Caravaggio: 4 luoghi comuni da sfatare

Caravaggio è il pittore dell’antichità più amato ai giorni nostri, questo è ormai un dato di fatto assoluto. Oggi ha superato nei gusti della maggioranza delle persone persino Michelangelo Buonarroti, il pittore classico che ha sempre occupato il primo posto nel cuore degli appassionati d’arte e non solo.

E quando dico da sempre intendo proprio da sempre. Il lavoro del “Divino”, infatti, è stato ammirato e osannato dal ‘500 fino ai giorni nostri, senza alcuna pausa. Non che egli non abbia mai ricevuto alcuna critica, tutt’altro. Nel mondo dell’arte chiunque devii dalla strada conosciuta per presentare ed esprimersi con un nuovo linguaggio all’inizio andrà incontro alla diffidenza e alle critiche di detrattori che difenderanno a spada tratta il vecchio, semplicemente perché il nuovo ne abbatte le sicurezza e nell’arte, come nella vita, questo fa sempre un po’ paura.

Vuoi un esempio? I nudi del Giudizio Universale, giudicati scempi da molti, e la Pietà di San Pietro, opera giovanile dello scultore, criticata da alcuni in quanto la Madonna, madre del Cristo, è più giovane del figlio stesso.

Dettaglio del volto della Madonna e del Cristo della Pietà di Michelangelo BuonarrotiAspetto concettuale questo dell’opera di Michelangelo (perché l’arte è tutta concettuale, anche quella antica, ma questo è un altro discorso) in quanto secondo l’artista “La castità, la santità e l’incorruzione preservano la giovinezza”.

Ma torniamo a Caravaggio. Egli a differenza del “Divino”, non è stato sempre amato. Dagli inizi del ‘600, quando riceve le sue prime grandi commissioni a Roma, la sua fama ha avuto una crescita esponenziale che ha dell’incredibile. Il suo nome è sulla bocca di tutti tanto che giungono alla Città Santa pittori da tutta Europa per vedere con i loro occhi la rivoluzione messa in atto da questo artista lombardo. E la sua fama, come i suoi epigoni, continuano a crescere per circa una trentennio dopo la sua morte.

Poi tutto a un tratto il suo nome scompare: dal 1670 circa, Caravaggio è completamente dimenticato. Cosa è successo? L’arte è legata indissolubilmente alla storia e in quel periodo la società stava cambiando. La Riforma prima e la Controriforma poi, modificano il modo di pensare la vita e la religione. La Chiesa ha bisogno di un’arte diversa, di un’arte che esalti la casa di Dio, che attiri i fedeli, non che li spaventi e che mostri loro i mali del mondo.

I quadri di Caravaggio invece presentano la povertà, la sofferenza, la malattia, la morte, la parte negativa della società, temi che l’arte aveva da sempre evitato. Al Merisi interessa il male della realtà, non quello dell’idea, non il male visto dal punto di vista allegorico. Lui guarda il mondo senza pregiudizi, senza nascondere l’ipocrisia, la finzione. Ma questo allora non andava bene e Caravaggio sparì dalla storia per quasi quattro secoli fino a quando Roberto Longhi nella prima metà del ‘900 lo riscoprì.

Vita di Caravaggio: mito e tanti luoghi comuni

Prima della riscoperta artistica di Caravaggio da parte del Longhi, il pittore lombardo era noto e studiato più per la sua vita maledetta che per la sua arte. Basti pensare che il primo libro sul Caravaggio moderno è intitolato “Un pittore criminale: il Caravaggio. Ricostruzione psicologica e la nova critica d’arte” (Mariano Luigi Patrizi). A dir la verità, anche dopo Longhi, la leggenda della vita di questo genio dell’arte ha sempre fatto molta presa sul grande pubblico ed è stata alimentata da film e libri troppo spesso romanzati. Ma non tutto quello che viene raccontato è poi così vero. Il professore Alessandro Barbero, in una puntata de “Il Tempo e la Storia” (lascio il link a fine articolo), ha messo da parte la lettura romantica della vita di Caravaggio e ha cercato di guardarla con l’occhio dello storico quale egli è, quindi leggendola come la vita di un uomo del ‘600. In questo modo ha sfatato subito almeno 4 luoghi comuni molto cari alla maggior parte dei fan di questo artista:

  1. Caravaggio non era un reietto né un rifiutato.

    Oggi artisti come Damien Hirst o Jeff Koons sono accusati di usare l’arte per provocare, per far parlare di sé e La Morte della Vergine di Caravaggiosappiamo benissimo che quando un artista fa scandalo e provoca polemiche vuol dire che è arrivato al massimo del successo. Chissà perché quando invece si parla di Caravaggio le cose cambiano. Si crede che quando gli alti prelati rifiutarono le tele a lui commissionate perché aveva utilizzato modelli presi dalla vita vera (come per esempio una prostituta per rappresentare la Madonna) egli sia diventato il classico genio maledetto e incompreso. Idea completamente falsa: anche all’epoca fare scandalo portava al successo un artista e Caravaggio non ha avuto nemmeno il tempo per disperarsi di alcun rifiuto perché i quadri non accettati dai committenti venivano immediatamente acquistati  da qualcun altro. Anche ai tempi far parlare di sé era importante per il successo e la nobiltà romana faceva a gare per accaparrarsi le opere di questo artista tanto chiacchierato. Basta pensare che quando giunge a Roma le tele di questo giovane pittore valgono dai 5 agli 8 scudi. Con il tempo le sue quotazioni salgono velocemente a 150 scudi per superare nell’ultimo periodo della sua esistenza i 400 scudi (somma sufficiente a garantire per 6 anni un adeguato tenore di vita per una famiglia nobile).

  2. Caravaggio come artista era un genio, come assassino un dilettante.

    Ricordi “I promessi sposi”? Certo che te lo ricordi, è uno dei libri più importanti della nostra letteratura, I bravi fermano Don Abbondiosicuramente il più conosciuto, e, volenti o nolenti, tutti in un certo periodo della nostra vita abbiamo avuto a che fare con questo romanzo. Bene, questa storia è ambientata più o meno all’epoca di Caravaggio quindi possiamo fare qualche paragone. Se vi ricordate bene, personaggi come Don Rodrigo e i suoi protetti, potevano fare un po’ il bello e il cattivo tempo senza preoccuparsi poi più di tanto tanto delle conseguenze: girare armati, bere, fare a botte, minacciare, uccidere. All’epoca gli omicidi erano all’ordine del giorno quindi non dobbiamo stupirci quando sentiamo che Caravaggio ha ucciso un uomo: la gente del ‘600 aveva un rapporto diverso con la violenza rispetto a quello che abbiamo noi. L’idea del grande artista tormentato e maledetto con un piede nell’abisso e un altro in cielo è un’idea romantica, non della sua epoca. Ai tempi la prendevano in un altro modo. Nel ‘600 c’era un forte senso dell’onore e per gente agiata che conosce Papi e cardinali, alzare il gomito, finire in qualche rissa, pugnalare avversari e poi farla franca a discapito dei poveracci è un fatto normalissimo e le cose rimarranno così per molti anni ancora. Celebre ed esemplificativa questa scena de “Il Marchese del Grillo” con Alberto Sordi:

  1. La condanna a morte pesava sulla testa del Caravaggio come un ma… nto di piume.

Caravaggio dopo l’omicidio fu condannato al bando capitale: chiunque poteva arrestarlo e mandare la sua testa a Roma per riscuotere la taglia. Una pena severissima, in apparenza… In pratica era solo una formalità scritta. La società del ‘600 era una società clientelare: Tizio proteggeva Caio, Caio proteggeva Sempronio e così via. Il bando capitale era una condanna in cui la giustizia faceva la voce grossa ma poi non voleva pestare i piedi a nessuno. È come se volesse dire: “Tu sparisci dalla circolazione per un po’ e poi vediamo se le cose si mettono a posto.” E subito si comincia a tramare, a vedere chi può metterci una buona parola, se pagando qualcosa si può avere uno sconto e così via (insomma la Roma di allora non era tanto diversa dalla Roma di oggi). Caravaggio col suo caratteraccio si è fatto tanti nemici, è vero, ma ha anche tanti amici potenti, disposti a tutto pur di aiutarlo.

  1. La vita di Caravaggio non è stata poi tutta un tormento.

    Dopo la condanna Caravaggio scappa da Roma, trovando rifugio prima nel Principato di Paliano, poi a Napoli, Malta e poi di nuovo San Francesco di CaravaggioNapoli. La maggior parte dei racconti ci descrive un uomo in fuga disperato e tormentato. Lasciamo da parte il filone romanzesco che piace tanto e cerchiamo di capire come ha davvero vissuto il Merisi in quei giorni. Caravaggio era ospite dei principi Colonna, una delle più importanti e influenti famiglie dell’epoca. Giunto nel capoluogo partenopeo poi, si guadagna ben presto la stima di un altro ammiratore non da poco, il vice re di Napoli l’uomo più potente della penisola dopo il papa. È abbastanza difficile quindi pensare a un Caravaggio disperato e che nello stesso tempo viveva nel lusso di suntuosi palazzi con personaggi di questo calibro che gli dicevano: “Tu dipingi, per il resto non ti preoccupare che ci pensiamo noi a mettere una buona parola, non corri nessun rischio.” Anche il fatto che dipingesse tutte quelle teste decapitate perché nel colmo del tormento rivedeva se stesso in quei soggetti è un po’ una forzatura: un fondo di verità c’è, ovviamente, ma ricordiamoci che nell’antichità gli artisti non dipingevano ciò che volevano ma ciò che veniva loro commissionato. Quei soggetti quindi gli venivano richiesti come gli venivano richiesti i molti San Francesco che ha dipinto ma su cui non si è fatta nessuna congettura.

Ciò che conta è l’arte.

Con questo non si vuole certo dire che Caravaggio non sia un personaggio complesso, tutt’altro. Ma ciò che lo Decollazione di San Giovanni Battista di Caravaggio del 1608.caratterizza e lo differenzia dagli uomini del suo tempo è il suo genio, non il suo carattere irascibile e la sua vita estrema. Sono le sue opere che lo hanno reso grande, il senso di profonda conoscenza dell’animo umano, nel bene come nel male, che esse emanano. Ricorderò sempre quando a diciotto anni, scendendo nell’oratorio della Concattedrale di San Giovanni de La Valletta a Malta, mi trovai di fronte alla Decollazione di San Giovanni Battista di Caravaggio. Quello che provai davanti a quel quadro non l’ho più provato di fronte a nessun’altra opera d’arte.

Per un interessante confronto tra Caravaggio e Michelangelo vi consiglio l’articolo a questo link.

Per un approfondimento sulla vita di Caravaggio invece potete dare un’occhiata qui.

Qui trovate la puntata di “Il Tempo e la Storia”: link

Fenomeno Banksy: tra arte e comunicazione

Graffito di Banksy: domestica che nasconde la polvere  sotto il tappetoBanksy è sicuramente uno degli artisti contemporanei più famosi e allo stesso tempo controversi dei nostri giorni. Chi egli sia, nessuno veramente lo sa e non c’è alcun essere umano che possa dire di averlo mai visto. Qualcuno sospetta che egli non esista nemmeno e che dietro questa figura così misteriosa si nasconda un gruppo di galleristi, pubblicitari, artisti (è stato ipotizzato addirittura Damien Hirst) e altri personaggi molto potenti tutti appartenenti al sistema dell’arte. Insomma in molti credono che sia un progetto ben studiato e costruito a tavolino e che dietro agli stencil che compaiono improvvisamente nottetempo sui muri di tutto il mondo non ci sia nessun artista in carne ed ossa ma un’organizzazione vera e propria che si è divertita a costruire un personaggio di cui tutti parlano. Comunque sia Banksy funziona e il fatto che sia un gruppo o un artista solitario non fa alcuna differenza. Anche nell’antichità l’opera di un artista era portata avanti da un’intera bottega nella quale ognuno aveva un compito preciso e specializzato (chi disegnava lo sfondo, chi le figure secondarie, chi le case) e al maestro non rimaneva altro da fare che dettare lo stile, dipingere le parti più importanti della tela e poi aggiungere la sua firma, la griffe. Di cose ben riuscite comunque nel corso degli anni, da quando ha mosso i primi passi nella città natale di Bristol, Banksy ne ha fatte. Ma quali sono le caratteristiche di questo artista che ne hanno decretato un così grande successo?

I 5 punti di forza di Banksy

Il successo di Bansky è dovuto a un perfetto mix di arte e comunicazione. Egli possiede tutte le caratteristiche che un artista dovrebbe avere per raggiungere la fama.

1. I suoi lavori sono ironici e geniali e racchiudono dei contenuti che ci fanno riflettere.

Questa è la prima e Graffito di Banksy: grassa coppia di turisti che si fa portare sul  risciò da un bambinoindispensabile qualità che ogni artista deve possedere, senza la quale tutti i successivi punti hanno ben poco valore. Se un artista non ha un messaggio valido da trasmettere e non comunica veri contenuti è impossibile che possa avere successo. Se è furbo e sa destreggiarsi bene all’interno del mondo dell’arte, le sue opere potranno raggiungere buoni prezzi sul mercato, ma il tempo alla fine farà da giudice. Molti artisti che avevano ottenuto ottime quotazioni in asta prima del 2008, sono in pratica spariti dal mercato quando è scoppiata la bolla, i prezzi sono crollati e non si sente più parlare di loro.

2. L’alone di mistero che circonda la sua figura ne alimenta il mito.

Ho parlato di quanto la forza del mito associata alla vita di un artista influenzi il successo di pubblico in questo articolo: Arte e morte, mito e tragedia. Il comportamento e la condotta di alcuni artisti sono più famosi della loro stessa opera. Per Banksy, il tratto comportamentale che lo caratterizza, non è la vita sregolata come per la maggior parte degli artisti qui citati, ma la clandestinità. Il fatto che nessuno abbia mai visto il suo volto, che non si sappia chi veramente egli sia e tutte le congetture che di conseguenza sono nate, non fanno altro che aumentare la curiosità nei suoi confronti e alimentare la leggenda che già circonda la sua aurea di artista irriverente, anti conformista e misterioso. Dopo più o meno venti anni di attività è già diventato una sorta di eroe mitologico vivente.

3. È un artista contemporaneo che utilizza un linguaggio contemporaneo e che ci parla di problemi contemporanei.

Le sue opere sono immagini taglienti e ironiche a volte accompagnate da slogan. Gioca con i più Opera di Banksy: Topolino e il pagliaccio di Mc Donald's che camminano mano nella mano con una bambina malnutrita e disperata familiari luoghi comuni, stravolgendone il significato in modo da far riflettere sulla vuotezza di una società consumistica che non riesce o non vuole più vedere i problemi veri che la circondano. Affronta i temi della guerra e della pace, della povertà e del capitalismo sfruttatore, criticando il potere di istituzioni false e corrotte. Nei suoi lavori inserisce spesso icone più o meno commerciali a tutti riconoscibili. Parla a noi, di argomenti che ci toccano, utilizzando un linguaggio che ci è familiare (a volte vicino a quello della comunicazione pubblicitaria) e che ci raggiunge nei luoghi in cui passiamo la nostra esistenza (città, strade, muri, ecc.)

4. Utilizza alla perfezione i nuovi mezzi di comunicazione per promuovere la sua immagine.

Come i giornali quando nel 1911 è stata rubata, hanno portato in giro per il mondo l’immagine della Monna Lisa donandole la fama, così Banksy sfrutta alla perfezione la rete per far conoscere e veicolare le sue opere. In Instagram, per esempio, il tag #banksy racchiude quasi 360.000 foto. Le sue incursioni nelle strade delle città per lasciare le sue tracce sui muri o in importanti musei per appendere sue opere alle pareti, fanno sempre notizia e sono state fonte di ispirazione per brand più o meno famosi nella realizzazione di alcune campagne di guerrilla marketing (un artista che ha anticipato, quindi, non seguito i fenomeni sociali). Banksy non solo sa far parlare di sé, ma riesce anche a veicolare lui stesso la propagazione della sua immagine grazie per esempio alla creazione di un film documentario sulla sua vita “Exit Through the Gift Shop”, all’organizzazione di “The Cans Festival” in un tunnel abbandonato, alla realizzazione della sigla di una puntata dei Simpson.

5. Ha creato relazioni importanti all’interno del mondo dell’arte.

Una delle accuse mosse contro BanGraffito di Banksy sul muro della Striscia di Gazaksy, dopo che le sue opere hanno raggiunto cifre significative in asta, è quella di essere entrato a far parte di quello stesso sistema che criticava con in suoi lavori. Che faccia o meno parte del sistema dell’arte non è dato saperlo, quel che è certo è che riesce a compiere gesti per i più impensabili (come per esempio raggiungere le zone di guerra della Palestina per realizzare i suoi lavori), quindi un qualche aiutino deve pur averlo.

Un arte che parla a tutti

Può piacere o meno, ma è innegabile il fatto che le opere di Banksy abbiano un forte impatto emotivo oltre che sensazionalistico e di riflessione su chiunque le veda. Una delle sue ultime incursioni è stata messa in atto nella famigerata Striscia di Gaza e il video realizzato intitolato ironicamente «Scopri una nuova destinazione quest’anno» e che fa il verso alle pubblicità delle compagnie turistiche, funge da testimone. L’artista ha realizzaGraffito di Banksy nella Striscia di Gaza: gattino che gioca con un gomitolo di fili di ferroto diversi graffiti per denunciare la situazione in cui si trova Gaza dopo la guerra contro Israele della scorsa estate. Uno di questi rappresenta un gattino che gioca con un gomitolo fatto di fili di ferro. Un abitante del luogo ha visto nell’opera un messaggio per l’intero mondo: “Se anche manca la gioia nella sua vita, un gatto riesce a trovare qualcosa con cui giocare. Cosa invece per quanto riguarda i nostri bambini?

L’artista ha voluto dare una spiegazione differente: “Un uomo mi ha chiesto cosa significasse la mia opera e ho spiegato che volevo mostrare la distruzione di Gaza mettendo foto sul mio sito, ma che la gente su internet guarda solo foto di gattini”. Un artista attento alle dinamiche sociali e che riesce a usarle per comunicare problematiche di livello mondiale.

Il lavoro di Bansky ha un linguaggio internazionale che supera i confini culturali e parla a chiunque anche se in maniera differente ed è un arte che compie il suo primo e principale dovere: mette in moto il cervello di chi ne usufruisce e ci fa pensare.

Qui sotto il video della sua incursione a Gaza:

 

La Monna Lisa e l’arte di far parlar di sé

Nel precedente articolo ho affrontato il tema del personal branding e di come oggi gli artisti per avere successo, oltre che produrre opere significative, dovrebbero far parlare di sé, prestare attenzione alla cura della loro immagine e cercare di stringere relazioni importanti all’interno del sistema dell’arte.

La Mona Lisa di LeonardoOggi voglio rimanere in tema e raccontare una storia che in tanti conoscono e che per questo motivo guarderò da un punto di vista diverso, non tanto da quello storico-critico (anche perché non è il mio campo di competenza) quanto piuttosto da quello del marketing e della comunicazione. Il protagonista di questa storia è un quadro, anzi, il quadro per antonomasia, la Monna Lisa di Leonardo, il dipinto più famoso di tutta la storia dell’arte.

Ma perché questo lavoro del grande genio italiano è conosciuto in tutto il mondo, anche da chi non ha mai messo piede in un museo, né aperto un catalogo in vita sua? È forse l’opera più bella di Leonardo? È davvero un capolavoro superiore al Cenacolo di Santa Maria delle Grazie? Obiettivamente, è più bella la Gioconda o la Vergine delle Rocce? Non sto parlando dell’importanza stilistica o storica dell’opera, queste sono cose che interessano gli addetti ai lavori o i veri appassionati. In questo caso mi riferisco alla semplice piacevolezza estetica che poi è ciò che è colto dalla maggior parte delle persone che affollano un museo come il Louvre. Credo che la Vergine delle Rocce, da questo punto di vista, sia superiore alla Gioconda: più colori, dimensioni maggiori, più personaggi (ci sono anche due bambini!), è un quadro che trasmette un’emozione (cosa che piace sempre al grande pubblico) nettamente superiore rispetto a quella che può trasmettere un semplice ritratto di donna. Allora perché la gente si affolla davanti a quel piccolo gioiello che è la Monna Lisa e non davanti a un capolavoro come la Vergine delle Rocce?

È tutta una questione di marketing

Leonardo dipinse la Gioconda tra il 1503 e il 1514 circa e la portò con sé in Francia nel 1516 dove fu acquistata insieme ad altre opere da Francesco I. Il dipinto fece quindi parte delle collezioni reali francesi e si pensa che fu conservato per un certo periodo al Castello di Fontainebleau finché Luigi XIV lo fece trasferire a Versailles. L’opera venne finalmente spostata ed esposta al Louvre solo dopo la Rivoluzione francese.

Per tutto questo tempo la Gioconda era sì un dipinto rinomato, essendo pur sempre uno dei pochi creati da uno dei geni più grandi di sempre, ma non era così conosciuto come lo è oggi e tanto meno non poteva certo definirsi il dipinto più famoso della storia dell’arte.

Dovette succedere qualcosa affinché la sua fama raggiungesse le vette odierne, qualcosa che non ha niente a che vedere con il valore dell’opera e nemmeno con il mondo dell’arte. Fu tutto merito di una storia che vede tanti protagonisti più e meno celebri.

La più grande operazione di art-marketing

I primi due protagonisti di questa storia sono il pittore Louis Béroud e l’incisore Frédéric Laguillermie. Era lunedì 21 agosto 1911 e, come spesso accadeva, i due compari si recarono al Louvre (chiuso come tutti i lunedì) a cLa parete del Louvre dopo il furto della Mona Lisa di Leonardoopiare i capolavori lì esposti. Quando passarono nel Salon Carré, si accorsero che c’era uno spazio vuoto sulla parete tra un Giorgione e un Correggio là dove ci sarebbe dovuto essere uno dei tesori più preziosi del museo, la Gioconda di Leonardo Da Vinci. Pensando che il dipinto fosse dal fotografo interno per una pubblicazione, Béroud, che proprio quel giorno avrebbe voluto farne una copia, chiede al brigadiere di turno quanto avrebbe dovuto aspettare per rivedere il capolavoro appeso alla parete.

In pochi minuti, il tempo di rendersi conto che i fotografi non hanno la Gioconda, e si scatena il panico. Si bloccano le visite e si chiamano polizia e i responsabili del museo. Per uno strano scherzo del destino il sottosegretario alle Belle arti lasciando l’ufficio per partire per le vacanze aveva raccomandato scherzando di non essere disturbato “a meno che il Louvre bruci e la Gioconda sia rubata”. Per fortuna si verificò il presagio meno dannoso.

Arsenio Lupin o la Banda Bassotti?

Vincenzo PeruggiaMentre si scatena il caos dentro al Louvre e polizia e ispettori corrono avanti e indietro alla ricerca di indizi, fa la sua entrata nel museo il terzo protagonista della storia, Vincenzo Peruggia, un imbianchino italiano emigrato a Parigi. Quel giorno era uscito alle nove da casa, leggermente in ritardo, come aveva dichiarato anche la portinaia, perché la sera prima aveva fatto baldoria ubriacandosi con amici e arrivando persino a farsi denunciare per schiamazzi notturni, lo stolto.

Che poi il Peruggia proprio così stolto non lo era. Arrivato in Francia aveva fatto di tutto pur di lavorare a contatto con l’arte, tanto che la teca in cui era custodita la Gioconda era stata montata proprio da lui. Fu forse proprio durante quei giorni che cominciò a elaborare il suo piano per riportare in Italia il capolavoro di Leonardo, convinto che facesse anch’esso parte del bottino delle razzie Napoleoniche. Eh sì, non fu nessun scaltro ed esperto ladro né alcuna banda organizzata a compiere il furto del secolo, bensì proprio questo giovane e ingenuo decoratore che attuò e portò a termine un piano praticamente perfetto. L’ubriacatura era tutta una messa in scena e la mattina del 21 agosto 1911 il Peruggia esce di casa all’alba, entra al Louvre senza svegliare il custode, che si diceva dormisse sempre, stacca il dipinto dalla cornice e lo nasconde sotto la giubba. In pochi minuti rientra di nuovo a casa senza farsi notare dalla portinaia e prepara la seconda messa in scena, quella dell’uscita in ritardo per recarsi al lavoro.

Prima regola: far parlare di sé

Il clamore per il furto fa in pochissimo tempo il giro del pianeta. Certo, non ci possiamo aspettare la velocità di Prima pagina dell'Excelsior con la notizia del furto della Mona Lisapropagazione della notizia dei giorni nostri, comunque l’immagine di Monna Lisa guadagnò le prime pagine dei giornali di tutto il mondo e ci stette per parecchio tempo.

Due furono i motivi principali di gran scalpore:

  1. Si trattava del primo furto in assoluto di un’opera d’arte da un museo
  2. Ci fu il rischio che si aprisse un caso diplomatico intorno alla vicenda: tra Francia e Germania non correva buon sangue a causa delle contese per l’espansione coloniale in Africa. I francesi accusarono i tedeschi di voler rubare, oltre alle colonie, anche i loro capolavori e i tedeschi rispondevano che il furto era tutta una messinscena.

Si capisce bene che c’erano tutte le premesse affinché si parlasse del caso non solo su ogni giornale, ma in tutte le case, scuole, uffici, bar. Anche chi non era affatto interessato all’arte poteva dire la sua opinione sul fattaccio della Gioconda, un po’ come succede oggi con le partite di calcio. Il dipinto di Leonardo divenne il simbolo di una vicenda molto grande che non riguardava solamente il mondo dell’arte e che ne alimentò ulteriormente il mito. Si arrivò al paradosso che in molti si recavano al Louvre non più per vedere i quadri ma per vedere lo spazio vuoto lasciato dalla Monna Lisa. Ci fu persino un pittore che dipinse la parete del museo senza il capolavoro e vendette i quadri all’ingresso. Se non è marketing questo.

La vicenda si complica

Intanto le indagini proseguono ed entrano in scena due altri personaggi questa volta non proprio sconosciuti: il 7 settembre venne arrestato Guillaume Apollinaire, il poeta e scrittore che in un’invettiva contro l’arte del passato aveva dichiarato di voler distruggere tutti i capolavori dei musei per far spazio all’arte nuova. Niente di eccezionale per i tempi, egli era infatti in contatto con il Movimento Futurista che nasceva proprio in quel periodo.

Qui le cose si fanno un po’ confuse: entra in gioco un terzo personaggio, per alcuni è Honoré Géri Pieret ex-amante del poeta che lo denunciò per vendicarsi di essere stata lasciata, per altri è Honoré Joseph Géri Pieret, ex-segretario di Apollinaire, che aveva trafugato delle statuette africane dal museo donandole al suo principale. Alcune di queste erano finite in mano anche a un giovane e promettente artista dell’epoca, Pablo Picasso, che ne trasse ispirazione per uno dei suoi futuri capolavori, Les damoiselles d’Avignon.

Anche l’artista spagnolo fu quindi sentito dagli agenti e, per salvarsi, negò di conoscere l’amico Apollinaire e tentò di sbarazzarsi delle statuette. Quando fu scagionato scherzò sul fatto con la famosa battuta: “Amici vado al Louvre, serve qualcosa?

Fatto sta che tutti questi errori giudiziari e questo intrecciarsi di eventi non fecero altro che buttare altra benzina sul fuoco e regalarono nuovi argomenti di discussione ai giornalisti. E intanto il mito cresceva sempre di più…

Ma intanto dov’è finita la Gioconda?

Vincenzo Peruggia al processo per il furto della GiocondaIl Peruggia aveva nascosto il dipinto sotto il tavolino, lo stesso sul quale il Prefetto firmò il verbale dopo una perquisizione a sorpresa nel suo appartamento. La polizia brancolava nel buio.

Nel dicembre del 1913, dopo due anni di una bellissima convivenza, il Peruggia decise di liberarsi della refurtiva. Si recò in Italia e si mise in contatto con il direttore degli Uffizi, Giovanni Poggi. Constatata l’originalità dell’opera il Poggi avvisa le forze dell’ordine e verso sera l’esule parigino venne arrestato. Al processo l’opinione pubblica è tutta a favore del ladro che alla fine viene condannato a un anno e 15 giorni, pena ridotta poi a 7 mesi e 4 giorni.

Il rumore sui giornali, durato ben due anni, continua ancora per qualche mese, fino a quando, come succede anche oggi con velocità ancora maggiore, il clamore di un’altra notizia distoglie l’attenzione del pubblico: due colpi di rivoltella a Serajevo avevano dato inizio al primo conflitto mondiale.

Il mito è ormai alimentato

Ormai il dado è tratto, della Gioconda se ne è parlato, parlato e parlato, in tutto il mondo. Prima di tornare in Francia in Giornale con la notizia del ritrovamento della Gioconda a Firenzepompa magna il dipinto viene esposto in alcuni musei italiani. Il mito è nato: poco alla volta Monna Lisa conquista un’intera parete del museo e la gente fa la fila non più per osservare il capolavoro di Leonardo ma per vedere il famoso dipinto rubato.

Il furto della Gioconda si è rivelata una grandissima operazione di marketing, certo, non studiata a tavolino, ma comunque ben sfruttata poi dal museo. Se oggi il capolavoro di Leonardo è il dipinto più famoso della storia dell’arte e il Louvre è uno dei musei più visitati al mondo, un po’ del merito è anche del quasi sconosciuto e anonimo Vincenzo Peruggia.

Arte di successo: questione di talento e di Personal Branding

Oggi si accusano artisti contemporanei di aver fondato il proprio successo più sulla capacità di far parlar di sé, piuttosto che sulla forza della loro arte. L’utilizzo da parte loro di alcune delle cosiddette strategie di personal branding, se non addirittura di marketing vero e proprio, infastidiscono i benpensanti e fanno gridare allo scandalo.

Io, che dal mondo della comunicazione arrivo, ho un’opinione chiara e precisa: il marketing e le sue tecniche funzionano solamente se sono al servizio di un prodotto valido. Al contrario se non esiste sostanza, queste strategie contribuiscono solamente a far venire allo scoperto più velocemente le debolezze di ciò che pubblicizzano.

Per l’arte è la stessa cosa: un artista può utilizzare tutta la sua capacità di fare personal branding ma se la sua opera non esprime contenuti di valore, verrà fuori in pochissimo tempo tutta la sua mediocrità.

Detto questo mi sembra chiaro che nessun imbrattatele potrà mai raggiungere il successo solo per la sua capacità di creare relazioni e di far parlare di sé ed è altrettanto vero che nessun genio o fenomeno del pennello raggiungerà mai la fama meritata se se ne starà tutto il giorno chiuso nel suo studio a creare senza mai impegnarsi per far conoscere la sua opera.

Proprio in questi giorni è uscito nelle sale cinematografiche “Big Eyes”, un film diretto da Tim Burton indicativo rispetto a questo tema.

“Big Eyes”: saper dipingere non basta

Locandina del film "Big Eyes" di Tim BurtonIl film è tratto da una storia vera. Ne riassumo qui le vicende senza entrare nei particolari per non rovinare la sorpresa a chi volesse andare a vederlo e perché a me interessa soprattutto per trarne spunto per alcune riflessioni.

Siamo nell’America della fine degli anni ’50 inizio anni ’60: gli Stati Uniti sono appena usciti vincitrici dalla grande guerra e sono un paese un po’ spensierato e un po’ bigotto. Margaret Ulbrich scappa dal marito con il quale era diventato impossibile vivere e si traferisce a San Francisco portando con sé la figlia Jane. Ora, in quegli anni non era un avvenimento di tutti i giorni che una donna lasciasse il nido famigliare e da sola si prendesse cura di se stessa e della figlia, quindi è facile immaginare la difficoltà nel trovare un’occupazione.

Soluzione? Fare ciò che sapeva fare meglio: dipingere e vendere i suoi quadri per strada. A questo punto, se fosse un romanzo di fantasia, sarebbe passato davanti alla sua bancarella un grande curatore o un direttore di museo, sarebbe rimasto affascinato dal talento e dalla bellezza della giovane donna, l’avrebbe sposata e portata al successo e tutti sarebbero vissuti felici e contenti, bla bla bla… boooriiiing!

Per fortuna invece si tratta di una storia vera, le cose non andarono poi così lisce e la vicenda è per questo molto più interessante.

Ad avvicinarsi e ad accorgersi del talento della donna è Walter Keane un agente immobiliare, artista di strada della domenica che ama dipingere scialbe vedute di Parigi, mentre i quadri di Margaret hanno come soggetto principale espressive (e devo dire a volte inquietanti) bambine dai grandi occhioni tondi e sproporzionati rispetto al resto della figura. Significato: gli occhi sono lo specchio dell’anima e sono la parte del corpo che meglio caratterizza una persona.

Un dipinto di Margaret Keane raffigurante una bimba che piangeI due cominciano a frequentarsi e quando l’ex marito di Margaret pretende che le venga assegnata la figlia, l’intraprendente Walter propone alla donna di sposarlo. Qui inizia la parte che interessa a noi. Walter è affascinato dalla pittura della novella mogliettina e fa di tutto per esporre i suoi quadri in affermate gallerie della città, ma non è proprio il periodo migliore per l’arte figurativa, è l’arte astratta dei vari Pollock, Rothko, Sam Francis che va per la maggiore in quegli anni.

Ma Walter non si arrende, è un venditore nato: raggiunge un accordo con Enrico Balducci, il proprietario di un famoso locale della zona. I suoi quadri e quelli della moglie sono sì esposti ma nel corridoio che porta ai bagni. Da qui nasce una controversia nel bel mezzo di una serata, prima verbale poi anche fisica durante la quale Keane scaraventa una tela sulla testa del Balducci. La storia fa scalpore, le foto vanno sulle prime pagine dei giornali e indovinate cosa succede… Più gente nel locale, dipinti più in vista, opere finalmente vendute.

Ecco la prima riflessione su cui porre l’accento: le opere di Margaret erano belle anche prima di finire sulle prime pagine dei giornali ma c’è voluto che qualcuno ne parlasse per far sì che anche il grande pubblico le apprezzasse e avesse il coraggio di comprarle. In questo caso l’evento scatenante è stato un po’ fortuito e anche comico ma comunque efficace, tant’è vero che sia Walter che Balducci ci marceranno sopra e continueranno a simulare finti litigi per cavalcare l’onda e far parlare dei dipinti come del locale.

Ad ognuno il suo lavoro

A questo punto il primo passo è fatto, l’interesse verso i quadri è nato. Walter si accorge però ben presto che i dipinti della moglie attirano maggiormente l’attenzione del pubblico rispetto alle sue vedute parigine e, approfittando del fatto che sono entrambi firmati solamente con il cognome acquisito “Keane”, si appropria della paternità, in un primo momento all’insaputa di Margaret.

Una scena tratta dal film "Big Eyes" di Tim BurtonGrazie alla sua spigliatezza Walter riesce a far crescere la popolarità (e i prezzi) dei quadri dipinti dalla moglie facendoli sempre passare come sue opere, conclude affari importanti, dona dipinti a personaggi illustri e si fa immortalare con loro (insomma fa personal branding). Una scena importante del film è quando un importante collezionista, Dino Olivetti, rampollo della famosa famiglia industriale italiana, si innamora di una delle bambine dipinte da Margaret. L’impacciata donna, dopo un attimo di esitazione, si fa anticipare dal marito ed è lui che tesse la relazione con il giovane collezionista. Da quel momento in poi il gioco diventa sempre più grosso e Margaret, ormai dentro fino al collo nell’operazione fraudolenta, ha sempre più rimorsi di coscienza. Intanto i soldi arrivano a fiumi, gli affari si fanno sempre più grossi e Walter crea una “Factory” stile Andy Warhol mentre la moglie continua a dipingere e sfornare quadri da immettere nel mercato di nascosto persino dalla figlia. Non voglio rovinarvi il finale del film quindi se vi interessa andate al cinema oppure cercate su Wikipedia l’intera storia.

Il punto a cui volevo arrivare è questo: se si è interessati al successo, non basta essere grandi artisti, bisogna anche sapersi vendere. Questo vale nel campo dell’arte come in tutte le professioni e vale oggi come valeva 500 anni fa. Se Caravaggio fosse rimasto a vivere in un paesino in provincia di Bergamo e non fosse partito per Roma, dove nel ‘600 si trovava il più grande dei committenti di allora, la Chiesa, sicuramente non avrebbe avuto tutto il successo e i seguaci che invece ha avuto.

Puoi essere il miglior architetto del mondo ma se ti limiti a costruire palazzi a Rescaldina e non ti confronti con committenze più importanti in grandi città, difficilmente verrai riconosciuto. Se Lionel Messi fosse rimasto a giocare nei campi di terra in Argentina e non avesse lasciato casa e famiglia per trasferirsi a Barcellona, adesso sarebbe comunque un fenomeno ma non avrebbe mai vinto tre (o quattro?) palloni d’oro e sarebbe rimasto sconosciuto ai più.

Margaret era impacciata, timida, poco propensa a instaurare relazioni e a elogiare il suo lavoro. Walter al contrario aveva tutte le caratteristiche che mancavano alla moglie: fascino, intraprendenza e una grossissima faccia tosta. I due si completavano e se il signor Keane fosse stato onesto e si fosse limitato a fare ciò che gli riusciva meglio (promuovere, vendere, creare contatti e fare affari) senza appropriarsi della paternità delle opere, la storia si sarebbe conclusa nel migliore dei modi per tutti i personaggi.

Disegno di una compravendita di un quadroCi sono artisti che non si trovano a loro agio davanti ai riflettori, mentre ce ne sono altri che probabilmente sono più bravi a promuoversi che a dipingere. Il pittore che non si sa vendere, deve almeno sforzarsi di instaurare buoni rapporti con galleristi che sanno fare il loro mestiere. Ad ognuno il suo lavoro: l’artista fa i quadri, il gallerista li vende. Ma anche l’artista più introverso deve tirare fuori ogni tanto la testa dallo studio per parlare con critici, curatori, collezionisti e magari anche con colleghi, è inevitabile. Il mondo dell’arte è un sistema fatto di relazioni e chi è più bravo a tesserle ha più successo di chi non lo è. È probabile che un buon artista capace di promuovere il suo lavoro raggiungerà una fama maggiore di un fenomeno incapace di comunicare.

Poi arriva la storia e davanti a lei si tirano i conti e tutto si sistema. Ma per quello ci vuole tempo, bisogna saper aspettare e non tutti sono così fortunati da arrivare a vedere la propria fama crescere in vita.

Arte e amore: storie di sesso e passione fra artisti (seconda parte)

Continuiamo il discorso lasciato a metà con l’articolo precedente e riprendiamo a parlare del connubio arte e amore raccontando altre storie di alcune delle coppie più chiacchierate della storia dell’arte.

Picasso e Dora Maar – Picasso e Françoise Gilot

Ad aprire questa seconda parte è Picasso, l’artista per antonomasia: per parlare dei suoi amori ci vorrebbe un articolo intero dedicato solo a lui e probabilmente non basterebbe neanche. Qui mi soffermerò a raccontare solo la storia delle relazioni con due delle sue amanti, entrambe artiste: quello con la fotografa Dora Maar e quello con la pittrice Françoise Gilot. Partiamo con la prima: Picasso e Dora si incontrano nel 1936 lui aveva 54 anni, lei 25. Erano in uno di quei locali pariginiDora Maar con Pablo Picasso luogo di incontro di artisti e bohemien e Picasso rimase affascinato da questa giovane e formosa serba che si divertiva a sfidare la sorte facendo passare velocemente la lama di un coltello affilato tra le dita della mano aperta stesa sul tavolo. La loro relazione durerà sette anni e Dora sarà per l’artista spagnolo una musa ispiratrice cadendo nello stesso tempo vittima del suo genio creativo e della sua personalità sadica. Picasso la induce ad abbandonare la fotografia per la pittura per poi criticare e deridere i suoi lavori. Dora cade lentamente in depressione spinta ancora più a fondo nella disperazione dalla giovane nuova amante di Picasso che, a differenza sua che era sterile, era riuscita a regalare un figlio al pittore. Sarà ricoverata in una clinica psichiatrica e “curata” con la terapia degli elettroschok. Dopo due anni di analisi ritroverà il suo equilibrio arrivando a dichiarare su Picasso: “Solo io so quello che lui è… è uno strumento di morte… non è un uomo, è una malattia.

Dora Maar non è l’unica ad aver subito il massacro psicologico al quale Picasso sottometteva le sue amanti. Due di loro si tolsero la vita, altre persero la ragione. L’unica che sopravvisse a questo sterminio e che uscì da vincitrice dalla relazione Picasso con Francoise Gilotcon il maestro del cubismo fu Françoise Gilot. È la giovane amante che sostituì Dora Maar e che diede a Picasso altri due figli. Si conobbero nel 1943 tramite un amico pittore di cui lei era allieva: aveva ventidue anni mentre Picasso ne aveva 63. All’inizio della loro relazione il pittore le aveva detto indicandole la polvere sulle scale: «Per me tu conti come quella polvere», ma si dovette ben presto ricredere. Questa volta fu lui a essere abbandonato: dopo dieci anni di relazione Françoise lasciò Picasso che per farle cambiare idea arrivò anche a minacciare il suicidio. La decisione ormai era presa e Gilot oltre che andare avanti per la sua strada, scrisse anche un libro di memorie che l’ex amante fece di tutto per boicottare arrivando anche a tentare di farlo proibire da un tribunale, ma la giovane pittrice vinse la causa. Alla fine anche Pablo si arrese di fronte alla sconfitta, la chiamò e le disse: “Congratulazioni, hai vinto e sai che a me piacciono i vincitori.” L’unica donna che ha lasciato Picasso ricorda così la sua relazione: “Sebbene la nostra storia abbia avuto un inizio e una fine, fu la più grande passione della mia vita. Non ho mai più vissuto né amato così intensamente. La nostra relazione è scritta dentro di me con lettere di fuoco.

Gilbert e GeorgeGilbert e George

È questo forse uno dei sodalizi amorosi più duraturo e prolifico di tutta la storia dell’arte. Gilbert Prousch e George Passmore si sono incontrati al St. Martin’s School of Art di Londra frequentando il corso di scultura. Da allora vivono e lavorano insieme. Sono coppia nell’arte come nella vita e hanno fatto di loro stessi il centro della loro arte.

Salvador Dalì e Amanda Lear

Salvador Dali e Amanda LearUna delle coppie più eccentriche della storia dell’arte: Salvador Dalì e Amanda Lear si incontrarono nel 1965 in un locale notturno parigino di nome Le Castel quando lei era una studentessa di Belle Arti e si guadagnava da vivere facendo la modella. L’enfant terrible dell’arte fu abbagliato dallo sguardo ammagliante di questa giovane e affascinante francese ma fu soprattutto l’affinità spirituale fra i due a far diventare Amanda la sua musa preferita. La relazione fu un menage a trois in quanto Dalì era sposato e innamorato spiritualmente di sua moglie Gala, ma era anche pazzo dello scheletro della esile Amanda. Oltretutto le due donne erano amiche ma Gala era molto più vecchia del marito e dopo 50 anni di relazione non aveva problemi a dividerlo con un’altra donna anche perché non le interessava più di uscire con lui. Amanda pubblicò nel 1984 il libro My Life With Dalì, la sua prima biografia ufficiale, uscito inizialmente in Francia sotto il titolo di Le Dali D’Amanda. La relazione durò ben 16 anni durante i quali Amanda passò ogni estate con lui e sua moglie visitando i migliori salotti parigini e i musei europei, oltre che posare per alcune sue opere come “Voguè” e “Venus to the Furs“.

Christo e Jeanne-Claude

Un duo artistico fra i più eccezionali di sempre nel mondo dell’arte, sia per le opere realizzate, uniche e straordinarie nel loro genere, sia per la loro storia d’amore, un connubio durato una vita.Christo e Jeanne Claude
Lui nato in Bulgaria, lei a Casablanca, i due si incontrano a Parigi nel 1958. L’arte fu prima Galeotta nell’amore e poi ragione di vita per entrambi: Jeanne-Claude commissionò infatti a questo giovane artista bulgaro un ritratto della madre e da lì cominciò la loro conoscenza.
La relazione non nacque però subito e anche in questo caso gli ingredienti per un romanzo rosa da milioni di copie ci sono tutti. Jeanne-Claude infatti è fidanzata e Christo comincia a frequentare la sorella di lei, Joyce. La relazione ufficiale inizia solo dopo la luna di miele di Jeanne-Claude: lei si rese infatti conto di essere incinta di Christo e non del marito. L’11 maggio 1960 nasce Cyril.
Le loro opere uniscono la creatività di Christo con lo spirito organizzativo di Jeanne-Claude: lei infatti era laureata in filosofia e diceva di essersi avvicinata all’arte per amore: «se lui fosse stato un dentista io sarei diventata una dentista.»
Jeanne-Claude si è spenta nel 2009, ma il progetto artistico creato da entrambi va avanti con il nome Christo.

Marina Abramović e Ulay

Nel 1976 Marina si traferisce in Olanda, ad Amsterdam, dalla natia Serbia e qui incontra un uomo di cui si innamorerà aMarina Abramovic e Ulay prima vista e con il quale creerà un’unione totalizzante fatta di arte e di amore: è un artista tedesco il cui pseudonimo è Ulay. Compiono gli anni lo stesso giorno e insieme si dedicarono a un nuovo tipo di arte, quello della performance, formando un duo chiamato The Other che sfiderà i limiti del corpo ed esplorerà i segreti delle relazioni umane. Giovani e senza un soldo in tasca, all’inizio della loro carriera vissero nello stesso furgone che utilizzavano per spostarsi da una città all’altra per mettere in scena i loro progetti. Uno di quelli entrati nella storia e che più di tutti può essere rappresentativo della loro simbiosi fatta di arte e amore è intitolato Death Self: i due unirono le labbra e respirarono l’aria espulsa dall’altro fino a terminare l’ossigeno. Dopo soli 17 minuti dall’inizio della performance, caddero a terra privi di sensi. L’idea era quella di esplorare la capacità dell’individuo di assorbire, cambiare e distruggere la vita altrui. Un amore che sfida i limiti umani quindi e che porterà, all’inizio degli anni ’80, all’ideazione di una nuova performance: camminare lungo la Grande Muraglia Cinese, l’unica costruzione umana che si può vedere dallo spazio, l’uno verso l’altra, incontrandosi a metà strada e sposarsi. Il governo cinese non concederà il permesso e la performance si potrà realizzare solo otto anni dopo.
Sono passati però ben 12 anni di un legame e di un sodalizio grandioso e la coppia è ormai in crisi. Nel 1988 misero sì in atto la performance progettata otto anni prima, non per sposarsi però ma per separarsi e dire addio, con un ennesimo atto simbolico, a un amore diventato sinonimo stesso della loro arte. Percorsero i 2500 km della Muraglia Cinese in solitario partendo dai lati opposti per incontrarsi a metà percorso, abbracciarsi e continuare ognuno per la propria strada in direzioni diverse. Un modo per dimostrare quanto sia lungo, faticoso e importante a volte dirsi addio.

Passano 22 anni e il 14 febbraio del 2010 il Moma di New York inaugura “The artist is present” una retrospettiva di Marina Abramović in cui l’artista serba mette in atto una nuova performance: lei è seduta su una sedia al centro di una sala. Di fronte a lei un’altra sedia e nel mezzo un tavolo di legno. A turno, uno spettatore alla volta si siede sulla sedia vuota dall’altra parte del tavolo e si mette in relazione con l’artista attraverso gli occhi e un gioco di sguardi. Si instaura così una relazione diversa per ognuno dei partecipanti a seconda della propria personalità, del proprio modo di interpretare lo sguardo dell’altra e dell’empatia che questo suscita. Ancora una volta sono protagoniste le emozioni. A un certo punto però a sedersi sulla sedia di fronte a Marina tocca a una persona speciale e la performance subisce una modifica. È Ulay e quello che è successo lo potete vedere nel video qui sotto.

Con questa commovente performance si concludono le mie storie d’amore fra artisti. Sono certo di averne dimenticata qualcuna, se tu ne conosci altre condividile con tutti noi nei commenti qui sotto.

Se hai perso la prima parte dell’articolo, ecco il link: Arte e amore: storie di sesso e passione fra artisti (prima parte)

Arte e amore: storie di sesso e passione fra artisti (prima parte)

A volte si crede che i più grandi artisti, soprattutto quelli del passato, vivano o abbiano vissuto esclusivamente per creare le loro opere dedicando tutte le proprie energie a un’unica grande passione: l’arte. La verità è un po’ diversa: pittori o scultori chiusi nel loro studio giorno e notte per dare libero sfogo alla propria creatività sono assolutamente una leggenda.
Anche loro, come tutti noi che artisti non siamo, cadono vittime delle più grandi passioni e dei peggiori vizi umani e veramente in pochi riescono a resistervi.

Oggi ho voglia di parlare proprio di questo, tratterò della più grande delle passioni umane. No, non l’arte, questa Amor vincit omnia - Michelangelo Merisi detto il Caravaggionon è ancora un’infatuazione che colpisce tutti purtroppo. Oggi parlerò di quella passione che tutti vince, nessuno escluso: “Omnia Vincit Amor” (l’amore vince ogni cosa) è una frase di Publio Virgilio Marone e anche il titolo di una tela di Caravaggio e proprio l’amore sarà il protagonista di questo articolo.

Ma non ho voglia di essere noioso quindi tratterò l’argomento in maniera giocosa. Più che fare il romantico, mi trasformerò in una specie di paparazzo e farò del gossip sulle più celebri coppie del mondo dell’arte. Dato che sono davvero tante l’articolo sarà diviso in due, pubblicherò la seconda parte a giorni.

Amore fra artisti: le coppie più chiacchierate nella storia dell’arte

La storia dell’arte è piena di vicende d’amore e di passione. Non si contano le relazioni nate fra gli artisti e le loro modelle (o modelli): Raffaello e Margherita Luti, la figlia del fornaio, ritratta dall’artista in molti dei suoi più celebri dipinti, Michelangelo e Tommaso de’ Cavalieri, al quale l’artista dedicò decine di odi e diversi disegni, Leonardo e Gian Giacomo Caprotti detto il Salaì che appare nei dipinti dell’artista sotto forma sia di uomo che di donna.

Per andare avanti si potrebbero citare i vari amanti di Caravaggio, di Goya, di Modigliani ecc. ma non è questo tipo di passione che mi interessa. Oggi parleremo di un amore che va al di là della semplice attrazione fisica e che raggiunge una dimensione più alta, quella della mente creativa. Quelle che troverete in questo articolo sono le storie di sesso e passione nate fra artisti, anche di diverse tipologie di arte.

1. Frida Kahlo e Diego Rivera

Diego Rivera e Frida KahloNon poteva che essere questa la coppia che apriva le danze. La passione fra Frida e Diego è ormai leggenda grazie anche alle diverse mostre dei due artisti che si sono tenute in tutto il mondo. Quando si incontrarono per la prima volta lei era una ragazzina di quindici anni, lui era un maestro già affermato che di anni ne aveva trentasei. Fu una storia lunga una vita, un romanzo d’amore fatto di tormenti, tradimenti e slanci di passione irrefrenabili. Si sposarono la prima volta nel 1929. Diego aveva alle spalle già tre matrimoni e per tutta la vita ebbe decine di amanti, tra cui anche la cognata Cristina, relazione quest’ultima che spinse Frida ad abbandonare il marito, partire per New York e chiedere il divorzio. La distanza tra i due però, invece che spegnere la fiamma la alimentò e Frida tornò a casa, perdonò sorella e marito e risposò Diego nel 1940 a San Francisco. «Più mi tradisci più ti amo.» scrisse in una lettera, ma cominciò nello stesso tempo anche lei ad avere degli amanti, tra cui lo scultore Isamu Noguchi, l’esule russo Lev Trotsky, il fotografo Nickolas Muray ed ebbe anche una relazione omossessuale con Tina Modotti (amante anche del marito). Insomma gli ingredienti per un romanzo da milioni di copie ci sono tutti ma, fra gli alti e bassi della loro relazione, nessuno dei due poté per tutta la vita fare a meno dell’altro e il loro amore fu sconfitto solamente dalla morte di lei. In quell’occasione il pittore scrisse: «Il 13 luglio 1954 è stato il giorno più tragico della mia vita: avevo perso per sempre la mia amata Frida. Ho capito troppo tardi che la parte più bella della mia vita era il mio amore per lei». Di Frida rimarrà invece sempre la sua celebre battuta sul marito: «Ho avuto due gravi incidenti nella mia vita. Il primo quando un tram mi mise al tappeto, l’altro è Diego».


2. Jeff Koons e Ilona Staller

Da una storia di amore passionale quanto tormentato passiamo a quella, forse all’apparenza un po’ più frivola, fra Jeff Koons e Ilona Stallerl’artista vivente più pagato al mondo e Cicciolina, una delle porno dive più famose della storia. Tutto nasce quando Jeff Koons, allora un artista già abbastanza affermato in America ma non ancora così famoso a livello internazionale come oggi, vede una foto di Ilona sulla copertina di una rivista tedesca. Ne rimane talmente affascinato e ossessionato che inizia a martellare il fax dell’agenzia di Riccardo Schicchi con la richiesta di fare uno shooting fotografico con lei. Sul set di questo servizio nasce l’amore tra i due. Dopo un anno e mezzo di fidanzamento i due si sposano ed hanno un figlio. A quei tempi l’immagine di Ilona era più importante di quella di Jeff e nacquero ben presto quelle classiche rivalità che possono nascere tra due superstar. Il matrimonio finì ben presto e ne seguì una dura battaglia legale per l’affidamento del figlio Ludwig prima sottratto illegalmente dal padre in Italia e poi, successivamente, dalla madre negli Stati Uniti. Di questa storia d’amore, estremamente passionale quanto breve, rimango le opere di Jeff Koons che hanno come soggetto la ex moglie. Opere d’arte create da due autori dato che anche Cicciolina è da considerarsi artista a tutti gli effetti avendo fatto la sua parte. Come ha dichiarato Koons stesso: “Gli artisti usano il pennello come Ilona usa la sua…”.


3. Robert Mupplethorpe e Patty Smith

Robert Mupplethorpe e Patty SmithFine anni sessanta: due giovani ragazzi si incontrano per le strade di New York e ha inizio una fantastica storie d’amore e di arte. Lui è Robert Mupplethorpe, lei Patty Smith. Entrambi hanno un grande sogno, quello di diventare artisti: lui diventerà uno dei più importanti fotografi al mondo, lei una delle protagoniste del rock americano. In mezzo ci sono sacrifici, tentativi falliti, incontri con Rock Star e artisti della Factory di Andy Warhol, problemi di soldi, uso di droghe, il virus dell’HIV e la morte precoce di decine di amici e conoscenti. Alla fine la loro storia d’amore terminerà anche per l’omosessualità di lui, ma si conserverà sempre una rara e preziosa amicizia fondata sulla condivisione di un sogno e sul sostegno reciproco. Patty Smith ha descritto tutto questo in un bellissimo libro intitolato “Just Kids”, soltanto ragazzini.


 4. Jean-Michel Basquiat e Madonna

Un’altra relazione tra un’artista e una rock star, sicuramente meno romantica della precedente, ma comunque 
Jean-Michel Basquiat e Madonnaaltrettanto affascinante. Tutto cominciò nell’autunno dell’82, quando i due si conobbero al Bowlmor. Lui aveva dato a un amico una busta d’erba lei lo agganciò e cominciarono a frequentarsi. Le differenze erano però enormi e si fecero sentire presto: Madonna era già una salutista disciplinata mentre lui faceva uso di eroina. Larry Gagosian ricorda che il giorno di Natale lei cercò dei preservativi per tutta Malibu perché senza non avrebbe mai fatto sesso con lui: era noto come Basquiat attaccasse la gonorrea a tutte quelle con cui lo faceva e poi, per non sentirsi in colpa, pagava loro le cure. La relazione non durò a lungo ma per entrambi la nascente notorietà dell’altro divenne un trampolino di lancio, come nei matrimoni organizzati vecchio stile. Dopo la morte del suo ex fidanzato, Madonna nel 1992 finanziò la retrospettiva a lui dedicata al Whitney Museum di New York.


5. Georgia O’KeeffeAlfred Stieglitz

Georgia O’Keeffe e Alfred StieglitzI due si incontrarono grazie all’amica Anita Pllitzer che nel 1916 mostrò i lavori di Georgia ad Alfred, un affermato fotografo che possedeva una galleria a New York. Colpito dall’espressività delle sue opere e dalla capacità tecnica dell’autrice, Stieglitz si impegnò in un lavoro di promozione dell’opera della O’Keeffe e iniziò a farle dei ritratti. I due si sposarono nel 1924 e l’arte di entrambi, pur rimanendo strettamente personale, sarà influenzata dall’amore che ognuno provava per l’altro. Alla fine saranno oltre 500 le fotografie di Stieglitz che hanno come soggetto l’amata.

 

6. Robert Rauschemberg e John CageRobert Rauschemberg e John Cage

Artista il primo, musicista il secondo, sono stati entrambi dei rivoluzionari nei loro rispettivi campi e le loro opere sono centrali nell’evoluzione dell’arte e della musica contemporanea. Rauschemberg con i suoi quadri bianchi che cambiano a seconda delle condizioni di luce e di ambiente fu una delle fonti di ispirazione per la celeberrima opera di Cage 4’33’’ in cui veniva messa in opera il silenzio. Della loro storia d’amore si sa poco se non che furono grandi amici e amanti.

Finisce qui la prima parte di questo articolo, nella seconda verranno raccontati gli amori del più grande artista del ‘900 e le storie di altre coppie davvero particolari. Se sei curioso e interessato,

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Arte e morte, mito e tragedia

Dopo aver parlato in un precedente articolo dello stretto legame fra arte e denaro, oggi voglio soffermarmi su un altro connubio, quello fra arte e morte. Non sarà un post drammatico, semplicemente voglio cercare di capire perché fra il grande pubblico fanno molta più presa quegli artisti, in alcuni casi etichettati come “maledetti”, la cui vita ha lo stesso fascino, se non addirittura un fascino maggiore di quello che hanno le opere da essi stessi realizzate.

Quali sono gli artisti di cui sto parlando e che sono così amati e conosciuti dal grande pubblico? Il primo posto senza dubbio va a Vincent Van Gogh, l’artista maledetto per eccellenza, il pittore che tutti conoscono e che probabilmente tutti apprezzano, dagli appassionati dell’arte a chi dell’arte proprio non gliene può importare di meno. Dopo di lui ci sono una serie di artisti la cui vicenda è in un qualche modo legata a storie di morte. In questo articolo esaminerò alcune di queste figure ormai diventate leggende, ma prima andiamo a vedere cos’hanno in comune fra loro.

Ah quanto ci piace la tragedia!

Non si sa per quale motivo, ma l’uomo è sempre rimasto affascinato dalla tragedia. Nella Grecia antica si andava a teatro: le tragedie avevano un legame stretto con l’epica e con il mito e avevano una funzione educativa e pedagogica. Affrontavano e dibattevano i grandi temi morali, politici e religiosi, spingendo alla riflessione sui problemi dell’esistenza umana, specialmente quelli che sorgevano dall’esperienza del dolore. Erano finzioni ma la vera tragedia era una realtà di tutti i giorni dato che guerre e devastazioni erano sempre alle porte.

Oggi, nonostante il numero delle guerre non sia affatto diminuito, esse ci paiono comunque lontane dalla nostra vita e le notizie che riguardano questi fatti ci giungono attraverso i media per poi svanire presto nel dimenticatoio. Le vere tragedie sono diventate alla stregua di finzioni teatrali. Ecco perché quando poi la morte si presenta davanti ai nostri occhi in tutta la sua crudezza, invece di distogliere lo sguardo inorriditi, ne rimaniamo incantati. Pensate a cosa è successo qualche mese fa con la morte del cantautore Mango sul palco durante un concerto: il video di quegli attimi ha fatto il giro del web e migliaia di curiosi sono stati presi dal desiderio morboso di andare a sbirciare come muore un uomo di infarto.

Non c’è niente da fare, la morte ha il suo fascino e quando è tragica ancora di più. La tragedia ci piace e gli artisti tragici ci fanno impazzire. Ma andiamo a vedere chi sono questi maledetti.

1 – Van Gogh e il mito dell’artista maledetto

Van Gogh con orecchio mutilatoMettiamo da parte il marketing spicciolo che viene utilizzato per promuovere certi artisti. Oggi quello che funziona in arte e che quindi viene anche pagato profumatamente, è il mito associato alla vita di un artista. Come ho già detto, Vincent Van Gogh rappresenta in pieno questo tipo di artista. Perlopiù incompreso in vita, fu consacrato e adorato dopo la morte. La sua vita è un tutt’uno con l’arte: pazzia, malattia, sfortuna in amore, un orecchio tagliato e insuccesso commerciale. In una parola, sofferenza. La sua immagine, se si vuole essere un po’ profani, può essere paragonata a quella del Cristo.

Siamo così ossessionati dalla personalità di Van Gogh, dal mito dell’artista solo e perso nel profondo del suo dolore, che anche quando i suoi dipinti esprimono gioia e felicità, l’unica cosa che riusciamo a vedere è angoscia e sofferenza. I suoi quadri sono diventati così delle reliquie che i grandi miliardari della terra si contendono nelle aste. È un pezzo dell’artista-dio che vogliono portarsi a casa. Un classico caso questo, di personalità dell’artista più forte della sua arte.

2 – Picasso e il periodo blu

Picasso è un altro di quei nomi che tutti conoscono. La sua importanza nella storia dell’arte è nell’invenzione, insieme a Ritratto di Picasso dell'amico Casagemas sul letto di morteBraque, del Cubismo. I suoi quadri più apprezzati dal grande pubblico, però, non sono tanto quelli cubisti, quanto quelli del periodo blu, anche questi legati a una tragedia, al suicidio dell’amico Carles  Casaguemas. Un’altra morte, un altro suicidio, un altro mito.

3 – Andy Warhol, il Self-made Mito

Andy Warhol è l’artista tragico per eccellenza. Dietro ai suoi colori sgargianti, ai ritratti sorridenti e ai soggetti superficialmente banali, si cela tutta la tragicità della società La Marilyn di Andy Warholmoderna con il suo spettacolo del consumo di massa, dello show business e dello star system e che lui aveva capito prima e più di tutti. Aveva intuito soprattutto il potere dei media e costruito il suo mito affiancando la sua figura a quelle di miti già esistenti. La più famosa delle sue opere è sicuramente il ritratto di Marilyn Monroe, un altro caso di suicidio.

Warhol era ossessionato dalla morte, le sue serie degli incidenti stradali e dei teschi ne sono testimonianza. A lui però non riuscì di morire tragicamente: se ne andò per una complicazione durante un banalissimo intervento alla cistifellea (si dice perché la sua paura lo aveva spinto a chiedere una doppia dose di anestesia). Qualche anno prima, nel 1968, era stato ferito gravemente dai proiettili sparati contro di lui da Valerie Solanas, ma riuscì a sopravvivere. In quell’occasione dichiarò: “Mi sarebbe piaciuto morire. Sarei diventato qualcuno fuori dall’ordinario.” Ci è riuscito lo stesso.

4 – Jean-Michel Basquiat

Basquiat è stato una meteora nel mondo dell’arte. Arrivato dal nulla è scomparso giovanissimo per un’overdose di Andy Warhol e Jean-Michel Basquiateroina. Un po’ come per Van Gogh la sua personalità è forse più importante della sua arte. Tramite l’amicizia con Andy Warhol è riuscito a entrare nel giro che contava e a raggiungere la fama in poco tempo. Non sono un amante della sua arte anche se ne comprendo l’importanza. Se dovessi paragonarlo a un personaggio dei giorni nostri, lo affiancherei a Mario Balotelli e non per il colore della pelle. Mi sembra un ragazzo valutato più per il personaggio creato intorno alla sua figura che per le sue reali capacità. Dopo la morte di Andy Warhol infatti non riuscì a superare il trauma e si lasciò uccidere dall’eroina. E così rafforzò ancora di più il suo mito.

5 – Amedeo Modigliani, il mito romantico dell’artista

Amedeo ModiglianiModigliani è l’artista che più di tutti ha incarnato il mito dell’artista geniale e trasgressivo. Dandy, era un uomo bellissimo e amato dalle donne. Pensate che alla sua morte la moglie, incinta del secondo figlio, preferì uccidersi gettandosi dalla finestra (ennesimo suicidio) piuttosto che pensare di continuare a vivere senza di lui.

Genio incompreso, rifugiava le sue delusioni nell’assenzio e nel vino, eccessi che lo condussero a una morte precoce a soli 35 anni.

6 – Jackson Pollock, il padre della riscossa americanaFoto di Jackson Pollock con sigaretta

Pollock è considerato una leggenda americana. Artista geniale padre dell’Action Painting, è ricordato come un uomo dal carattere burbero, un cow boy esistenzialista affetto da sbalzi di umore violenti e anche lui dal vizio dell’alcol. Era un cane sciolto, uno che difficilmente stava alle regole, tanto che distrusse anche il secolare uso di dipingere sulla tela a cavalletto. Ubriaco, perse il controllo della sua auto e andò a schiantarsi contro un albero uccidendo se stesso e un’amica che era in macchina con lui. Aveva quarantaquattro anni. La sua figura è paragonabile al classico prototipo dell’artista maledetto di fine Ottocento, incarnato nella cultura americana dai divi cinematografici.

7 – Michelangelo Merisi detto il Caravaggio

Testa di Golia di Caravaggio - AutoritrattoPoche parole si possono aggiungere a tutto quello che si è detto su Caravaggio, sicuramente l’artista dell’antichità più amato ai giorni nostri, più di Michelangelo e più di Leonardo. Violento, irascibile, dedito all’alcol e a tutti i vizi immaginabili, Caravaggio era un genio, un genio non sempre incompreso però, poiché i suoi quadri erano ricercati da importanti e potenti collezionisti dell’epoca. La sua vita è stata un romanzo di avventura, segnata da omicidi, arresti e fughe. La morte beffarda lo colpì proprio nel momento in cui stava per porre termine alle sue pene. La tragedia all’ennesima potenza.

Quando la forza del mito supera quella dell’arte

In conclusione, a parte il fatto di essere stati tutti grandi artisti, cos’hanno in comune queste figure? Possiedono contemporaneamente la forza del mito e l’attrattiva della tragedia. Nell’antica Grecia, “il motivo della tragedia è strettamente connesso con l’epica, ossia il mito…” (da Wikipedia). Il mito era un complesso di narrazioni che hanno per oggetto dei ed eroi leggendari in imprese di lotta contro forze avverse.

Oggi i miti sono idealizzazioni di personaggi che assumono proporzioni leggendarie nell’immaginazione popolare.  Questi artisti sono diventati tutti miti e lo sono diventati più per le loro vite che per le loro opere. Il grande pubblico conosce meglio le vicissitudini che hanno caratterizzato la loro esistenza terrena, dei dipinti creati grazie al loro talento. Le sofferenze e le tragedie della loro vita ce li fanno sentire vicini, li hanno trasportati nell’immaginario comune, dove rimarranno per sempre.

Se provassi a chiedere a dieci persone perché piace l’arte di Van Gogh la risposta suonerebbe per tutti più o meno così: “Perché mi emoziona!

Ma è l’opera che emoziona o la forza della personalità dell’artista che inconsciamente ci influenza?

Tu cosa ne pensi? Ci sono altri artisti che secondo te possono far parte di questa lista?
Lascia il tuo commento qui sotto.

Michelangelo Buonarroti, storia di un “plagio” d’autore

L’arte non ha confini, non ha punti di inizio né punti di arrivo, è un continuo divenire.
Gli artisti di oggi nascono e crescono guardando agli artisti di ieri e quelli di domani svilupperanno i loro lavori guardando quello che gli artisti di oggi hanno fatto.
La storia dell’arte è un continuo debito degli uni verso gli altri, una sorta di ossequiosa citazione ai maestri precedenti. Ovviamente citazione non vuol dire plagio: al nuovo artista, per essere riconosciuto e ricordato dalla storia, è chiesto di ridisegnare i confini dell’arte partendo dal punto in cui si sono fermati i suoi predecessori.

Gli artisti più importanti diventano punti di riferimento con i quali le generazioni future dovranno obbligatoriamente confrontarsi. Pensiamo a Picasso e a quanto la sua rivoluzione artistica abbia influenzato gli artisti venuti dopo di lui. Solo quelli però che non si sono fermati al plagio e sono andati avanti sorpassando il suo stile e il suo linguaggio possono chiamarsi artisti e diventare a loro volta maestri. Come abbiamo già visto in un post precedente, anche un genio eccezionale e dallo stile inconfondibile come Caravaggio non ha potuto fare a meno di prendere spunto e citare nelle sue tele un grande maestro come Michelangelo Buonarroti. Ed oggi vedremo come anche quest’ultimo, il “Divino”, non è estraneo a questo modo di operare.

Michelangelo il “Divino” e le sue copie d’autore

Nel XVI secolo papa Giulio II fondò, a partire dalla sua raccolta privata di statue, i Musei Vaticani, un luogo aperto al pubblico in cui i visitatori potevano ammirare tutte le bellezze della Roma antica e non solo. Ogni giovane artista che arrivava da qualsiasi posto del mondo doveva passare un “tirocinio formativo” a copiare e riportare su fogli tutte le pose delle sculture conservate in quei corridoi. Tutti, nessuna eccezione.

Anche il giovane Michelangelo Buonarroti, dunque, giunto a Roma, passò ore e ore davanti alle statue dell’antichità romana, cercando di carpirne segreti. In particolare la collezione papale si distingueva per tre opere ancora oggi famose per la loro bellezza. La prima era l’Apollo del Belvedere, appartenete al Cardinale Giuliano della Rovere che la custodiva nel suo palazzo a Santi Apostoli e la fece trasferire in Vaticano una volta divenuto Papa. Attualmente fa bella mostra di sé nel cortile dell’ottagono al museo Pio-Clementino, nel complesso dei Musei Vaticani.

La statua Apollo del Belvedere conservata ai Musei Vaticani

La seconda, poco distante da quest’ultima, è forse uno dei gruppi scultorei più famosi e riprodotti dell’antichità: il Laocoonte. Acquistata anch’essa da Papa Giulio II, fu sistemata, nel cortile ottagonale e divenne insieme all’Apollo, il pezzo più importante della collezione.

Il gruppo scultore del Laocoonte e i suoi figli conservato ai Musei Vaticani

La terza è una scultura greca giunta a noi mutila ma senza aver per questo perso niente del suo fascino: il Torso del Belvedere. Fu talmente ammirata dal Buonarroti che una leggenda racconta di come egli si sia rifiutato di completare le parti mancanti per non alterarne la bellezza.

Il Torso del Belvedere conservato ai Musei Vaticani

 

Michelangelo passò dunque intere giornate a copiare queste statue cercando di catturare con la matita le sfumature e le tensioni di ogni singolo muscolo delle figure scolpite. Purtroppo nessun disegno è giunto fino a noi: considerati alla stregua di un puro esercizio stilistico, le centinaia di schizzi effettuati sono andati persi, probabilmente gettati dallo stesso autore.

Eppure continuando il giro dei Musei Vaticani e giunti alla tappa finale davanti al massimo capolavoro michelangiolesco, gli affreschi della Cappella Sistina, ci si può rendere conto del frutto di quell’incessante lavoro di copiatura dei maestri antichi.

La figura del Cristo del Giudizio Universale di Michelangelo

 

Nella figura del cristo del Giudizio Universale si ritrovano infatti tutte e tre queste statue: l’Apollo nel viso di Gesù, il Laocoonte nella posizione del torace e delle braccia e il Torso del Belvedere nelle gambe. Anche il “Divino” dunque ha reso omaggio all’arte riconoscendo il suo debito verso i maestri antichi. Un modo per sedersi al loro fianco in una sorta di continuità che è giunta poi con i suoi successori fino ai giorni nostri.

 

Arte e denaro, le verità che spesso non si dicono

Il battitore aggiudica un'opera in astaÈ inutile negarlo e continuare a far finta che non sia vero: se oggi ogni tanto l’arte ottiene ancora i riflettori del palco mediatico, non è certo per il genio di un’artista o di un astro nascente, quanto per le quotazioni che le sue opere raggiungono.

Tanto è vero che quando c’è un record d’asta, si parla sempre e solo del prezzo, mai dell’opera e del suo significato, indipendentemente dal fatto che l’autore sia Monet, Picasso, Francis Bacon o Jeff Koons.

Per capire le cifre astronomiche che girano attorno al mondo dell’arte e che fanno tanto scalpore, non dobbiamo dimenticare due cose:

    1. I bravi artisti si sono sempre fatti pagare e anche tanto
    2. Viviamo in un’epoca in cui l’economia ha vinto e si è impossessata di tutto

1. Arte e denaro un connubio vecchio secoli

Arte e denaro hanno sempre camminato fianco a fianco. L’arte dell’epoca moderna si è sviluppata con più forza in quei paesi in cui non era solo il fermento culturale a essere ricco, ma anche il denaro vero e proprio girava in abbondanza. Nell’Italia del Rinascimento, nell’Olanda della seconda metà del 1600, nella Francia della Belle Époque e nell’America del dopoguerra, agli artisti, oltre a grandi commissioni e riconoscimenti, erano assicurati anche lauti compensi.

Stati ricchi quindi, che diventavano direttamente o indirettamente mecenati e protettori delle arti tutte. Non poteva essere diversamente d’altronde, dato che il prodotto del fare artistico è un bene superfluo, non necessario, e solo classi dirigenti di società nelle quali tutti gli altri bisogni erano per lo più soddisfatti potevano permettersi di sostenere una classe “non produttiva” come quella degli artisti.

Tanto è vero che l’arte è sempre stata un’attività per ricchi (papi, imperatore, re, aristocratici) che solo di riflesso si volgeva al resto della popolazione. Anche vederla come forma di investimento non è cosa nuova se, come citato da Nicola Maggi in un articolo del suo blog, già nel 1200 il critico Ts’ai Tao scriveva: «L’amore e la gioia per l’arte sono diventati una moda e le opere d’arte sono ovunque considerate alla stregua di merci e investimenti. Questo il diavolo della nostra epoca».

Cambiano gli artisti, cambia il pubblico ma…

Nulla è cambiato quindi, oggi come allora il denaro associato al mondo dell’arte è visto come un male. Gli artisti devono essere poveri e maledetti e lavorare per la gloria che arriverà solo a morte giunta. Peccato che questo sia vero solo per una percentuale piccolissima di protagonisti della storia dell’arte. Tiziano era così ricco, famoso e rispettato che addirittura l’imperatore Carlo V in persona (l’uomo che regnava su un impero in cui non sorgeva mai il sole, per intenderci) si inchinò per raccogliere un pennello caduto al maestro.


Copertina del libro "The wealth of Michelangelo" di Rab HatfieldAndrea Mantegna
il giorno in cui morì possedeva case e terreni di gran valore. Per non parlare di Michelangelo, uno degli artisti più ricchi del suo tempo, grande nel creare arte quanto nell’accumulare denari come è stato dimostrato dalla ricerca svolta dallo studioso Rab Hatfield pubblicata con il titolo “The wealth of Michelangelo” (un ottimo libro che racchiude tante curiosità sui pittori italiani del Rinascimento e sul loro rapporto con il denaro).

Per tornare agli artisti, se Caravaggio non ha mai vissuto un’esistenza agiata è dovuto solo al suo carattere indocile e aggressivo che lo ha costretto a fuggire in lungo e largo per l’Italia vivendo come un fuggiasco: i suoi lavori, richiesti da grandi e influenti personaggi come il Cardinale Barbierini, erano ben ricompensati.

Avvicinandoci sempre di più ai nostri tempi andiamo incontro a una delle più grandi e false legende relative alla storia dell’arte, quella che vuole gli impressionisti poveri, incompresi e morti in miseria: a parte il fatto che nessuno di loro è mai stato povero per il semplice fatto che appartenevano tutti, ad eccezione di Renoir, a famiglie benestanti. Comunque sia tutti gli impressionisti sono diventati ricchi e famosi grazie alla loro pittura. Molto probabilmente anche Van Gogh stesso se non fosse morto così giovane avrebbe conosciuto il successo.

Van Gogh, uno degli artisti maledettiSe poi pensiamo a Picasso o Dalì, possiamo sicuramente affermare che non morirono certo in disgrazia. Da dove arriva allora questa credenza comune che vuole l’artista povero e maledetto, dedito solo a creare i propri lavori per la gloria e non per alcun guadagno?

Il mito romantico dell’artista maledetto

Bastarono pochissimi anni per creare e coltivare un mito che si è poi talmente radicato da giungere inalterato fino ai giorni nostri: quello dell’artista povero e maledetto che vive e si nutre esclusivamente di emozioni e pittura.

Nella prima metà dell’800 nasce la figura del genio incompreso, rifiutato dalla società e che della società rifiuta regole e valori, che conduce una vita autodistruttiva e che muore prima che il suo valore venga riconosciuto. È il Romanticismo, un movimento a mio parere mediocre il cui lascito più grande alla storia dell’arte è stato appunto questo stupido e falso retaggio causa delle più grandi incomprensione di oggi verso l’arte contemporanea.

D’altronde i numeri parlano chiaro: quanti sarebbero questi artisti maledetti? Così su due piedi mi vengono in mente solo i nomi di Van Gogh e di Modigliani, due artisti importantissimi ma che fanno grande presa sul pubblico più per il fascino delle loro vite “spericolate”, come direbbe il buon vecchio Vasco, che per il pensiero trasmesso dalle loro opere. Eppure questo è un retaggio che ha messo radici talmente profonde che a fatica riusciamo ad accettare che un artista possa guadagnare e diventare ricco vendendo i propri lavori.

Di arte si vive e con l’arte si mangia

Fare l’artista è un lavoro come un altro, per certi versi forse più affascinate ma è comunque un lavoro. Gli artisti dedicano energia e ore della propria giornata per regalare un po’ di bellezza a questo mondo, perché non dovrebbero essere pagati dato che, come ogni professionista che si rispetta, versano anche i loro bei tributi allo stato?

Nel rinascimento esistevano tabelle di prezzo che indicavano con certezza quanto sarebbe dovuto essere ricompensato un lavoro: più figure comparivano nel dipinto, più aumentava il prezzo. Gli artisti non producevano spinti dall’ispirazione: tutte le opere che vediamo appese nei vari musei del mondo erano lavori innanzitutto commissionati da qualcuno e che dovevano seguire determinati canoni. Solo in seguito poteva capitare che il talento di un genio ci mettesse del proprio e creasse quei capolavori che ancora oggi possiamo ammirare.

Si lavorava comunque innanzitutto per una retribuzione, non per esclusivo piacere personale. Oggi è uguale. Gli artisti lavorano per esprimere se stessi è vero, ma hanno bisogno di essere pagati anche perché altrimenti sarebbero costretti a procurarsi il sostentamento con altri mezzi e questo toglierebbe tempo alla loro arte. Che poi alcuni artisti abbiamo raggiunto quotazioni astronomiche è un altro discorso.

2. L’economia si è impossessata dell’arte

Si, l’economia ha vinto su tutto non possiamo far finta di niente. Mentre nel Medioevo era la religione ad avere la meglio sulla vita e sull’arte, nel Rinascimento tutto era fondato sullo studio dell’Uomo e la parola chiave dell’Illuminismo era “Ragione”, oggi l’Economia è ciò che guida la nostra società. E dato che l’arte riflette sempre se non addirittura anticipa ciò che la società produce, in un mondo in cui non si fa altro che parlare di spread, bilanci, indici, ecc., l’economia non poteva non diventare protagonista anche nell’arte.

Un uomo pensa ai soldi e cerca di prenderli con una calamitaQuesto non vuol dire però che viene meno il valore degli artisti e della loro opera. Bisogna sempre tenere bene in mente che prezzo e valore sono due cose diverse che non sempre combaciano. Ci sono artisti che costano poco e che valgono tanto, come ci sono artisti che hanno raggiunto quotazioni altissime ma le cui opere non hanno un valore poi così grande.

Non dobbiamo giudicare grande un’artista solo per il prezzo che le sue opere raggiungono come non dobbiamo fare l’errore di classificare alla stregua di una speculazione finanziaria un’opera che ha un prezzo esorbitante. Anche là dove i prezzi sono evidentemente gonfiati dal mercato, non ci si dovrebbe far distrarre dall’indignazione ma sforzarsi di comprendere quello che l’opera vuole trasmettere.

Lasciati da parte i pregiudizi potremmo trovarci di fronte a piacevoli sorprese sia davanti a un opera valutata poche migliaia di euro, sia davanti a un’altra valutata milioni di dollari.

Investire in arte: 10 buoni consigli per non sbagliare

Investire in arte è una forma molto redditizia per far fruttare una parte dei propri risparmi. È vero che ci sono diversi livelli di volatilità, ma le performance non sono affatto da Arte e investimentiscartare. Per l’arte contemporanea per esempio, possono arrivare anche a picchi del 50%. Restando con i piedi per terra, studi più o meno recenti indicano un rendimento medio annuo che va dal 14% al 17%. Con questi numeri non è difficile capire come mai in molti si stanno lanciando su questo mercato per diversificare il proprio portfolio investimenti.

Il problema è che come è vero che si possono ottenere bei guadagni, è altrettanto vero ed è molto più facile fare acquisti sbagliati e ritrovarsi dopo qualche anno con qualcosa che praticamente non ha più alcun valore. Questo succede soprattutto quando si passa all’azione senza una reale conoscenza del vasto universo dell’arte, un mondo affascinante ma che per quanto riguarda il mercato è guidato da ben poche regole certe e verificabili.

Probabilmente anche tu vuoi diversificare il tuo portfolio investimenti e puntare su un dipinto, una scultura o una fotografia ma hai paura di compiere un errore. Eccoti allora dieci consigli che ti aiuteranno a scegliere un artista le cui quotazioni potrebbero rivalutarsi nel corso degli anni. Devo partire innanzitutto da una breve ma fondamentale premessa indispensabile per contenere il più possibile le polemiche che ogni volta si scatenano quando si parla di questo argomento.

Ti dico inoltre fin da subito che in un solo articolo non potrò esaurire l’argomento, sul quale per altro si sono già consumate le penne di decine di giornalisti, critici o addetti ai lavori. Scriverò comunque presto altri post legati a quello che stai per leggere. Ma ora partiamo.

L’arte è una cosa, il mercato un’altra

Proprio così, arte e mercato sono due entità differenti e separate anche se strettamente legate e connesse fra loro. È come parlare di uno sport, il calcio per esempio, ma di due partite differenti che si giocano su due campi differenti per due competizioni differenti. Se valutiamo il valore artistico di un’opera, lo stile di un artista e la sua importanza culturale, stiamo giocando una partita, se analizziamo il valore economico di un dipinto o di una scultura, ne stiamo giocando un’altra.

Questo vuol dire che arte e mercato non si incontrano mai? No, a volte si incontrano anche, ma nella maggior parte dei casi c’è un forte sfasamento e il mercato si comporta un po’ come un cavallo impazzito: corre avanti rispetto a certi artisti mentre ne lascia indietro altri e questo comportamento fa arrabbiare tanti nostalgici amanti della vecchia buona e bella arte.

Jeff Koons ball fintiFacciamo qualche esempio per essere più chiari. Chi sono gli artisti che più di tutti negli ultimi anni sono stati bersaglio di aspre critiche e fulcro di polemiche sistematiche (spesso anche consciamente cercate)? Sicuramente i nomi principali, per citare i più famosi, sono Damien Hirst e Jeff Koons. Il primo è stato forse un precursore nell’aver utilizzato (consapevolmente e con una strategia precisa) ciò che si chiama personal branding nel mondo dell’arte. Il secondo detiene il record per l’opera di un artista vivente più pagata in asta (58 milioni di $).

Può un cagnolone gigante, metallizzato, consapevolmente kitsch, costare più di un’opera di Gerhard Richter, per citare un altro artista vivente, o di Salvador Dalì e di Lucio Fontana, per citare due nomi di artisti storicizzati? Ebbene sì, può, sempre per lo stesso motivo: l’arte è una cosa, il mercato un’altra. Lo ripeto nuovamente perché deve entrare bene in testa a chi si vuole avvicinare a questo mondo senza trovarsi di fronte a brutte sorprese. Il mercato ha delle regole proprie e si muove secondo principi propri che a volte non hanno nulla a che vedere con quelli della storia dell’arte.

Quindi se ci si avvicina all’arte con l’intenzione di fare un investimento sono le regole del mercato che bisognerebbe cercare di capire e seguire, non la piacevolezza dell’opera tanto meno il proprio gusto personale. Ovviamente fra i tanti possibili investimenti si può scegliere l’artista che più tocca le nostre corde, ma, come ho già scritto in un precedente post, se si compra sperando in una futura rivalutazione dell’opera non bisognerebbe mai farsi guidare dall’emozione: godere l’arte con il cuore ma comprarla con la testa.

Come investire in arte: 10 consigli per scegliere l’opera giusta

Veniamo finalmente al succo di questo post. Se ti stai avvicinando al mondo dell’arte con l’intenzione di fare un buon investimento eccoti 10 domande che faresti bene a porti quando ti trovi davanti a un’opera che ti affascina prima di decidere di tirar fuori il tuo libretto degli assegni e sperare di aver sotto il braccio un dipinto che in futuro si rivaluterà. Cominciamo:

  1. Qual è la galleria o il mercante che segue e gestisce il suo lavoro?

    I galleristi - Investire in arteEh si, la prima domanda non ha nulla a che vedere né con l’artista tanto meno che con la sua arte. Ti sembra strano? Ti ricordo che stiamo parlando di mercato e il mercato lo fa il gallerista, non l’artista.  Come esistono avvocati più potenti e influenti degli altri, politici più potenti e influenti degli altri, blogger, giornalisti, imprenditori, ecc. più potenti e influenti degli altri, così nel mondo dell’arte ci sono galleristi più potenti e influenti degli altri. Sono loro che, insieme ad altri personaggi, muovono le reti del sistema e a volte sono così famosi da diventare brand più importanti degli stessi artisti che gestiscono: Larry Gagosian, David Zwirner, Iwan Wirth per citarne qualcuno.

    Stando con i piedi per terra, senza andare a scomodare certe vette, anche a livelli inferiori ci sono galleristi che fanno bene il proprio lavoro e altri che lo fanno meno bene. Dietro alle alte quotazioni di un artista, si nasconde un lungo e dispendioso lavoro, sia a livello di tempo che a livello di denaro. Non tutti sono in grado o hanno le capacità, le conoscenze e i contatti (fattore essenziale per avere successo in questo mondo) per portarlo a termine. Ricordatevi che dietro agli impressionisti c’era Paul Durand Ruel e dietro a Picasso e Cézanne c’era un grande mercante come Ambroise Vollard. Quindi insieme all’artista, e in alcuni casi ancor prima dell’artista, scegliete il mercante giusto. In Italia le gallerie più forti sono Massimo De Carlo, Giò Marconi, Lia Rumma, Massimo Minini, Franco Noero per citarne solo alcune. Ci sono poi tantissime altre gallerie meno forti ma che fanno un ottimo lavoro e vendono artisti interessanti.

  1. In quali mostre o musei sono stati o sono esposti i suoi lavori?

    Mostre e musei Finalmente parliamo dell’artista o meglio ancora del suo Curriculum.
    Se doveste assumere un collaboratore come lo scegliereste? Ovviamente dando un’occhiata alle sue esperienze passate e alle aziende per cui ha lavorato. Nel caso di un artista le esperienze sono date dai premi vinti, dalle mostre e soprattutto dai musei in cui le sue opere sono esposte.

    Un tempo gli artisti raggiungevano questo riconoscimento a fine carriera.
    Oggi le cose sono cambiate e spesso gli artisti entrano nei musei molto prima e ottengono il riconoscimento economico fin da giovani. Avere un’opera all’interno di un museo, oltre che essere un riconoscimento ufficiale, espone il nome dell’artista agli occhi del mondo e lo rende quindi più desiderabile.
    Consiglio: cercate artisti esposti nei musei ma con prezzi ancora abbordabili e diffidate di quelli che costano già cifre stellari ma che nei musei entrano solo pagando il biglietto.

  2. Chi lo colleziona

    Una volta c’erano Papi, nobili e aristocratici. Oggi ci sono capitani d’industria, banchieri e imprenditori. Cambiano i ruoli, cambiano i modi, ma la musica non cambia. EntrInvestire in arte - I collezionistiare a far parte di certe collezioni è garanzia di successo. Pensate agli artisti della Young British Art collezionati dal magnate della pubblicità Charles Saatchi e che oggi hanno raggiunto cifre da capogiro.  Altre collezioni importanti sono quella dei coniugi Rubell e quella di Rosa e Carlos De la Cruz in America, mentre in Italia si devono citare la Collezione Miuccia Prada, quella di Giuliano Gori e quella del Conte Panza di Biumo.

  1. Quale ruolo ha all’interno della storia dell’arte?

    All’interno del vasto mondo della storia dell’arte, ci sono artisti importanti, alcuni indispensabili e altri che non hanno lasciato il segno. Se cancellassimo Storia dell'arteCézanne, non capiremmo più Picasso e senza Picasso crollerebbe tutto il castello della storia dell’arte del Novecento. La stessa cosa vale per Lucio Fontana, per Andy Warhol e per tanti altri. Il mercato spesso non va di pari passo con la storia dell’arte e, soprattutto avvicinandoci ai giorni nostri, ci sono importanti e già storicizzati artisti che hanno ancora delle quotazioni raggiungibili.

    In questo momento gli artisti del dopoguerra (Vedova, Afro, Manzoni, Fontana, Castellani) hanno già valutazioni inarrivabili per i più ed è in atto la riscoperta degli artisti cinetici e di quelli dell’arte analitica. Una volta che anche loro arriveranno a determinate vette, il mercato passerà ai movimenti dei decenni successivi. Negli anni ’90 per esempio, hanno lavorato artisti come Alessandro Pessoli, Marco Cingolani e Stefano Arienti le cui quotazioni non hanno ancora raggiunto quelle del coetaneo Maurizio Cattelan.

    La cosa che si dovrebbe fare è anticipare i tempi e comprare gli artisti prima che vadano di moda e che vengano inglobati dal mercato: per riuscire a fare questo però, bisogna iniziare a familiarizzare con linguaggi a cui non siamo ancora abituati e che spesso possono risultare di difficile comprensione.

  2. Ha raccolto le sue opere in un catalogo generale

    Per un artista avere il catalogo generale è garanzia di sicurezza. Serve a far ordine nella sua produzione, a certificare quali opere sono vere e a dare un messaggio di serietà chCatalogo ragionato dell'artistae poi si trasferisce al mercato. Una delle cose che ha fatto esplodere il mercato di Alighiero Boetti qualche anno fa è stata la pubblicazione del catalogo ragionato delle sue opere.

  3. I suoi lavori sono immediatamente riconoscibili?

    Avere uno stile unico e inconfondibile porta sicuramente valore al lavoro di un artista, soprattutto quando questo vuol dire anche utilizzare un linguaggio nuovo o dire cose che nessuno ha mai detto. Artisti con stili propri sono quelli che poi diventano più facilmente icone e quindi più desiderabili dai grandi collezionisti. Un’opera di Andy Warhol, come una di Francis Bacon, come una di Lucio Fontana, come una di Luigi Ontani ecc. le si possono riconoscere a chilometri di distanza. Avere una loro opera appesa in un salotto è garanzia di prestigio per chi la possiede.

  4. Le sue opere girano all’interno di un mercato locale, nazionale o internazionale?Mercato dell'arte globale

    Qui è anche inutile spendere troppe parole, è una legge dell’economia: più la richiesta aumenta, più aumentano i prezzi. È intuitivo e automatico che un artista venduto nel mondo ha più richiesta di un altro venduto solamente dalla galleria del paese.

  5. Quella che sto per acquistare è un’opera di un periodo significativo?

    Quasi tutti gli artisti hanno avuto nel corso della vita, periodi di grande fermento creativo affiancati a periodi meno produttivi. Di solito il ciclo produttivo di un artista è diviso da una fase in cui “inventa” un nuovo linguaggio, seguito da una seconda fase in cui la novità si afferma e quindi finisce di essere una novità. Infine arriverà la fase in cui l’artista, ormai affermato, si attesterà sulla stanca ripetizione di uno schema ormai di successo. Ovviamente la prima fase è quella più cercata e pagata dal mercato.

    Non tutti i Picasso costano milioni di euro. Quelli del periodo rosa, del periodo blu o le opere cubiste sono quelle che raggiungono quotazioni spaventose. I Picasso dell’ultimo periodo non si avvicineranno nemmeno ai record price pazzeschi dell’artista. Così come una Piazza d’Italia di De Chirico degli anni ’50 non costerà come una del primo decennio del ‘900 o un Castellani degli anni 2000 non costerà come uno degli anni ’60.

    Attenzione però, perché non per tutti gli artisti il periodo migliore è quello giovanile, ci sono pittori che hanno raggiunto il massimo dell’espressività in età senile o altri per cui l’anno di creazione di un opera non fa la differenza ma conta solo la qualità.

  1. Com’è la qualità dell’opera che sto per acquistare?

    La qualità appunto. Penso sia chiaro che un artista non dipinge solo capolavori. Tutti noi abbiamo giornate no, in cui niente ci esce come vorremmo e altre in cui tutto sembra invece facile. Per un artista è uguale: ci sono giornate in cui dipinge capolavori, altre in cui i quadri sono poco riusciti, altre ancora in cui non ha alcuna ispirazione ed è costretto a creare opere giusto per accontentare il mercato e altre giornate ancora in cui il risultato del suo lavoro è ciò che l’ambiente chiama con il sinonimo di “crosta”.

    A differenza della borsa e delle azioni, l’arte è fatta di qualità, non di quantità. Nei titoli l’acciaio è sempre acciaio, il grano è sempre grano, l’alluminio è sempre alluminio. Un Picasso non è sempre un Picasso (con la “P” maiuscola intendo). Ovviamente i capolavori costano più delle altre opere, ma sono anche quelli che si rivalutano meglio nel tempo e che si farà meno fatica a vendere quando si vorrà monetizzare l’investimento. Nel mondo dell’arte a volte è meglio ricordarsi del proverbio: “chi più spende meno spende.”

  2.  Quale critico si è occupato della sua opera?

    Critico d'arteQuest’ultima regola ero indeciso se inserirla o meno. Un tempo la voce di un critico avrebbe potuto lanciare verso le stelle la carriera e le quotazioni di un artista. Oggi anche una critica importante non smuove in sostanza niente dal punto di vista delle quotazioni. C’è in compenso una nuova figura che qualche influenza in più ce l’ha ed è quella del curatore. Negli ultimi anni le scelte fatte da alcune importanti istituzioni museali rispetto a mostre ed esposizioni spesso coincidono con i nomi che fanno ottimi risultati in asta.

 

Quando l’arte è investimento

Adesso sei pronto anche tu a comprare la tua prima opera e a investire in arte.  Ovviamente non è necessario che un artista possegga tutti i requisiti che ho elencato qui sopra per essere un investimento, soprattutto se stiamo parlando di un artista giovane. Queste vogliono essere solo delle linee guida ma il discorso ovviamente non si esaurisce qui, ci sono tante variabili che influenzano le quotazioni di un artista soprattutto in un mercato in cui c’è poca chiarezza e trasparenza.

Matthew Carey-Williams, curatore della galleria White Cube di Londra ha dichiarato provocatoriamente «Oggi l’arte è un super business. Dopo il traffico di droga e la prostituzione, è il più grande mercato senza regole del mondo». Prima di lanciarti in un acquisto azzardato sarebbe meglio quindi iniziare a visitare musei, mostre, fiere nazionali e internazionali e dare un’occhiata ai nomi che girano. La cosa ancora più saggia è quella di farsi consigliare da un addetto ai lavori, ma occhio anche in questo caso a scegliere quello giusto, alcuni sono solo dei bravi imbonitori.

E tu? Sei già un collezionista o stai pensando di diventarlo? Hai altri suggerimenti da aggiungere? Condividili con noi nei commenti.