Da Christo a Leonardo, cosa pretendiamo oggi dall’arte?

Ormai tutte le strutture di The Floating Piers sono state smontate e, come per tutti i lavori di Christo e Jeanne-Claude, niente più rimane se non i progetti e le foto dell’opera nei suoi sedici giorni di vita.

Un selfie sulla passerella di Christo e Jeanne-Claude, me lo sono fatto anch'io (Nicola Stoia)In una di quelle calde giornate fra giugno e luglio ho camminato anch’io su quel gran tappeto arancione che l’artista aveva disteso sulle acque del Lago Iseo, ma non ho scritto né pubblicato niente a proposito.

È stata, a mio parere, un’esperienza intensa ma ho preferito non parlarne per tre motivi: primo, perché è stato detto di tutto e di più, a volte anche a sproposito, quindi mi è parso che ci fosse ben poco da aggiungere. Secondo perché purtroppo ho sempre meno tempo da dedicare al blog. Terzo perché cosa si può dire di un’opera che è stata creata per essere calpesta, toccata e soprattutto vissuta intimamente e in tutta la sua pienezza? Poco da scrivere, molto da vivere.

Allora perché parlarne adesso a quasi due mesi dalla sua “chiusura”?

Per 3 motivi:

  1. Sono tornato sul Lago d’Iseo
  2. Sono stato in Piazza Duomo
  3. Ho visitato il Cenacolo Vinciano

Elencati così, possono sembrare eventi che nulla spiegano del mio silenzio di allora e tanto meno della voglia di parlarne di ora e invece sono stati proprio questi tre piccoli avvenimenti ad avermi dato lo spunto per delle piccole riflessioni.

Ma partiamo dall’opera e soprattutto dai suoi numeri.

“The Floating Piers”, l’arte torna in passerella

Un articolo di Artribune ha elencato i numeri record dell’installazione di Christo.

Riporto qui i più interessanti:

  • 1.200.000: visitatori totaliLa passerella sul Lago di Iseo
  • 72.000: media giornaliera dei visitatori
  • 46: anni trascorsi dal 1970, anno in cui Christo e Jeanne-Claude concepirono l’opera
  • 18.000.000: costo in euro di The Floating Piers, interamente finanziato da Christo
  • 1.500.000: quota del costo totale in euro corrisposta da Christo a comuni ospitanti e Regione Lombardia per i servizi di pubblica utilità
  • 1.000: persone assunte e pagate da The Floating Piers

Numeri eccezionali senza alcun dubbio, che danno a The Floating Piers la palma d’oro per l’evento artistico di maggior successo di pubblico nella storia italiana.

Dovremmo essere tutti fieri e contenti e invece, come spesso succede quando si tratta di arte contemporanea, sono scoppiate le polemiche: è arte non è arte, è un furbacchione è un vero genio, è solo una trovata turistica, tutto per arricchire le tasche già piene dell’artista a spese nostre e via dicendo.

Alcune polemiche legittimissime, altre superficiali, ma cerchiamo di capire chi sia Christo e perché invece di dipingere madonnine e gente in croce si mette a costruire ponti.

Da dove nasce il ponte sul Lago d’Iseo.

Partiamo innanzitutto col chiarire 3 equivoci:

  1. Il duo artistico Christo e Jeanne-ClaudeSebbene sia riuscito a far camminare milioni di persone sulle acque, il nome dell’artista non è Crìsto, come spesso ho sentito erroneamente pronunciare. La dizione corretta è Cristò, con l’accento quindi sulla o e non sulla i.
  2. Quando parliamo di Christo non parliamo di una persona ma di un sodalizio artistico, un progetto composto da Christo e sua moglie Jeanne-Claude, coppia nella vita e nel lavoro. Jeanne-Claude ci ha lasciati qualche anno fa, nel 2009. Ho già parlato della loro storia nell’articolo Arte e amore: storie di sesso e passione fra artisti (seconda parte), occupiamoci qui per tanto solamente della loro poetica.
  3. Christo non è un perditempo che ha inventato la trovata dell’imballaggio perché in possesso di nessuna capacità artistica. Christo è un eccezionale disegnatore, lo dimostrano i progetti per le sue installazioni, tutti realizzati a mano da lui, e i suoi lavori giovanili di cui possiamo ammirare tre esempi qui sotto.

Detto questo possiamo contestualizzare il lavoro di questa coppia unica nel mondo dell’arte.

Siamo negli anni ’60, anni di piena contestazione. Pensiamo a tutti i fenomeni socio-culturali e ai movimenti di massa che prendono forma in quel periodo e sfoceranno definitivamente nel decennio successivo: movimenti giovanili nati all’interno delle università, quello operaio sorto invece nelle fabbriche e i vari movimenti femministi che chiedevano maggiori diritti per le donne.

Il comune denominatore era la contestazione e la messa in discussione di tutto ciò che rappresentava l’ordine prestabilito. Non stiamo ad approfondire le ragioni, i motivi e le radici delle proteste, a noi basta sapere che tutto ciò che era tradizione veniva additato come vecchio, desueto e simbolo di un potere che si voleva scardinare.

Cade il valore della famiglia, si predica e pratica il sesso libero, si chiedono nuovi diritti per i lavoratori, cambia la musica e le rock star diventano il simbolo più grande di questa trasgressione.

E nel mondo dell’arte? I giovani artisti ovviamente respirano nell’aria tutto questo fermento e, per certi versi, lo anticipano. In molti sono in prima fila nei movimenti di protesta e partecipano attivamente alle discussioni culturali e politiche legate alle nuove idee.

Anche loro contestano l’ordine prestabilito e cosa rappresenta meglio di tutti la tradizione nel mondo dell’arte? Tela, colori e pennello.Studenti in una contestazione nel '68

I giovani artisti mettono da parte il cavalletto e iniziano a sperimentare mezzi e strumenti diversi di fare arte: fotografia, video, performance, oggetti presi dalla vita reale, utilizzo del corpo.
In quel periodo se un artista tentava di presentare i propri dipinti a un gallerista, non veniva neanche fatto entrare: la pittura non funzionava più, non vendeva, era morta.

È in questo contesto che muovono i primi passi nel mondo dell’arte i nostri Christo e Jeanne-Claude e, sintetizzando molto la loro storia, possiamo più precisamente collocarli all’interno di un movimento chiamato Land Art, nato negli Stati Uniti d’America tra il 1967 e il 1968 e caratterizzato dall’intervento diretto dell’artista sul paesaggio: la terra da soggetto diviene oggetto dell’arte, diventa la tela su cui dipingere.

Christo e Jeanne-Claude, quando l’arte è davvero contemporanea.

Visto dall’alto, “The Floating Piers” può proprio sembrare il segno lasciato da un pennello gigante su una enorme tela, il territorio naturale delineato dal Lago d’Iseo.

Una veduta della passerella di Christo e Jeanne-ClaudeSu questo segno hanno passeggiato quasi ininterrottamente per 16 giorni più di un milione di persone, ma l’importanza dell’opera di Christo non è stato il far camminare sull’acqua la gente, quello è il significato che persone per nulla interessate all’arte hanno dato (ed è del tutto legittimo).

Il messaggio di tutto il lavoro di questa coppia di artisti, che dall’inizio degli anni ’60 ha iniziato a impacchettare piccoli oggetti per poi arrivare a realizzare progetti monumentali, è quello di “svelare coprendo“.

La società moderna soffre di diversi tipi di inquinamento. Quello ambientale, quello atmosferico e quello acustico sono inquinamenti che bene o male tutti conosciamo e di cui ci rendiamo conto. Esiste poi un altro tipo di inquinamento, più subdolo e che agisce alle nostre spalle quasi senza che noi ce ne accorgessimo. Ne abbiamo una percezione così bassa che non ha ancora ricevuto un nome preciso: è l’inquinamento visivo, quello da immagini.

Oggi siamo talmente bombardati da immagini in ogni ora della giornata, da quando ci svegliamo a poco prima di addormentarci, che abbiamo perso la capacità di guardare. Giornali, televisioni, cartelli pubblicitari, insegne luminose, display di ogni tipo. Il nostro cervello è continuamente colpito da stimoli visivi e ha dovuto imparare a non prestare più alcuna attenzione a molti di essi.

Purtroppo però, spesso vengono celati alla nostra consapevolezza immagini di altissimo valore. Camminiamo infatti a testa bassa o con gli occhi fissi sul telefonino e non ci accorgiamo delle vere bellezze che ci circondano.Il Pont Neuf di impacchettato da Christo e Jeanne-Claude

Allora Christo la copre: copre il Pont Neuf e i parigini si svegliano la mattina e, per la prima volta dopo parecchi anni, sono scossi nella loro routine quotidiana. Finalmente si rendono conto del capolavoro che calpestano ogni giorno per andare a lavoro.

La stessa cosa è accaduta con il Reichstag di Berlino o con il Monumento a Vittorio Emanuele II in Piazza Duomo a Milano. Ecco che entra in scena uno degli avvenimenti che mi ha dato da pensare: ho accompagnato qualche giorno fa una coppia di amici Messicani in vacanza a Milano, in giro a vedere la città. Ovviamente una delle tappe è stata Piazza Duomo.

Bene, sono stato a osservarli per tutti i quasi trenta minuti che ci siamo fermati a godere della bellezza della piazza e posso affermare che in pratica non hanno degnato il monumento equestre quasi neanche di uno sguardo e come loro quasi tutte le migliaia di persone che erano nella piazza. Lo splendore immenso del Duomo lo sovrasta totalmente e in pochi si accorgono di questa statua Il monumento a Vittorio Emanuele II impacchettato da Christo e Jeanne-Claudeche è per lo più utilizzata come panchina.

Eppure sempre di arte si tratta. Allora Christo e Jeanne-Claude, per renderle giustizia, nel novembre del 1970 la impacchettano e finalmente i milanesi si accorgono della sua presenza.

È un po’ come quando, dopo tanti anni di innamoramento la routine viene improvvisamente scardinata dalla decisione di uno dei membri della coppia, di rompere il rapporto per assoluta mancanza di attenzione da parte del compagno o della compagna.

Per uno strano scherzo della personalità umana, solo in quel momento l’abbandonato si rende conto di quanto ami la persona che si ha appena perso o che si sta per perdere.

In quella mattina di novembre i milanesi si accorsero di quanto avevano nel cuore la statua del Re a cavallo e, indignati, ottennero la rimozione del telo dopo soli due giorni.

L’impacchettamento aveva riportato l’attenzione su un monumento praticamente dimenticato.

Con il “Floating piers” è successa la stessa cosa: Christo ha aperto gli occhi del mondo su un luogo incantato che non tutti conoscono e che pochi visitano.

Prima polemica: un’opera fine a se stessa

L’opera di Christo ha avuto un enorme successo e, come spesso succede, dove c’è tanto clamore, nascono anche tante polemiche.

Una delle tante micce è stata accesa da Vittorio Sgarbi che in un video pubblicato su Facebook ha etichettato la passerella con il termine di “sega”. La critica non era rivolta né all’artista né all’opera, quanto all’interpretazione di quest’ultima da parte del pubblico e, soprattutto, degli organizzatori, in special modo di Beretta, uno dei maggiori finanziatori del progetto.

L’accusa è quella di non aver saputo sfruttare il richiamo della passerella per far conoscere realmente ai visitatori le meraviglie di quei luoghi incantati.

In effetti, da questo punto di vista non si può dargli torto.
Sono tornato qualche giorno dopo Ferragosto in quei luoghi e, partendo da Marone ho fatto il giro del lago in Vespa, fermandomi a Lovere e a Sarnico. Con tutta la mia buona volontà, sono riuscito a visitare ben poco di questi paesi in quanto dalle 12 alle 15, con i turisti che giravano per le stradine del paese alla ricerca di incanti da visitare, i principali musei e luoghi di interesse culturale erano chiusi al pubblico.

Gli abitanti di Lovere mi hanno rivelato che la politica del comune è quella di spingere tutti i turisti verso il lungo lago, mentre al centro storico non è data alcuna importanza.

Una veduta del Lago d'Iseo

Quindi, un artista contemporaneo, uno di quelli che fanno arte che non è arte, riesce con una sua opera che poi non è vera arte, a portare sotto i riflettori del mondo dei luoghi pieni di vera arte e che con le loro sole forze non sarebbero mai riusciti ad attirare così tanto turismo, e come rispondono i custodi della vera arte, quella delle chiese e degli affreschi rinascimentali?

Fanno di tutto per non agevolare la visita dei turisti. Si disprezza quest’arte nuova, che non ha niente a che vedere con la nostra grande tradizione e ci si vanta del grandioso patrimonio culturale italiano per poi tenerlo chiuso e lontano dagli occhi del mondo.

Come mi ha fatto notare un’amica, non è solo un problema di politica, ma di mentalità. Nei giorni dell’installazione di Christo, un ristoratore le ha detto: “Speriamo che finisca presto, non se ne può più di tutta questa gente.
Alla faccia dei lauti incassi e del rilancio, anche economico, di quei luoghi.

Nei prossimi anni “The Floating Piers”, e di conseguenza il Lago d’Iseo, sarà inserito e citato in molti libri di storia dell’arte in quanto Christo è un artista storicizzato. Questo probabilmente attirerà la curiosità di molti di quei lettori che sfogliando le pagine rimarranno affascinati dalle immagini di quei luoghi e chissà che nel loro prossimo viaggio in Italia non aggiungano una tappa proprio lì.

Spero per loro che troveranno paesi pronti ad accoglierli degnamente.

Seconda polemica: troppa gente, non è arte

Tutta quella gente, è una trovata pubblicitaria, non è certo arte!

Questa è la critica più diffusa che ha investito in pieno la passarella arancione, già di suo ondeggiante.

Passerella sul lago d'Iseo

La cosa curiosa è che è arrivata da sponde completamente opposte: l’hanno gridata ad alta voce i custodi del tempio elitario dell’arte, quelli che vogliono che la cultura rimanga un bene prezioso per pochi eletti, in modo da poterla sfoggiare quando serve per difendere la loro posizione di superiorità rispetto alla massa grezza e incolta. Sinceramente questa opinione può essere non condivisibile, ma, dal loro punto di vista, è comprensibile.

Ciò che faccio invece più fatica a capire, è la posizione di chi fino a l’altro ieri accusava l’arte contemporanea di essere troppo elitaria, celebrale e lontana dalla gente.

Oggi che finalmente un artista ha attirato con un’opera d’arte più di un milione di persone, tutti, come ha scritto Carlo Vanoni in una sua nota su Facebook, a “denigrare un pubblico così vasto che solo nei concerti e nelle partite di calcio”.

In poche parole quelli che vogliono un’arte democratica, non accettano però che questo loro ideale possa portare davanti a un’opera quelle stesse persone che affollano la domenica un centro commerciale, che s’incazzano per un rigore sbagliato o che fanno la fila fuori dai negozi per comperare il nuovo modello di iPhone.

Se l’arte si deve avvicinare alla gente, non può certo mettersi a fare selezione all’ingresso.

Ragionare in questa maniera è un po’ come esaltare la democrazia e poi dare dell’ignorante a un popolo quando, votando, esprime la propria legittima opinione, che può essere (tanto per fare un esempio) quella di uscire dalla Comunità Europea…

Allora mi viene da pensare che non è tanto la fede a uno spirito democratico tradito quello che impedisce a molti di accettare l’arte contemporanea, quanto piuttosto una certa pigrizia intellettuale nell’accettare ciò che è lontano dal proprio pensiero, che solitamente si traduce in arte=bei dipinti, com’era una volta.

Michelangelo, Tiziano, Raffaello, Leonardo da Vinci, quelli sì che sono artisti democratici, apprezzati da tutti e il pubblico che va ad ammirare le loro opere non è una massa becera come quella che si è affollata sulle passerelle del Lago d’Iseo a vedere la “giostra” di Christo.

Guarda caso proprio qualche settimana fa, sempre per accompagnare gli amici messicani, sono stato a visitare il Cenacolo Vinciano e ho avuto modo di ammirare il grande pubblico della vera arte, quella con la “a” maiuscola.

Arte che visiti, pubblico che trovi

È bastato che una sola delle 25 persone entrate nel Refettorio del Convento di Santa Maria delle Grazie estraesse la sua macchina fotografica e scattasse una foto all’affresco, che è scoppiato il pandemonio.

L’espressione perplessa disegnata sui visi dei presenti per la regola – Vietato scattare foto – appena infranta, è durata una frazione di secondo, poi all’indignazione ha fatto subito posto il “Se lo fa lui…

Per i restanti 14 minuti della visita nessuno ha più rivolto alcuno sguardo al capolavoro di Leonardo, o almeno, non a occhio nudo.

Selfie, foto di gruppo con alle spalle l’opera, mille scatti ricordo del dipinto come se di sue immagini non fosse già ricca la rete.

Il Cenacolo Vinciano

La custode risponde al mio sguardo perplesso: “Guardi non ce la faccio più ma che devo fare? È sempre così, non li ferma nessuno. Quindici minuti a scattarsi foto e l’opera non la guardano neanche. Uno schifo.

È più importante portare a casa un ricordo da condividere che capire cosa davvero l’artista ha voluto comunicare con il suo lavoro e questo discorso vale tanto per Leonardo quanto per Christo.

C’è qui quindi da far chiarezza su cosa pretendiamo noi oggi dall’arte.

Se davvero vogliamo che sempre più persone si avvicinino all’arte dobbiamo accettare anche questo modo diverso e contemporaneo di vivere un’opera.

Christo e Jeanne-Claude, da grandi artisti contemporanei, l’hanno capito e hanno dato la possibilità a milioni di persone di toccare e vivere con mano un’opera senza che scattasse nessun allarme.

Forse non è la loro opera migliore, sicuramente i media hanno esagerato la portata dell’evento e non hanno aiutato a cogliere il vero significato dell’opera, trasformandola in un fenomeno da baraccone.
Christo e Jeanne-Claude hanno comunque mostrato al grande pubblico che l’arte non è sempre noiosa e pedante, raggiungendo il loro scopo, che è poi quello di ogni opera d’arte che si rispetti: costringere le persone a pensare e a riflettere, mostrare la realtà sotto un punto di vista alternativo.

Arte e Selfie: una storia contemporanea… ma non solo

A due anni dall’approvazione del Decreto cultura che, tra le altre cose, ha dato il via libera agli scatti fotografici all’interno dei musei con qualsiasi dispositivo elettronico, arte e selfie hanno allacciato un legame molto stretto che ha la sua massima esplosione nel mondo della rete. Da un certo punto di vista però, i selfie esistono già da parecchio tempo.

Questa volta partiamo dall’epilogo: la fotografia è stata finalmente ammessa come strumento di studio e ricerca, ma soprattutto come mezzo spontaneo e immediato per divulgare il patrimonio culturale italiano.

Le menti illuminate del ministero hanno quindi compreso le potenzialità dei social e dei nuovi media come strumento di divulgazione? No.

È stato più che altro l’aver constatato l’impossibilità di effettuare efficacemente dei controlli divenuti progressivamente sempre più difficili con il diffondersi di smartphone e tablet.

Il risultato comunque non cambia. Nei nostri musei si è data ampia libertà all’uso degli smartphone, anzi, in alcuni di essi non solo sono state permesse le fotografie, ma sono addirittura incentivate.

Ci sono infatti strutture, come per esempio la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma o la GAM di Torino, che hanno adibito intere giornate alla pratica del selfie, attraverso contest online e hashtag dedicati: l’obiettivo è quello di attirare giovani e meno giovani a divertirsi con l’arte.

Selfie per divertirsi con l’arte

D’altronde i selfie sono ormai entrati nell’accezione comune e nelle abitudini di molti di noi e sono una delle peculiarità della nostra epoca, basti pensare che l’anno scorso hanno fatto più vittime loro degli squali.

Ragazzi indifferenti davanti a "La Ronda di notte" di Rembrandt alla quale preferiscono il telefonino Per molti però, questo non sarebbe il modo migliore per spingere i giovani ad avvicinarsi ai musei, in quanto l’approccio snaturerebbe la funzione principale dell’arte stessa, quella cioè di stimolare il pensiero, a favore di una superficiale voglia di voyerismo e di mettersi in mostra.

Se i risultati sono quelli mostrati da questa foto, è difficile dar loro torto, ma è anche vero che in mezzo ai molti giovani che frequentano i musei solo per immortalarsi davanti a un’opera, ce ne sarà pur qualcuno che, a furia di contare i “like” e i commenti al suo ultimo selfie culturale su Facebook, si accorgerà dei capolavori alle sue spalle, ne coglierà la bellezza e inizierà a porsi qualche domanda che all’arte lo avvicini davvero.

È un po’ il discorso che vale per i best seller da milioni di copie, accusati di non aver alcun valore letterario. Non si considera però che questi autori portano in libreria molte persone che altrimenti non vi avrebbero mai messo piede in vita loro e che magari un giorno, spostando i volumi alla ricerca di un Fabio Volo o di un Dan Brown, si troveranno tra le mani un libro di Dino Buzzati, di Charles Bukowski, di Giovanni Verga, di Virginia Wolf, Raymond Queneau o di tanti altri e, attratti da una copertina particolarmente colorata o da un titolo seducente, decideranno di portarselo a casa.

I selfie e il dibattito culturale sull’arte

Non c’è dubbio che avvicinare l’arte al divertimento tenda a far scivolare il dibattito artistico verso il basso. Il museo diventa in questo modo più un luogo di ritrovo che un ultimo baluardo della cultura. È pur vero che, anche in questo caso, l’arte e il suo mondo non fanno altro che rispecchiare i tempi in cui viviamo.

Tempi in cui la finanza ha vinto su tutto, perfino sul valore artistico e intellettuale di un’opera, o in cui in generale ogni dibattito pubblico sembra cadere sempre più verso livelli minimi. Si pensi ad esempio a quello politico, il cui massimo rappresentante è proprio un presidente del consiglio più attento, appunto, ai selfie che ai contenuti del suo lavoro.

Purtroppo l’arte non fa più mondo e da anni ormai ha perso la sua funzione di faro e guida della società. I giovani (e non solo) sono attratti dai campioni dello sport e dalle stelle del cinema o della musica piuttosto che dagli artisti e dai musei. Non sempre una rock star o un giovane calciatore sono però portatori di quei valori mattoni fondamentali per la costruzione di una vita piena e realizzata.

Allora forse non è poi così male tentar di avvicinare in tutti i modi possibili i giovani all’arte, basta che poi s’insegni loro anche a guardare e non solo a fotografare, a capire e non solo a condividere, a pensare e non solo a seguire le mode del momento.

Arte e selfie, forse qualcosa di già visto

Non c’è dubbio che internet e la rete hanno cambiato il mondo in cui viviamo e di conseguenza anche il modo di approcciarsi all’arte.

Andy Warhol, in tempi non sospetti, aveva profetizzato gli ormai famosi 15 minuti di notorietà per ognuno di noi. La realtà ha superato ogni sua più rosea aspettativa, anche se i 15 minuti si stanno rilevando per molti qualcosa di veramente effimero e vuoto.

Ma questo è il web e bisogna prenderlo cosi com’è, nel bene come nel male.

I musei fanno benissimo a sfruttare le sue potenzialità facendo dialogare mondo reale con mondo virtuale, presente con passato, cultura con intrattenimento.

Il Metropolitan Museum of Art di New York è ancora una volta un esempio da questo punto di vista. In occasione del #museumselfie day, campagna che incoraggia i visitatori a immortalare se stessi al fianco di importanti opere d’arte, ha creato una bacheca su Pinterest interamente dedicata alla storia dell’autoritratto: quello che oggi si chiama selfie, ieri era l’autoritratto.

E dove non arriva il museo è il web a sbizzarrirsi e a dare il meglio in quanto fantasia, creatività e ironia.

Sono diventate invece ormai virali le immagini di famose opere d’arte i cui soggetti sono in posa davanti a uno smartphone, pronti per un selfie.

Ne ho raccolte qui sotto qualcuna per voi.

La pittura è morta: si cerca l’assassino

La pittura è morta, nessuno vuole più dipingere, è molto più facile e meno faticoso prendere un oggetto e esporlo in una galleria presentandolo come opera d’arte concettuale. Ah maledetto Duchamp!Marcel Duchamp, Ruota di bicicletta

Ma sarà poi vero? Stiamo veramente assistendo al funerale della pittura?

Una delle domande più frequenti che in molti si pongono quando entrano in un museo di arte contemporanea è la seguente: “Ma perché diavolo i pittori hanno smesso di dipingere? Dove sono finite le velature, le sfumature e la ricerca del tono giusto? Perché hanno abbandonato i cari e tanto amati pennelli?

È vero, le domande sono tre, ma possono essere riassunte e tradotte in un’unica questione: perché da un certo periodo storico in poi, gli artisti hanno abbandonato il modo tradizionale di lavorare e di fare arte?

Ovviamente il motivo non è uno solo, ne esistono diversi e vanno cercati tutti all’interno del contesto storico e culturale durante il quale questo cambiamento avveniva.

‘900: l’inizio della fine

Tutto ha inizio agli albori del 20° secolo con le avanguardie storiche. La grande pittura, quella d’Accademia, aveva già subito forti attacchi prima dai pittori realisti, poi dagli impressionisti e infine dai magnifici tre, i padri della pittura moderna: Paul Cézanne, Paul Gauguin e Vincent Van Gogh.

Les Demoiselles d’Avignon (1907), Pablo Picasso È però nel primo decennio del 1900 che si compie la rottura finale con la tradizione: Les demoiselles d’Avignon (1907) di Pablo Picasso butta a terra il castello della prospettiva che aveva dominato il mondo dell’arte per oltre 600 anni.

Passano pochi anni e nasce la pittura astratta: il primo acquerello astratto di Kandinskij è datato 1910. Nel frattempo Picasso e Braque avevano inserito materiali vari nelle loro tele creando i primi collage. Queste non sono semplici novità o stili nuovi, ma vere e proprie rivoluzioni.

Si continua così fino ad arrivare a uno dei gesti più estremi in campo artistico di quegli anni: l’esposizione in un museo di un orinatoio rovesciato da parte di Marcel Duchamp.

A questo punto si potrebbe pensare che a inizio secolo fare il pittore volesse dire andare controcorrente, avere un animo ribelle, sfidare a tutti i costi lo status quo, atteggiamenti questi che portarono a una rivoluzione del fare arte.

Ma se ci fermiamo a osservare bene il contesto storico, noteremo che cambiamenti epocali non si ebbero solo nel campo della pittura: in quegli anni Arnold Schoenberg inventava la dodecafonia, che segna una forte rottura con il passato.

Pensiamo a come le scoperte di un altro immenso genio, Albert Einstein, stessero rivoluzionando la fisica, o come gli studi di Sigmund Freud stessero facendo altrettanto per la psicologia. Pensiamo alla letteratura e a quello che stava facendo James Joyce al romanzo.

Non solo in pittura dunque, si cercano e si trovano nuove strade che portano a un profondo rinnovamento di pensiero e azione.

Un passo indietro e poi un’accelerata

Dopo tutti questi cambiamenti, alcuni pittori in tutta Europa, a partire dallo stesso Picasso, tornano a dipingere in uno stile classico: è il periodo del così detto ritorno all’ordine.

È un modo per staccarsi da canoni avanguardistici divenuti ormai una stanca e vuota ripetizione di modelli precostituiti e, dall’altro lato, un tentativo di sollevarsi al disopra del livello industriale dell’oggetto di massa a cui soprattutto il readymade aveva rilegato l’arte, abbassando il livello di abilità dell’esecuzione.

Ma non dura molto. Dopo la seconda guerra mondiale è tutto uno sbizzarrirsi di inedite tecniche, idee, novità originali. Si Alberto Burri - Grande saccoparte con Alberto Burri che fa pittura non più con pennelli e colori ma con plastiche, sacchi e legni.

E poi arriva il ’68, il fatidico ’68: inizia a diffondersi l’uso di materiali non convenzionali, si sviluppa la fotografia come mezzo artistico, si lavora con il corpo e con l’ambiente, nascono le prime performance.

Nel clima generale di rifiuto delle tradizioni, chi dipingeva ancora con colori e pennelli, non riusciva a trovare nessun gallerista disposto a rappresentarlo.

Dagli inizi del ‘900 agli anni ’70, dopo una lenta agonia, sembra proprio che la pittura sia morta. Ma come si è arrivati a questo efferato omicidio?

Chi ha ucciso la pittura?

A partire dal ‘900, ci sono sicuramente due eventi che hanno contribuito più di tutti alla rottura dei canoni tradizionali della pittura:

1. L’invenzione della fotografia

Ho già parlato ampiamente di questo nell’articolo Arte e fotografia: storia infinita d’amore e odio quindi è inutile qui dilungarsi oltre.

2. L’industrializzazione

Lo sviluppo dell’industrializzazione ha sicuramente un profondo effetto sulla vita delle persone e sulla società e di conseguenza anche sugli artisti e sul loro modo di fare arte. Pensiamo ai temi della velocità, del movimento e delle macchine che già a inizio secolo iniziano a interessare gli artisti come i futuristi ma non solo.

Le profonde trasformazioni tecnologiche e organizzative rendono possibile la produzione in serie che diventa ben presto produzione di massa. Dall’operaio specializzato si passerà all’operaio-massa a bassissima professionalità, saranno sempre più le macchine a fare tutto: ecco spiegato (in parte) Duchamp.

L’industrializzazione offre quindi nuovi metodi di produzione, non solo agli imprenditori, ma  anche agli artisti. Questi ultimi iniziano ad approcciarsi in maniera completamente nuova alla materia evitando di proposito lavori cheL'opera Torques Ellipses di Richard Serra richiedano capacità tecniche elevate.

Come ai lavoratori erano richieste capacità diverse da quelle che caratterizzavano il lavoro artigianale fulcro delle società antecedenti la rivoluzione industriale, così gli artisti puntano su skills completamente nuove rispetto alle tradizionali.

Alla capacità di saper miscelare i colori si preferisce lo spirito di ricerca. Piuttosto che saper riprodurre esattamente la realtà è sviluppata l’attitudine alla deduzione, al ragionamento e al pensiero radicale e innovativo. Niente scalpello, meglio la sperimentazione di nuovi materialiCollaborazione invece che continuo miglioramento di competenze esclusivamente personali.

Insomma l’arte cambia perché la società cambia e come non esistono più i mestieri di una volta, anche i pittori non vogliono più affacciarsi al loro lavoro come si faceva in passato.

Così nascono sculture che sono di proposito non monumentali, dipinti di proposito non virtuosistici, disegni di proposito semplici e, in apparenza, infantili, e persino lavori che, sempre di proposito, non sembrano per niente opere d’arte.

Perché i pittori hanno smesso di dipingere e gli scultori di scolpire

Sono diverse le ragioni che spingono gli artisti, soprattutto a partire dagli anni ’70, verso questi nuovi modi di fare arte:

  1. Sicuramente una delle principali, a cui per altro ho già accennato, è il desiderio di liberarsi dalla tPerformance di Marina Abramovic e Ulayradizione. È un desiderio diffuso in tutta la società, non succede solo nell’arte: pensiamo alla rivoluzione giovanile e a quella operaia, ai movimenti femministi e a quelli spirituali. Gli artisti vivono, si nutrono e spesso alimentano questo clima di cambiamento.
  2. Ci si interroga sul valore dell’unicità dell’oggetto artistico. Il ‘900 è il così detto secolo delle masse, in quanto queste ultime per la prima volta guadagnano un ruolo nella storia. Questo porta all’estendersi dell’alfabetizzazione e della cultura, appunto di massa, che però è diversa rispetto alla cultura “alta” ma che ne influenza le forme espressive, soprattutto in pittura. Per qualcuno l’arte non deve più essere un ambito esclusivo per élite privilegiate, ma deve parlare e essere alla portata di tutti: ecco la Pop Art.
  3. Si riconsidera la separazione fra arte e vita: nascono così gli happening e le performance, si esce dagli spazi istituzionali e dalle gallerie, si contamina l’arte con la vita e viceversa.
  4. Si polemizza con il sistema commerciale dell’arte che tratta l’oggetto artistico alla stregua di un mero trofeo per Piero Manzoni - Merda d'artistagente ricca e spinge gli artisti a creare opere che soddisfino questo bisogno. Pensiamo alle scatolette di Merda d’artista di Piero Manzoni che già negli anni ’60 esprimevano una profonda e ironica critica a questo sistema.

Tutte queste idee culminano e trovano il loro più ampio sviluppo negli anni ’70. Insomma stando alle prove è il ’68 che ha ucciso la pittura.

La pittura è morta? Forse un falso allarme

Ma la pittura è morta per davvero? In verità, a ben guardare, sembra proprio viva e in perfetta salute. Il ’68 non ha ucciso proprio niente e nessuno: colpevole scagionato, il fatto non sussiste.

Il ’68 semplicemente ha segnato uno spartiacque fra passato e presente, piantando i germogli per una pittura che guarda al futuro. I pittori non hanno mai smesso di dipingere, semplicemente non lo fanno più come lo si faceva un tempo, seguendo i canoni tradizionali.

Se ci si avvicina all’arte contemporanea aspettandosi di trovare quadri dipinti alla maniera di Raffaello e Michelangelo si rischia di rimanere estremamente delusi. L’arte riflette e ha sempre rispecchiato il proprio tempo, quanto sarebbero contemporanee oggi madonne, angeli e resurrezioni?

Oggi anche l’arte è entrata nel ciclo della globalizzazione e gli artisti si trovano a dialogare con culture diverse e lontane come quelle di Cina, India e Africa, entrate di forza anche loro nel giro dell’arte che conta. Cambiano i temi, cambiano i mezzi, cambiano soprattutto i linguaggi. Ma la pittura è viva, vegeta e, anzi, in gran forma.

Quelle qui sotto sono opere di ottimi pittori contemporanei, vediamo se ne riconosci qualcuno e se soprattutto ti piace il loro modo di dipingere (cliccando sulle immagini ti comparirà il nome).

E tu conosci qualche altro pittore contemporaneo di cui apprezzi il lavoro? Presentalo anche a noi nei commenti.

Arte ed emozione: come sprecare un’ottima occasione davanti a un quadro

So bene che con l’articolo di oggi mi sto per incamminare su un terreno impervio e sto per affrontare un argomento molto delicato, ma è da un po’ che sento il bisogno di fare chiarezza sul tema “arte ed emozione”. Cosa ci sarà di tanto delicato in questo tema, ti chiederai tu, è un binomio così scontato al quale c’è davvero poco da aggiungere:

Arte = emozione.

Un’equazione praticamente perfetta, giusto? Sbagliato.
È proprio questo il punto delicato.

Riporto qui quello che avevo già scritto nell’articolo I 9 (banali) luoghi comuni sull’arte (soprattutto) contemporanea:
L’arte non è emozione, o meglio, emozionare non è la sua funzione primaria e principale. L’arte è innanzitutto pensiero. Poi può anche arrivare l’emozione, ma non necessariamente. Mentre per essere considerata un’opera d’arte, qualsiasi creazione di un artista deve contenere del pensiero, il fatto di emozionare non è una condicio sine qua non per cui si decreta lo statuto artistico di un’opera.

Si capisce quindi come io non sia per niente d’accordo con l’equazione di partenza e in questo articolo spiegherò il perché. Per evitare qualsiasi equivoco, voglio chiarire subito che con quello che andrò a scrivere di seguito non voglio assolutamente dire che è sbagliato emozionarsi davanti a un dipinto, al contrario: ridi, piangi, urla, arrabbiati, offenditi, fai di tutto davanti a un quadro, fuorché rimanere indifferente.

C’è solo una cosa che dovresti assolutamente evitare: confondere il valore di un’opera con l’emozione che essa fa nascere in te.

Non mi emoziona quindi non è arte!” è il più grande equivoco e il più banale errore di giudizio che si può compiere davanti a un’opera d’arte.

Emozione, cattiva maestra

Partiamo dal principio: fin troppo spesso mi è capitato di discutere con amici sul valore artistico delle opere di certi artisti contemporanei o comunque del ventesimo secolo. Questo tipo di incomprensioni partono infatti più o meno sempre con le avanguardie, per l’arte precedente dubbi non esistono.

Per fare un esempio pratico scegliamo un artista che è spesso protagonista della diatriba “è arte – non è arte”, Lucio Fontana, la cui figura catalizza feroci critiche anche per le enormi, e per molti inconcepibili, quotazioni che le sue opere raggiungono. L’accusa più utilizzata dai suoi detrattori, oltre alla classica “lo potevo fare anch’io”, è, appunto: “Non è arte perché non mi emoziona”. Capirai bene che ragionando in questa maniera ci si infila in un vicolo cieco dal quale diventa impossibile uscire: l’emozione è qualcosa di estremamente personale e come si fa a decretare lo statuto di opera d’arte seguendo principi prettamente soggettivi?

Paesaggio di montagnaFacciamo un esempio banale: prendiamo due persone, Marta nata in un caratteristico paesino delle Alpi e Giorgia su un’isola del Mediterraneo. L’infanzia di entrambe è segnata da esperienze, ricordi Paesaggio marinoed emozioni legate anche inevitabilmente all’ambiente nel quale hanno passato la loro infanzia. Cresciute e trasferitesi a vivere in città, si conoscono e un bel giorno, in visita a una mostra, si trovano davanti a un dipinto raffigurante un maestoso paesaggio di montagna. Ovviamente Marta ne è affascinata: un insieme di ricordi e di emozioni le si affollano nel cuore. Rimane incollata al dipinto, non riesce a staccare gli occhi dal quadro. Giorgia invece passa avanti del tutto indifferente, a lei la neve non provoca nessuna reazione, per lei quella non è arte. Però quando scorge un dipinto raffigurante una bella marina, i ruoli si invertono ed è lei ad essere ipnotizzata, mentre Marta non si accorge neanche del dipinto. Le due ragazze stanno giudicando le due opere attraverso il filtro delle loro emozioni, quindi ciò che è arte per una, può non essere arte per l’altra.

Oltre ogni giudizio personale

Qual è dunque quella caratteristica unica e sopra le parti, intrinseca in ogni opera d’arte e che oggettivamente (per quanto possibile) può permetterci di goderne la grandezza indipendentemente dai nostri gusti, ricordi o Rodin - Il pensatoresensazioni personali? Sicuramente il pensiero.

Non mi stancherò mai di dirlo, lo scopo di un’opera d’arte non è quello di farci emozionare, ma quello di farci ragionare, l’emozione è solo una conseguenza.

Cosa rende grande una persona e la pone un gradino sopra agli altri, forse la sua capacità di emozionarsi? La storia ci racconta per caso la vita e le gesta di personaggi che sapevano emozionarsi più e meglio degli altri? Direi proprio di no.

Mi dispiace deluderti, ma se sei una di quelle persone che vive credendo di essere superiore agli altri perché possiede un cuore sensibilissimo, dolce e delicato, forse ti stai un po’ illudendo. È sempre stata la capacità di pensare e di ragionare, non di emozionarsi, quella che ha contraddistinto un uomo da un altro e che ha portato l’umanità a certi alti livelli. D’altronde, pensiamoci bene, tutti si emozionano, anche le persone che in apparenza sembrano più fredde provano delle emozioni che probabilmente per loro sono persino fortissime. Questo perché emozione è vita e chiunque respiri e muova i passi su questa terra non può non provarne.

Anche il mio gatto si emoziona, quando torno a casa, quando gli do da mangiare o quando lo accarezzo. Non è quindi l’emozione che ci differenzia dagli animali, ma ancora una volta il pensiero e l’arte, essendo la più alta delle espressioni umane non può che essere manifestazione del pensiero, non dell’emozione.

Artisti ed emozioni

E Van Gogh allora, non esprimeva le sue emozioni sulla tela?!

Van Gogh - Lettere a TheoSì certo, lo faceva, come in generale lo fanno tutti i pittori così detti “espressionisti”. Ma ti chiedo, hai mai letto “Lettere a Theo”, la raccolta di lettere, appunto, che in vent’anni Van Gogh ha scritto quasi quotidianamente al fratello? Se non l’hai letto te lo consiglio, è un libro molto interessante che permette di capire più a fondo il lavoro di questo grande artista da molti considerato matto. Sai qual è la cosa più sorprendente che viene fuori da questi scritti?

Leggendo ti accorgi di come questo rozzo olandese non fosse poi uno sprovveduto ma, al contrario, fosse un grandissimo conoscitore della pittura. Van Gogh aveva un credo estetico molto sviluppato e l’emozione espressa dai suoi quadri è filtrata da un pensiero profondo e da una conoscenza dei colori, dell’arte e della pittura in generale, fuori dal comune.

Bisogna dire due cose importanti su arte ed emozione:

  1. Mark Rothko - The Seagram Murals -Tate ModernCi sono periodi storici e correnti artistiche per le quali il binomio arte ed emozione funziona alla perfezione: in determinate opere, l’emozione del fruitore prende esplicitamente parte al significato dell’opera. Ho già accennato alle varie forme di espressionismo, ma pensiamo anche a tutta l’arte barocca che aveva come obiettivo quello di dare risalto alla grandezza della Chiesa e lo faceva cercando di toccare le corde emotive dello spettatore. Oppure prendiamo in considerazione i lavori di Mark Rothko che sono il tentativo di smuovere le emozioni di chi si ferma in loro contemplazione. Oppure ancora, possiamo parlare di Marina Abramović, le
    cui performance suscitano sicuramente forti reazioni emotive nello spettatore. Ci sono invece artisti a cui il lato emotivo dello spettatore interessa meno: pensiamo a Piet Mondrian, ad Joseph Alberts, a Marcel Duchamp, ecc. Questi artisti cercano di dialogare quasi esclusivamente sul piano intellettuale con l’osservatore, cercano di stimolare il loro pensiero piuttosto che le loro emozioni. Per quanto sicuramente più celebrale, non è arte anche questa?
  2. Tutti gli artisti quando creano le loro opere provano emozioni. Non solo Van Gogh, Munch o Rothko, anche Lucio Fontana, Enrico Castellani, Piet Mondrian, per quanto le loro opere possano Piet Mondrian (Amersfoot 1872 - New York 1944) Grande composizione A 1920, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna. olio su telasembrare più fredde, sono emotivamente impegnati durante il processo creativo. Non c’è alcuna differenza da questo punto di vista. D’altronde, sempre per il motivo di cui accennavo prima, cioè che l’emozione è strettamente legata alla vita, anche tu, qualsiasi sia il tuo lavoro, proverai una qualche emozione nel compierlo, positiva o negativa che sia (se così non fosse, fatti qualche domanda, forse è arrivato il momento di cambiarlo). Quindi in ogni opera, che ti piaccia o no, vi è sempre un po’ dell’emozione dell’artista. Quello che la rende grande rispetto ad altre è e rimane però sempre il pensiero da essa espresso.

È arte o è artigianato?

Può il ritratto di un bambino che piange emozionare? Senz’altro.

Che sia frutto del lavoro del più grande artista del mondo o che sia opera di un pittore della domenica, il soggetto è di per sé commovente. Quindi, se entrambe le tele, quella di un artista e quella di un “artiArte ed emozione: bimbo che piangegiano”, hanno la capacità di emozionare, non è sicuramente questa la caratteristica che apre le porte della storia dell’arte al primo e che lascia nell’ambito ristretto dell’artigianato il secondo.

Sarà allora la tecnica? Neanche, ho visto tanti artigiani possedere una tecnica del tutto invidiabile e per certi aspetti, per esempio se si guarda l’aderenza alla realtà, si potrebbe anche dire superiore a quella di grandi maestri come Van Gogh o Renoir. Anzi forse è proprio l’aver affinato e risolto solamente i problemi tecnici della creazione, la caratteristica tipica dell’artigianato.

L’arte è un’altra cosa, non è semplice capacità tecnica come non è semplice emozione. Arte è un processo creativo in grado di dare vita a opere che sono il frutto dell’ingegno umano e che contribuiscono alla crescita intellettuale di tutti gli uomini.

La pubblicità deve emozionare, l’arte deve far ragionare.

Dire che un dipinto deve obbligatoriamente emozionare, vuol dire porlo sullo stesso piano di un cartellone pubblicitario.

Quadro di Delacroix utilizzato per la pubblicità di TimLo scopo della pubblicità è senza dubbio emozionare. Chi, come me, viene dal mondo del marketing sa benissimo che non è con un ragionamento razionale che si vende un prodotto, ma piuttosto parlando alla pancia delle persone, provocando loro emozioni. Non è descrivendo nel dettaglio le fredde specifiche tecniche dell’iPhone che la Apple ha venduto milioni e milioni di telefonini, ma costruendo e comunicando uno stile di vita e un modo di pensare che ha fatto presa sulle emozioni di milioni e milioni di persone.

L’obiettivo finale della pubblicità è vendere: un prodotto, un servizio, un’idea, un partito politico. L’obiettivo finale dell’arte è far ragionare. L’arte è innanzitutto conoscenza e, per quanto da un certo punto di vista anch’essa sia strettamente legata alla vendita, non è quello l’obiettivo primario che un’artista si pone quando si mette al lavoro. L’artista interpreta la realtà, esprime un pensiero, contribuisce a formare una coscienza. La vera arte ci insegna ad avere idee proprie, a costruire un personale pensiero critico.

La pubblicità non vuole farci pensare. Se ci fermassimo troppo a ragionare, non spenderemmo mai i soldi guadagnati con sudore e fatica per portarci a casa oggetti inutili che non ci servono veramente e che molto probabilmente non utilizzeremo mai. Per questo parla e gioca con le nostre emozioni e non al nostro cervello.

Lo stesso discorso lo possiamo fare per i politici: parlano alle nostre teste o piuttosto cercano di colpire le nostre pance? Direi senza alcun dubbio la seconda, basta ascoltare i discorsi di Berlusconi, di Renzi o del Presidente degli Stati Uniti, Donal Trump, solo per citare i più bravi in questo.

L’ultima cosa che un politico (non tutti, ma molti sì) vuole, è avere dei sudditi pensanti, sarebbe troppo rischioso. Per questo fanno di tutto per relegare l’arte in un angolo, nella sfera delle emozioni: essa darebbe un grosso scossone che sveglierebbe le coscienze di molti, se fruita con occhi e mente aperta, mentre loro ci vogliono tenere addormentati, non vogliono farci ragionare con la nostra testa.

Arte ed emozione, forse non è solo questo 

Se l’arte fosse davvero solo emozione, non esisterebbe l’ormai decennale problema dei musei vuoti. Le loro enormi sale sarebbero sempre e costantemente affollate di gente, un po’ come gli stadi la domenica pomeriggio. Di gente addormentata ma comunque pagante.

Invece la realtà è diversa e anche le mostre o i musei che raccolgono i capolavori Rinascimentali, l’arte per eccellenza, quella che emoziona davvero, non sempre riescono ad attirare un gran numero di persone. Dove sono qui tutte quelle persone che dicono che l’arte deve emozionare?

Semplicemente sono a cercare emozioni altrove e lo trovo anche logico. Anch’io quando voglio emozionarmi non mi chiudo certo nella quattro mura di un museo: piuttosto gioco con le mie nipotine, organizzo una sciata in montagna, faccio una passeggiata in riva al mare, vado a un concerto, esco con gli amici o con le persone che amo. Guarda, se mi piacesse ancora il calcio, arrivo addirittura a dirti che piuttosto andrei allo stadio a vedere una partita.

Se decido di passare un pomeriggio in un museo, non lo faccio certo con l’intenzione di trascorrere la giornata più emozionante della mia vita. L’obiettivo è quello di arricchirmi, di nutrire occhi e mente.

Allora tu non ti emozioni mai davanti a un’opera?!

Al contrario, mi emoziono quasi sempre. Per me l’arte è sorgente di grandissime emozioni, se così non fosse non perderei tempo e soldi per visitare mostre, gallerie, fiere, leggere libri per informarmi e soprattutto per scrivere gli articoli di questo blog.

L’arte per me è una grandissima fonte di emozione, ma è un’emozione che ha un forte legame con il pensiero. Mi viene in mente una citazione di Robert R. Kiyosaki: “Bisogna usare le emozioni per pensare, non pensare spinti dalle emozioni.

Forse nell’arte funziona un po’ così o forse no.
La cosa certa è che non bisognerebbe mai giudicare un quadro dall’emozione che suscita in noi.

Secondo te quanto è importante l’emozione quando si guarda e si giudica un’opera? Scrivilo nei commenti qui sotto.

I 9 (banali) luoghi comuni sull’arte (soprattutto) contemporanea

Oggi di arte si parla poco e spesso a vanvera. Ovviamente non mi riferisco a te che, se sei capitato su questo blog, un certo interesse lo devi pur avere, e nemmeno ai pochi come te per i quali ancora sopravvive la passione per questo mondo.

In generale, purtroppo, per la stragrande maggioranza delle persone, l’arte è un’attività che non ha senso, un’assoluta perdita di tempo.

E pensare che un tempo l’arte faceva mondo e gli artisti si sedevano allo stesso tavolo di papi, re e imperatori prima, di presidenti, politici e industriali poi. Oggi il loro posto è stato occupato dalle Star di Hollywood, dalle celebrità della televisione o dai campioni (o presunti tali) dello sport.

Gli artisti hanno perso il loro fascino e in parte questo è dovuto, e nello stesso tempo ha portato, al diffondersi di banali luoghi comuni sull’arte che non fanno altro che allontanarla ancor di più dal grande pubblico.

Questo succede soprattutto per quanto riguarda l’arte contemporanea. Quando si parla di artisti dei giorni nostri, infatti, anche fra gli amanti dell’arte, sono sempre in troppi quelli che non ne riconoscono la grandezza.
Perché succede questo?

Forse perché, soprattutto in Italia, siamo ancora troppo legati ai canoni della nostra grandiosa tradizione e non vogliamo renderci conto che in un mondo che cambia, cambiano anche i linguaggi utilizzati per descriverlo.

Ma quali sono questi famigerati, quanto banali, luoghi comuni sull’arte contemporanea? Eccoli…

Luoghi comuni sull’arte (contemporanea) da evitare con cura

Veniamo quindi al dunque e cominciamo a elencare questi luoghi comuni che sicuramente avrai sentito pronunciare migliaia di volte davanti a un’opera d’arte.

Su alcuni di essi non mi soffermerò troppo, per altri invece ci saranno più chiacchiere da spendere. Partiamo subito con il primo.

1. L’arte deve riprodurre la realtà

Chissà quante volte davanti a un bel ritratto, a una mano dipinta con maestria o a un bel paesaggio fiorito, avrai sentito Un dettaglio delle mani di Mona Lisa di Leonardoesclamare: “Che artista!

Davanti a un quadro astratto o a un’opera “concettuale”, invece, le reazioni sono il più delle volte molto blande, se non di vera e propria irritazione. Un pittore per essere definito tale deve imitare la natura, non accostare quattro colori a casaccio sulla tela!

Questo è stato vero per tantissimo tempo. Lo era ai tempi di Giotto, ai tempi di Leonardo, in quelli di Caravaggio e lo è stato per quasi trecento anni ancora: i pittori avevano il compito di imitare la realtà, infatti, si parla di arte mimetica. Poi, la nascita della fotografia ha tolto il monopolio sulle immagini agli artisti (ne ho parlato abbondantemente nell’articolo Arte e fotografia: storia infinita d’amore e odio) che hanno così smesso di guardare la realtà solo per come si presentava davanti ai loro occhi, anzi, hanno proprio cominciato a smontarla.

Hanno iniziato i Fauves liberando i colori, Picasso e i cubisti hanno quindi distrutto la forma e la prospettiva, infine un giovane artista russo trasferitosi a Monaco, si mette in testa di dare alla pittura la stessa libertà espressiva della musica (mai obbligata a imitare la realtà) e inizia a pensare ai colori come a un coro da fissare sulla tela: “In generale il colore è un mezzo che Opera di Kandinsky - Yellow Red Blueconsente di esercitare un influsso diretto sull’anima. Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto, l’anima il pianoforte dalle molte corde. L’artista è una mano che toccando questo o quel tasto mette in vibrazione l’anima umana….

È la nascita dell’arte astratta e l’artista in questione si chiama Wassily Kandinsky.

Ovviamente non ho la pretesa di spiegare l’arte non figurativa in così poche righe, basta qui semplicemente comprendere che accostare quattro colori sulla tela in modo che il quadro abbia un suo equilibrio e riesca a comunicare con l’anima, è difficile quanto disegnare una mano che sembra vera.

2. L’Artista è colui che crea l’opera

In tanti rimangono ancora a bocca aperta quando scoprono che alcune opere presenti nei musei di arte contemporanea non sono state create direttamente dall’artista. Alcuni esempi: il cagnolone gigante in acciaio di Jeff Koons è stato fuso e realizzato da un’azienda metalmeccanica americana. Meglio ancora, le aspirapolveri che l’artista espone dentro teche di vetro, sono prodotti commerciali che si potrebbero trovare in qualunque grande centro commerciale.

Le mappe o gliMappa Alighiero Boetti arazzi di Alighiero Boetti sono state cucite da donne afghane. Il processo di realizzazione dei dipinti di Takashi Murakami, come le opere di Damien Hirst o di Maurizio Cattelan, coinvolge decine se non migliaia di assistenti o persino lavoratori che operano lontano dallo studio dell’artista.

Ma che razza di artista è se con le sue mani non fa assolutamente niente?

Spesso si confonde l’arte con l’artigianato. L’identità dell’artista è cambiata molto negli anni e bisogna sempre fare riferimento alla storia. La Rivoluzione Industriale ha liberato l’uomo dal peso di dover realizzare da sé gli oggetti utili alla vita quotidiana, affidando questo compito alle macchine. Come conseguenza anche l’artista non ha più sentito l’obbligo di dover produrre con le proprie mani le sue opere. Quello che conta oggi sono soprattutto le idee, l’artista si è liberato del lavoro manuale. Questo non vuol dire che chi sa dipingere o chi scolpisce ancora con martello e scalpello non sia più un artista, semplicemente questa non è più una condizione necessaria.

Il semplice saper utilizzare con maestria un pennello e riuscire a ritrarre con perfezione un soggetto è puro esercizio tecnico, semplice virtuosismo. Quello che conta e che fa e ha sempre fatto la differenza in arte è il contenuto dell’opera, l’idea.

L'opera Torques Ellipses di Richard SerraPensa d’altronde alle opere dell’Arte Minimalista: la realizzazione di quei grandi monumenti non era affidata alle mani degli artisti. Essi si occupavano solamente del progetto e nella maggior parte dei casi era quello a essere venduto, non l’opera finita. Era compito poi del collezionista o dell’istituzione che lo acquistava affidare a qualche azienda la realizzazione finale.

Un artista oggi può permettersi anche di non saper disegnare alla perfezione e delegare questo compito a qualcuno che lo svolga al suo posto senza compromettere la propria autorialità.

In passato non era così e per essere definiti artisti era assolutamente necessario saper dipingere. Non per questo però bisogna pensare che le opere rinascimentali siano frutto della mano unica e solitaria del grande maestro a cui sono attribuite. Esiste una grandissima tradizione di atelier in cui i grandi artisti (Raffaello, Michelangelo, Giovanni Bellini, Tiziano, ecc.) lavoravano affiancati da assistenti che realizzavano gran parte delle opere lasciando al maestro solo le parti principali o addirittura solo l’onere della firma.

L’artista incompreso che crea le proprie opere nella solitudine del suo studio è un retaggio romantico che è vero per una percentuale bassissima di artisti.

3. L’artista deve essere povero e maledetto

Questo è un altro retaggio romantico, forse il più stupido e dannoso per l’arte. Ho già parlato del rapporto fra artisti e soldi nell’articolo Arte e denaro, le verità che spesso non si dicono, non starò quindi qui a ripetermi.

Passiamo alla seconda parte di questo luogo comune: l’artista genio maledetto e incompreso.

Credere che un vero artista sia una persona solitaria, lontana dalle regole e un po’ pazza, è una cosa alquanto Gustave Coubert - Uomo disperato (autoritratto)ridicola. Basta pensare a grandi personaggi come Leonardo Da Vinci, Piero della Francesca, Tiziano e Raffaello per capire come possa essere stupida un’idea del genere. Prova a fare mente locale e pensa agli artisti che potrebbero essere considerati maledetti. Farai fatica ad arrivare a dieci. Io nell’articolo Arte e morte, mito e tragedia ne ho contati a malapena sette e due di loro li ho citati più per l’opera che per le vicende della loro vita.

La conseguenza più grave di questo banalissimo luogo comune è l’aver relegato l’arte in un universo di mito e fantasia, completamente staccato dalla vita di tutti i giorni. Un luogo dove essa non possa più incidere sulla società, un angolo dove non dia alcun fastidio.

Come ho già detto all’inizio, una volta gli artisti erano considerate persone degne di sedersi ai tavoli dei regnanti ed essi utilizzavano questo potere per cercare di influenzare e di migliorare la società. Oggi, nel pensiero comune, gli artisti non sono altro che degli strambi e solitari personaggi e vengono ammirati più per il loro comportamento fuori dalle righe che per il valore delle loro opere.

La cosa più triste è che ci sono pseudo-artisti (spesso di scarso livello) che atteggiandosi in pose da finti ed estrosi creativi, alimentano questo luogo comune, pensando che per essere considerati tali basta vestirsi in modo strambo e atteggiarsi in maniera ridicola.

4. Artista è colui che sa fare cose belle

Il concetto di bellezza è molto cambiato nel tempo ed è molto difficile da definire. Diciamo che filosoficamente parlando, Van Gogh - Autoritrattoin arte la Bellezza è un puro ideale, un valore assoluto a cui l’uomo tende ogni momento.

È espressione di un qualcosa più elevato del suo stesso essere che non può venire ordinata tramite gli strumenti umani, dato che li trascende. Per questo motivo non bisogna confondere il Bello con il piacevole.

Si deve anche dire che ciò che piaceva ieri, oggi magari non piace più e ciò che in passato era considerato brutto, oggi è messo su un piedistallo. Van Gogh per esempio: quando era in vita le sue opere erano considerate degli orrori, dei veri e propri obbrobri. Oggi è l’artista per eccellenza e anche il profano più e a digiuno d’arte china il capo davanti alle sue opere.

Ma può essere considerato un suo ritratto bello secondo i canoni a cui siamo abituati? No, però ci piace.

Quindi l’arte è questione di gusto?

5. L’arte è una questione di gusto

Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace.

Seguendo questo assioma tutto potrebbe essere arte, oppure niente lo potrebbe essere.

Un bel casino.

Forse c’è qualcosa che non va in questo gioco di parole che, come ogni proverbio, nasconde un paradosso.

È bello ciò che è bello e piace ciò che piace.

Questa mi sembra una versione più plausibile, anche per quanto riguarda il mondo dell’arte.

Ognuno è, infatti, libero di esprimere i propri giudizi e i propri gusti personali, che tali però dovrebbero rimanere e mai, per nessun motivo, devono essere considerati universali.

Dietro a un’opera si nascondo valori storici, filosofici, estetici ed etici di una determinata epoca, riconosciuti, sanciti e accettati da una collettività che ha decretato l’artisticità di un oggetto.

Opera di Jenny Saville

I critici e gli storici dell’arte sono delle persone che, come i medici, gli ingegneri, gli architetti e tutti gli altri professionisti, hanno studiato e dedicato la loro vita a una determinata materia e, sviscerandola in profondità, ne sono diventati esperti. Se stabiliscono che l’orinatoio di Duchamp è arte, chi sono io, che nella vita faccio un mestiere completamente diverso, per ostinarmi ad affermare che è vero il contrario?

Sarebbe come se insistessi nel ripetere che la Tachipirina va assunta per curare il mal di stomaco e non per l’influenza oppure che per costruire un palazzo bisogna partire dalle mura e non dalle fondamenta.

A ognuno il suo mestiere e a ognuno la libertà di esprimere il proprio giudizio ricordandosi però sempre che il gusto personale non ha niente a che vedere con l’arte.

6. L’arte del passato era un’arte democratica, quella di oggi è snob, arte per un ristretto circolo di intellettualoidi

Devo ammettere che è vero, da un certo periodo in poi l’arte si è allontanata dalla gente e ha iniziato a parlare a se stessa e non più a un pubblico. Siamo intorno agli anni ’70, un periodo storico di grandi cambiamenti sociali in cui sono messi in discussione tutti i vecchi valori e, anche in arte, tutto ciò che è tradizione è negato.

È anche il momento in cui gli artisti iniziano a capire di star perdendo quello che era stato fino ad allora, un ruolo di primo piano all’interno della società.

Essi sono stati da sempre cercati e ammirati e la figura dell’artista è sempre stata circondata da un alone quasi sacro. La televisione oltre a togliere definitivamente dalle loro mani il monopolio sulle immagini, strappa dal loro corpo anche questa aurea di mito e la dona alle star nate dal suo schermo.

Andy Warhol lo aveva capito molto bene, in anticipo su tutti, e serigrafando i volti di questi divi del cinema sulle sue tele decretava la morte dell’arte e la nascita di nuovi miti.

Sentendosi messa in secondo piano, l’arte si rifugia su se stessa, apre un dialogo solo con chi è disposto a fare lo sforzo di capirla e diventa così un discorso per pochi.

Ma non si deve pensare che gli artisti del passato, invece, quando producevano le loro opere avessero in mente il contadino o il pastore del paesino di montagna.

L’arte del Rinascimento aveva un carattere elitario maggiore di quella di oggi. Aveva anche una funzione diversa, quindi è vero che molti dei capolavori nascevano con lo scopo di essere mostrati a un numero grandissimo di persone. Ricordiamoci però che il numero grandissimo di persone che aveva accesso a queste opere è pur sempre infimo rispetto a quelli che hanno accesso all’arte ai giorni nostri, per due semplici motivi:

  1. Non esistevano i musei e la stragrande maggioranza delle opere erano create su ordinazione di un committente che le custodiva nel proprio palazzo dove solo pochissimi nobili avevano il privilegio di entrare. Solo oggi è concesso a tutti di ammirare le bellissime Madonne di Giovanni Bellini in un museo. Un tempo esse erano perlopiù custodite nelle cappelle private di aristocratiche famiglie, quindi ben lontane dagli occhi del popolo.
  2. Anche le opere create per glorificare la potenza di un signore o di una città o per educare le masse (si pensi ai capolavori delle chiese barocche), erano comunque viste da una stretta cerchia di persone. Ai tempi non esisteva il turismo (e tanto meno la stampa come la conosciamo oggi), solo gli abitanti delle più importanti città avevano quindi accesso a queste bellezze. Ma non credere che il contadino lasciasse su due piedi il suo lavoro nei campi per andare ad ammirare i capolavori di Michelangelo o Raffaello.

Inoltre dietro all’apparente semplicità dei dipinti Rinascimentali, si celano una serie di allegorie e significati nascosti che solo una stretta cerchia di intellettuali allora riusciva a comprendere e che, anche oggi, rimangono indecifrabili ai più.

Opere di Joseph Kosuth e Sandro Botticelli a confronto

 7. L’arte è ispirazione

Fare l’artista è un mestiere come altri. Sì, bisogna avere determinate capacità e possedere una specifica forma mentis, ma anche il dottore o lo sportivo o lo psicologo devono avere determinate capacità e possedere una specifica forma mentis per diventare dei professionisti nel loro settore.

Fare arte è prima di tutto una questione di preparazione e di conoscenza. Per diventare artista bisogna studiare, esercitarsi e innanzitutto conoscere quello che c’è stato prima. Dopodiché quello che rimane è lavoro e ancora lavoro.

L’ispirazione è una piccolissima parte del percorso.

Ernest Hemingway diceva che le sue opere erano solo per  il 5% ispirazione, il resto era sudore e fatica (non sono sicuro che le percentuali siano precisissime ma il senso è quello).

È sempre stato così e, al contrario di quello che comunemente si crede, in arte la componente razionale è importantissima. Esiste la diffusa e errata convinzione che gli artisti rinascimentali realizzassero i loro capolavori rapiti da una sorta di estasi e di ispirazione religiosa, quasi divina. Assolutamente falso.

Dietro ad ogni capolavoro del passato c’è un artista e un committente. Spesso quest’ultimo decideva a priori il soggetto principale, il numero di personaggi e i colori da utilizzare. Poi ovviamente l’artista ci metteva del suo.

Se i consoli dell’Arte della Lana e gli Operai del Duomo di Firenze non avessero commissionato il David a Michelangelo, quel capolavoro non sarebbe mai nato. Se Francesco del Giocondo non avesse commissionato il ritratto di sua moglie Lisa Gherardini, Leonardo non avrebbe mai realizzato il dipinto più famoso della storia, la Monna Lisa oggi al Louvre.

Che un pittore del ‘500 si svegliasse nel mezzo della notte colto dall’ispirazione per dipingere una Madonna e due angioletti di sua spontanea iniziativa è una cosa alquanto improbabile.

La committenza, almeno fino a quando è esistita (quindi più o meno fino alla Rivoluzione Francese), ha avuto un ruolo decisamente più importante nella storia dell’arte rispetto all’ispirazione. Si può forse anche affermare che gli artisti contemporanei, spesso tanto bistrattati nel confronto con gli antichi, in quanto a ispirazione, non avendo più nessuno che indichi loro cosa fare, li battano di gran lunga.

8. L’arte deve emozionare, l’arte è emozione

Questo è sicuramente il luogo comune più duro da abbattere, anche perché è vivo persino tra chi dice di amare pittura, scultura e tutte le sue sorelle. Oltre a essere difficile da frantumare, è, a mio parere, un altro di quelli più dannosi per l’arte.

L’arte non è emozione, o meglio, emozionare non è la sua funzione primaria e principale. L’arte è innanzitutto pensiero. Poi può anche arrivare l’emozione, ma non necessariamente. Mentre per essere considerata un’opera d’arte, qualsiasi creazione di un artista deve contenere del pensiero, il fatto di emozionare non è una condicio sine qua non per cui si decreta lo statuto artistico di un’opera.

So benissimo che su questo punto scatenerò le ire di molti, per cui mi fermo qui e scriverò un intero articolo a riguardo (l’ho poi scritto, se ti interessa lo trovi a questo link: Arte ed emozione: come sprecare un’ottima occasione davanti a un quadro).

Ti lascio con una piccola riflessione: sii sincero con te stesso, quale emozione ti suscita la Gioconda di Leonardo o il ritratto qui sotto di Picasso, oppure un’opera di Mondrian o di Malevic?

La Gioconda di Leonardo Da Vinci, un ritratto di Pablo Picasso, un'opera di Piet Mondrian e una di Kazimir Malevich

Non sono da considerare opere d’arte queste e artisti i loro autori?

9. Lo potevo fare anch’io

Chiudiamo con il più comune dei luoghi comuni (scusate il gioco di parole), Francesco Bonami lo ha anche utilizzato come titolo di un suo libro (Lo potevo fare anch’io, appunto).

Tecnicamente ci sono tante opere che avresti potuto fare tu o avrei potuto fare io. Già, tecnicamente forse, ma abbiamo visto nel punto 2 come la tecnica non conti più tanto e come abbia perso la sua importanza a discapito dell’idea.

E l’idea l’ha avuta qualcuno prima di noi, quindi, non ci resta che esprimere la nostra opinione e pensare a qualcos’altro.

Queste due opere, per esempio, le avresti potute fare anche tu?

Quadro di Cy Twombly e opera di Marcel Duchamp

Forse con questo articolo ho tolto un po’ dello spirito sentimentale che ruota intorno all’arte e che avvolge questo mondo del suo alone di mistero e romanticismo. Non è di certo mia intenzione far diventare l’arte una scienza esatta pari alla matematica e alla geometria, anche se ti ricordo che i grandi del Rinascimento, a partire da Leonardo e Piero della Francesca, erano prima di tutto scienziati e matematici e poi anche magnifici artisti.

Lo scopo di questo articolo è quello di invogliare le persone ad avvicinarsi all’arte, soprattutto contemporanea, con spirito critico e con una mentalità più aperta, senza farsi influenzare da credenze e luoghi comuni che non fanno altro che tenerci in uno stato di sonno, impedendoci di pensare.

La prima funzione dell’arte è sempre stata questa: stimolare il ragionamento, aiutare a coltivare idee proprie e a costruire un personale pensiero critico. Questo è ciò che oggi forse fa paura a chi vuole scegliere per noi, a chi vuole prendere decisioni per tutti, come per esempio quella di stabilire se una guerra è giusta oppure sbagliata.

L’arte, come il pensiero e la conoscenza, rende liberi e questo è forse ciò di cui più abbiamo bisogno in questo periodo.

Tu riconosci qualcuno di questi luoghi comuni sull’arte? Te ne vengono in mente altri? Raccontaceli nei commenti qui sotto.

Arte e fotografia: storia infinita d’amore e odio

Sembra vero!
Per molti pronunciare quest’affermazione in un museo equivale a consegnare un attestato di valore a un quadro e al suo autore. L’equazione è semplice: sembra vero allora è arte. Un’equazione che ha smesso però di funzionare con puntualità ai giorni nostri ed è questo il motivo per cui sono pochi gli artisti contemporanei che ricevono questo tipo di riconoscimento dal grande pubblico.

Davanti a un dipinto composto da colori accostati apparentemente a casaccio sulla tela, infatti, è impossibile Caravaggio - I baripronunciare la fatidica frase “Sembra vero!
Diciamo che, arricciando un po’ il naso, si possono salvare quelle rappresentazioni in cui il corpo umano c’è, deformato, ma comunque ancora riconoscibile. Se gli storici dicono che quella è arte, possiamo anche crederci. Ma vuoi mettere questi scarabocchi moderni con i capolavori di Raffaello, Michelangelo o Caravaggio? Quella sì che è vera arte.
E come diretta conseguenza, sono tante le persone per cui la storia dell’arte si è fermata alla seconda metà dell’Ottocento, con gli Impressionisti.

Perché, viene da chiedersi, da un certo punto in poi, gli artisti sono tutti impazziti e hanno smesso di copiare la realtà così come si presentava davanti ai loro occhi?
La causa di questo delirio collettivo è fondamentalmente l’invenzione di uno straordinario marchingegno che ha completamente rivoluzionato il nostro modo di vedere e affrontare la realtà: la macchina fotografica.

Dal giorno della sua creazione, arte e fotografia non hanno potuto ignorarsi e hanno cominciato a camminare l’una di fianco all’altra influenzandosi a vicenda. Ma in che modo la fotografia ha definitivamente cambiato un modo di dipingere che durava da circa cinquecento anni? Lo vedremo in questo articolo.

Come la fotografia ha cambiato l’arte

La pittura antica è il tentativo degli artisti di imitare la realtà e la storia dell’arte occidentale si fa convenzionalmente iniziare quando Giotto trasforma la superficie piana (di un muro o di una tavola di legno) in uno spazio tridimensionale.
Da lì in poi tutta la pittura sarà un tentativo di creare uno spazio il più possibile realistico in modo che lo spettatore davanti a un quadro potesse esclamare “Sembra vero!

Charles Baudelaire fotografato da Felix NadarTutto questo durò per circa cinquecento anni. Nel 1827, Joseph Nicéphore Niépce riesce a ottenere la prima immagine disegnata dalla luce. Dieci anni dopo Louis Daguerre inventa il processo fotografico chiamato dagherrotipo e William Fox Talbot scopre un processo di riproduzione delle immagini con il metodo negativo-positivo.

Gli artisti intuirono ben presto il potenziale di questa nuova invenzione e si resero conto immediatamente che essa avrebbe significato per loro la perdita del monopolio sull’immagine. Reagirono in due modi:

  1. Ci fu chi guardò la fotografia come una minacciosa forma di concorrenza e si scagliò contro di essa criticandone la meccanicità del gesto creativo che escludeva il tocco e la sensibilità dell’artista.
  2. Ci furono invece artisti (giovani e talentuosi) che accettarono il dato di fatto e si confrontarono con essa su piani differenti.

Amata o odiata, la fotografia cambiò e influenzò il modo di fare arte sia per gli uni che per gli altri.

1. La fotografia cambia la percezione.

La fotografia diventa uno strumento molto potente per conoscere il mondo. Anche quei pittori che avevano messo in dubbio il suo valore come opera d’arte, non esitarono a servirsene per il proprio lavoro. Prima di tutto con essa non avevano più bisogno di avere davanti a sé una persona in carne e ossa per eseguirne il ritratto, in questo modo si risparmiava anche sui tempi di posa dei modelli. Secondo, la fotografia restituiva particolari che l’occhio umano non riusciva a percepire.Il bar alle folies Bergere di Edouard Manet

Ingres fece largo uso della fotografia per realizzare i suoi meravigliosi ritratti, ma anche pittori meno attenti al dettaglio come Delacroix o Manet, si servirono di questo mezzo. Nell’opera “Il bar alle folies Bergere” di quest’ultimo, per esempio, si vede una figura maschile in parte tagliata che rende più realistica la scena ma che un pittore tradizionale non avrebbe mai dipinto se la fotografia non avesse “sdoganato” questo tipo di inquadrature.

Gli esperimenti di Nadar (nel cui studio si tenne la prima mostra impressionista) di fotografie scattate dall’alto a bordo di una mongolfiera, suggerirono agli artisti prospettive e punti di vista fino ad allora sconosciuti. Da qui nacquero i celebri dipinti dei boulevard parigini.

2. Fotografia come mezzo di conoscenza del mondo

Théodore Géricault - Le derby d’EpsomL’occhio umano, per quanto sano e allenato, non potrà mai competere con il mezzo tecnologico della fotografia.
Fino alla metà dell’Ottocento era convinzione comune che i cavalli galoppassero sollevando tutte le quattro zampe contemporaneamente da terra, tanto è vero che esistono una serie di dipinti, anche realizzati da grandi artisti, che lo dimostrano.

Il governatore della California, scommise con alcuni facoltosi amici che il cavallo rimanesse totalmente sospeso in un Eadweard Muybridge, The Horse in motion - Serie di 24 fotografie che ritraggono il galoppo di un cavallomomento diverso da quello di massima estensione e incaricò il fotografo inglese Eadweard Muybridge di cercarne la prova inconfutabile. Muybridge, nel 1978, posizionò ai bordi di una pista 24 fotocamere che vennero azionate da un filo rotto dal passaggio di un cavallo al galoppo. In questo modo riuscì a cogliere tutti i suoi movimenti e a dimostrare l’errore di valutazione che si era protratto fino ad allora: gli zoccoli del cavallo si sollevano dal terreno Etienne Jules Marey, Movements in Pole Vaulting - Saltatore con l'asta immortalato con il cronofotografocontemporaneamente solo nel momento di compressione.

Il dottor Étienne-Jules Marey andò addirittura oltre e qualche anno dopo inventò il cronofotografo, uno strumento attraverso il quale riuscì a registrare in un’unica immagine e su un’unica lastra fotografica le varie posizioni di un oggetto in movimento. Fu il primo antenato del cinema.

3. Fotografia in movimento: la nascita del cinemaFotogramma del film "L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat" dei fratelli Lumière

Il 6 gennaio 1896 viene proiettato per la prima volta il film “L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat” dei fratelli Lumière: un treno arriva frontalmente e a tutta velocità alla stazione verso gli spettatori. Sembra che al comparire della carrozza siano scappati tutti terrorizzati. Vero o falso che sia l’aneddoto, è chiaro che ormai gli artisti hanno qualcos’altro con cui confrontarsi: le immagini in movimento. Qui il gioco si fa davvero duro e l’arte non sarà più come prima.

Marcel Duchamp - Nudo che scende le scaleAlcuni artisti tentarono di portare il movimento sulla tela, come i Futuristi italiani o Marcel Duchamp: celebre il suo “Nudo che scende le scale”. Ma la sfida era davvero improba, tanto che, già nel 1915, Giacomo Balla apriva così il suo Manifesto del colore: “Data l’esistenza della fotografia e della cinematografia, la riproduzione pittorica del vero non interessa né può interessare più nessuno.

Qualche anno prima, nel 1910, Wassily Kandinsky aveva creato il Primo acquarello astratto. Nacque così nell’ambito del Bauhaus «…l’idea della nuova libertà del pittore – sollevato grazie alla fotografia da una componente sino ad allora fondamentale del suo lavoro, quella di rappresentare le cose, il mondo naturale – di condurre sperimentazioni sulle qualità intrinseche specifiche di colori e forme, da collegare anche a suono e movimento» (cit. da “L’arte in mostra” di Antonello Negri).

4. La fotografia cambia la fruizione dell’arte

Prima di fare qualsiasi paragone tra l’arte di oggi e quella del Rinascimento, bisognerebbe sempre cercare di immedesimarsi nella testa di un uomo dell’epoca. Spesso l’arte contemporanea viene tacciata di elitarismo e gli si rimprovera di essersi allontanata dalle persone, accuse per certi versi anche fondate. Si crede al contrario, ed erroneamente, che l’arte rinascimentale fosse creata per il popolo. Niente di più sbagliato.

La maggior parte delle opere che vediamo oggi nei musei, si trovava un tempo nelle case dei signori o nelle Cappelle private di importanti famiglie aristocratiche, lontanissime dagli occhi indiscreti delle masse. È vero che in un determinato periodo storico la Chiesa ha utilizzato l’arte come mezzo d’insegnamento e d’indottrinamento per il popolo analfabeta, ma ricordiamoci che la percentuale di persone che aveva la possibilità di recarsi a Roma (o in qualunque altra città) e godere le meraviglie del Barocco nascoste nelle sue chiese era davvero esigua. Un contadino nato in campagna, in campagna ci rimaneva fino alla fine dei suoi giorni, senza quasi mai visitare alcun posto diverso da casa sua.

È (anche) la fotografia che ha definitivamente democratizzato l’arte e l’ha messa alla portata di tutti. Se tu fossi nato nel Immagine della Creazione di Adamo della Cappella Sistina in un libro1500, per ammirare i capolavori michelangioleschi della Cappella Sistina, di cui tanto si parlava ai tempi, avresti dovuto impegnarti in un lungo viaggio, ma, una volta arrivato a Roma, quale stupore di fronte a una siffatta opera? Oggi prima di arrivare ai Musei Vaticani le immagini dei capolavori in essi conservati ti saranno passate chissà quante volte davanti agli occhi in ogni dettaglio. Lo stupore sarà sempre grande ma capisci che è tutta un’altra cosa.

È sempre la fotografia, attraverso la stampa, che rende la Monna Lisa di Leonardo il dipinto più famoso della storia dell’arte (vedi La Monna Lisa e l’arte di far parlare di sé).

La fotografia cambia completamente il modo di fruire l’arte ma anche di studiarla. Spesso gli storici e i critici hanno scritto di un’opera senza averla mai vista dal vivo ma solo attraverso fotografie. Non dimentichiamoci che i voli low cost sono una realtà recente e fino a qualche decennio fa non era così facile viaggiare. Inoltre queste fotografie erano per lo più in bianco e nero, quindi quando, con gli sviluppi della tecnologia, furono sostituite da quelle a colori, vennero rivalutati moltissimi artisti che sul colore basavano la propria arte: come si fa a giudicare correttamente un artista come Tiziano o tutti i coloristi veneti da una fotografia in bianco e nero?

Fotografia come mezzo e come forma d’arte

Man Ray, Noire et blanche - 1926Nel frattempo i progressi della nuova invenzione correvano alla velocità della luce e grazie alla Kodak la macchina fotografica fu presto alla portata di tutti. Sempre più artisti iniziarono a utilizzarla e non più semplicemente come mezzo accessorio. Picasso per esempio inserirà fotografie all’interno dei suoi collage.

Ma sono i Dadaisti gli artisti che più di tutti ne sfruttano le potenzialità, assemblando nei loro fotomontaggi varie immagini prelevate dalla realtà o dai giornali. La fotografia assurge così al ruolo di opera d’arte e allora anche i fotografi devono confrontarsi con i pittori. Il resto è storia relativamente recente.

La nascita della fotografia è quindi un fattore cruciale di cui dobbiamo sempre tenere conto quando ci avviciniamo a un’opera d’arte che non ci dà la possibilità di esclamare “Sembra vero!

Da sempre arte e fotografia si sono guardate da vicino e ognuna ha influenzato l’altra in modi sempre diversi. Ci sono Gregory Crewdson - Untitled (Penitent Daughter)artisti (i cosi detti iperrealisti) che tentano di dipingere con una tale maniacale attenzione al dettaglio da far sembrare le loro opere delle fotografie. Ci sono fotografi, per esempio Gregory Crewdson, che allestiscono il set, giocano con le luci e lavorano in post produzione ottenendo delle fantastiche immagini che sembrano dipinti.

Le influenze reciproche sono davvero parecchie: soggetti, angoli di inquadratura, sfocatura delle immagini. Chi è ha vinto e chi ha perso? Certo per quanto riguarda la comunicazione di massa la fotografia è l’assoluta vincitrice: quale Papa o capo di governo oggi poserebbe per un ritratto? Le immagini televisive hanno occupato il posto e la funzione di celebrare la grandezza di un uomo che una volta spettava al pittore.

Persa questa battaglia, all’artista non è rimasto altro da fare che sfidare la macchina fotografica in un campo dove lei non poteva arrivare: la rappresentazione dell’invisibile. Ma da quel momento in poi, davanti a un quadro non è stato più possibile esclamare “Sembra vero!

Secondo te cosa è davvero arte, esclusivamente ciò che imita la realtà? Lascia il tuo parere nei commenti.

Arte e soldi, un connubio vecchio secoli

Articolo pubblicato sulla rivista Commenti di Verso l'Arte

L’arte ha sempre avuto un costo che fin dai tempi di Giotto è stato essenzialmente legato all’abilità e alla fama dell’artista. Nessuno dei grandi geni del passato ha mai lavorato solo ed esclusivamente per la gloria. ComeCopertina del libro "The wealth of Michelangelo" di Rab Hatfield hanno dimostrato gli studi del professor Rab Hatfield pubblicati nel libro “The Wealth of Michelangelo”, l’autore degli affreschi della Cappella Sistina era tanto attento alla qualità dei suoi lavori quanto, se non di più, alla quantità della ricompensa ricevuta per essi. Alla sua morte avvenuta nel 1564 all’età di 89 anni, sembra che il nostro “Divino” possedesse la bellezza dell’equivalente odierno di dieci milioni di dollari.

Arte e denaro hanno quindi camminato sempre di pari passo e continueranno a farlo ancora per parecchio tempo.
Ma se il prezzo di un’opera è legato alla fama del suo autore, chi o cosa influenza e decide la fama di un artista? Ovviamente il potente e ricco mecenate che quell’opera l’ha commissionata. Michelangelo è diventato Michelangelo grazie a Lorenzo il Magnifico e ancor di più grazie a Giulio II. Il Buonarroti, infatti, non ci pensò due volte a lasciare appena abbozzati i lavori della Sala del Gran Consiglio di Palazzo Vecchio per rispondere alla chiamata del sommo pontefice: gloria e lauti guadagni lo attendevano a Roma.

Oggi i committenti non sono più Papi, Re o imperatori ma il mercato, un’entità relativamente nuova, formata perlopiù da capitani d’industria, banchieri e imprenditori, insomma gente facoltosa che ha in mano le redini della finanza. Mentre Carlo V chiedeva a Tiziano di dipingere un quadro che ne celebrasse la potenza e la gloria, il mercato chiede agli artisti di oggi di produrre opere che assecondino i bisogni della finanza, vale a dire soldi e investimento. Ne consegue che mentre in passato l’importanza di un artista era legata al valore estetico, intellettuale e artistico della sua opera e solo in secondo momento era considerato il prezzo, oggi essa è indissolubilmente legata al suo valore di mercato e al costo che i suoi lavori raggiungono. Finché un artista non ottiene determinate quotazioni non è considerato da nessuno se non da un circolo ristretto di amanti e addetti ai lavori. Non appena però le sue opere vengono battute a cifre record, allora si scatena la corsa di massa e tutti vogliono accaparrarsele.

Una mappa del mondo di Alighiero BoettiAlighiero Boetti era un artista importante già negli anni ’90 o lo è diventato solo dopo le ultime aggiudicazioni stellari delle sue opere? Possiamo porci la stessa domanda per Enrico Castellani, per Agostino Bonalumi e per tanti altri. Se guardiamo alla storia dell’arte, sono sempre stati grandi artisti, allora perché anche solo dieci anni fa nessuno voleva i loro lavori? Semplicemente perché costavano troppo poco e oggi è il prezzo il fattore che indica l’importanza di un artista e che muove la rincorsa all’opera. Non è più il collezionista che rende importante un dipinto quanto il mercato che fa sì che quel dipinto diventi desiderabile per un numero sempre più elevato di collezionisti. È sempre il mercato che muove le redini, accade quindi spesso che “le opere culturalmente più importanti valgano molto meno di quelle facilmente vendibili.” (Giuseppe Panza)

Arte e investimento, ieri e oggi cosa è cambiato

Come si è arrivati a questo? Già nel 1200 il critico Ts’ai Tao scriveva: «L’amore e la gioia per l’arte sono diventati una moda e le opere d’arte sono ovunque considerate alla stregua di merci e investimenti. Questo il diavolo della nostra epoca».
“Il diavolo della nostra epoca”: anche allora considerare l’arte alla stregua di semplice merce era qualcosa che indignava gli appassionati.

Eppure il peggio doveva ancora arrivare. È solo dopo la Rivoluzione Francese e ancor di più con le grandi esposizioni dell’800, infatti, che l’arte si sarebbe pienamente affermata come merce, tanto che già il grande mercante di quadri parigino Ambroise Vollard poteva parlare nelle sue memorie di investimenti riferendosi alle opere dei giovani pittori impressionisti.

Da quel momento in poi è tutta un’escalation e il mercato diventerà poco alla volta un’entità sempre più forte. Nel 1928 in una lettera ad Alfred Stieglitz, Marcel Duchamp scrive: «…Picabia è uno dei pochi oggi a non essere un “investimento sicuro”? La situazione del “mercato” qui è talmente deplorevole… […] Pittori e pittrici salgono e scendono come azioni di Wall Street».

Intorno agli aSimboli del dollaro dipinti da Andy Warholnni ’60 del Novecento sono arrivate quindi le scatolette di Merda d’Artista che Piero Manzoni sbatteva in faccia a un mercato che accettava qualunque “merda” purché fosse in edizione limitata, numerata, firmata e garantita da un certificato di autenticità. Più o meno nello stesso periodo un artista lucido come Andy Warhol invece, accettava la realtà di fatto portando all’interno dei musei gli stessi oggetti che si trovavano sugli scaffali di un supermercato: l’arte deve essere consumata come qualsiasi altro prodotto commerciale e “fare soldi è un’arte, fare buoni affari è la migliore forma d’arte” profetizzava. È l’apoteosi dell’arte come merce e il via libero definitivo a un sistema commerciale che diventerà sempre più forte e capillare.

Oggi l’economia, dopo aver conquistato gran parte degli ambiti della nostra vita, ha definitivamente vinto anche sull’arte. È un male questo? Da un certo punto di vista per niente. Ben vengano i soldi nel mondo dell’arte: gli artisti hanno bisogno di essere pagati per produrre le loro opere, liberi da ogni altra preoccupazione e poi ricordiamoci che è solo grazie a questi enormi capitali che l’arte è ancora viva. Pensiamo alla poesia, alla musica, alla danza e al teatro contemporanei, chi ne parla più? La notizia di una nuova aggiudicazione record almeno riesce ancora ad attirare i grandi riflettori mediatici sul palcoscenico artistico e a veicolare l’attenzione della moltitudine. È vero, in queste rare occasioni purtroppo, non si discute mai del valore dell’opera appena battuta in asta quanto piuttosto si disquisisce solo ed esclusivamente sulla straordinarietà della cifra raggiunta, ma è già qualcosa. D’altronde in un mondo in cui non si fa altro che parlare di spread, banche, debiti, bilanci, milioni che crescono e milioni che svaniscono, in quanti possono essere interessati più al valore di un’opera piuttosto che al suo prezzo?

Arte ed economia: qual è il vero valore di un’opera?

Oggi quindi l’arte riesce a essere ancora vera protagonista solo se legata all’aspetto economico, di investimento. SenzaLa fiera di Art Basel alcun dubbio il prezzo di un’opera attira maggiori attenzioni rispetto al suo valore. Una dimostrazione di questo è il numero di visitatori che una manifestazione completamente centrata sul mercato come Art Basel ha accolto in soli quattro giorni: ben 98.000 (6,52% in più rispetto al 2014), cifra che molte delle mostre del nostro paese non riescono a raggiungere neanche nell’arco di sei mesi.

Per tanti l’arte è e rimane soprattutto investimento e le crescite commerciali di molti artisti sono operazioni studiate a tavolino da galleristi, mercanti e speculatori. È chiaro che per riuscire ad alzare le quotazioni devono esistere requisiti storico-artistici e ragioni oggettive valide, fatto sta che non sempre al valore di un artista corrisponde un’adeguata valutazione commerciale della sua opera e viceversa. Se così fosse, un artista come Giorgio De Chirico (tanto per fare un esempio) dovrebbe costare molto più di tanti altri artisti con un curriculum e un’importanza storica decisamente inferiore alla sua.

Arte e mercato sono quindi due entità differenti che pur avendo uno stretto legame camminano su due binari diversi. Se si vuole apprezzare davvero il lavoro di un artista, bisogna cercare in tutti i modi di dimenticare il prezzo delle sue opere. In un mondo in cui si conosce e si quantifica il costo di ogni cosa, è difficile ma è l’unico modo per tornare a dare peso e importanza al valore. Non è detto che un artista che costa poco valga poco, come non tutte le opere di quegli artisti che raggiungono quotazioni esorbitanti sono solo ed esclusivamente speculazioni finanziare: anche là dove ci sono evidenti prezzi gonfiati può nascondersi vero valore.

Il cavallo appeso di Maurizio Cattelan al Castello di RivoliL’arte è figlia del proprio tempo” (Kandinsky ) e se questo modo di fare, usufruire e vivere l’arte non ci piace, non è con essa che ce la dobbiamo prendere e non è agli artisti che dobbiamo chiedere di cambiare. L’arte di oggi è l’immagine dell’epoca in cui viviamo e non fa altro che rispecchiare una società in cui l’economia è più importante della fratellanza fra i popoli, della pace e della cultura.

Se questo tipo di arte ci fa innervosire e ci infastidisce ma ci fa anche solo per un attimo pensare e riflettere sul modo e sul mondo in cui stiamo vivendo, allora è un’arte che, bella o brutta, ha comunque fatto il suo dovere.

Qual è secondo te il ruolo del mercato oggi? È ancora riconosciuto il valore di un’opera? Lascia la tua opinione nei commenti.

I 6 peggiori abbagli della storia dell’arte

Chiunque desideri diventare un artista, prima ancora di prendere il pennello in mano, deve guardarsi allo specchio e liberarsi di uno dei fardelli più pesanti che gran parte delle persone si porta addosso: la paura del giudizio (altrui ovviamente). Eh già, perché a meno che non si voglia creare esclusivamente per il proprio piacere personale, prima o poi i lavori prodotti dovranno essere esposti e, inevitabilmente, sottoposti a critica.

D’altronde la storia dell’arte è anche la storia dei gusti delle varie epoche e quindi dei giudizi a essi legati. È la storia dei linguaggi che cambiano e degli artisti che lottano per far sì che diversi modi di esprimersi vengano capiti e quindi accettati. C’è stato però un periodo in cui questo scontro tra i gusti correnti e i nuovi linguaggi è diventato davvero aspro. I grandi cambiamenti sociali portati dalla Rivoluzione Francese si riflettono anche sul mondo dell’arte: aristocrazia e clero, le due grandi classi che fino ad allora avevano contribuito con il loro mecenatismo alla fioritura dell’arte, perdono i loro privilegi e anche il potere di influire su questo mondo. Gli artisti si trovano tutto a un tratto liberi di scegliere i propri soggetti e questo li mette davanti a un bivio: evitare ogni tipo di ricerca per proseguire sulla strada battuta in modo da essere apprezzati dai contemporanei oppure tentare di imporre la propria visione del mondo a rischio di rimanere incompresi e derisi.

È in questo periodo che si sono verificati i più grandi abbagli della storia dell’arte ed è proprio da allora che alcuni degli artisti più importanti e innovatori hanno subito critiche e giudizi negativi la cui erroneità si è palesata solo anni dopo. In questo articolo passerò in rassegna alcuni di questi colossali errori di giudizio.

Dagli impressionisti in poi, quando si sbaglia a giudicare un quadro

Sicuramente essere un critico non è mai stato semplice, ma se in passato bastava una grossa conoscenza della storia dell’arte e delle principali regole formali che la governavano per riuscire a dare un giudizio corretto su un’opera, una volta che queste regole furono abbattute, divenne sempre più difficile stabilire cosa fosse o non fosse arte.

Il mestiere del critico divenne quindi sempre più complicato e adatto solo a persone coraggiose, infatti dopo alcuni clamorosi abbagli di giudizio si assistette alla così detta “Sindrome di Van Gogh”: piuttosto che rischiare di lasciarsi scappare un astro nascente, in molti preferirono correre il rischio di fare madornali errori di sopravvalutazione e fu così che, mentre in passato molti geni furono derisi, da quel momento in poi tanti furbetti mediocri furono innalzati al ruolo di grandi artisti. Si giunse a questa paradossale situazione per colpa di alcune clamorose sviste e incomprensioni ormai passate alla storia. Errori di giudizio non solo da parte di insigni critici, ma anche da parte del pubblico, di galleristi, collezionisti e di colleghi pittori.

1. Manet, Le déjeuner sur l’herbe

Nel 1863 la giuria del Salon parigino boccia ben 3000 quadri. Tra questi viene scartato anche il dipinto di un giovane Edouard Manet - Le Déjeuner sur l'Herbeartista francese, Édouard Manet. La tela rappresenta due giovanotti borghesi in compagnia di due donne, una seduta vicino a loro completamente nuda e con lo sguardo fisso sull’osservatore, l’altra sullo sfondo, intenta a bagnarsi nel fiume. Il titolo dell’opera è Le déjeuner sur l’herbe e fu la protagonista in negativo del Salon des Refusés: fu la più criticata, quella che fece più scandalo.
Cosa veniva rimproverato all’artista?
Per prima cosa l’aver messo una donna nuda tra due uomini vestiti.
Ma la storia dell’arte è piena di quadri che hanno come soggetto donne nude!
È vero ma quelle donne erano dee o comunque soggetti mitologici o allegorici, quelle di Manet sono donne del suo tempo che si sono spogliate. Le prime rappresentavano un concetto astratto, quello del nudo, erano un pretesto per fare dell’erotismo, le seconde offendevano il moralismo dell’epoca.
Se questo non bastava la critica e il pubblico rimproveravano a Manet anche lo stile di pittura e la modalità di composizione. La prospettiva non rispettava le regole classiche e i colori, i colori!!! Delle chiazze sparse qua e là senza nessuna sfumatura e con fortissimi contrasti fra chiari e scuri. Una ignoranza infantile nel disegno dicevano loro… Forse un pochino si erano sbagliati.

2. Monet, Impression. Soleil levant

La carta da parati allo stato embrionale è più rifinita di questa marina.
Questo è ciò che scrisse il 15 aprile 1874 Louis Claude Monet - Impression soleil levantLeroy sulla rivista satirica “Le Charivari” dopo una visita alla prima mostra impressionista nello studio del fotografo Nadar in boulevard des Capucines 35. È solo un piccolissimo estratto di un articolo in cui il critico d’arte, fingendo di accompagnare un pittore accademico, stronca in toto la nuova pittura di questi giovani artisti. Nello specifico la suddetta frase è riferita al dipinto di Claude Monet intitolato Impression. Soleil levant e proprio dal titolo prende spunto per creare il suo sberleffo. Con il termine “impressione” infatti, nella Francia del secondo ottocento si indicava il primo stadio della lavorazione della carta da parati o, ancora peggio, la prima mano di imbiancatura alla pareti. Diciamo che paragonare un dipinto a una carta da partati e il lavoro di un artista a quello di un imbianchino non è proprio un complimento… E diciamo anche che forse un pochino si è sbagliato.

3. Giudizio di un collezionista dell’800 su Renoir

Ambroise Vollard, il leggendario mercante di quadri parigino, ricorda nelle sue memorie che quando Pierre-Auguste Renoir - Torse effet de soleilintorno alla fine dell’800 aveva offerto un nudo di Renoir a un grande collezionista per quattrocento franchi, si sentì rispondere: “Se ne avessi quattrocento da buttare via, comprerei questa tela per bruciarla davanti a lei nel caminetto, tale è la pena che provo nel vedere la firma di Renoir sotto un nudo così mal disegnato.” Chissà cosa avrebbe pensato oggi o anche solo qualche anno dopo questo egregio signore.

4. Divergenze fra colleghi

Erroneamente si pensa che impressionisti e compagni d’avventura fossero un gruppo unito e coeso. In realtà le divergenze tra alcuni di loro erano molto accentuate e nascevano spesso forti incomprensioni. Manet per esempio considerava Coubert uno zotico e di Cézanne diceva che era un muratore che dipingeva con la cazzuola. Apprezzava solo il lavoro di Monet, al quale un giorno disse: “Lei è molto amico di Renoir, dovrebbe consigliargli di dedicarsi a un altro mestiere. Lo vede anche lei, la pittura non è il suo forte!
Gli stessi Renoir e Cézanne, che erano gli artisti più liberi, non riuscirono a capire la pittura di Van Gogh e gli rimproveravano il suo “esotismo” paragonando la sua pittura a quella di un pazzo.

5. Marcel Duchamp, Il nudo che scende le scale

Quando il quadro fu presentato nel 1912 al Salon des Indépendants, venne rifiutato dalla commissione. In quegli anni, Marcel Duchamp - Nudo che scende le scalefra gli artisti avanguardisti, andavano per la maggiore le idee cubiste e il Nudo non era in linea con la tendenza ufficiale, anzi, fu considerato una presa in giro al movimento cubista. La cosa che più di tutto dava fastidio era il titolo “…pensavano fosse troppo letterario, ma lo prendevano per il verso sbagliato, quasi caricaturale. Un nudo non scende mai le scale, un nudo è sdraiato si sa. Nemmeno il loro piccolo tempio rivoluzionario riusciva a capire che un nudo poteva scendere le scale.” (Marcel Duchamp)
Un anno dopo il dipinto fu esposto a New York all’Armony Show, la grande Esposizione internazionale di arte moderna ideata per introdurre in un’America ancora troppo legata alla pittura accademica, le sperimentazioni delle avanguardie europee. Se a Parigi il quadro aveva suscitato l’indifferenza generale, negli Stati Uniti divenne la principale attrazione della manifestazione generando un grande scandalo. I giornali si sbizzarrirono con le prese in giro: “Esplosione in un deposito di tegole”, “Rozzo che scende le scale – metro all’ora di punta”. L’American Art News indirà addirittura un concorso offrendo dieci dollari alla migliore descrizione del quadro. Ancora una volta fu il titolo a fare scandalo, “Non si dipinge un nudo che scende le scale, è ridicolo. Un nudo deve essere rispettato. Ci fu anche un’offensiva sul piano religioso, puritano.

6. Quando si mette anche la politica

La cultura da noi è ancora in balia di un provincialismo ridicolo e fazioso.
Queste sono le parole di Palma Bucarelli, Alberto Burri - Grande saccostorica direttrice della Galleria d’arte moderna di Roma. Da dove arrivava questo sprezzante giudizio? Per ben due volte la prima donna italiana direttrice di un museo aveva dovuto difendere le sue scelte non solo di fronte alla stampa e ai critici, ma persino davanti alla politica italiana. Nel 1959, in occasione dell’esposizione del Grande Sacco di Alberto Burri, il senatore comunista Umberto Terracini porrà una questione in Parlamento: “Quale cifra è stata pagata dalla Galleria nazionale d’arte moderna per assicurarsi la proprietà della vecchia, sporca e sdrucita tela da imballaggio che sotto il titolo di Sacco Grande è stata messa in cornice da tale Alberto Burri e che figura attualmente nella sala dedicata ai nuovi acquisti di detta Galleria.

Merda d'artista - Piero ManzoniNel 1971 a far scandalo saranno invece le scatolette di Merda d’Arstista di Piero Manzoni e questa volta sarà il deputato democristiano Guido Bernardi a scagliarsi contro la Bucarelli e a portare la questione in Parlamento, con risvolti che sfiorano il ridicolo: “anche se inscatolata a tutela dell’igiene pubblica e frutto obbligato di una normale digestione, quali garanzie ha il pubblico circa la sua autenticità?

In entrambi i casi, la direttrice ne uscirà vincitrice e metterà a segno un punto a favore contro l’ignoranza e l’intromissione della politica nel mondo della cultura.

La storia dell’arte è il miglior critico di sempre

Non sono e non sono stati quindi solo i critici a sbagliare, ma anche giornalisti, collezionisti, pubblico, mercanti e gli artisti stessi. Se per questi ultimi comunque c’è sempre una giustificazione, giacché un vero artista potrebbe credere talmente tanto nel suo lavoro da non riuscire ad accettare un diverso modo di rappresentare la realtà, un discorso a parte lo meritano i politici. Voler piegare l’arte ai propri scopi occupando i luoghi della cultura per veicolare messaggi e soggetti tradizionali e retrogradi è un qualcosa che umilia il lavoro di un artista. È vero che l’arte fin dal Rinascimento è sempre stata al servizio del potere, ma è anche vero che i potenti mecenati del passato erano grandi conoscitori d’arte e il loro parere era coerente e preparato.

Oggi l’arte non fa più mondo ed è capitato che i politici abbiano cercato di imporre il proprio parere senza possedere la giusta conoscenza e il risultato è stato abbastanza ridicolo. Comunque sia è sempre giusto dare voce alle proprie opinioni, l’arte nasce anche per essere giudicata. D’altronde i gusti cambiano con il cambiare delle epoche, sbagliare è umano e alla fine la storia ci dirà sempre chi ha torto e chi ha ragione.

A te viene in mente qualche altro grande errore di valutazione di un’opera o del lavoro di un’artista? Ricordalo anche a noi nei commenti qui sotto.

In arte i barattoli più importanti non contengono colore

Se parlando d’arte ci si riferisce a dei “barattoli”, ci si aspetta di trovarsi di fronte a dei contenitori di latta in cui sono conservati i colori che l’artista utilizzerà per realizzare il suo lavoro. Infatti, soprattutto nell’epoca moderna, quando al posto dei colori ad olio alcuni artisti iniziarono ad usare smalti e vernici, questi oggetti cominciano a essere molto utilizzati. Si pensi ad esempio ai famosissimi barattoli che Jackson Pollock impugnava durante l’atto creativo, vera e propria lottaJackson Pollock a lavoro su un dipinto contro la tela. Sono così importanti da essere diventati un tutt’uno con l’artista stesso e per questo motivo sono stati inseriti ed esposti come fossero vere e proprie opere nella mostra “Alchimia di Jackson Pollock. Viaggio all’interno della materia.” alla Peggy Guggenheim Collection.

Eppure nell’intenzione di Pollock, opere d’arte quei barattoli non lo sono mai stati. Sono invece altri due gli artisti che ebbero la volontà di trasformare un semplice barattolo da mezzo o oggetto a vero e proprio soggetto di un’opera: l’americano Andy Warhol e l’italiano Piero Manzoni. Sono i loro i barattoli più importanti e famosi della storia dell’arte. Barattoli completamente diversi creati da due artisti che hanno tante divergenze ma anche tanti punti in comune. Andiamo a vedere quali sono.

Differenze e punti in comune fra gli artisti dei barattoli.

  1. Andy Warhol e Piero ManzoniIniziamo con un punto in comune: l’età. No i due non sono coetanei, ma sono nati comunque a pochi anni di distanza, Warhol nel 1928 e Manzoni nel 1933. Questo vuol dire che il loro ingresso nel mondo dell’arte è avvenuto più o meno nello stesso periodo, cioè qualche anno dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Entrambi avevano quindi alle loro spalle quella generazione di artisti che avendo vissuto e assistito agli orrori della guerra in prima persona esprimeva il proprio dolore e la propria angoscia attraverso una pittura fatta di gestualità e di lotta contro la tela, il cosiddetto Espressionismo Astratto. Negli Stati Uniti ci sono Pollock, Kline, De Kooning, in Europa Hans Hartung, Emilio Vedova, Emilio Scanavino e tanti altri. Sia Manzoni che Warhol fanno invece parte di quella nuova generazione che vuole lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra e guardare con speranza al futuro. Ed è qui che compare la prima differenza.
  2. Warhol è americano, figlio della nazione uscita dal conflitto da vera e propria trionfatrice e l’unica sul cui territorio non si è mai combattuto. L’Italia è al contrario un paese sconfitto e devastato nel fisico come nella mente. La guerra è entrata nelle strade e nelle case lasciando dietro di sé morte e distruzione. Due situazioni completamente diverse, eppure nonostante queste premesse è Warhol l’artista più tragico fra i due, mentre Manzoni, come vedremo più avanti, ha piena fiducia nell’arte e nella vita.
  3. Altra differenza: abbiamo detto che entrambi vogliono rompere con la tradizione e lasciarsi alle spalle l’Espressionismo Astratto. Ma mentre per Warhol il problema si risolve qui perché il movimento di Pollock e compagni è il primo e unico veramente americano, per Manzoni questo non basta. La tradizione italiana ed europea è innanzitutto figlia di una pittura figurativa ed è anche da questa che egli vuole prendere le distanze. Ecco allora che Manzoni va alla ricerca di un astrattismo nuovo mentre Warhol diventa padre di quello che sarà il primo movimento figurativo prettamente americano (anche se nato in Inghilterra), la Pop Art.
  4. Sia Warhol che Manzoni tecnicamente non sono dei grandi pittori. Il primo crea i suoi quadri utilizzando una tecnica meccanica, la serigrafia, il secondo realizza opere che sono sostanzialmente idee.  Entrambi sono però dei grandissimi artisti (se non dei veri e propri geni) ed entrambi abbandonano la pittura tradizionale: il motivo di questa scelta è però completamente diverso. Warhol ha capito che nella società moderna la pittura Marilyn Monroe di Andy Warholnon è più indispensabile e che per avere delle immagini ormai si può ricorrere a strumenti più veloci e precisi come la fotografia. Mentre un pittore del Rinascimento aveva bisogno del modello in carne ed ossa per dipingere, a Warhol per ritrarre Marilyn è sufficiente una sua fotografia (i suoi celebri ritratti della Monroe non sono altro che ritratti di una locandina del film Niagara. Warhol non ha mai incontrato Marilyn mentre Lisa Gherardini ha posato per Leonardo come Baldassarre Castiglione ha posato per Raffaello). La realtà perde completamente valore e non c’è alcuna differenza tra Marilyn, Elvis Presley, Mao, una lattina di Coca Cola o un barattolo di Zuppa Campbell’s. Nonostante i suoi quadri colorati e in apparenza pieni di gioia, per Warhol l’arte non conta più niente, è morta e la morte è tema costante delle sue opere. Per questo dicevo prima che Warhol è un artista tragico. Manzoni al contrario ha piena fiducia e amore nell’arte e la considera un tutt’uno con la vita: il corpo dell’artista infatti diventa fulcro centrale in molte delle sue opere. E qui si arriva ai famosi barattoli.
    Andy Warhol - Barattoli di zuppa Campbell's
  5. Abbiamo visto che Warhol dipinge i barattoli di Zuppa Campbell’s con la stessa lucidità e lo stesso distacco con cui ritrae Marilyn. Per lui i prodotti di massa rappresentano la democrazia sociale in quanto la Zuppa Campbell’s o la Coca Cola sono consumate dal barbone in mezzo alla strada come dal Presidente degli Stati Uniti. Per Manzoni i barattoli contenenti la Merda d’artista avevano tutt’altro significato (anche se si potrebbe fare lo stesso ragionamento di Warhol anche per il loro contenuto). Ho già parlato di come sia nata questa idea in questo articolo: Piero Manzoni: merda che artista! Riassumendo, Manzoni, dopo aver creato le sue scatolette, le mise in vendita al prezzo dell’oro. Oggi dopo cinquant’anni il loro valore è talmente aumentato che ha di gran lunga superato quello del metallo prezioso per eccellenza. Con questo Manzoni non ha dimostrato che la merda vale più dell’oro ma che è l’arte e qualsiasi cosa fa un artista a valere più dell’oro. È una riflessione sul ruolo dell’artista diametralmente opposta a quella di Warhol. Mentre quest’ultimo afferma che l’arte non ha più alcun valore, Manzoni stabilisce il primato dell’arte su tutto.
  6. Per quanto possa sembrare irriverente, il gesto di Manzoni non voleva essere affatto provocatorio: semplicemente dava all’arte lo stesso valore e la stessa importanza della vita stessa. Le opere colorate di Warhol che ammiccano al fruitore mettendogli davanti agli occhi immagini famigliari, nascondono invece sì una forte componente provocatoria: l’artista porta all’interno dei musei gli stessi oggetti che si trovano sugli scaffali di un supermercato dichiarando che l’arte deve essere consumata come qualsiasi altro prodotto commerciale.

Piero Manzoni e Andy Warhol diversi nell’arte, diversi nella fortuna

Piramide di barattoli di Merda d'artista di Piero ManzoniI due barattoli più famosi della storia dell’arte hanno quindi significati completamente diversi pur essendo nati nello stesso periodo. Ma, mentre le scatolette tragiche di Zuppa Campbell’s sono accettate e apprezzate ormai dalla maggioranza, le scatolette di Merda d’artista di Manzoni provocano ancora irritazione agli occhi di tanti amanti dell’arte. Eppure abbiamo visto che è l’italiano che con questa opera esalta il valore dell’arte, mentre al contrario l’americano glielo toglie, ponendola alla stregua di un qualunque prodotto commerciale. Nonostante ciò, colori e immagini familiari hanno sempre la meglio sulla merda, anche quando questa è il prodotto di un grande pensiero. In quanto al valore prettamente commerciale, anche in questo caso ha vinto nettamente Warhol, sebbene pure le scatolette di Manzoni si fanno ben pagare. Ma questo è più in linea con le intenzioni dei due artisti. L’italiano era infatti poco interessato al mercato mentre per Warhol, da vero americano, il business era uno degli aspetti fondamentali del suo lavoro: “Essere bravo negli affari è la forma d’arte più affascinante… fare soldi è un’arte, fare buoni affari è la migliore forma d’arte.

Ed è proprio qui che sta la divergenza tra i due: Manzoni criticava aspramente ciò che invece Warhol auspicava. Le scatolette erano state create dal Manzoni anche come una provocazione al mercato (al mercato, non al pubblico) che in quegli anni iniziava a essere sempre più influente e invasivo nel mondo dell’arte. La critica era rivolta al fatto che nel sistema dell’arte contemporanea la firma iniziava ad avere più importanza del valore intrinseco dell’opera. Il mercato accettava qualunque merda purché fosse in edizione limitata, numerata, firmata e garantita da un certificato di autenticità. Quello che per Manzoni era un aspetto aberrante del sistema, per Warhol assumeva invece una valenza positiva e fece di tutto per incentivarla.

Piero Manzoni e Andy Warhol vedono insomma la realtà in due modi completamente antitetici, nonostante questo hanno un’importante caratteristica in comune: entrambi avevano uno sguardo lucido, al limite del preveggente, sulla società a loro contemporanea. Avevano capito dove il mondo stava andando e hanno anticipato con il loro lavoro molte delle cose che sarebbero successe. Una su tutte? La vittoria dell’economia sull’arte. 

E tu cosa pensi di questo diverso modo di fare arte? Preferisci i barattoli di Zuppa Campbell’s di Andy Warhol o le scatolette di Merda d’Artista di Piero Manzoni? Diccelo qui nei commenti.

Arte contemporanea nel Medio Oriente, qualcosa sta accadendo

Articolo pubblicato sulla rivista Commenti di Verso l'Arte

Dire Dubai vuol dire imponenti grattacieli e verdi prati fioriti là dove solo dieci anni prima c’era un arido deserto, vuol dire opere di architettura e ingegneria che superano le più ambiziose fantasie umane e che sfidano le ferree regole e i limiti che la natura impone, vuol dire il lusso più sfrenato e ricchezza ovunque.Una veduta dello skyline di Dubai

Eppure non è niente di tutto ciò quello che rimane impresso quando ci si fa largo tra la folla ordinata del Dubai Mall, quando si passeggia sotto i riflessi dei raggi del sole sui cristalli bruniti del Burj Khalifa o quando si osserva il traffico dai finestrini di un taxi in corsa su carreggiate cittadine a sette corsie.

Non è ciò che si può cogliere con uno sguardo quello che stupisce di questa metropoli, ma qualcosa che si percepisce nell’aria e che è difficile definire e spiegare con parole. Potrei descriverla come una sorta di energia e di dinamicità avvolgente che impregna di sé ogni singolo elemento di questa città dal fascino ineguagliabile. La si può percepire quando si cammina per strada, quando si parla con le persone, siano essi nativi o residenti stranieri, o quando, guardandosi attorno, ci si rende conto di essere immersi in una società multiculturale in cui comunque tutto sembra funzionare senza grosse frizioni.

Questa plurietnicità e questo fermento vivo non possono che essere da stimolo per gli artisti ed essere a loro volta nutriti dalla loro arte ed è infatti proprio durante la settimana di Art Dubai che si coglie al massimo della sua potenza quell’energia creativa che fa da motore per questo illustre emirato arabo.

Una veduta dell'Alserkal Avenue a dubaiGiunta quest’anno alla nona edizione, la più importante fiera internazionale d’arte del Medio Oriente, dell’Africa e del Sud Asia ha ospitato 92 gallerie provenienti da 40 paesi del mondo. Le realtà locali, che hanno sede nel Gate Village e nell’Alserkal Avenue e che da dieci anni stanno portando avanti un difficile lavoro di promozione, sia a livello commerciale sia a livello culturale, iniziano finalmente a raccoglierne i frutti.

Protagonisti degli stand ovviamente gli artisti di queste zone ma non è mancata la presenza anche di alcuni fra i più celebri maestri occidentali. A sentire gli addetti ai lavori, questo è stato l’anno della svolta: chi cercava quadri decorati con i famigerati ghirigori orientali è rimasto deluso. La maggior parte delle opere esArt Dubai e gli stand delle gallerieposte hanno definitivamente rotto con questo vecchio e ormai sterile modo di fare arte e, pur rimanendo legate alla propria tradizione, si sono inserite prepotentemente nel contesto contemporaneo. Sono lavori che a volte sfidando l’occhio di una censura che a Dubai dà la sensazione di non essere poi così vigile, un guardiano fin troppo permissivo che, facendo finta di niente, si gira spesso e volentieri dall’altra parte per non vedere. E così gli artisti possono parlare della storia, dei contrasti e delle contraddizioni dei loro paesi, del progresso che sembra si stia affacciando alla porta, ma a cui poi è impedito ogni volta di entrare.

Tutta l’arte di Dubai

Ma Art Dubai non è solo la fiera. Ci sono tutta una serie di eventi collaterali che vi ruotano intorno, primo fra tutti l’asta di Christie’s sull’Arte Moderna e Contemporanea Araba, Iraniana e Turca che ha fatto registrare l’80% dei lotti L'asta di Christie's a Dubaivenduti, 11,3 milioni di $ di incasso (7% in più rispetto all’anno scorso) e 31 record mondiali di alcuni nomi che forse meriterebbero di essere seguiti con più attenzione anche dalle nostre parti.

Un esempio per tutti? Tahia Halim (1919-2003), artista egiziana le cui opere sono già nelle collezioni permanenti dell’Alexandria Modern Art Museum in Egitto, del Museo d’Arte Moderna a Il Cairo e al Museo d’Arte Moderna di Stoccolma. Un suo lavoro del 1965 intitolato “Farhat Al Nuba” (La felicità di Nubia) è stato battuto a 749mila $ quadruplicando la stima massima. È vero, siamo ancora lontani anni luce dalle cifre stellari registrate dalla stessa casa d’asta a Londra o a New York, ma non dimentichiamoci che i due quadri più cari della storia, «Nafea Faa Ipoipo (Quando ti sposi?)» di Paul Gauguin (300 milioni) e «I giocatori di carte» di Paul Cézanne (250 milioni), si trovano nel vicino Qatar. Le potenzialità economiche per far fare il salto di qualità all’arte araba anche per quanto riguarda il mercato ci sono quindi tutte, potrebbe essere solo questione di tempo. D’altronde sono molti i musei in costruzione e non si potranno certo riempire tutti con le opere dei grandi maestri occidentali.

Anche gli artisti autoctoni hanno qualcosa da dire e potranno presto a buon diritto guadagnarsi il posto al fianco dei nostri grandi nomi, Sharjah ne è la prova: antica città degli Emirati Arabi Uniti situata a qualche kilometro a est di Dubai,Tra i viicoli di Sharjah vi si tiene l’omonima biennale che, giunta quest’anno alla dodicesima edizione (è più vecchia di Art Dubai), si è spinta fino a Kalba, sul Golfo dell’Oman, dove in una ex fabbrica del ghiaccio l’artista argentino Adrian Villar Rojas ha installato i suoi strati sovrapposti di terreno, simbolo del tempo che scorre e della memoria che scompare.

Ma è fra i vicoli di Sharjah che si nasconde la maggior parte delle opere: più di 50 artisti tra cui gli ormai celebri Julie Mehretu, Eric Baudelaire, Abdullah Al Saadi, Mohammed Kazem e Hassan Sharif, sono stati chiamati per rispondere con il loro lavoro al concept che guida l’esposizione, “The past, the present, the possible”.

In una terra dove anche nel deserto possono nascere dei fiori, il possibile diventa un orizzonte senza limiti dove gli artisti possono sbizzarrirsi più che mai. Il risultato? Una biennale veramente degna di nota in cui opere commissionate per l’occasione e interventi site specific hanno dimostrato come non mai quanto il medio oriente sia entrato ormai di prepotenza nel giro dell’arte che conta.

Medio Oriente: l’arte è pronta al grande salto

I tempi sembrano ormai maturi, gli artisti delle regioni islamiche e non solo, hanno tutte le carte in regola per arrivare al successo e anche da quelle parti si è ormai creato un sistema dell’arte forte e dinamico. Ricapitoliamo: i soldi non mancano e tanto meno mancano grandi collezionisti e mecenati; galleristi giovani, colti, raffinati e capaci lottano per la causa; sono in costruzione musei in tutto il territorio e anche dalle istituzioni arrivano lo stimolo e l’aiuto necessari per far sì che l’arte trovi il suo ampio spazio di sviluppo.

In questa situazione mi chiedo se sia ancora attuale difendere a spada tratta, come alcuni fanno, la superiorità assoluta dell’arte occidentale su quella orientale. A favore di questa tesi a volte si porta il fatto che nei paesi arabi è impedito agli Intersections - Opera di Anila Quayyum Aghaartisti di esprimersi liberamente, soprattutto su alcuni temi, e questa superiorità della nostra società si rispecchierebbe nella superiorità della nostra arte. Ma girando per i vicoli di Sharjah ti accorgi che forse non è proprio così: il doversi confrontare con regole granitiche e il voler lottare contro di esse, fa sì che la creatività raggiunga una vitalità che spesso sembra mancare a quegli artisti che vivono in realtà dove tutto è concesso. È come se la mancanza di una completa libertà costringa il cervello agli straordinari per trovare una soluzione che aggiri i dettami e impedisca di cadere nel banale.
Guardando questi lavori si ha come l’impressione di tornare indietro nel tempo, agli anni settanta, quando anche da noi l’arte era una cosa seria e gli artisti erano filosofi impegnati socialmente e politicamente per il cambiamento della società. È vero che alcune opere, soprattutto quelle che utilizzano materiali poveri, per gli occhi ormai saturi di un occidentale, sembrano “già viste”, ma spesso il significato o il percorso artistico che si cela dietro alla loro realizzazione è completamente diverso da quello che ha portato alla creazione di lavori analoghi in occidente.

Detto questo mi domando quanto sia ancora utile stabilire se ci sia davvero un migliore e un peggiore o se sarebbe semplicemente più realistico ammettere che ci sono due diversi modi di fare arte come ci sono due culture diverse ma entrambe di grandissimo valore.

Due realtà che a volte si incontrano e a volte si scontrano ma che per capirsi l’un l’altra non devono far altro che guardarsi e avvicinarsi senza alcun pregiudizio iniziale. A Dubai sembra che questo stia avvenendo e che una convivenza pacifica e feconda, senza pretesa di superiorità alcuna, sia possibile.

Ciò che sicuramente è ancora più forte in occidente rispetto alle terre arabe è il sistema dell’arte con tutti i suoi protagonisti, ma il gap si sta riducendo velocemente e, almeno in campo artistico, siamo forse di fronte a un vero Rinascimento arabo.