museo diventa in questo modo più un luogo di ritrovo che un ultimo baluardo della cultura. È pur vero che, anche in questo caso, l’arte e il suo mondo non fanno altro che rispecchiare i tempi in cui viviamo.

Tempi in cui la finanza ha vinto su tutto, perfino sul valore artistico e intellettuale di un’opera, o in cui in generale ogni dibattito pubblico sembra cadere sempre più verso livelli minimi. Si pensi ad esempio a quello politico, il cui massimo rappresentante è proprio un presidente del consiglio più attento, appunto, ai selfie che ai contenuti del suo lavoro.

Purtroppo l’arte non fa più mondo e da anni ormai ha perso la sua funzione di faro e guida della società. I giovani (e non solo) sono attratti dai campioni dello sport e dalle stelle del cinema o della musica piuttosto che dagli artisti e dai musei. Non sempre una rock star o un giovane calciatore sono però portatori di quei valori mattoni fondamentali per la costruzione di una vita piena e realizzata.

Allora forse non è poi così male tentar di avvicinare in tutti i modi possibili i giovani all’arte, basta che poi s’insegni loro anche a guardare e non solo a fotografare, a capire e non solo a condividere, a pensare e non solo a seguire le mode del momento.

Arte e selfie, forse qualcosa di già visto

Non c’è dubbio che internet e la rete hanno cambiato il mondo in cui viviamo e di conseguenza anche il modo di approcciarsi all’arte.

Andy Warhol, in tempi non sospetti, aveva profetizzato gli ormai famosi 15 minuti di notorietà per ognuno di noi. La realtà ha superato ogni sua più rosea aspettativa, anche se i 15 minuti si stanno rilevando per molti qualcosa di veramente effimero e vuoto.

Ma questo è il web e bisogna prenderlo cosi com’è, nel bene come nel male.

I musei fanno benissimo a sfruttare le sue potenzialità facendo dialogare mondo reale con mondo virtuale, presente con passato, cultura con intrattenimento.

Il Metropolitan Museum of Art di New York è ancora una volta un esempio da questo punto di vista. In occasione del #museumselfie day, campagna che incoraggia i visitatori a immortalare se stessi al fianco di importanti opere d’arte, ha creato una bacheca su Pinterest interamente dedicata alla storia dell’autoritratto: quello che oggi si chiama selfie, ieri era l’autoritratto.

E dove non arriva il museo è il web a sbizzarrirsi e a dare il meglio in quanto fantasia, creatività e ironia.

Sono diventate invece ormai virali le immagini di famose opere d’arte i cui soggetti sono in posa davanti a uno smartphone, pronti per un selfie.

Ne ho raccolte qui sotto qualcuna per voi.

Maurizio Cattelan: dopo la carta igienica anche il water d’oro

Maurizio Cattelan, rinuncia al pensionamento anticipato, e torna al lavoro, o meglio, torna a fare l’artista. Già perché non è che avesse proprio smesso di lavorare, aveva semplicemente cambiato mestiere passando dall’altro lato della barricata: prima di tutto curatore e poi manager di Toilet Paper, il magazine da lui stesso fondato in collaborazione con il fotografo Pierpaolo Ferrari.

Proprio dalla carta igienica (toilet paper) riparte, o meglio, da qualcosa a essa molto legata, diciamo una sua estensione semantica. La sua ultima trovata è infatti un water in oro massiccio a 18 carati che ha già scatenato le reazioni più controverse: c’è chi grida allo scandalo e chi ne esalta il genio assoluto.

Breve storia di arte ed escrementi

La storia dell’arte è ricca di artisti che hanno giocato e ragionato sui bisogni impellenti e primordiali dell’essere umano.

Ti faccio qui un breve elenco dei più famosi, ma la lista potrebbe allungarsi parecchio:

“Orinatoio” di Marcel Duchamp

L'Orinatoio di Marcel DuchampCon chi iniziare se non da colui che è all’origine di tutto questo, Marcel Duchamp, il padre dell’arte contemporanea. E come inizio non è proprio niente male se già nel 1917 il nostro Marcello, quando decise di inviare uno dei suoi ready-made alla mostra organizzata dalla Società per gli artisti indipendenti, pensò proprio ad un oggetto utile per espletare le corporee funzioni umane.

La storia è lunga e complessa e se sei interessato puoi leggere l’articolo “Tutta colpa di Marcel Duchamp”. In verità lui comunque non fu il primo e l’associazione fra arte e bisogni umani è molto più vecchia, risale a qualche secolo prima, anche se meno conosciuta e di diversa tipologia.

Rosalba Carriera e i pigmenti di pipì

Come ci racconta Stilearte, la raffinatissima artista Rosalba Carriera utilizzava l’urina di bambini e adulti per preparare specifiche tonalità e dare determinate caratteristiche ai suoi colori. Non creava l’opera direttamente con i rifiuti del corpo umano ma ne sfruttava piuttosto le proprietà chimiche e le loro capacità di trasformazione degli elementi.

Beh ricordiamoci che stiamo parlando dei primi anni del ‘700, forse era un po’ presto per pensare di imbrattare le tele con escrementi umani, comunque è sempre un primo passo.

“Merda d’artista” di Piero Manzoni

Ormai celebri quanto il famoso Orinatoio, le 90 scatolette di Merda d’artista di Piero Manzoni ne rappresentano il naturale proseguimento. Anche in questo caso la storia è ormai nota, la potete leggere nell’articolo Piero Manzoni: merda che artista!Piramide di barattoli di Merda d'artista di Piero Manzoni.

Qui mi basta ricordare che l’artista nel 1961 le mise in vendita al prezzo corrente dell’oro, associando l’idea massima di disvalore (le feci) con l’idea massima di valore (l’oro). Anni dopo il mercato ha avvalorato questa tesi, inizialmente solo teorica, portando il valore di questa scatolette, tra l’altro solo ipoteticamente piene di escrementi, a un livello di gran lunga maggiore di quello del metallo prezioso.

“Piss Painting” di Andy Warhol

Andy Warhol: "Piss painting"Non sono sicuramente le opere più famose di Andy Warhol, ma sono sempre lavori di uno degli artisti più geniali del dopoguerra. Nel 1978 l’artista americano realizzò dipinti stendendo a terra la tela e passandoci sopra strati di vernice fresca al rame.

Dopodiché lui, i suoi collaboratori e gli amici della Factory si mettevano in fila e vi ornavano sopra. Per la serie “Chi non piscia in compagnia…

Un po’ come Rosalba Carriera, ciò che creava l’opera era la reazione dell’urina con la vernice: i colori si ossidavano e tante tinte arancioni e verdi emergevano dallo sfondo.

“The Holy Virgin Mary” di Chris Ofili

The Holy Virgin Mary è un quadro sacro, alto circa 2 metri e mezzo e largo poco meno di due metri, che rappresenta la Vergine Maria. Se ci si fermasse a guardare semplicemente il soggetto, nulla di strano, trito"The Holy Virgin Mary" di Chris Ofili e ritrito nella storia dell’arte.

Il problema, e anche ciò che rese questo dipinto così celebre, è il modo in cui fu realizzato: tecniche miste che spaziano dalla tradizionale pittura a olio, all’utilizzo di brillantini, resine e collage di immagini pornografiche.

Il particolare che interessa a noi è il seno nudo della Madonna, creato con un grumo di vernice e sterco di elefante. Il dipinto oggi vale milioni ma nel 1997 in molti si offesero e forse la merda di elefante ne fu solamente l’ultima causa.

“Milo’s Venus, copy made with escrement” di Zhu Cheng

“Milo’s Venus, copy made with escrement” di Shu ChengZhu Cheng è un altro artista che si diverte a giocare con gli escrementi degli animali, questa volta di panda. Facendosi aiutare da nove dei suoi studenti d’arte, ne ha raccolti una bella quantità e ha creato una replica della Venere di Milo.

Per via del forte e cattivo odore, l’opera è stata chiusa in una scatola trasparente che trattiene il fastidioso lezzo, ma questo non ha impedito a un collezionista svizzero di acquistarla per la modica cifra di 45.113$.

“Cloaca” di Wim Delvoye

Delvoye è l’artista che forse si è spinto più in là di tutti su questo tema. Ha creato ed esposto un macchinario lungo qualche metro che riproduce all’incirca le funzioni del nostro stomaco, con relativa “Cloaca” di Wim Delvoyeespulsione degli scarti.

In pratica a un’estremità viene inserito del cibo e, dopo una complessa sequenza di elaborazioni meccaniche e chimiche simili quelle del processo digestivo dell’essere umano, ne esce dall’altra uno scarto. Il prodotto finale, che viene infilato in buste trasparenti e poi venduto a prezzi esorbitanti, non è nient’altro e a tutti gli effetti che merda.

Maurizio Cattelan, oro, gabinetto e carta igienica

Tornando al water d’oro di Maurizio Cattelan verrebbe quindi da pensare “niente di nuovo all’orizzonte”, la solita boutade o provocazione ma, infondo, c’è già stato anche di peggio di cui scandalizzarsi.

Maurizio CattelanUn sanitario è già stato esposto, Cattelan non ha fatto altro che creare qualcosa della stessa famiglia ma con un materiale prezioso come l’oro. Un’idea sicuramente un po’ kitsch, alla Damien Hirst.

Qualcosa di originale però si può trovare e non deve sembrare strano, stiamo comunque parlando di Cattelan, uno fra gli artisti contemporanei, se non più importanti, di certo più famosi al mondo.

A differenza di Manzoni per esempio, l’associazione fra l’idea di disvalore (il cesso) e l’idea massima di valore (l’oro), questa volta è realizzata in modo pratico, non solo teorico: il gabinetto è oro puro al 100%. In una società prettamente materialista non bastano più le idee, ciò che conta è l’oro vero.

In secondo luogo l’opera non verrà mai esposta al centro di una grande sala espositiva, sotto luci e riflettori, ma direttamente in una toilette, quella del Guggenheim Museum di New York, lo stesso museo che con la retrospettiva “All” aveva celebrato l’addio alle scene di Cattelan, il quale ha dichiarato: “Si potrà andare in bagno solo per vederla ma diventerà un’opera d’arte solo quando qualcuno sarà seduto su di essa, rispondendo ad un bisogno fisiologico.

Insomma l’opera d’arte che diventa performance interagendo con il pubblico.

Il water d’oro: significato e contemporaneità

A chi ha visto nell’opera una riflessione sulle diseguaglianze economiche, Cattelan risponde che “non è compito mio spiegare al pubblico cosa significhi l’opera, ma sono convinto che chi la guarda possa trovarci un senso“.

Negli Usa in molti hanno letto un effetto allusivo dell’opera al rinomato amore che il candidato alla presidenza Donald Trump ha per i sanitari d’oro (stessa mania del fu Saddam Hussein, una delle tante analogie tra i due d’altronde): ancora una volta il nostro Maurizio si dimostra attuale e contemporaneo per eccellenza.

Se viviamo in una società in cui personaggi che hanno il compito di guidarla (o che potrebbe farlo in futuro) hanno queste strambe manie, perché l’arte non dovrebbe rifletterci sopra? È un’opera che rispecchia il lato superfluo e assurdo del mondo in cui stiamo vivendo e il water è anche un oggetto che, a detta di molti,Installazione delle artiste Goldschmied & Chiari al Museion di Bolzano stimola il pensiero.

È arte o non è arte? Genialità o paraculata?

I soliti dubbi che nascono davanti a un’opera d’arte contemporanea. Proprio di questi giorni è la notizia che l’installazione delle artiste Goldschmied & Chiari del Museion di Bolzano è stata scambiata per immondizia dalle addette delle pulizie e finito nella raccolta differenziata.

Solo il tempo potrà risolvere i nostri dubbi, intanto una cosa è certa: su quel water appoggeranno i loro glutei folle di amanti e meno dell’arte, anche solo per il futile piacere di scattarsi un selfie mentre espletano i loro bisogni in un museo.

Tu cosa pensi, è arte o non è arte? Lascia la tua opinione qui sotto.

 

L’arte non fa più mondo, ma fa molto moda

Articolo pubblicato sulla rivista Commenti di Verso l'Arte

Se pensiamo che un tempo, gli artisti sedevano a fianco di imperatori, re e papi, che erano ambasciatori nel mondo, che a loro venivano affidate missioni diplomatiche nelle varie corti europee, che erano uomini conosciuti, rispettati e ammirati o che, in tempi più recenti, sono stati star o divi comunque ambiti e sempre al centro dei riflettori, si capiscono molte cose rispetto allo stato odierno dell’arte.

In quanti oggi sanno chi sia Paola Pivi? Chi riconoscerebbe Francesco Vezzoli se lo incrociasse per strada? Oppure Grazia Toderi? E sto citando qui alcuni degli artisti italiani contemporanei più famosi del mondGrazia Toderi, Paola Pivi, Francesco Vezzolio. Forse per Maurizio Cattelan e Jeff Koons la cosa è più semplice poiché si sono spesso “ritratti” nelle loro opere, ma vi assicuro che non è poi così scontato.

Alla serata d’inaugurazione della retrospettiva di Koons al Whitney Museum di New York, la schiera di giornalisti e fotografi si è scagliata su ogni VIP che faceva il suo ingresso, accecando con i flash delle loro macchine fotografiche i poveri (si fa per dire) malcapitati: attori, cantanti, campioni dello sport e divi dello spettacolo. Quando, davanti all’entrata si è fermata una luccicante e nera limousine da cui è sceso un elegante e brizzolato signore in abito da sera accompagnato dalla sua dama, solo qualcuno, a stento, gli è corso dietro.

Chi era quello?” hanno chiesto ai pochi colleghi tornati dalla rincorsa a quell’uomo, i fotografi rimasti davanti all’ingresso ad aspettare l’arrivo del prossimo VIP. “Jeff Koons, l’artista, il protagonista della serata.

A parte i giornalisti di settore, in pratica nessuno l’aveva riconosciuto. E stiamo parlando di uno degli artisti contemporanei più celebri al mondo, sicuramente quello più pagato, l’uomo che detiene il record per l’opera più cara per un artista vivente.

Arte, potere e moda

Vero o falso che sia questo aneddoto, una cosa è certa: l’arte non fa più mondo, non è più al centro dei riflettori mediatici né delle attenzioni dei potenti. A partire dalla seconda metà del ‘900 gli artisti non sono utili più ad alcun potere, quindi non servono più a nessuno. La televisione ha strappato definitivamente dalle loro mani il monopolio sull’immagine già intaccato dalla fotografia. Quanto è più efficace un video trasmesso in orario di massimo ascolto su una quantità indefinibile di piccoli schermi, rispetto a un’enorme tela appesa sul muro di un singolo palazzo governativo?

Si sa, il potere consegna un alone di fascino a chi lo detiene e chi gli è vicino ne raccoglie i riflessi. Gli artisti quindi, oltre a perdere il loro ruolo di primo piano all’interno della società, smarriscono anche quell’aurea magica che circondava la loro figura e i media non perdono tempo, cercano e trovano immediatamente i loro sostituti.

Sono le star di Hollywood che raccolgono la staffetta e sono sempre loro che occupano il posto, un tempo di pittori e scultori, al tavolo dei potenti. Andy Warhol aveva percepito e compreso questo cambiamento in anticipo su tutti e, serigrafando i volti dei divi del cinema sulle sue tele, decretava la morte dell’arte e la nascita di nuovi miti.

Il padre della Pop americana è un artista tragico ma anche forse il più lucido della sua epoca. I soggetti dei suoi lavori nascondono, dietro ai colori sgargianti, un alone di morte: pensiamo agli incidenti stradali, ai teschi, alle pistole, ma anche a personaggi come Marilyn Monroe, Elvis Presley, Mao.

Renato Mambor, Giosetta Fioroni, Sergio Lombardo, Cesare Tacchi, Jannis Kounellis, Umberto Bignardi, Tano FestaDall’altra parte del globo, in un’Europa che ha ormai perso il suo ruolo di guida del mondo, anche gli artisti di Piazza del Popolo percepiscono la perdita del ruolo di primo piano che apparteneva una volta all’artista, ma forse con meno lucidità rispetto a Warhol. Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Pino Pascali, sono gli ultimi “artisti star”: avvertono il cambiamento in corso ed esprimono il loro disagio più conducendo vite al limite, che attraverso le loro opere.

È finita l’era dei “Dalì” o dei “Picasso”, artisti capaci di guadagnarsi le prime pagine dei giornali. È proprio il padre del cubismo l’ultimo artista davvero influente, quello che poteva anche permettersi di non presenziare all’inaugurazione di una sua personale e snobbare la presenza di autorità e capi di Stato. A Roma, infatti, in occasione della mostra organizzata in suo onore da Palma Bucarelli alla Galleria d’Arte Moderna, l’autore di Guernica ebbe la sfrontatezza di rimanere tranquillo a casa, quando in suo onere si era scomodato persino il presidente della Repubblica, Luigi Einauidi. Quanti artisti di oggi potrebbero concedersi una tale impudenza? Credo nessuno.

Andy Warhol era lucido e aveva capito tutto, dicevamo. Aveva capito soprattutto che non era più l’arte ciò che contava, ma i soldi: “Fare soldi è arte, lavorare è arte, fare buoni affari è la migliore forma d’arte.

Nasce la Business Art ed è la corrente dalla quale possiamo dire siano legati molti dei più importanti artisti di oggi. Jeff Koons, Damien Hirst, Maurizio Cattelan sono Business Artist e i loro lavori danno al collezionista ciò che il collezionista contemporaneo cerca: soldi.

Già perché oggi più che mai è il denaro che dà la fama, che dona prestigio, e allora tutti a seguire le tendenze del momento, a comprare quello che tutti comprano e ad appendere alle pareti, gli Scheggi, i Castellani, i Bonalumi, i Boetti, i Koons: hanno prezzi esorbitanti, sono ben riconoscibili e in molti li desiderano.

E i Franco Angeli, i Salvo, i Luigi Ontani, i lavori di Giosetta Fioroni o di Stefano Arienti?

No, è presto, costano ancora troppo poco e se è il prezzo a sancire il valore di un artista, è meglio aspettare quando aumenteranno. Allora e solo allora ci si accorgerà della loro grandezza e si scatenerà la rincorsa cieca non tanto all’opera, quanto alla firma.

Oggi non è ancora il momento, questi nomi non sono ancora in voga e l’arte, si sa, nell’epoca in cui viviamo, non fa più mondo, ma fa sicuramente molto moda.

Tutta colpa di Marcel Duchamp

Tanta arte contemporanea è frutto dell’opera di Marcel Duchamp, cambia solo l’imballaggio.

Pablo Picasso

Squalo di Damien Hirst, Cavallo appeso di Maurizio Cattelan, cagnolone gigante di Jeff Koons e montagna di caramelle di Felix Gonzalez TorresSquali in formaldeide, cagnoloni giganti in acciaio, montagne di caramelle, cavalli appesi al soffitto: odi tutta questa robaccia, la consideri indegna di un museo e ti chiedi come possa l’arte essere arrivata a un tale infimo livello?

Bene, sappi che è tutta colpa di Marcel Duchamp.

Papi travolti da meteoriti, orologi affiancati alla parete, palle da basket galleggianti in acqua, teschi ricoperti di diamanti: ami queste opere d’arte e non riesci a fare a meno di stupirti quando ti trovi davanti ad esse?

Bene, sappi che è tutto merito di Marcel Duchamp.

Qual è l’artista del passato che ha avuto l’influenza maggiore sui suoi colleghi di oggi?

No, non è Picasso e nemmeno Kandinsky, è proprio lui, il controverso Marcel Duchamp. L’amato e tanto odiato Marcel Duchamp, il padre assoluto dell’arte contemporanea.

D’altronde come si fa a non odiare uno che ha messo un orinatoio in un museo, un’opera che in quanto a fastidio è stata raggiunta e forse superata solo dalle scatolette di Merda d’artista di Piero Manzoni?

E come si fa a non amare uno che ha messo un orinatoio in un museo, un’opera che ha finalmente liberato gli artisti dalla tirannia del pennello e del colore e dall’oppressione della L'Orinatoio di Marcel Duchampmanualità? Ok, sto facendo un po’ di confusione.

Allora partiamo da un dato di fatto: oggi Marcel Duchamp è considerato dagli addetti ai lavori uno dei più grandi artisti di sempre, il suo nome è in tutti i libri di storia dell’arte e le sue opere sono conservate ed esposte nei più importanti musei del mondo. È anche vero che, nonostante ciò, sono ancora in tanti quelli che non hanno capito il suo lavoro. Persone convinte che sia tutta una truffa, uno dei tanti controsensi di questo strambo mondo dell’arte che si allontana sempre più dalle aspettative di un pubblico abituato a un classico stereotipo di “bellezza”, per accontentare i vizi di folli ed eccentrici milionari. Insomma l’orinatoio capovolto non è stato ancora digerito dai più, eppure sono già passati cento anni dalla sua creazione.

In questo articolo cercheremo di capire quale ruolo abbia avuto Marcel Duchamp nel grande gioco dell’arte contemporanea. Sarà un po’ lungo perché c’è davvero tanto da dire ma ho preferito non dividerlo in due parti come ho fatto invece in altre occasioni.

Marcel Duchamp ha più colpe o più meriti? Se sei curioso lanciati nella lettura.

Il ‘900, secolo di grandi cambiamenti

Gli artisti veramente importanti, quelli che rimangono nella storia, sono quelli che riescono a leggere meglio e prima degli altri il loro tempo. Vedono e sentono le novità e i cambiamenti in corso ed evolvono il proprio linguaggio per cercare di esprimere al meglio ciò che percepiscono e che vogliono quindi comunicare. La storia dell’arte è la storia dell’evoluzione dei suoi linguaggi, evoluzione spesso non accettata immediatamente e, anzi, molte volte aspramente contrastata.

Nell’articolo I 6 peggiori abbagli della storia dell’arte abbiamo visto alcuni dei grandi errori di valutazione che critica e pubblico hanno compiuto verso i nuovi linguaggi che avanzavano. Un’opera di Marcel Duchamp era tra quelle non da subito accettate. Ma quali sono questi cambiamenti della società che hanno influenzato il modo di fare arte?
Ne elenco qui alcuni (ne ho già descritti altri nell’articolo Lucio Fontana e i tagli che hanno cambiato la storia dell’arte):

  1. Innanzitutto fotografia e cinema tolgono agli artisti il monopolio sull’immagine. Celebre il racconto della prima Fotogramma del film L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat” dei fratelli Lumière proiezione del film “L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat” dei fratelli Lumière che, come suggerisce il titolo, non mostrava nient’altro se non l’arrivo di un treno visto frontalmente alla stazione. Sembra che al comparire della carrozza di testa gli spettatori terrorizzati si sarebbero dati alla fuga. Questo aneddoto, verosimile ma per essere precisi, mai dimostrato, è la prova di come la percezione del mondo dopo l’invenzione del cinema non sarà più la stessa.
  2. La Rivoluzione Industriale fa enormi passi avanti e con il nuovo secolo raggiunge vette mai toccate prima. Il vecchio modo di produrre, quello che vedeva al proprio centro le piccole botteghe artigiane che manualmente creavano tutto ciò che poteva servire alla vita di un uomo del tempo, è definitivamente sorpassato da un mondo in cui le macchine la fanno da padrone, con tutti i loro pro e qualche contro.
  3. Conseguenza di questa meccanizzazione della produzione è l’introduzione della distribuzione di prodotti inscatolati: nascono i primi grandi magazzini e i supermercati. Non si compra più il prodotto, ma si sceglie fra le sue immagini riprodotte su una scatola con il marchio dell’azienda produttrice. Il contenuto vero e proprio non è più visibile.

Come hanno influito questi cambiamenti sull’arte di Marcel Duchamp?

Un nuovo e moderno modo di fare arte

Ovviamente un vero artista non può rimanere indifferente a quello che sta succedendo intorno a lui. Marcel Duchamp sente che il mondo sta cambiando. Come altri artisti, si interessa al cinema e ai cronogrammi e si dedica alla lettura dei filosofi. Tutto questo lo porta a introdurre importanti e fondamentali novità nel mondo dell’arte.

1. Abbandono e rifiuto della pittura retinica

Il rifiuto del suo “Nudo che scende le scale” al Salon des Indépendants, l’istituzione del tempo considerataMarcel Duchamp - Nudo che scende le scale più all’avanguardia, non fa altro che alimentare e portare all’estremo la sua insoddisfazione per quella che lui chiamava pittura retinica, la pittura decorativa ed estetizzante che si basava sulla piacevolezza della visione. Era anche un rifiuto a un certo modo di fare arte trito e ritrito, che si opponeva a ogni evoluzione per aggrapparsi a desuete teorie e teoremi ed emulare modelli del passato che non avevano più nulla di interessante.

Duchamp è un rivoluzionario: mentre gli altri pittori sono pro o contro Cézanne e discutono le idee cubiste, lui guardava e vedeva ciò che c’era oltre l’atto fisico della pittura. Voleva svincolarsi dalla “dittatura dell’occhio” e rimettere la pittura al servizio della mente. È una concezione sovversiva dell’arte, della vita e del mondo che non è comunque totalmente scollegata da ciò che c’era stato prima.

Duchamp infatti non fa altro che continuare e, in un certo senso, radicalizzare quel processo di trasformazione dell’arte iniziato con Coubert, Whistler, Manet e via via con tutti i pittori che sono arrivati dopo: l’attenzione dell’artista nell’800 inizia infatti a spostarsi dal soggetto al linguaggio pittorico, dal “che cosa” al “come”. Caduto l’interesse per storia e soggetto, inizia qui quel cammino verso la pittura pura nella sua specificità di linguaggio che porterà l’arte a interrogarsi su se stessa.

Marcel Duchamp rifiuta prima di tutto di essere considerato un pittore: “In Francia c’è un vecchio detto, stupido come un pittore. Il pittore veniva considerato stupido, mentre il poeta e lo scrittore erano ritenuti molto intelligenti. Volevo essere intelligente. Dovevo avere l’idea di inventare. Non vale nulla essere un altro Cézanne. Nel mio periodo visivo c’è un po’ di quella stupidità del pittore. Tutto il mio lavoro nel periodo precedente al Nudo era pittura visiva. Poi pervenni all’idea. Considerai la formulazione derivante dall’idea come un modo per sfuggire alle influenze esterne“.

L’arte doveva prendere la direzione intellettuale, più che per l’occhio, doveva essere arte per la mente.

2. Creazione di Ready-made

È proprio allora che propone un oggetto come opera d’arte, uscendo in questo modo dagli stretti confini della pittura in cui erano stati legati tutti gli artisti venuti prima di lui.

In un mondo in cui tutto è creato dalle macchine, perché l’opera d’arte doveva ancora essere fatta a mano?

Se con il Nudo la sfida era con il cinema, ora il confronto stava tutto con le macchine.

Marcel Duchamp sorridente dietro allla sua opera Ruota di biciclettaGià nel 1912 Duchamp aveva visitato il Salon de l’Aviation di Parigi con l’amico Brancusi e davanti a un elicottero aveva apostrofato allo scultore: «La pittura è finita. Chi potrebbe far meglio di questa elica? Dì, tu lo sapresti fare?»

Duchamp rinuncia così all’abilità tecnica: “Non volevo più fare niente con le mie mani… Desideravo introdurre in pittura qualcosa di diverso rispetto al cosiddetto inconscio della mano, che poi non è affatto inconscio, ma piuttosto abilità, destrezza. Che uno dipinga male, minuziosamente come un pittore accademico o con macchie di colore come Matisse, per me è assolutamente identico: lo strumento resta sempre la mano, e io volevo liberarmi delle mie mani.

La trasformazione di un oggetto in opera d’arte consiste semplicemente in una scelta dell’artista che seleziona un qualcosa di già fatto (ready-made) e ne decreta lo statuto di opera d’arte. È un’operazione completamente mentale.

Rivoluzionario? Certo, ma esiste comunque un legame con l’arte del passato.

Queste le parole di Henry Moore, un grande scultore del ‘900 davanti alla Pietà Rondanini di Michelangelo:
Non è la bravura, né l’eccellenza della tecnica, neppure una particolare abilità in quest’arte ciò che più conta. Quello che è importante è la qualità del pensiero che ispirò l’opera. La grandezza del pensiero scaturisce dall’opera e dilaga al di sopra di ogni bravura o perizia tecnica. Si sente da ogni capolavoro la più profonda comprensione dell’umanità. Questo è il vero metro di giudizio di ogni opera d’arte: il senso di umanità che le ha ispirate.

L’arte è quindi sempre stata concettuale, Duchamp ha semplicemente dato maggior risalto a questo aspetto. Da questo momento in poi tanti artisti passeranno dalla rappresentazione dell’oggetto (su una tela) alla sua presentazione in uno spazio espositivo.

3. introduzione dell’umorismo in pittura

La rivoluzione che Duchamp stava introducendo nel mondo dell’arte andava in parallelo con la sua visione sovversiva della vita e del mondo.

Il rifiuto della pittura era un tentativo di evadere dalla certezza borghese, una conseguenza del suo più generale rifiuto dei luoghi comuni e del comune modo di pensare: rifiuto di seguire una vita d’artista in cerca di gloria e soldi, di ridursi al bisogno di vendere le sue tele (in poche parole di essere un pittore), di partecipare alla guerra, di sposarsi e fare famiglia, di riempire la propria vita di oggetti e beni da lui considerati inutili, come un’automobile, una casa, ecc., rifiuto di lavorare per vivere.

In pratica faceva il contrario di ciò che era comunemente ritenuto normale e giusto.

Mentre gli altri pittori teorizzavano eRitratto di Rose Selavy si lanciavano in infinite elucubrazioni sul cubismo e sulla pittura, lui partoriva il suo alter ego femminile Rrose Sélavy, dava titoli ai suoi lavori che erano intelligenti nonsense e creava opere lasciandosi guidare dal caso: “…io ero a favore del caso, dell’umorismo in pittura. Detestavo l’idea di una pittura seria. Se si può parlare di un’idea filosofica nel mio lavoro, è che non esiste nulla di così serio da essere preso sul serio.

Per Marcel Duchamp introdurre lo humor in un campo ritenuto serio era come utilizzare un’arma antisociale: “…(lo humor) è pericoloso perché si insinua nelle cose serie, nei ragionamenti comunemente accettati su cui si fonda la conoscenza umana, per spingerli fino all’assurdo e dimostrarne la relatività.”  (Pawlowski)

4. Nuovo valore allo “sguardo”

Mettendo un orinatoio in un museo, Marcel Duchamp non fa altro che invitarti a guardare un oggetto liberandoti dei Scolabottiglie, ready made di Marcel Duchamppregiudizi, di tutto ciò che conosci e che hai imparato.

Ti invita a guardare un oggetto al di là della sua funzione, semplicemente come qualcosa con una forma e un colore.

In pratica ti invita a tornare bambino, quando in braccio a tua madre afferravi tutto ciò che ti era messo davanti agli occhi con curiosità e gioia, senza sapere e dare importanza a ciò che l’oggetto fosse: uno spazzolino era solo qualcosa di stretto e lungo con un colore; un libro era solo qualcosa di pesante con dei colori; un cuscino solo qualcosa di morbido e grande con dei colori.

Duchamp ti sta dicendo di guardare la vita con occhi nuovi, ti invita a tornare bambino. Questo vale per gli oggetti come per le persone, guardarle al di là delle apparenze, dei ruoli e fuori da ogni contesto.

Marcel Duchamp e il mercato dell’arte

Fino a qui ho detto solo una piccolissima parte di quello che si potrebbe dire su un artista tanto complesso e profondo come Marcel Duchamp, ma penso di essermi comunque già dilungato abbastanza.

C’è semplicemente un’ultima considerazione da fare: al contrario di quello che si potrebbe pensare, Marcel Duchamp non era affatto interessato al mercato e al successo delle sue opere, anzi era molto critico a riguardo: “L’arte è diventata un prodotto, al pari dei fagioli. Oggi si compra arte nello stesso modo in cui si comprano gli spaghetti.

Questa situazione secondo Duchamp ha provocato un forte cambiamento nel modo di fare arte che lo ha spinto ad Andy Warhol con la sua telecamera e Marcel Duchampabbandonare la pittura: “Non voglio copiarmi come tutti gli altri… essere pittore significa copiare e moltiplicare qualche idea… Da quando si è creato un mercato della pittura, tutto è stato radicalmente cambiato nel campo dell’arte. Guardi come producono. Crede che a loro piaccia e che provino soddisfazione a dipingere cinquanta volte, cento volte la stessa cosa? Per niente, non fanno neanche quadri, fanno degli assegni.

In Duchamp c’è tutto il disprezzo per la sovrapproduzione (quantità a discapito di qualità) di un’arte contemporanea diventata sempre più sistema. È curioso come Andy Warhol, artista di un’altra generazione, reagirà in maniera completamente opposta a questa situazione.

Marcel Duchamp, il padre dell’arte contemporanea

A questo punto non ti resta che decidere, è tutto merito o tutta colpa di Marcel Duchamp?

A volte quando visito una fiera e mi trovo davanti a mazze da baseball appoggiate a terra, bottiglie poste in una teca e altre banalità del genere, credo che avesse ragione Picasso nell’affermare che gli artisti contemporanei “svaligiano il magazzino di Duchamp limitandosi a cambiare gli imballaggi.”

Marcel Duchamp gioca a scacchi con la pipa in boccaSe penso però ai capolavori del Nouveau Realisme, del Minimalismo, dell’Arte Povera, della stessa Land Art e di parte dell’arte di oggi, non posso che essere grato a Duchamp per aver aperto la strada a tali espressioni e linguaggi artistici.

Sono sempre le deviazioni, il ripetuto, il già visto che non porta niente di nuovo e che non sposta il confine di ciò che è considerato arte che finisce per stancare e per farmi esclamare sorridendo “Maledetto Marcel Duchamp!

Oggi sono cambiati i tempi e la società ha subito forti mutamenti. Forse non ha più senso emulare Marcel Duchamp o forse sì. Forse la crisi fa da trampolino per un ritorno alla manualità e alla qualità o forse no.

Sicuramente ci sono già grandi artisti che questi cambiamenti li hanno percepiti e che li stanno esprimendo con le loro opere. Forse qualche critico, curatore o collezionista li avrà già scoperti e starà cercando di promuoverne il lavoro o forse no. Il tempo e la storia, come per Duchamp, li premieranno, su questo non c’è alcun dubbio.

Tu cosa pensi dell’orinatoio capovolto? È arte o è una grandissima presa in giro? Sono curioso di conoscere la tua opinione qui nei commenti.

Arte e soldi, un connubio vecchio secoli

Articolo pubblicato sulla rivista Commenti di Verso l'Arte

L’arte ha sempre avuto un costo che fin dai tempi di Giotto è stato essenzialmente legato all’abilità e alla fama dell’artista. Nessuno dei grandi geni del passato ha mai lavorato solo ed esclusivamente per la gloria. ComeCopertina del libro "The wealth of Michelangelo" di Rab Hatfield hanno dimostrato gli studi del professor Rab Hatfield pubblicati nel libro “The Wealth of Michelangelo”, l’autore degli affreschi della Cappella Sistina era tanto attento alla qualità dei suoi lavori quanto, se non di più, alla quantità della ricompensa ricevuta per essi. Alla sua morte avvenuta nel 1564 all’età di 89 anni, sembra che il nostro “Divino” possedesse la bellezza dell’equivalente odierno di dieci milioni di dollari.

Arte e denaro hanno quindi camminato sempre di pari passo e continueranno a farlo ancora per parecchio tempo.
Ma se il prezzo di un’opera è legato alla fama del suo autore, chi o cosa influenza e decide la fama di un artista? Ovviamente il potente e ricco mecenate che quell’opera l’ha commissionata. Michelangelo è diventato Michelangelo grazie a Lorenzo il Magnifico e ancor di più grazie a Giulio II. Il Buonarroti, infatti, non ci pensò due volte a lasciare appena abbozzati i lavori della Sala del Gran Consiglio di Palazzo Vecchio per rispondere alla chiamata del sommo pontefice: gloria e lauti guadagni lo attendevano a Roma.

Oggi i committenti non sono più Papi, Re o imperatori ma il mercato, un’entità relativamente nuova, formata perlopiù da capitani d’industria, banchieri e imprenditori, insomma gente facoltosa che ha in mano le redini della finanza. Mentre Carlo V chiedeva a Tiziano di dipingere un quadro che ne celebrasse la potenza e la gloria, il mercato chiede agli artisti di oggi di produrre opere che assecondino i bisogni della finanza, vale a dire soldi e investimento. Ne consegue che mentre in passato l’importanza di un artista era legata al valore estetico, intellettuale e artistico della sua opera e solo in secondo momento era considerato il prezzo, oggi essa è indissolubilmente legata al suo valore di mercato e al costo che i suoi lavori raggiungono. Finché un artista non ottiene determinate quotazioni non è considerato da nessuno se non da un circolo ristretto di amanti e addetti ai lavori. Non appena però le sue opere vengono battute a cifre record, allora si scatena la corsa di massa e tutti vogliono accaparrarsele.

Una mappa del mondo di Alighiero BoettiAlighiero Boetti era un artista importante già negli anni ’90 o lo è diventato solo dopo le ultime aggiudicazioni stellari delle sue opere? Possiamo porci la stessa domanda per Enrico Castellani, per Agostino Bonalumi e per tanti altri. Se guardiamo alla storia dell’arte, sono sempre stati grandi artisti, allora perché anche solo dieci anni fa nessuno voleva i loro lavori? Semplicemente perché costavano troppo poco e oggi è il prezzo il fattore che indica l’importanza di un artista e che muove la rincorsa all’opera. Non è più il collezionista che rende importante un dipinto quanto il mercato che fa sì che quel dipinto diventi desiderabile per un numero sempre più elevato di collezionisti. È sempre il mercato che muove le redini, accade quindi spesso che “le opere culturalmente più importanti valgano molto meno di quelle facilmente vendibili.” (Giuseppe Panza)

Arte e investimento, ieri e oggi cosa è cambiato

Come si è arrivati a questo? Già nel 1200 il critico Ts’ai Tao scriveva: «L’amore e la gioia per l’arte sono diventati una moda e le opere d’arte sono ovunque considerate alla stregua di merci e investimenti. Questo il diavolo della nostra epoca».
“Il diavolo della nostra epoca”: anche allora considerare l’arte alla stregua di semplice merce era qualcosa che indignava gli appassionati.

Eppure il peggio doveva ancora arrivare. È solo dopo la Rivoluzione Francese e ancor di più con le grandi esposizioni dell’800, infatti, che l’arte si sarebbe pienamente affermata come merce, tanto che già il grande mercante di quadri parigino Ambroise Vollard poteva parlare nelle sue memorie di investimenti riferendosi alle opere dei giovani pittori impressionisti.

Da quel momento in poi è tutta un’escalation e il mercato diventerà poco alla volta un’entità sempre più forte. Nel 1928 in una lettera ad Alfred Stieglitz, Marcel Duchamp scrive: «…Picabia è uno dei pochi oggi a non essere un “investimento sicuro”? La situazione del “mercato” qui è talmente deplorevole… […] Pittori e pittrici salgono e scendono come azioni di Wall Street».

Intorno agli aSimboli del dollaro dipinti da Andy Warholnni ’60 del Novecento sono arrivate quindi le scatolette di Merda d’Artista che Piero Manzoni sbatteva in faccia a un mercato che accettava qualunque “merda” purché fosse in edizione limitata, numerata, firmata e garantita da un certificato di autenticità. Più o meno nello stesso periodo un artista lucido come Andy Warhol invece, accettava la realtà di fatto portando all’interno dei musei gli stessi oggetti che si trovavano sugli scaffali di un supermercato: l’arte deve essere consumata come qualsiasi altro prodotto commerciale e “fare soldi è un’arte, fare buoni affari è la migliore forma d’arte” profetizzava. È l’apoteosi dell’arte come merce e il via libero definitivo a un sistema commerciale che diventerà sempre più forte e capillare.

Oggi l’economia, dopo aver conquistato gran parte degli ambiti della nostra vita, ha definitivamente vinto anche sull’arte. È un male questo? Da un certo punto di vista per niente. Ben vengano i soldi nel mondo dell’arte: gli artisti hanno bisogno di essere pagati per produrre le loro opere, liberi da ogni altra preoccupazione e poi ricordiamoci che è solo grazie a questi enormi capitali che l’arte è ancora viva. Pensiamo alla poesia, alla musica, alla danza e al teatro contemporanei, chi ne parla più? La notizia di una nuova aggiudicazione record almeno riesce ancora ad attirare i grandi riflettori mediatici sul palcoscenico artistico e a veicolare l’attenzione della moltitudine. È vero, in queste rare occasioni purtroppo, non si discute mai del valore dell’opera appena battuta in asta quanto piuttosto si disquisisce solo ed esclusivamente sulla straordinarietà della cifra raggiunta, ma è già qualcosa. D’altronde in un mondo in cui non si fa altro che parlare di spread, banche, debiti, bilanci, milioni che crescono e milioni che svaniscono, in quanti possono essere interessati più al valore di un’opera piuttosto che al suo prezzo?

Arte ed economia: qual è il vero valore di un’opera?

Oggi quindi l’arte riesce a essere ancora vera protagonista solo se legata all’aspetto economico, di investimento. SenzaLa fiera di Art Basel alcun dubbio il prezzo di un’opera attira maggiori attenzioni rispetto al suo valore. Una dimostrazione di questo è il numero di visitatori che una manifestazione completamente centrata sul mercato come Art Basel ha accolto in soli quattro giorni: ben 98.000 (6,52% in più rispetto al 2014), cifra che molte delle mostre del nostro paese non riescono a raggiungere neanche nell’arco di sei mesi.

Per tanti l’arte è e rimane soprattutto investimento e le crescite commerciali di molti artisti sono operazioni studiate a tavolino da galleristi, mercanti e speculatori. È chiaro che per riuscire ad alzare le quotazioni devono esistere requisiti storico-artistici e ragioni oggettive valide, fatto sta che non sempre al valore di un artista corrisponde un’adeguata valutazione commerciale della sua opera e viceversa. Se così fosse, un artista come Giorgio De Chirico (tanto per fare un esempio) dovrebbe costare molto più di tanti altri artisti con un curriculum e un’importanza storica decisamente inferiore alla sua.

Arte e mercato sono quindi due entità differenti che pur avendo uno stretto legame camminano su due binari diversi. Se si vuole apprezzare davvero il lavoro di un artista, bisogna cercare in tutti i modi di dimenticare il prezzo delle sue opere. In un mondo in cui si conosce e si quantifica il costo di ogni cosa, è difficile ma è l’unico modo per tornare a dare peso e importanza al valore. Non è detto che un artista che costa poco valga poco, come non tutte le opere di quegli artisti che raggiungono quotazioni esorbitanti sono solo ed esclusivamente speculazioni finanziare: anche là dove ci sono evidenti prezzi gonfiati può nascondersi vero valore.

Il cavallo appeso di Maurizio Cattelan al Castello di RivoliL’arte è figlia del proprio tempo” (Kandinsky ) e se questo modo di fare, usufruire e vivere l’arte non ci piace, non è con essa che ce la dobbiamo prendere e non è agli artisti che dobbiamo chiedere di cambiare. L’arte di oggi è l’immagine dell’epoca in cui viviamo e non fa altro che rispecchiare una società in cui l’economia è più importante della fratellanza fra i popoli, della pace e della cultura.

Se questo tipo di arte ci fa innervosire e ci infastidisce ma ci fa anche solo per un attimo pensare e riflettere sul modo e sul mondo in cui stiamo vivendo, allora è un’arte che, bella o brutta, ha comunque fatto il suo dovere.

Qual è secondo te il ruolo del mercato oggi? È ancora riconosciuto il valore di un’opera? Lascia la tua opinione nei commenti.

In arte i barattoli più importanti non contengono colore

Se parlando d’arte ci si riferisce a dei “barattoli”, ci si aspetta di trovarsi di fronte a dei contenitori di latta in cui sono conservati i colori che l’artista utilizzerà per realizzare il suo lavoro. Infatti, soprattutto nell’epoca moderna, quando al posto dei colori ad olio alcuni artisti iniziarono ad usare smalti e vernici, questi oggetti cominciano a essere molto utilizzati. Si pensi ad esempio ai famosissimi barattoli che Jackson Pollock impugnava durante l’atto creativo, vera e propria lottaJackson Pollock a lavoro su un dipinto contro la tela. Sono così importanti da essere diventati un tutt’uno con l’artista stesso e per questo motivo sono stati inseriti ed esposti come fossero vere e proprie opere nella mostra “Alchimia di Jackson Pollock. Viaggio all’interno della materia.” alla Peggy Guggenheim Collection.

Eppure nell’intenzione di Pollock, opere d’arte quei barattoli non lo sono mai stati. Sono invece altri due gli artisti che ebbero la volontà di trasformare un semplice barattolo da mezzo o oggetto a vero e proprio soggetto di un’opera: l’americano Andy Warhol e l’italiano Piero Manzoni. Sono i loro i barattoli più importanti e famosi della storia dell’arte. Barattoli completamente diversi creati da due artisti che hanno tante divergenze ma anche tanti punti in comune. Andiamo a vedere quali sono.

Differenze e punti in comune fra gli artisti dei barattoli.

  1. Andy Warhol e Piero ManzoniIniziamo con un punto in comune: l’età. No i due non sono coetanei, ma sono nati comunque a pochi anni di distanza, Warhol nel 1928 e Manzoni nel 1933. Questo vuol dire che il loro ingresso nel mondo dell’arte è avvenuto più o meno nello stesso periodo, cioè qualche anno dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Entrambi avevano quindi alle loro spalle quella generazione di artisti che avendo vissuto e assistito agli orrori della guerra in prima persona esprimeva il proprio dolore e la propria angoscia attraverso una pittura fatta di gestualità e di lotta contro la tela, il cosiddetto Espressionismo Astratto. Negli Stati Uniti ci sono Pollock, Kline, De Kooning, in Europa Hans Hartung, Emilio Vedova, Emilio Scanavino e tanti altri. Sia Manzoni che Warhol fanno invece parte di quella nuova generazione che vuole lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra e guardare con speranza al futuro. Ed è qui che compare la prima differenza.
  2. Warhol è americano, figlio della nazione uscita dal conflitto da vera e propria trionfatrice e l’unica sul cui territorio non si è mai combattuto. L’Italia è al contrario un paese sconfitto e devastato nel fisico come nella mente. La guerra è entrata nelle strade e nelle case lasciando dietro di sé morte e distruzione. Due situazioni completamente diverse, eppure nonostante queste premesse è Warhol l’artista più tragico fra i due, mentre Manzoni, come vedremo più avanti, ha piena fiducia nell’arte e nella vita.
  3. Altra differenza: abbiamo detto che entrambi vogliono rompere con la tradizione e lasciarsi alle spalle l’Espressionismo Astratto. Ma mentre per Warhol il problema si risolve qui perché il movimento di Pollock e compagni è il primo e unico veramente americano, per Manzoni questo non basta. La tradizione italiana ed europea è innanzitutto figlia di una pittura figurativa ed è anche da questa che egli vuole prendere le distanze. Ecco allora che Manzoni va alla ricerca di un astrattismo nuovo mentre Warhol diventa padre di quello che sarà il primo movimento figurativo prettamente americano (anche se nato in Inghilterra), la Pop Art.
  4. Sia Warhol che Manzoni tecnicamente non sono dei grandi pittori. Il primo crea i suoi quadri utilizzando una tecnica meccanica, la serigrafia, il secondo realizza opere che sono sostanzialmente idee.  Entrambi sono però dei grandissimi artisti (se non dei veri e propri geni) ed entrambi abbandonano la pittura tradizionale: il motivo di questa scelta è però completamente diverso. Warhol ha capito che nella società moderna la pittura Marilyn Monroe di Andy Warholnon è più indispensabile e che per avere delle immagini ormai si può ricorrere a strumenti più veloci e precisi come la fotografia. Mentre un pittore del Rinascimento aveva bisogno del modello in carne ed ossa per dipingere, a Warhol per ritrarre Marilyn è sufficiente una sua fotografia (i suoi celebri ritratti della Monroe non sono altro che ritratti di una locandina del film Niagara. Warhol non ha mai incontrato Marilyn mentre Lisa Gherardini ha posato per Leonardo come Baldassarre Castiglione ha posato per Raffaello). La realtà perde completamente valore e non c’è alcuna differenza tra Marilyn, Elvis Presley, Mao, una lattina di Coca Cola o un barattolo di Zuppa Campbell’s. Nonostante i suoi quadri colorati e in apparenza pieni di gioia, per Warhol l’arte non conta più niente, è morta e la morte è tema costante delle sue opere. Per questo dicevo prima che Warhol è un artista tragico. Manzoni al contrario ha piena fiducia e amore nell’arte e la considera un tutt’uno con la vita: il corpo dell’artista infatti diventa fulcro centrale in molte delle sue opere. E qui si arriva ai famosi barattoli.
    Andy Warhol - Barattoli di zuppa Campbell's
  5. Abbiamo visto che Warhol dipinge i barattoli di Zuppa Campbell’s con la stessa lucidità e lo stesso distacco con cui ritrae Marilyn. Per lui i prodotti di massa rappresentano la democrazia sociale in quanto la Zuppa Campbell’s o la Coca Cola sono consumate dal barbone in mezzo alla strada come dal Presidente degli Stati Uniti. Per Manzoni i barattoli contenenti la Merda d’artista avevano tutt’altro significato (anche se si potrebbe fare lo stesso ragionamento di Warhol anche per il loro contenuto). Ho già parlato di come sia nata questa idea in questo articolo: Piero Manzoni: merda che artista! Riassumendo, Manzoni, dopo aver creato le sue scatolette, le mise in vendita al prezzo dell’oro. Oggi dopo cinquant’anni il loro valore è talmente aumentato che ha di gran lunga superato quello del metallo prezioso per eccellenza. Con questo Manzoni non ha dimostrato che la merda vale più dell’oro ma che è l’arte e qualsiasi cosa fa un artista a valere più dell’oro. È una riflessione sul ruolo dell’artista diametralmente opposta a quella di Warhol. Mentre quest’ultimo afferma che l’arte non ha più alcun valore, Manzoni stabilisce il primato dell’arte su tutto.
  6. Per quanto possa sembrare irriverente, il gesto di Manzoni non voleva essere affatto provocatorio: semplicemente dava all’arte lo stesso valore e la stessa importanza della vita stessa. Le opere colorate di Warhol che ammiccano al fruitore mettendogli davanti agli occhi immagini famigliari, nascondono invece sì una forte componente provocatoria: l’artista porta all’interno dei musei gli stessi oggetti che si trovano sugli scaffali di un supermercato dichiarando che l’arte deve essere consumata come qualsiasi altro prodotto commerciale.

Piero Manzoni e Andy Warhol diversi nell’arte, diversi nella fortuna

Piramide di barattoli di Merda d'artista di Piero ManzoniI due barattoli più famosi della storia dell’arte hanno quindi significati completamente diversi pur essendo nati nello stesso periodo. Ma, mentre le scatolette tragiche di Zuppa Campbell’s sono accettate e apprezzate ormai dalla maggioranza, le scatolette di Merda d’artista di Manzoni provocano ancora irritazione agli occhi di tanti amanti dell’arte. Eppure abbiamo visto che è l’italiano che con questa opera esalta il valore dell’arte, mentre al contrario l’americano glielo toglie, ponendola alla stregua di un qualunque prodotto commerciale. Nonostante ciò, colori e immagini familiari hanno sempre la meglio sulla merda, anche quando questa è il prodotto di un grande pensiero. In quanto al valore prettamente commerciale, anche in questo caso ha vinto nettamente Warhol, sebbene pure le scatolette di Manzoni si fanno ben pagare. Ma questo è più in linea con le intenzioni dei due artisti. L’italiano era infatti poco interessato al mercato mentre per Warhol, da vero americano, il business era uno degli aspetti fondamentali del suo lavoro: “Essere bravo negli affari è la forma d’arte più affascinante… fare soldi è un’arte, fare buoni affari è la migliore forma d’arte.

Ed è proprio qui che sta la divergenza tra i due: Manzoni criticava aspramente ciò che invece Warhol auspicava. Le scatolette erano state create dal Manzoni anche come una provocazione al mercato (al mercato, non al pubblico) che in quegli anni iniziava a essere sempre più influente e invasivo nel mondo dell’arte. La critica era rivolta al fatto che nel sistema dell’arte contemporanea la firma iniziava ad avere più importanza del valore intrinseco dell’opera. Il mercato accettava qualunque merda purché fosse in edizione limitata, numerata, firmata e garantita da un certificato di autenticità. Quello che per Manzoni era un aspetto aberrante del sistema, per Warhol assumeva invece una valenza positiva e fece di tutto per incentivarla.

Piero Manzoni e Andy Warhol vedono insomma la realtà in due modi completamente antitetici, nonostante questo hanno un’importante caratteristica in comune: entrambi avevano uno sguardo lucido, al limite del preveggente, sulla società a loro contemporanea. Avevano capito dove il mondo stava andando e hanno anticipato con il loro lavoro molte delle cose che sarebbero successe. Una su tutte? La vittoria dell’economia sull’arte. 

E tu cosa pensi di questo diverso modo di fare arte? Preferisci i barattoli di Zuppa Campbell’s di Andy Warhol o le scatolette di Merda d’Artista di Piero Manzoni? Diccelo qui nei commenti.

Art Basel 2014, il mercato dell’arte è in piena forma

Non esiste crisi per l’arte contemporanea e anche la 45° edizione di Art Basel ha dimostrato (se ancora ce ne fosse stato bisogno) che il polso del mercato è più vitale che mai.Giuseppe Penone "Linfa Vitale"
Secondo le stime degli organizzatori più di 92.000 visitatori sono stati attratti dalla fiera madre fra tutte quelle dedicate all’arte e, a quanto sembra, gli affari sono andati a gonfie vele.

Il più importante? Un autoritratto di Andy Warhol degli anni ’80 passato di mano per una cifra che si aggira intorno ai 35 milioni di $. Grande successo anche per l’artista tedesco Gerhard Richter presente con diverse opere per diverse gallerie e una cui tela astratta è stata venduta per 6 milioni di $.

E fra gli italiani? Ovviamente non potevano mancare gli spazialisti, un “Concetto Spaziale” di Lucio Fontana è stato ceduto per 4,7 milioni di $, e gli ormai più che affermati artisti dell’Arte Povera, Michelangelo Pistoletto con gli “Specchi“, Pier Paolo Calzolari, Anselmo e Giuseppe Penone con la scultura “Linfa Vitale“, un’enorme opera di 50 metri tanto affascinante quanto difficile da piazzare in una casa, anche se i veri collezionisti sono sempre capaci di Gerhard Richterstupirci.

Molto presenti anche gli artisti dell’Arte Cinetica o Programmata, sia italiani che stranieri, anche loro ormai avviati per la strada che li porterà verso cifre sempre più elevate. Enorme spazio anche alla Performances e alla Videoarte con diverse opere presenti in fiera.

Ma è davvero possibile fare l’affare giusto, cogliere il nome che nei prossimi anni farà “il botto”? Al piano terra conoscendo un po’ di storia dell’arte e avendo un portafoglio di almeno un paio di milioni, è più facile azzeccare l’artista che crescerà: per la maggior parte sono tutti già storicizzati e affermati e per quanto la cifre siano alte il rischio è minore. Il problema è a monte: chi si può permettere di spendere cifre simili? Non tutti, sicuramente non in pochi, ma comunque non tutti.

Allora si può provare a fare un giro al piano di sopra dove si trovano gli artisti di oggi. I lunguaggi possono sembrare un po’ eccentrici e certamente molto lontani da quelli a cui siamo abituati ma cercando bene si può portare a casa un qualcosa di interesante con qualche decina di migliaia di euro.
Consiglio. Mai farsi guidare dall’emozione, godere l’arte con il cuore ma comprarla con la testa. E se non si è davvero esperti, forse è meglio farsi guidare da un addetto ai lavori o da qualcuno che ne sa più di noi. È vero che l’affare è sempre dietro l’angolo, ma anche la bufala non si nasconde. E forse sono più le bufale che gli affari…