In mostra la Milano artistica degli anni ‘60

Nicola Stoia
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Milano_anni_30Oggi sono stato invitato da Daniela a un brunch al “Bianco Latte”, quindi lasciata la Vespa in Repubblica e incontratomi con lei ci siamo incamminati in via Filippo Turati per raggiungere il locale. Ma ecco che camminando il mio occhio è attirato da un enorme striscione rosso che pende in verticale sulla facciata di un palazzo sulla sinistra: le prime due parole che mi saltano immediatamente all’occhio sono “Piero” e “Manzoni”. Dopo essere stato alla mostra di Palazzo Reale ed essermi divorato in pochi giorni il libro di Flaminio Gualdoni, non posso fare altro che tirare Daniela per la giacca e avvicinarmi al palazzo da cui pende il grosso telo: “Nati nei ’30. Milano e la generazione di Piero Manzoni”. Questo il titolo completo dell’esposizione al Palazzo della Permanente.
Quando si dice le coincidenze! Non sicuramente per la mostra, poiché è stata pensata in parallelo all’antologica di Palazzo Reale, quanto piuttosto perché se non fossi stato invitato al brunch e se non avessimo trovato tutto pieno in altri due locali, non sarei mai venuto a conoscenza della sua esistenza. Sicuramente Daniela era meno contenta di me di questa coincidenza, comunque mi ha seguito lo stesso all’interno del palazzo.

L’esposizione raccoglie le opere di artisti milanesi, di origine o di adozione, nati fra il 1930 e il 1939, quindi attivi in quegli anni fra la fine dei ’50 e la fine dei ’70 che hanno segnato un periodo di grande fermento creativo per il capoluogo lombardo trasformando Milano in un punto nevralgico sia a livello nazionale che internazionale.
È una generazione nata durante il fascismo, che ha vissuto la guerra, anche se non attivamente, che vive quindi tutte le ristrettezze del dopoguerra ma che guarda anche con speranza agli aiuti americani che lanceranno l’Italia verso il boom economico.
Riuniti intorno alla grande istituzione dell’Accademia di Brera, in un periodo in cui il sistema dell’arte girava ancora intorno all’artista più che intorno al critico o al mercante di turno e in una Milano che offriva parecchi momenti e punti di incontro, di discussione e di scontro fra pittori, scultori, scrittori e poeti.

La mostra inizia con le opere nucleari di Sergio Dangelo, Bepi Romagnoni e Mario Ceretti. Capisco Daniela quando mi dice che “la sto facendo morire di fame per quattro scarobocchi fatti da un bambino”.  In effetti i tre dipinti sono un miscuglio di colori, a volte piatti come nel caso di Dangelo, a volte più pastosi, in Ceretti, in cui le figure e le forme sono come disintegrate (d’altronde da non troppi anni erano state lanciate due bombe atomiche) e ci sono dei rimandi da sogno, quasi surrealisti. In un qualche modo si può dire che c’è ancora un legame, se ben minimo, con l’arte Informale della generazione precedente.Agostino Bonalumi - Pancia

Legame che viene definitivamente rescisso dagli artisti della sala successiva. Quasi mi viene un colpo quando vedo una “Tela carta in pacco di giornale” di Manzoni. Potrebbe essere motivo di abbandono della mostra da parte di Daniela. Invece è lì, alquanto ammaliata davanti alla tela di Agostino Bonalumi. Poi si sposta davanti a quella di Enrico Castellani. “Carina questa, starebbe bene sopra al mio divano!”. Non so se essere contento per aver guadagnato ancora qualche minuto di tempo per visitare la mostra oppure un po’ amareggiato per aver appena sentito un Castellani paragonato a semplice oggetto di arredamento. Ma se ci penso bene, questo è già un passo avanti. Vuol dire che Daniela è riuscita a cogliere la bellezza dell’oggetto in sé, senza aspettarsi nient’altro dalla tela, nessuna rappresentazione, nessuna illusione di realtà. Ha colto quindi almeno una delle istanze promosse da questo gruppo di artisti (c’è anche un opera di Dadamaino) che in quegli anni reagivano contro il dominio dell’arte informale proponendo un linguaggio impersonale di negazione dell’io, contro l’esasperazione dell’individualismo. All’eccedenza di magma pittorico rispondevano con opere essenziali in cui si cercava un ritmo compositivo silenzioso.  Un’arte che sia prima di tutto idea e in cui la superficie non ospiti più segni ma diventi essa stesso segno, soggetto.

Più avanti si arriva al Gruppo T (T sta per tempo) e anche qui Daniela è abbastanza interessata da queste opere che si muovono e giocano con effetti ottici. “Queste mi sembrano giocattoli per bambini più cValerio Adami "Bed Room Scene"he opere d’arte.” Appunto…
Ce l’ha con l’opera di Davide Bonami, dove della polvere di ferro è portata in giro da una calamita, e con quella di Gabriele Devecchi, in cui un foglio piegato di plastica è fatto roteare su una superficie tonda. È proprio il movimento ciò su cui indagano questi artisti. Un movimento che può essere programmato, che può giocare e nascere dagli effetti di luce sulla materia (Getullio Alviani, Grazia Verisco) o che gioca con gli effetti della percettivi dell’occhio umano. È un’arte che torna a dialogare con la scienza, come già Leonardo faceva a suo tempo.

A questo punto il mio tempo è finito insieme alla pazienza di Daniela. Questa volta è lei che mi prende per la manica e mi trascina fuori. Riesco a lanciare un furtivo sguardo su una bellissima opera di Valerio Adami e su una di Tino Stefanoni e prima di uscire riconosco una scultura di Giuseppe Spagnulo. Adesso è ora del brunch, ma tornerò solo e con più calma in settimana.

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