Ritrovata la Maddalena di Caravaggio

Una grande notizia scuote il mondo dell’arte e questa volta non si tratta né di un’aggiudicazione milionaria tanto meno di un nuovo record d’asta. Balzata da Repubblica alle prime pagine di molti altri giornali, finalmente una bella storia che ha ridato vita e sta facendo crescere l’eccitazione fra gli addetti ai lavori: è stata ritrovata la Maddalena di Caravaggio. Una bella storia che ha tre protagonisti e tante comparse.

Il principio della storia

Dopo una vita travagliata, segnata da molti successi ma anche da enormi eccessi che l’hanno costretto a fuggire in lungo e largo per il sud Italia, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio si era stabilito a Napoli dove abitava presso la marchesa Costanza Colonna. È da qui che ricevuta la notizia dell’imminente perdono di Papa Paolo V si mette in viaggio per Porto Ercole, piccola cittadina fuori dal dominio pontificio, dove avrebbe aspettato la grazia papale. È noto come le cose sono poi andate finire: fermato e fatto sbarcare per accertamenti a Palo di Ladispoli, la feluca sulla quale viaggiava ripartì senza di lui e il pittore, messosi in cammino per raggiungerla nel tentativo di recuperare il suo prezioso bagaglio, si ammalò di febbre alta e morì dopo tre giorni di agonia. Ma cosa contenevano di tanto importante le casse del Merisi rimaste sull’imbarcazione da spingere l’artista, già non in ottima salute, a incamminarsi per un viaggio così lungo e tortuoso? È qui che entra in gioco il secondo protagonista.

Un pegno da pagare in cambio della libertà

Cardinal Scipione Borghese - ritratto di Ottavio LeoniCaravaggio durante tutta la sua vita aveva allacciato e creato una rete di contatti che, oltre ad offrirgli e procurargli commissioni, più volte lo aveva tirato fuori dai guai passando spesso anche al di sopra della legge. Personaggi potenti dunque, che non sempre concedevano i propri favori a titolo gratuito. Uno di questi fu il cardinale Scipione Borghese, nipote di Paolo V. Senza soffermarci sulla sua fama di uomo dalla cultura mediocre e di collezionista vorace e senza scrupoli, sappiamo che nel gennaio 1610 ricevette le cariche di Gran Penitenziere e di Prefetto della Segnatura di grazie e giustizia: niente di più utile per il fuggiasco Caravaggio. Chissà come, poco tempo dopo questa investitura la grazia al Merisi arrivò davvero. Ovviamente per uomini di tale calibro tutto ha un prezzo e il cardinale, in cambio della definitiva libertà, chiese all’artista delle opere che sarebbero andata a rinfoltire la sua già enorme collezione. Era questo dunque l’unico bagaglio che il pittore portava con sé in quel suo ultimo viaggio. Niente di più prezioso per lui in quanto erano garanti della sua stessa vita. “Doi San Giovanni e la Maddalena” scrive Diodato Gentile, vescovo di Caserta e Nunzio Apostolico del Regno di Napoli, a Scipione Borghese annunciandogli anche la morte dell’artista. I tre quadri tornano a Napoli in custodia di Costanza Colonna che ha il compito di fare arrivare le tele a Borghese. Secondo gli storici, solo il San Giovanni esposto alla Galleria Borghese arriverà a destinazione. Dell’altro San Giovanni si perdono le tracce. Per capire che fine abbia fatto “La Maddalena” invece, abbiamo bisogno della terza protagonista di questa storia.

Una vita per Caravaggio

Mina Gregori è una giovane appassionata d’arte che intorno alla seconda metà del ‘900 decise di iscriversi all’Università di Bologna. Docente di Storia dell’arte dell’istituto emiliano era un giovane e rampante critico che stava rivoluzionando il modo di approcciarsi all’arte, Roberto Longhi, e che proprio in quegli anni stava mettendo in Mina Gregori, massima esperta di Caravaggioatto la storica riscoperta di un artista dimenticato dai suoi predecessori per quasi quattro secoli: Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.
La giovane Mina si appassionerà agli studi del professore, lo affiancherà e assisterà carpendone tutti i metodi di lavoro, fino a succedergli alla cattedra dell’Università di Firenze e a diventare presidente della Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi del capoluogo toscano. Una vita intera spesa intorno a Caravaggio e alla ricerca delle opere.
Quando Mina Gregori si è ritrovata davanti agli occhi la Maddalena in estasi di Caravaggio, ha detto solo: “Finalmente, è lei!“.

Il ritrovamento di un capolavoro

Esistono sparsi per il mondo almeno otto esemplari della Maddalena del Merisi, ma uno solo è quello autentico e si trova in una collezione europea di cui nessuno conosce il nome. La massima studiosa di Caravaggio è sicura: “L’incarnato del corpo di toni variati, l’intensità del volto. I polsi forti e le mani di toni lividi con mirabili variazioni di colore e di luce e con l’ombra che oscura la metà delle dita sono gli aspetti più interessanti e intensi del dipinto. È Caravaggio“.
Dietro alla tela è stato poi ritrovato un indizio fondamentale per l’attribuzione, un foglietto con grafia seicentesca che recita: “Madalena reversa di Caravaggio a Chiaia ivi da servare pel beneficio del Cardinale Borghese di Roma“. E in effetti La Maddalena in estasi “autografa” da Napoli deve essere passata a Roma, c’è un timbro di ceralacca della dogana di terra della città papale, in uso soltanto dalla fine del Seicento, apposto sulla tela che lo testimonia. Poi di lui si perdono le tracce. Finisce chissà come in una collezione di una famiglia europea e lì rimane passando di generazione in generazione, fino a quando qualcuno degli eredi, capendo di poter avere tra le mani un autentico Caravaggio, contatta la massima autorità del campo. Dopo il Martirio di Sant’Orsola, che la Gregori riconobbe e assegnò al Merisi già nel 1973, un’altra enorme soddisfazione per la studiosa che dichiara: “È solo nelle collezioni private che si possono scoprire ancora i veri capolavori. Non sul mercato. Questa famiglia, al momento, non vuole pubblicità. Temono i furti, è ovvio. Non credo abbiano intenzione di vendere, non sono nemmeno grandi collezionisti. Avevano un’idea sull’autore dell’opera. Speravano che fosse Caravaggio, certo, ma non avevano nemmeno decifrato la scritta seicentesca.

Un segno di speranza per il futuro

Adesso tutti sperano di poter vedere il dipinto ritrovato in una mostra, ma ovviamente bisogna aspettare il beneplacito dei proprietari. Questo ritrovamento è sicuramente una fonte di incoraggiamento per tutti quegli storici dell’arte che spendono i loro giorni alla ricerca di opere dei grandi maestri anche se con gli anni i ritrovamenti importanti si sono fatti sempre più rari.
Chissà mai se prima o poi si riuscirà a scovare un’opera di Caravaggio degli esordi, dipinta in Lombardia. L’artista nato nel 1571 ha infatti effettuato tutto il suo apprendistato fra la Lombardia e il Veneto prima di trasferirsi a Roma intorno alla metà degli anni novanta del ‘500. Qualche sua opera giovanile deve pura averla lasciata nella sua terra d’origine visto che nella capitale arrivò già da maestro provato. Eppure fino ad adesso nessun suo dipinto e stato trovato nel nord Italia. Un altro dei tanti misteri che circonda l’artista del passato più famoso e amato ai giorni nostri.

Maddalena in estasi - Caravaggio

 

“L’arte è una caramella”: l’arte contemporanea raccontata a tutti

Carlo Vanoni - L'arte è una caramellaPuò un orinatoio rovesciato avere lo stesso valore artistico del capolavoro di Leonardo da Vinci la “Monnalisa”? Per gli storici dell’arte, questo è un fatto ormai appurato, di cui è anche inutile continuare a discutere. Fra i profani, invece, la perplessità davanti a quest’opera sorge spontanea e ancora in tanti storcono il naso. Il problema è che i profani sono la maggioranza e se è vero, come pensava Joseph Beuys, che l’arte è speranza e ha un forte potere salvifico per la vita come per la società, allora sarebbe meglio tentare di far sì che sempre più persone vi si avvicinino.

Eppure per molti addetti ai lavori, l’arte è e deve rimanere un mondo per pochi eletti, inavvicinabile dalla massa. Solo così essi possono mantenere le proprie posizioni di privilegio e circondarsi di quell’aura di mistero e di conoscenza assoluta che agli altri manca. È per questo motivo che i testi critici che vogliono spiegare l’orinatoio recitano “cortocircuito semantico decontestualizzante” per dire semplicemente che un oggetto è presentato in uno scenario insolito (cit. tratta da “A letto con Monnalisa”).

Con lo spettacolo “L’arte è una caramellaCarlo Vanoni vuole andare controcorrente e fare proprio quello che gli “esperti” non fanno: raccontare la storia dell’arte con un linguaggio addolcito per raggiungere proprio tutti, soprattutto chi ama l’arte ma detesta quella contemporanea. E lo fa servendosi di musica, di strumenti di scena, svelando aneddoti e usando l’ironia. Così la Monnalisa di Leonardo è paragonata alla Marilyn di Andy Warhol, il taglio di Lucio Fontana accostato alla “Primavera” di Botticeli e il famoso orinatoio di Marcel Duchamp a Caravaggio.

Con la regia di Gian Marco Montesano, colto e poliedrico artista, “L’arte è una caramella” è stato messo in scena ieri sera al Teatro Stabile di Verona. Un monologo che diventa una performance e che vuole dimostrare che l’arte, da Giotto a Leonardo, fino a Manet, Van Gogh e poi agli artisti dei nostri giorni, è stata, è e sarà sempre contemporanea.

Milioni di dollari per l’arte invisibile di Lana Newstrom

Lana Newstrom - Esibizione arte invisibile Quanto sareste disposti a pagare per un’opera che non riuscireste nemmeno a vedere? Probabilmente neanche un euro, eppure diverse persone hanno sborsato milioni di dollari per le opere invisibili di Lana Newstrom (qui a sinistra la foto di una sua mostra) che adesso si trovano tra un Rothko e un Bacon nelle case di importanti collezionisti.

E mentre questi si godono in silente ammirazione i loro ultimi acquisti, centinaia di persone si sono scaraventate sul web in una gara alla critica più tagliente all’odierno sistema dell’arte o all’insulto più arguto alla nuova furbastra del quartiere dopo Hirst, Koons e Cattelan.

Lei si giustifica e risponde alle critiche affermando che “Arte è immaginazione e questo è ciò che il mio lavoro richiede alle persone che interagiscono con lui. Bisogna immaginare un dipinto o una scultura proprio davanti ai vostri occhi.” E a chi la giudica un’artista pigra risponde: “Solo perché non si vede niente, questo non vuol dire che io non abbia impegnato ore di lavoro per creare l’opera.

Ovviamente tutto questo non ha fatto altro che infuocare ulteriormente gli animi e il sito di Lana Newstrom, lananewstrom.com*, dove fra l’altro oltre a visionare le opere potete lasciare la vostra offerta per portarvene a casa una, si è riempito di commenti non proprio amichevoli.

Tutto questo a dimostrazione del fatto di quanto astio ci sia ancora nei confronti del mercato dell’arte e soprattutto nei confronti dei “ricchi” che con i loro soldi fanno il bello e il cattivo tempo dando valore a cose che in apparenza non ne hanno alcuno.El ojo del culo - Museo Serralves

Arte invisibile vera, arte invisibile falsa

Fin qui niente di nuovo quindi. Peccato che tutta la storia non sia altro che uno scherzo ideato alla perfezione con tanto di foto ritoccate, sito web e intervista, dai parodisti radiofonici americani Pat Kelly e Peter Oldring.

Dopo la famigerata esposizione “El ojo del culo” al museo portoghese Serralves, anche questa un fake che aveva scatenato l’ira della rete e non solo (qui un’immagine della finta esposizione), un altro “complotto” ben pensato e riuscito per prendere in giro un mondo che spesso, visto dall’esterno, sembra poco comprensibile e a volte ridicolo. Tanto che questa volta lo scherzo non supera poi di molto la realtà.

Nella storia dell’arte recente, infatti, più di un artista si è cimentato con il tema dell’invisibilità. Basta pensare all’artista scozzese Martin Creed che nel 2001 ha vinto il Turner Prize con un’istallazione che consisteva nello spegnere e accendere la luce in una stanMillie Brown za vuota. Oppure al lavoro concettuale “4’33’’” di John Cage, in cui il compositore salito sul palco si sedeva al piano senza suonare nessuna nota per appunto quattro minuti e mezzo. Yves Klein, altro grande artista concettuale, il 28 aprile del 1958 eliminò tutto l’arredamento della galleria Iris Clert di Parigi e pitturò le pareti di bianco per la sua esposizione intitolata “Le Vide” (Il vuoto). Che dire di Maurizio Cattelan che si è presentato al commissariato di polizia per denunciare il furto di una sua opera invisibile? Nel 2012 la Hayward Gallery ha addirittura allestito una mostra dal titolo “Invisible: Art about the Unseen, 1957-2012” curata da Ralph Rugoff.

Uno scherzo ben riuscito con il quale i due giornalisti della CBC hanno voluto prendere in giro quei collezionisti disposti a spendere milioni di dollari per delle opere, dal loro punto di vista, senza un valore apparente. Peccato che a cascarci e a prendersela non sono stati solo questi fantomatici milionari principale obiettivo dello sberleffo.

Forse proprio perché non poi così lontano dalla realtà lo scherzo ha colpito nel segno. Anzi bisogna dire che a volte nel mondo dell’arte contemporanea la realtà ha di gran lunga superato la finzione, come nel caso dell’arte vomitata di Millie Brown (e questo non è uno scherzo).

Oggi bisognerebbe stare molto attenti quando si trova una notizia su internet, non posso non ammettere che anch’io l’ho creduta plausibile a una prima lettura. Proprio perché false, forse queste trovate hanno un valore pari a quello di un’opera d’arte autentica nel metterci di fronte alla nostra realtà e farci riflettere su com’è costruita la società in cui viviamo.

P.S.: questa è la foto originale che è stato poi photoshoppata per creare l’esposizione fake.

Foto originale usata per creare l'esibizione arte invisibile

 

*sito oggi non più attivo

#26motiviperfarearte: moda, creatività e imprenditoria si incontrano

#26motiviperfarearte - Conferenza StampaÈ nato tutto da un’idea del musicista e showman Vittorio Gucci, #26motiviperfarearte, il primo concorso che darà a 26 giovani e talentuosi artisti l’opportunità di emergere e mostrare al grande pubblico il proprio lavoro. “Ovunque andassi girando per l’Italia, incontravo persone geniali, ragazzi che riuscivano a creare cose eccezionali ma che spesso non avevano la possibilità, soprattutto economica, di uscire dal proprio piccolo paese per studiare e affinare le proprie capacità. Da queste esperienze capii che bisognava trovare il modo di dare una mano a questi giovani. E così, dopo l’incontro con Salvo Nugnes, creatore dello spazio culturale polivalente Milano Art Gallery, il progetto ha preso piede ed è stato presentato lunedì mattina nella sede della galleria milanese con una conferenza a cui hanno partecipato alcuni dei giurati del concorso: il fumettista Giorgio Forattini, il cantautore Cristiano De André e il direttore di Radio Italia Antonio Vandoni. In collegamento telefonico il Presidente della giuria Vittorio Sgarbi.

Il concorso è aperto a tutti gli studenti di istituti d’arte, licei artistici, accademie o scuole di design, di età compresa tra i 18 e i 26 anni. Per partecipare ogni ragazzo, oltre alla propria opera, dovrà presentare la motivazione personale per cui fa arte: questo darà modo ai giurati di capire qual è la realtà da cui ognuno di loro proviene e come essi vedono e vivono questa realtà. I 26 vincitori vedranno la loro opera entrare a far parte di una collezione di moda dedicata e riprodotta su vari capi di abbigliamento tutti accompagnati da un’etichetta con la biografia e la foto dell’artista. Per dare più risalto all’iniziativa e quindi più visibilità all’arte e ai giovani artisti, verranno registrate e trasmesse su TV moda 26 puntate televisive #26motiviperfarearte - Giorgio Forattinidi 15 minuti, ognuna dedicata a un’artista e alla sua opera. Gli abiti e gli accessori creati entreranno a far parte del catalogo moda della collezione Art Winter 2015/2016 che sarà presentato a Pitti Immagine Uomo a Firenze. La premiazione dei vincitori si terrà invece in occasione della settimana del Mobile a Milano nel mese di aprile 2015 e verrà trasmessa su Class TV, TV Moda e sul Circuito Telesia. Infine tutte le opere saranno esposte presso la Milano Art Gallery.

Il concorso ha anche un aspetto sociale: sono stati infatti invitati a partecipare anche i detenuti del carcere milanese di Bollate, quelli della Casa Circondariale femminile di Rebibbia e i ragazzi della comunità Exodus di Don Mazzi a cui andrà parte del ricavato dell’iniziativa. I giurati sperano di scoprire più di 26 giovani e si augurano che finalmente vengano presi in considerazione dal grande pubblico anche contest come questi in cui viene valorizzata l’arte e non solo quelli in cui sono protagonisti canto e musica.

L’entusiasmo intorno all’iniziativa si sente, nomi importanti sono presenti e anche le istituzioni hanno dato il loro piccolo contributo. Insomma sembra che gli ingredienti per partire ci siano tutti, non resta che aspettare la risposta dei ragazzi in primis e quella del pubblico poi. Da qui si potrà capire se l’Italia è pronta almeno per tentare di rientrare nel circuito dell’arte contemporanea che conta investendo sui giovani o vuole ancora arroccarsi nella sicura e stabile (quanto morta) roccaforte della sua grande arte del passato.

 

Tre opere del ‘400 rubate al Castello Sforzesco.

Ritratto uomo - Castello Sforzesco MilanoDopo l’opera del Guercino trafugata dalla Chiesa di San Vincenzo a Modena, un’altro furto scuote il mondo e soprattutto le istituzioni dell’arte italiana. Questa volta si tratta del Castello Sforzesco di Milano: sono spariti in pieno giorno tre dipinti del ‘400 raffiguranti tre volti d’uomo. Sul piano economico il furto non è certo paragonabile a quello compiuto qualche settimana fa a Modena in quanto il valore delle tre opere di 25×25 centimetri di grandezza si aggira attorno ai 25mila euro ciascuna. Inoltre sono opere seriali, quindi non pezzi unici, prodotti in qualche bottega del cremonese. Il valore e l’importanza storica è comunque innegabile e i pezzi potrebbero far gola a qualche collezionista del mercato del piccolo antiquariato.

Si pensa infatti a un furto su commissione in quanto i tre dipinti sono inventariati e catalogati e quindi potrebbero essere venduti unicamente illegalmente sul mercato nero. Erano sistemate in un angolo in cui non arrivava l’occhio delle telecamere e senza alcun sistema di allarme attivo per proteggerli. Per il ladro deve essere stato quindi relativamente facile tranciare il fil di ferro che le teneva appese al muro, infilarle in uno zaino e dileguarsi tra il via vai dei turisti.

Ad accorgersi del furto è stato un addetto alla sicurezza verso le 15 quando ormai era troppo tardi. Ovviamente dai filmati delle telecamere non risulta nessuna immagine interessante per scovare il colpevole. Francesca Tasso, responsabile dei musei del Castello Sforzesco, spiega che è auspicabile un incremento delle telecamere come l’apertura di un guardaroba per il deposito di zaini e borse. Ovviamente tutto dipende dai fondi concessi dal governo per la difesa e divulgazione dei Beni Culturali. Intanto altre tre opere non sono più visibile al grande pubblico.

Rubato a Modena un capolavoro del Guercino

Madonna con i santi Giovanni Evangelista e Gregorio Taumaturgo - GuercinoProbabilmente si sono nascosti nella Chiesa di San Vincenzo a Modena prima della chiusura i ladri che hanno trafugato nella notte il capolavoro del Guercino del 1639  “Madonna con i santi Giovanni Evangelista e Gregorio Taumaturgo“, un olio su tela di tre metri di altezza e quasi due di larghezza.  Hanno quindi potuto agire indisturbati e filarsela con il quadro senza lasciare nessuna traccia. Ad accorgersi del furto il parroco Don Giovanni Gherardi che passando davanti alla chiesa ha notato la porta aperta.

L’opera era stata ospitata fino a poco tempo fa alla Venaria reale di Torino, come prestito in occasione della mostra “Splendori delle corti italiane: gli Este”. Vittorio Sgarbi ha valutato il valore dell’opera attorno ai 5-6 milioni e si chiede come sia possibile che non fosse protetta da nessun sistema di allarme. Alle accuse risponde una funzionaria della soprintendenza: “Il Guercino in questione era in una parrocchia e dunque in custodia alla Curia. Non c’era allarme, ed è buona norma che in assenza di allarme i luoghi di custodia siano chiusi. La parrocchia era chiusa, in effetti“.

Intanto gli inquirenti si sono messi all’opera alla ricerca di qualche indizio o di un testimone che possa aver visto qualcosa nonostante il furto sia stato commesso di notte. La polemica sulle scarse risorse adibite al patrimonio artistico del nostro paese ha, con quest’ultimo episodio, altra benzina con cui alimentarsi.

Riapre a Settembre il Musée Picasso di Parigi

Musée Picasso ParigiDopo annunci e smentite, polemiche e rinvii, sembra sia finalmente giunta l’ora in cui riapriranno le porte del Musée Picasso di Parigi. Ci sono voluti ben 5 anni di lavori e oltre 52 milioni di euro per rimettere a nuovo l’Hotel Salé, uno dei più bei palazzi del Seicento del quartiere Marais, costruito nel 1659 da Pierre Aubert.

Nel frattempo è caduta anche una testa importante: le complicazioni per l’allungarsi dei tempi di restauro avevano infatti portato a maggio al licenziamento del presidente Anne Baldassari, sostituita dal direttore del Centre Pompidou di Metz Laurent Le Bon.

Sembra che si sia comunque finalmente giunti all’epilogo di questa storia e la nuova struttura è pronta a presentare al pubblico tutte le sue novità: lo spazio espositivo occuperà l’intera dimora e si svilupperà per una suMusée Picasso Parigiperficie di 3800 metri quadrati contro i 1600 di cinque anni fa. Il tutto per raccogliere più di 5000 opere del maestro spagnolo e accogliere in previsione ben 850.000 visitatori l’anno.

Diversi anche i progetti in programma. Prima di tutto l’organizzazione di grandi esposizioni temporanee, a cominciare dall’estate prossima con Picasso e la scultura , organizzata in collaborazione con il MoMa di New York. Sarà dato anche ampio spazio agli artisti contemporanei che potranno esporre i loro lavori confrontandosi con il grande Pablo. Il primo ad affrontare la sfida sarà probabilmente il catalano Miguel Barcelò.

Censurata un’opera di Jake e Dinos Chapman al MAXXI di Roma

Piggyback - Jake e Dinos Chapman

Ebbene si. L’opera di Jake e Dinos Chapman che vedete riprodotta qui a sinistra è stata censurata e rimossa dalla collezione del MAXXI di Roma. Il perché non è difficile da immaginare. Il lavoro è una scultura in fibra di vetro intitolata Peggyback e rappresenta due ragazze (ragazzi?) nude sedute uno sulle spalle dell’altra. Dalla bocca di una esce un pene e la posizione delle due potrebbe indicare chiaramente chi ne sia il proprietario.

Gli espliciti riferimenti sessuali hanno provocato diverse lamentele verso l’Osservatorio dei Diritti dei Bambini che, contattato il Ministro della Cultura Dario Franceschini, ne ha ottenuto la rimozione. Tutto ciò non fa altro che attualizzare la polemica accesa qualche settimana fa in Inghilterra dalla dichiarazione di Jake Chapman secondo cui portare i bambini al museo è un’assoluta perdita di tempo.

La direttrice del MAXXI Anna Mattirolo ha dichiarato che prese di posizione come questa sono un vero e proprio attentato alla libertà di espressione degli artisti mentre per Antonio Marziale, presidente dell’Osservatorio, queste immagini non fanno altro che alimentare il fenomeno della pedopornografia.

L’arte contemporanea fa parlare ancora una volta di sé attraverso una polemica. Dov’è il confine fra arte e provocazione? Non è una novità che tutta l’arte dei fratelli Chapman critichi attraverso immagini forti e crude i mali della società odierna. È anche vero che l’opera in questione è davvero forte e forse non proprio adatta a essere presentata a un bambino. Ma è giusto per questo negarne la visione anche a chi potrebbe recepirne il giusto messaggio? Non è forse meglio posizionarla in un luogo nel quale poi sia possibile regolare l’ingresso?

Intanto l’opera tanto discussa è stata rimossa e sarà molto difficile che venga riabilitata. Ma come ci è arrivata nel museo romano? Fu donata alla sua morte da Claudia Gian Ferrari, collezionista, gallerista e storica, famosa anche per aver destinato in prestito permanente al FAI, 44 capolavori per la sede milanese di Villa Necchi Campigli. Una donna che l’arte la sentiva in tutte le possibili declinazioni e che affrontava, godeva e cercava di leggere con la stessa passione un’opera di Morandi, di Sironi o di De Chirico, così come un’opera di Luigi Ontani, di Damien Hirst e, ovviamente, di Jake e Dinos Chapman.

 

 

 

Sul mercato i Ballon tarocco made in China di Jeff Koons

Jeff Koons - Balloon Dog yellowCollezionisti di tutto il mondo siete avvisati: su Alibaba, il portale di e-commerce più diffuso in Cina, potete fare l’affare della vita. Sono in vendita ad un prezzo che varia dai 500 ai 5.850 dollari a seconda del materiale e delle dimensioni, i Ballon di Jeff Koons. Non c’è alcun bisogno di affrettarsi né di prepararsi a una competizione all’ultimo sangue a suon di offerte: la compagnia cinese VLA Sculpture assicura che riuscirà ad accontentare tutte le richieste.

Made in China, in acciaio inossidabile o in resina se si vuole risparmiare qualcosa, di altezza variabile dai 7,88 pollici, ai 19,7 pollici, fino alla versione extra-large di 78×31 pollici, a scelta in arancione, giallo, rosso o blu, sono in tutto e per tutto uguali agli originali dell’artista americano. Cosa si può chiedere di più? Unica pecca? Manca il certificato di autenticità firmato dall’autore. Ma può valere questo una differenza di prezzo di 10 volte il suo valore?

L’ultimo Ballon di Jeff Koons originale è stato infatti battuto all’asta lo scorso novembre da Christie’s alla cifra record per un artista vivente di 58,4 milioni di dollari. L’acquirente, Jose Mugrabi, importatore siriano, rischia adesso di vedere il pezzo clou della sua collezione sparso nelle case di tutto il mondo. Infatti dopo che la notizia è uscita su news.artnet.com, il sito cinese ha registrato un significativo incremento delle richieste.  Ma d’altrJeff Koons - Balloon Dog blueonde questa è la legge del mercato. Lo stesso Jose si era fiondato sul cagnolino arancione dopo averlo visto a casa del collezionista Peter Brant, magnate dei media e produttore cinematografico.

Un’operazione, quella della compagnia cinese, che riduce ulteriormente il confine, già labile per quanto riguarda il contemporaneo, tra prodotto artigianale e opera d’arte. In una società come la nostra in cui tutto è riproducibile con relativa facilità, può ancora bastare per un’artista il diritto d’autore sull’idea? Se i Ballon tarocchi si dovessero diffondere a macchia d’olio, quanto potranno compromettere il mercato di Koons? Una cosa è certa: i detrattori dell’artista americano stanno ridendo sotto i baffi e si staranno godendo il momento in attesa della reazione dello studio di Koons che ancora non ha fatto sapere se intende reagire legalmente come ha già fatto in passato.

Intanto se qualcuno è interessato all’acquisto prima che sia troppo tardi, su Alibaba è possibile scaricare una brochure in formato pdf dove oltre ai prezzi e alle dimensioni si illustra tutto il processo di produzione dei cagnoloni giganti.

Brochure Balloon Jeff Koons VLA Sculpture

Vanessa Beecroft protagonista della Scuola d’Arte di Expo2015

Vanessa Beecroft - Performance al mercato itticoPurtroppo è saltato per un impegno imprevisto dell’artista il collegamento via Skype con Vanessa Beecroft programmato dalla Scuola d’Arte di Expo2015 presso Expo Gate, ma l’oretta e mezza di discussione coordinata da Giacinto Di Pietrantonio e Laura Cherubini è stata in ogni modo molto interessante. Suoi docenti all’Accademia di Brera, i due hanno raccontato del loro primo incontro con questa ragazza timida nei modi ma di un’intelligenza molto fine e acuta – “Le sue domande durante le lezioni non erano quelle che avrebbe potuto fare una studentessa alle prime armi. Avevano una profondità tale che sembravano essere poste da un’artista con alle spalle anni di esperienza.

Oltre che dalla persona, i due erano rimasti affascinati dai lavori della ragazza: Vanessa infatti, cosa ai più poco nota, era ed è un’abilissima disegnatrice e per questa sua capacità, Di Pietrantonio la candida come giovane artista per esporre presso la galleria di Luciano Inga Pin di Milano in occasione del Salon Primo dell’Accademia di Brera. Il lavoro era basato, oltre che su suoi disegni e acquerelli, su un diario che l’artista teneva da otto anni in cui appuntava tutto ciò che mangiava, l’ora e soprattutto il colore del cibo che, secondo Vanessa, poteva influire sul colore del corpo, dei capelli e sull’umore delle persone. All’esposizione vennero invitate anche una trentina di studentesse alle quali vennero fatti indossare gli abiti vintage del guardaroba personale dell’artista e che furono lasciate libere di vagare per la sala senza precise istruzioni. Da questa prima performance e dalla reazione del pubblico nasceranno tutti i suoi lavori futuri.

Alcuni di questi erano proiettati sulle pareti dell’Expo Gate che ospita tutti gli incontri della Scuola d’Arte di Vanessa Beecroft - V65Expo2015. Nominati con le iniziali dell’artista e con un numero (es. VB53, VB61, VB63) i lavori si collegano al tema del cibo di Expo2015. Il rapporto con l’alimentazione è sempre stato al centro del lavoro della Beecroft, a partire dalla prima performance, una documentazione dei problemi personali di bulimia e anoressia che diviene poi documentazione del problema sociale dei giorni nostri di queste malattie.

Pur parlando di contemporaneità, i lavori di Vanessa si confrontano con la storia dell’arte e sono intrisi di riferimenti ai grandi maestri del passato. La professoressa Cherubini ha fatto notare il parallelismo tra il diario sul cibo di Vanessa e quello che teneva il Pontormo, grande artista manierista fiorentino, che appuntava nelle pagine, a fianco ai lavori effettuati, l’elenco delle pietanze dei suoi pasti. Riferimenti relativi al modo di comporre le opere si possono trovare invece nell’arte fiamminga, nei nudi di Cranach come nelle figure allungate e affusolate del Parmigianino. Le sue modelle sono scelte con attenzione rispetto ai canoni ricercati dall’artista e il colore dell’incarnato che appare nei video o nelle foto è sempre frutto di un make-up che la Beecroft e gli assistentiVanessa Beecroft - Orfani del Sudan effettuano sui corpi prima che la performance inizi.

In chiusura dell’evento la Cherubini ha raccontato i retroscena che si celano dietro la famosa fotografia di Vanessa Beecroft che allatta due bambini di colore. L’artista partita per il Sudan, incontra in un locale sporco e maleodorante orfanotrofio questi due bimbi e se ne innamora subito: sono orfani di madre e il cui padre non riesce a farsi carico del loro sostentamento. Vuole adottarli ma il marito si rifiuta. Vanessa allora regala al padre una bicicletta e una mucca, beni essenziali per lavorare e per sostenersi nella società africana, e nasce un progetto charity a favore del Sudan, di cui quelle foto fanno parte.