I Tableau Vivant di Luigi Ontani in mostra al GAMeC di Bergamo

Luigi Ontani Bergamo - Dante e PinocchioDevo dirla proprio tutta: la mostra Luigi Ontani – “Er” “SIMULACRUM” “amò” al GAMeC di Bergamo è davvero qualcosa di grandioso. Sarò anche di parte, in quanto Ontani è da sempre uno dei miei artisti preferiti, ma devo dire che non mi aspettavo niente di simile. Giacinto Di Pietrantonio ha fatto un ottimo lavoro. Così tante fotografie del maestro, di quelle dimensioni e di quella importanza storica soprattutto, mi hanno reso per quelle due ore passate all’interno del museo come un bambino lasciato libero di scorrazzare all’interno di un parco giochi.

D’altronde sentirsi un bambino è normale davanti alle  opere di un’artista che un po’ bambino in fondo lo è e lo è sempre stato. I personaggi onirici che popolano i suoi acquerelli, il modo a volte anche autoironico in cui utilizza il suo corpo nei Tableau Vivant, i titoli delle sue opere, opere d’arte essi stessi, un misto di piccole poesie e giochi di parole per bambini, la fertile fantasia dalla quale nascono i suoi lavori, sono tutti modi di esprimere una personalità che rimane se stessa senza mai omologarsi e che tenta di stare al di fuori dalle cerchia ristretta di quelle regole comuni che caratterizzano la nostra società. “Ogni bambino è un artista, il problema è poi come rimanere un artista quando si cresce”, affermava Picasso. Luigi Ontani è la risposta. L’elemento ludico è fondamentale nella sua opera. Questo non vuol dire che la sua arte sia infantile, semplice, poco impegnata. Tutt’altro! Nei suoi lavori ci sono citazioni alla storia dell’arte, alla nostra cultura e a quella orientale, a volte talmente colte che sono per i più incomprensibili se non accuratamente spiegate.

Inspiegabilmente vuotaLuigi Ontani al GAMeC - David e i Pigioni

Sarà questo il motivo per cui a girare per le sale del GAMeC ero in pratica da solo? È possibile che la mostra di uno dei nostri artisti più rappresentativi sia così snobbata, non dico dal grande pubblico poco interessato, ma almeno da chi l’arte la mastica un pochino. Sarei pronto a scommettere che, a una cinquantina di kilometri di distanza, fuori da Palazzo Reale di Milano, si sia invece formata la consueta coda da weekend per entrare alla retrospettiva su Van Gogh. Eppure Luigi Ontani è ormai un artista molto apprezzato, è vero, forse più all’estero che in Italia dove siamo ancora restii a certe modalità di linguaggio che, nonostante non si possano più chiamare contemporanee, visto che le opere sono datate anni ’60 e ’70, nel nostro paese non sono ancora state assimilate e digerite.

Qualcosa comunque si sta muovendo: settimana scorsa ad Arte Padova le opere di Luigi Ontani erano protagoniste in diversi stand. Sarà questo uno dei casi in cui il mercato arriverà prima del pubblico? Può darsi. Un acquerello per il quale solo tre anni fa chiedevano intorno ai 12.000€, me lo sono sentito offrire a 18.000€. Era anche ora e oserei dire che siamo Luigi Ontani - Acquerello esposto ad Arte Padovasolo all’inizio. Un artista che ha già avuto una retrospettiva al PS1/MoMa di New York, al Castello di Rivoli e alla Kunsthalle di Berna, per citarne solo qualcuna, i cui lavori sono stati fonte di ispirazione di importanti giovani venuti dopo di lui come ad esempio Cindy Sherman che più volte l’ha citato come suo maestro di riferimento (artista che tra l’altro ha raggiunto già quotazioni milionarie), può costare ancora così poco?

Se fosse nato in America o in Inghilterra, sicuramente oggi sentiremo parlare di Luigi Ontani in tutt’altra dimensione e probabilmente la sua mostra sarebbe affollata. Gli anglosassoni hanno una capacità ammirevole di riempire i musei e attirare pubblico. Il problema quindi non è tanto nella figura dell’artista, ma sarebbe forse da cercare all’interno del sistema arte Italia. Cosa sono i nostri musei? Dei semplici contenitori chiusi nel quale conservare oggetti vecchi e stantii. Hanno qualche attrattiva per il pubblico? Non direi proprio. I musei inglesi offrono al loro pubblico delle vere e proprie esperienze che iniziano ancor prima di staccare il biglietto: si possono passare intere giornate al loro interno. A parte poche eccezioni come il Mart di Rovereto, i nostri musei assomigliano ancora più a degli archivi della memoria che a luoghi di cultura vera e propria. Non che essi non debbano essere anche questo, ma il mondo è cambiato e anche il modo di fruire la cultura è cambiato. Se non ci si accorge di questo anche il baluardo di difensori del ricordo prima o poi cadrà.Luigi Ontani a Bergamo - Lapsus Lupus

Tornando alla mostra di Luigi Ontani, come mai questa poca affluenza? Si può pensare che Bergamo non sia Milano? Ma anche Rovereto non è Venezia. Il GAMeC è un’istituzione che si sta muovendo in maniera superba nel suo intento di seguire una politica di promozione dell’arte moderna e contemporanea. Oltre alle ottime esposizioni temporanee, possiede un’eccellente collezione permanente con capolavori che mai mi sarei aspettato di trovare. Dal punto di vista espositivo quindi niente da dire. Allora cos’è che manca? Può darsi che il mio sia un giudizio un affrettato visto che è la prima volta che visito il GAMeC e potrei anche aver scelto un giorno particolare in cui l’affluenza è stata povera. Oppure da un altro lato si può pensare che forse quello che manca è un’efficiente e strategica politica di marketing culturale. Con questo potrei aprire un dibattito fra chi pensa che gli strumenti del marketing possano distruggere l’arte e chi dice che al contrario possano essere di grande aiuto a questo mondo. Lascio aperte le riflessioni per un futuro post. Intanto invito tutti a fare un giro a Bergamo e visitare la mostra Luigi Ontani – “Er” “SIMULACRUM” “amò”.

 

Ritrovata la Maddalena di Caravaggio

Una grande notizia scuote il mondo dell’arte e questa volta non si tratta né di un’aggiudicazione milionaria tanto meno di un nuovo record d’asta. Balzata da Repubblica alle prime pagine di molti altri giornali, finalmente una bella storia che ha ridato vita e sta facendo crescere l’eccitazione fra gli addetti ai lavori: è stata ritrovata la Maddalena di Caravaggio. Una bella storia che ha tre protagonisti e tante comparse.

Il principio della storia

Dopo una vita travagliata, segnata da molti successi ma anche da enormi eccessi che l’hanno costretto a fuggire in lungo e largo per il sud Italia, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio si era stabilito a Napoli dove abitava presso la marchesa Costanza Colonna. È da qui che ricevuta la notizia dell’imminente perdono di Papa Paolo V si mette in viaggio per Porto Ercole, piccola cittadina fuori dal dominio pontificio, dove avrebbe aspettato la grazia papale. È noto come le cose sono poi andate finire: fermato e fatto sbarcare per accertamenti a Palo di Ladispoli, la feluca sulla quale viaggiava ripartì senza di lui e il pittore, messosi in cammino per raggiungerla nel tentativo di recuperare il suo prezioso bagaglio, si ammalò di febbre alta e morì dopo tre giorni di agonia. Ma cosa contenevano di tanto importante le casse del Merisi rimaste sull’imbarcazione da spingere l’artista, già non in ottima salute, a incamminarsi per un viaggio così lungo e tortuoso? È qui che entra in gioco il secondo protagonista.

Un pegno da pagare in cambio della libertà

Cardinal Scipione Borghese - ritratto di Ottavio LeoniCaravaggio durante tutta la sua vita aveva allacciato e creato una rete di contatti che, oltre ad offrirgli e procurargli commissioni, più volte lo aveva tirato fuori dai guai passando spesso anche al di sopra della legge. Personaggi potenti dunque, che non sempre concedevano i propri favori a titolo gratuito. Uno di questi fu il cardinale Scipione Borghese, nipote di Paolo V. Senza soffermarci sulla sua fama di uomo dalla cultura mediocre e di collezionista vorace e senza scrupoli, sappiamo che nel gennaio 1610 ricevette le cariche di Gran Penitenziere e di Prefetto della Segnatura di grazie e giustizia: niente di più utile per il fuggiasco Caravaggio. Chissà come, poco tempo dopo questa investitura la grazia al Merisi arrivò davvero. Ovviamente per uomini di tale calibro tutto ha un prezzo e il cardinale, in cambio della definitiva libertà, chiese all’artista delle opere che sarebbero andata a rinfoltire la sua già enorme collezione. Era questo dunque l’unico bagaglio che il pittore portava con sé in quel suo ultimo viaggio. Niente di più prezioso per lui in quanto erano garanti della sua stessa vita. “Doi San Giovanni e la Maddalena” scrive Diodato Gentile, vescovo di Caserta e Nunzio Apostolico del Regno di Napoli, a Scipione Borghese annunciandogli anche la morte dell’artista. I tre quadri tornano a Napoli in custodia di Costanza Colonna che ha il compito di fare arrivare le tele a Borghese. Secondo gli storici, solo il San Giovanni esposto alla Galleria Borghese arriverà a destinazione. Dell’altro San Giovanni si perdono le tracce. Per capire che fine abbia fatto “La Maddalena” invece, abbiamo bisogno della terza protagonista di questa storia.

Una vita per Caravaggio

Mina Gregori è una giovane appassionata d’arte che intorno alla seconda metà del ‘900 decise di iscriversi all’Università di Bologna. Docente di Storia dell’arte dell’istituto emiliano era un giovane e rampante critico che stava rivoluzionando il modo di approcciarsi all’arte, Roberto Longhi, e che proprio in quegli anni stava mettendo in Mina Gregori, massima esperta di Caravaggioatto la storica riscoperta di un artista dimenticato dai suoi predecessori per quasi quattro secoli: Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.
La giovane Mina si appassionerà agli studi del professore, lo affiancherà e assisterà carpendone tutti i metodi di lavoro, fino a succedergli alla cattedra dell’Università di Firenze e a diventare presidente della Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi del capoluogo toscano. Una vita intera spesa intorno a Caravaggio e alla ricerca delle opere.
Quando Mina Gregori si è ritrovata davanti agli occhi la Maddalena in estasi di Caravaggio, ha detto solo: “Finalmente, è lei!“.

Il ritrovamento di un capolavoro

Esistono sparsi per il mondo almeno otto esemplari della Maddalena del Merisi, ma uno solo è quello autentico e si trova in una collezione europea di cui nessuno conosce il nome. La massima studiosa di Caravaggio è sicura: “L’incarnato del corpo di toni variati, l’intensità del volto. I polsi forti e le mani di toni lividi con mirabili variazioni di colore e di luce e con l’ombra che oscura la metà delle dita sono gli aspetti più interessanti e intensi del dipinto. È Caravaggio“.
Dietro alla tela è stato poi ritrovato un indizio fondamentale per l’attribuzione, un foglietto con grafia seicentesca che recita: “Madalena reversa di Caravaggio a Chiaia ivi da servare pel beneficio del Cardinale Borghese di Roma“. E in effetti La Maddalena in estasi “autografa” da Napoli deve essere passata a Roma, c’è un timbro di ceralacca della dogana di terra della città papale, in uso soltanto dalla fine del Seicento, apposto sulla tela che lo testimonia. Poi di lui si perdono le tracce. Finisce chissà come in una collezione di una famiglia europea e lì rimane passando di generazione in generazione, fino a quando qualcuno degli eredi, capendo di poter avere tra le mani un autentico Caravaggio, contatta la massima autorità del campo. Dopo il Martirio di Sant’Orsola, che la Gregori riconobbe e assegnò al Merisi già nel 1973, un’altra enorme soddisfazione per la studiosa che dichiara: “È solo nelle collezioni private che si possono scoprire ancora i veri capolavori. Non sul mercato. Questa famiglia, al momento, non vuole pubblicità. Temono i furti, è ovvio. Non credo abbiano intenzione di vendere, non sono nemmeno grandi collezionisti. Avevano un’idea sull’autore dell’opera. Speravano che fosse Caravaggio, certo, ma non avevano nemmeno decifrato la scritta seicentesca.

Un segno di speranza per il futuro

Adesso tutti sperano di poter vedere il dipinto ritrovato in una mostra, ma ovviamente bisogna aspettare il beneplacito dei proprietari. Questo ritrovamento è sicuramente una fonte di incoraggiamento per tutti quegli storici dell’arte che spendono i loro giorni alla ricerca di opere dei grandi maestri anche se con gli anni i ritrovamenti importanti si sono fatti sempre più rari.
Chissà mai se prima o poi si riuscirà a scovare un’opera di Caravaggio degli esordi, dipinta in Lombardia. L’artista nato nel 1571 ha infatti effettuato tutto il suo apprendistato fra la Lombardia e il Veneto prima di trasferirsi a Roma intorno alla metà degli anni novanta del ‘500. Qualche sua opera giovanile deve pura averla lasciata nella sua terra d’origine visto che nella capitale arrivò già da maestro provato. Eppure fino ad adesso nessun suo dipinto e stato trovato nel nord Italia. Un altro dei tanti misteri che circonda l’artista del passato più famoso e amato ai giorni nostri.

Maddalena in estasi - Caravaggio

 

“L’arte è una caramella”: l’arte contemporanea raccontata a tutti

Carlo Vanoni - L'arte è una caramellaPuò un orinatoio rovesciato avere lo stesso valore artistico del capolavoro di Leonardo da Vinci la “Monnalisa”? Per gli storici dell’arte, questo è un fatto ormai appurato, di cui è anche inutile continuare a discutere. Fra i profani, invece, la perplessità davanti a quest’opera sorge spontanea e ancora in tanti storcono il naso. Il problema è che i profani sono la maggioranza e se è vero, come pensava Joseph Beuys, che l’arte è speranza e ha un forte potere salvifico per la vita come per la società, allora sarebbe meglio tentare di far sì che sempre più persone vi si avvicinino.

Eppure per molti addetti ai lavori, l’arte è e deve rimanere un mondo per pochi eletti, inavvicinabile dalla massa. Solo così essi possono mantenere le proprie posizioni di privilegio e circondarsi di quell’aura di mistero e di conoscenza assoluta che agli altri manca. È per questo motivo che i testi critici che vogliono spiegare l’orinatoio recitano “cortocircuito semantico decontestualizzante” per dire semplicemente che un oggetto è presentato in uno scenario insolito (cit. tratta da “A letto con Monnalisa”).

Con lo spettacolo “L’arte è una caramellaCarlo Vanoni vuole andare controcorrente e fare proprio quello che gli “esperti” non fanno: raccontare la storia dell’arte con un linguaggio addolcito per raggiungere proprio tutti, soprattutto chi ama l’arte ma detesta quella contemporanea. E lo fa servendosi di musica, di strumenti di scena, svelando aneddoti e usando l’ironia. Così la Monnalisa di Leonardo è paragonata alla Marilyn di Andy Warhol, il taglio di Lucio Fontana accostato alla “Primavera” di Botticeli e il famoso orinatoio di Marcel Duchamp a Caravaggio.

Con la regia di Gian Marco Montesano, colto e poliedrico artista, “L’arte è una caramella” è stato messo in scena ieri sera al Teatro Stabile di Verona. Un monologo che diventa una performance e che vuole dimostrare che l’arte, da Giotto a Leonardo, fino a Manet, Van Gogh e poi agli artisti dei nostri giorni, è stata, è e sarà sempre contemporanea.

Milioni di dollari per l’arte invisibile di Lana Newstrom

Lana Newstrom - Esibizione arte invisibile Quanto sareste disposti a pagare per un’opera che non riuscireste nemmeno a vedere? Probabilmente neanche un euro, eppure diverse persone hanno sborsato milioni di dollari per le opere invisibili di Lana Newstrom (qui a sinistra la foto di una sua mostra) che adesso si trovano tra un Rothko e un Bacon nelle case di importanti collezionisti.

E mentre questi si godono in silente ammirazione i loro ultimi acquisti, centinaia di persone si sono scaraventate sul web in una gara alla critica più tagliente all’odierno sistema dell’arte o all’insulto più arguto alla nuova furbastra del quartiere dopo Hirst, Koons e Cattelan.

Lei si giustifica e risponde alle critiche affermando che “Arte è immaginazione e questo è ciò che il mio lavoro richiede alle persone che interagiscono con lui. Bisogna immaginare un dipinto o una scultura proprio davanti ai vostri occhi.” E a chi la giudica un’artista pigra risponde: “Solo perché non si vede niente, questo non vuol dire che io non abbia impegnato ore di lavoro per creare l’opera.

Ovviamente tutto questo non ha fatto altro che infuocare ulteriormente gli animi e il sito di Lana Newstrom, lananewstrom.com*, dove fra l’altro oltre a visionare le opere potete lasciare la vostra offerta per portarvene a casa una, si è riempito di commenti non proprio amichevoli.

Tutto questo a dimostrazione del fatto di quanto astio ci sia ancora nei confronti del mercato dell’arte e soprattutto nei confronti dei “ricchi” che con i loro soldi fanno il bello e il cattivo tempo dando valore a cose che in apparenza non ne hanno alcuno.El ojo del culo - Museo Serralves

Arte invisibile vera, arte invisibile falsa

Fin qui niente di nuovo quindi. Peccato che tutta la storia non sia altro che uno scherzo ideato alla perfezione con tanto di foto ritoccate, sito web e intervista, dai parodisti radiofonici americani Pat Kelly e Peter Oldring.

Dopo la famigerata esposizione “El ojo del culo” al museo portoghese Serralves, anche questa un fake che aveva scatenato l’ira della rete e non solo (qui un’immagine della finta esposizione), un altro “complotto” ben pensato e riuscito per prendere in giro un mondo che spesso, visto dall’esterno, sembra poco comprensibile e a volte ridicolo. Tanto che questa volta lo scherzo non supera poi di molto la realtà.

Nella storia dell’arte recente, infatti, più di un artista si è cimentato con il tema dell’invisibilità. Basta pensare all’artista scozzese Martin Creed che nel 2001 ha vinto il Turner Prize con un’istallazione che consisteva nello spegnere e accendere la luce in una stanMillie Brown za vuota. Oppure al lavoro concettuale “4’33’’” di John Cage, in cui il compositore salito sul palco si sedeva al piano senza suonare nessuna nota per appunto quattro minuti e mezzo. Yves Klein, altro grande artista concettuale, il 28 aprile del 1958 eliminò tutto l’arredamento della galleria Iris Clert di Parigi e pitturò le pareti di bianco per la sua esposizione intitolata “Le Vide” (Il vuoto). Che dire di Maurizio Cattelan che si è presentato al commissariato di polizia per denunciare il furto di una sua opera invisibile? Nel 2012 la Hayward Gallery ha addirittura allestito una mostra dal titolo “Invisible: Art about the Unseen, 1957-2012” curata da Ralph Rugoff.

Uno scherzo ben riuscito con il quale i due giornalisti della CBC hanno voluto prendere in giro quei collezionisti disposti a spendere milioni di dollari per delle opere, dal loro punto di vista, senza un valore apparente. Peccato che a cascarci e a prendersela non sono stati solo questi fantomatici milionari principale obiettivo dello sberleffo.

Forse proprio perché non poi così lontano dalla realtà lo scherzo ha colpito nel segno. Anzi bisogna dire che a volte nel mondo dell’arte contemporanea la realtà ha di gran lunga superato la finzione, come nel caso dell’arte vomitata di Millie Brown (e questo non è uno scherzo).

Oggi bisognerebbe stare molto attenti quando si trova una notizia su internet, non posso non ammettere che anch’io l’ho creduta plausibile a una prima lettura. Proprio perché false, forse queste trovate hanno un valore pari a quello di un’opera d’arte autentica nel metterci di fronte alla nostra realtà e farci riflettere su com’è costruita la società in cui viviamo.

P.S.: questa è la foto originale che è stato poi photoshoppata per creare l’esposizione fake.

Foto originale usata per creare l'esibizione arte invisibile

 

*sito oggi non più attivo

#26motiviperfarearte: moda, creatività e imprenditoria si incontrano

#26motiviperfarearte - Conferenza StampaÈ nato tutto da un’idea del musicista e showman Vittorio Gucci, #26motiviperfarearte, il primo concorso che darà a 26 giovani e talentuosi artisti l’opportunità di emergere e mostrare al grande pubblico il proprio lavoro. “Ovunque andassi girando per l’Italia, incontravo persone geniali, ragazzi che riuscivano a creare cose eccezionali ma che spesso non avevano la possibilità, soprattutto economica, di uscire dal proprio piccolo paese per studiare e affinare le proprie capacità. Da queste esperienze capii che bisognava trovare il modo di dare una mano a questi giovani. E così, dopo l’incontro con Salvo Nugnes, creatore dello spazio culturale polivalente Milano Art Gallery, il progetto ha preso piede ed è stato presentato lunedì mattina nella sede della galleria milanese con una conferenza a cui hanno partecipato alcuni dei giurati del concorso: il fumettista Giorgio Forattini, il cantautore Cristiano De André e il direttore di Radio Italia Antonio Vandoni. In collegamento telefonico il Presidente della giuria Vittorio Sgarbi.

Il concorso è aperto a tutti gli studenti di istituti d’arte, licei artistici, accademie o scuole di design, di età compresa tra i 18 e i 26 anni. Per partecipare ogni ragazzo, oltre alla propria opera, dovrà presentare la motivazione personale per cui fa arte: questo darà modo ai giurati di capire qual è la realtà da cui ognuno di loro proviene e come essi vedono e vivono questa realtà. I 26 vincitori vedranno la loro opera entrare a far parte di una collezione di moda dedicata e riprodotta su vari capi di abbigliamento tutti accompagnati da un’etichetta con la biografia e la foto dell’artista. Per dare più risalto all’iniziativa e quindi più visibilità all’arte e ai giovani artisti, verranno registrate e trasmesse su TV moda 26 puntate televisive #26motiviperfarearte - Giorgio Forattinidi 15 minuti, ognuna dedicata a un’artista e alla sua opera. Gli abiti e gli accessori creati entreranno a far parte del catalogo moda della collezione Art Winter 2015/2016 che sarà presentato a Pitti Immagine Uomo a Firenze. La premiazione dei vincitori si terrà invece in occasione della settimana del Mobile a Milano nel mese di aprile 2015 e verrà trasmessa su Class TV, TV Moda e sul Circuito Telesia. Infine tutte le opere saranno esposte presso la Milano Art Gallery.

Il concorso ha anche un aspetto sociale: sono stati infatti invitati a partecipare anche i detenuti del carcere milanese di Bollate, quelli della Casa Circondariale femminile di Rebibbia e i ragazzi della comunità Exodus di Don Mazzi a cui andrà parte del ricavato dell’iniziativa. I giurati sperano di scoprire più di 26 giovani e si augurano che finalmente vengano presi in considerazione dal grande pubblico anche contest come questi in cui viene valorizzata l’arte e non solo quelli in cui sono protagonisti canto e musica.

L’entusiasmo intorno all’iniziativa si sente, nomi importanti sono presenti e anche le istituzioni hanno dato il loro piccolo contributo. Insomma sembra che gli ingredienti per partire ci siano tutti, non resta che aspettare la risposta dei ragazzi in primis e quella del pubblico poi. Da qui si potrà capire se l’Italia è pronta almeno per tentare di rientrare nel circuito dell’arte contemporanea che conta investendo sui giovani o vuole ancora arroccarsi nella sicura e stabile (quanto morta) roccaforte della sua grande arte del passato.

 

Frida Kalho e Diego Rivera: due grandi artisti messicani a confronto al Palazzo Ducale di Genova

Frida Kaholo e Diego Rivera a Palazzo Ducale di GenovaHa aperto le porte al pubblico la mostra “Frida Kahlo e Diego Rivera” al Palazzo Ducale di Genova in un salone gremito di persone alle quali il sindaco Marco doria, il presidente di Palazzo Ducale-Fondazione per la cultura Luca Borzani e l’ambasciatore messicano S.E Ruiz Cabanas Izquerdo hanno dedicato le consuete parole di circostanza. Nulla da rilevare di particolare interesse nei loro discorsi quindi direi di passare direttamente al giudizio su una mostra che viene presentata come una delle più belle mai allestite sui due artisti messicani.

Partiamo proprio dai due protagonisti, Frida Kalho e Diego Rivera, una coppia di opposti, che ha vissuto una passionale storia d’amore e ha concepito due modi diversi di vedere e servirsi dell’arte. Allieva del secondo, più anziano di lei di vent’anni, Frida, pur influenzata almeno nei primi passi della sua carriera artistica da Diego, ha creato uno stile e un mondo pittorico che gli appartiene. Sono considerati oggi i maggiori artisti messicani di tutti i tempi e la mostra a Palazzo Ducale presenta un bel confronto-scontro tra due personalità parallele ma tanto diverse. Chi dei due è più grande, chi vince la sfida?

Cominciamo dall’inizio, da quel 1910 anno della rivoluzione di popolo messicana: i contadini stanchi delle continue vessazioni subite, affrontano e costringono alla resa le milizie dei Frida Kaholo e Diego Rivera a Palazzo Ducale di Genovagrandi proprietari terrieri. Città del Messico diventa in quegli anni il centro del mondo e Diego Rivera diventa l’esponente di spicco del movimento dei muralisti formato da quegli artisti, come José Clemente Orozco e David Alfaro Siqueiros, legati all’ideale politico comunista che si rifiutavano di chiudere le loro opere dentro i musei e dipingevano i muri dei palazzi pubblici affinché tutti, persino i contadini più poveri, potessero usufruirne.

Sia Diego che Frida si rimpossessano nei loro dipinti di quelle radici indigene della messicanità che erano da sempre state messe da parte dall’oligarchia prerivoluzionaria che si vantava di avere origini europee e nascondeva le sue reali radici meticce.

Ma, mentre in questi anni di tumulto e di profondo cambiamento sociale, Diego Rivera diventa il pittore ufficiale del Partito Comunista e si dedica a un’arte fondamentalmente politicizzata, Frida Kahlo continua a ritrarre se stessa, il suo dolore e il suo lottare e sconfiggere la morte ogni giorno. La sua arte è uno strumento di liberazione Frida Kahlopersonale che le consente di esprimere se stessa e la sua sofferenza. Anzi la pittura diventa l’unico modo per lenire il suo dolore sia fisico che morale. È proprio questo tipo di pittura intimista, che si guarda dentro, che ha fatto sì che oggi la fama di Frida superasse quella del sua maestro e amante Diego. Mentre infatti la pittura di Rivera è legata a un momento storico ben preciso e a degli ideali politici che oggi possono sembrare tanto lontani, la pittura della Kahlo ha saputo attraversare gli anni e rimanere sempre attuale, anzi farsi sempre più attuale. Oggi molte donne, ma anche molti uomini, si possono rivedere nei quadri dell’artista messicana, sentire ciò che lei provava, immedesimarsi nelle sue sofferenze e nelle sue passioni. Seppur eccezionali, le opere di Rivera parlano di un tempo che non esiste più e nel quale in pochi possono ancora immedesimarsi.

La sfida da questo punto di vista è vinta quindi dall’allieva e prova ne è che anche sul titolo e su tutta la comunicazione della mostra il nome di Frida Kahlo è messo più in evidenza rispetto a quello di Diego Rivera, nonostante forse, per quantità di opere esposte, sia lui il vero protagonista dell’esposizione. Ma Frida è entrata ormai nel cuore degli amanti dell’arte di tutto il mondo più di quanto sia stato capace di fare Diego e il suo ultimo grido di amore “Viva la vida!” è il messaggio che passa attraverso le sue opere e che per questo ce le fa tanto amare.

Apre la stagione invernale delle gallerie milanesi: Jason Martin spicca su tutti

Jason Martin BluMartedì, mentre tra le vie del centro impazzava la Vogue Fashion Night con i negozi allestiti ad hoc, i cocktail party e i dj set, dall’altra parte di Milano, con molto meno rumore ma sicuramente con tanto più stile, le gallerie d’arte di Zona Lambrate inauguravano la stagione espositiva presentando a collezionisti e non i lavori dei loro artisti. Mentre Francesca Minini ha aperto con una personale di Becky Beasley e Massimo de Carlo con una dell’ormai certezza Rudolf Stingel, Andrea Ingenito con la collettiva Otherwhere presenta i lavori di tre italiani, Riccardo Ajossa, Giacomo Rizzo e Sandro Scalia. Anche Mimmo Scognamiglio ha scelto di dare il via alla stagione invernale con una collettiva, decisamente quella che fra tutte più mi ha colpito. Otto gli artisti esposti: Rina Banerjee, Paul Benney, Adam Fuss, Gonkar Gyatso, Michael Joo, Chiharu Shiota, Kiki Smith e Jason Martin.

Proprio un lavoro di quest’ultimo accoglie chi entra nella galleria: nella parete di fronte all’ingresso è appeso un grande monocromo di un blu così intenso e brillante da avermi subito Jason Martin Nerofatto pensare a Yves Klein. Il pigmento puro è letteralmente trascinato su una superfice di alluminio in strati di pittura che formano onde in movimento che catturano la luce creando un ritmo frenetico. La materia è spessa e nodosa e fuoriesce dalla superfice del quadro in forme sempre diverse. Colore e movimento si amalgamano alla perfezione trasmettendo un senso di energia e nello stesso tempo di pace. Nella parete a sinistra un’altra opera dell’artista, un altro monocromo. Questa volta il colore è un nero brillante, non c’è materia ma la luce si appoggia sulla tela in un continuo gioco con le striature piatte che movimentano il dipinto ricordando ciocche di capelli lucidi e appena lavati.

Sarà perché nell’ultimo periodo sono particolarmente attratto da artisti che praticano il monocromo, come Ettore Spalletti o Alfonso Frateggiani Bianchi, ma devo ammettere che queste opere mi hanno colpito come poche sono riuscite a fare nell’ultimo periodo. Sono uscito dalla galleria convinto di aver incontrato un grande artista.

Jason Martin RossoQuando il giorno dopo alla mostra inaugurale della sede milanese della Lisson Gallery, che presentava una personale dell’artista Geratd Byrne, nella sala al piano inferiore mi sono trovato davanti a un piccolo monocromo rosso che trasmetteva la stessa sensazione di energia e di movimento del grande monocromo blu della galleria di Mimmo Scognamiglio, ho deciso che avrei dovuto saperne di più di quest’artista: Jason Martin ha 44 anni, vive e lavora tra Londra e il Portogallo e diversi musei nel mondo gli hanno dedicato mostre personali (uno fra tutti la Peggy Guggenheim di Venezia). Un curriculum di tutto rispetto quindi per un’artista ancora giovane e le cui opere sono immediatamente riconoscibili e identificabili fra mille altre. Le sue quotazioni hanno per questo raggiunto cifre relativamente importanti: la piccola tela di 30×20 cm esposta alla Lisson Gallery costa 22.000€. Un investimento ancora possibile? Sul valore dell’artista non credo ci siano dubbi e se è vero che il mercato lo fa il gallerista, la Lisson Gallery da questo punto di vista è sicuramente una certezza. Bisognerebbe forse affrettarsi prima che i prezzi raggiungano cifre veramente irraggiungibili per molti.

Paolo Veronese in mostra al Palazzo della Gran Guardia

Paolo Veronese. L'illusione della realtàSono solo due le città italiane che avrebbero potuto dedicare una mostra di tale importanza e ampiezza a Paolo Veronese, uno dei grandi coloristi veneti insieme a Tiziano e Tintoretto che hanno segnato la storia dell’arte diventando i creatori di un nuovo stile che conquisterà l’Europa: Verona e Venezia. La prima è la città natale dell’artista, quella a cui è legata la sua formazione, la seconda diventerà la sua patria d’adozione, la città di cui celebrerà i fasti e le glorie e che in cambio lo ricompenserà con fama e ricchezza.
A vincere la sfida è stata Verona e il suo Palazzo della Gran Guardia, una delle poche strutture che avrebbero potuto accogliere e ospitare le enormi tele del maestro veneto protagoniste dell’esposizione.

Preceduta da quella tenutasi alla National Gallery di Londra dal 19 marzo al 15 giugno 2014, la mostra monografica “Paolo Veronese. L’illusione della realtà” si snoda attraverso tutto il percorso dell’artista, dalla formazione fino agli ultimi lavori prodotti con l’aiuto della sua bottega e raccoglie più di cento opere di cui 60 dipinti e 50 disegni.
Al primo impatto ci si potrebbe chiedere dove sono finiti i colori brillanti per i quali il maestro veneto è diventato famoso nel mondo. Non tutte le tele presenti nelle sale, infatti, possiedono quella luminosità che caratterizza invece gli affreschi più celebri del Veronese, come quelli di Villa Bàrbaro o della chiesa di San Sebastiano a Venezia. Eppure, e forse anche per questo, questa mostra rende giustizia a un’artista che a volte è stato considerato solo un felice decoratore (Paola Marini). Non si è, infatti, voluto mettere in risalto solamente le conosciute doti di colorista del grande maestro del ‘500, ma anche quelle di disegnatore attraverso una grande raccolta di carte che fa da spina dorsale all’intero percorso, la sua affinità con il mondo dell’architettura, la sua profonda cultura filosofica e umanistica e il suo spirito religioso. Insomma una vera mostra che torna a far luce dopo più di 70 anni sulla vita e sul lavoro di uno dei più importanti artisti del ‘500 italiano.

Da segnalare le iniziative parallele all’esposizione, in particolare la serie di incontri “I mestieri dell’arte” organizzate da Cattolica per i giovani di cui trovate il programma qui sotto. Quattro conferenze in cui i professionisti che hanno contribuito a realizzare la mostra sveleranno tutto il lavoro che si cela dietro le quinte di un evento del genere.

I mestieri dell'arte

L’autostoricizzazione di Guglielmo Achille Cavellini, l’artista rivelazione del 2014

Guglielmo Achille CavelliniNel 2014 ricorre il centenario della nascita di Achille Guglielmo Cavellini, il punto di arrivo di una formula da lui stessa ideata che è stata anche il punto cardine di tutto il suo lavoro: l’autostoricizzazione. Una corrente artistica questa, unica al mondo, fondata sul principio che Cavellini stesso amava ripetere: “Io non voglio diventare famoso quando son morto, io voglio diventare famoso quando son vivo.” Da qui nasce una campagna artistico-pubblicitaria che lo porta a realizzare una serie di manifesti di mostre che i più importanti musei del mondo avrebbere realizzato in occasione del centenario della sua nascita: stiamo parlando del MoMA, del Gugenheim, della Tate ecc.

Ma chi era Guglielmo Achille Cavellini? Titolare dei Magazzini Cavellini 33 di piazza Vittorio, tutta la sua vita si è svolta nel campo dell’arte. Definito un genio da chi l’ha conosciuto e anche da se stesso (un suo famoso libro si intitola appunto “Vita di un genio”) abbandona le prime velleità artistiche per dedicarsi all’attività di collezionista. Si avvicina dapprima all’astrattismo italiano poi a diverse correnti diventando in poco tempo un autentico mecenate. Comincia a frequentare molti artisti, da Mimmo Rotella a Vedova, da Mario Ceroli a Renato Birolli. Lo stesso Andy Warhol si reca a Bresca per consegnarli un suo ritratto.

GAC - Guglielmo Achille CavelliniNelle vesti di collezionista non si sente però completamente realizzato, così nei primi anni Sessanta riprende l’attività artistica con un carattere spiccatamente neodadaista: dal 1966 distrugge le sue opere precedenti, confinandone alcune in casse numerate e catalogate. Altre le brucia ricomponendo e colorando i carboni che ne derivano e dando loro in questo modo una nuova vita.

L’autostoricizzazione mette in luce tutte le contraddizioni del sistema dell’arte. Con un atteggiamento smaccatamente autoironico, Guglielmo Achille Cavellini si auto celebra scardinando ogni gerarchia: riscrive la propria autobiografia come fosse una pagina dell’Enciclopedia universale in cui si attribuisce tutte le più grandi imprese della storia, dalla scoperta dell’America alla costruzione della Torre Eiffel, fino alla scrittura della Divina Commedia e al primo viaggio sulla luna. Con la scrittura della sua storia ricopre colonne, ombrelli, abiti e modelli viventi.

Il centenario della nascita di Guglielmo Achille Cavellini sarà celebrato con diverse manifestazioni e eventi istituzionali in tutto il mondo. L’evento più importante sarà la mostra allestita al MART – Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto dal 5 ottobre 2014 al 6 gennaio 2015.

Tre opere del ‘400 rubate al Castello Sforzesco.

Ritratto uomo - Castello Sforzesco MilanoDopo l’opera del Guercino trafugata dalla Chiesa di San Vincenzo a Modena, un’altro furto scuote il mondo e soprattutto le istituzioni dell’arte italiana. Questa volta si tratta del Castello Sforzesco di Milano: sono spariti in pieno giorno tre dipinti del ‘400 raffiguranti tre volti d’uomo. Sul piano economico il furto non è certo paragonabile a quello compiuto qualche settimana fa a Modena in quanto il valore delle tre opere di 25×25 centimetri di grandezza si aggira attorno ai 25mila euro ciascuna. Inoltre sono opere seriali, quindi non pezzi unici, prodotti in qualche bottega del cremonese. Il valore e l’importanza storica è comunque innegabile e i pezzi potrebbero far gola a qualche collezionista del mercato del piccolo antiquariato.

Si pensa infatti a un furto su commissione in quanto i tre dipinti sono inventariati e catalogati e quindi potrebbero essere venduti unicamente illegalmente sul mercato nero. Erano sistemate in un angolo in cui non arrivava l’occhio delle telecamere e senza alcun sistema di allarme attivo per proteggerli. Per il ladro deve essere stato quindi relativamente facile tranciare il fil di ferro che le teneva appese al muro, infilarle in uno zaino e dileguarsi tra il via vai dei turisti.

Ad accorgersi del furto è stato un addetto alla sicurezza verso le 15 quando ormai era troppo tardi. Ovviamente dai filmati delle telecamere non risulta nessuna immagine interessante per scovare il colpevole. Francesca Tasso, responsabile dei musei del Castello Sforzesco, spiega che è auspicabile un incremento delle telecamere come l’apertura di un guardaroba per il deposito di zaini e borse. Ovviamente tutto dipende dai fondi concessi dal governo per la difesa e divulgazione dei Beni Culturali. Intanto altre tre opere non sono più visibile al grande pubblico.