Treasures from the wreck of the unbelievable: una storia al museo

Mettiamo subito in chiaro una cosa, gli artisti hanno sempre raccontato storie: storie vere, verosimili o completamente inventate. Storie di dei, di guerre e di guerrieri, di imperatori o di eroi. Insomma storie.
Dagli uomini delle caverne, al Rinascimento e oltre, moltissime delle opere che sono arrivate a noi non sono altro che storie sotto forma di pittura o scultura.

Pensiamo alla Colonna Traiana che rievoca tutti i momenti salienti della conquista della Tracia, agli affreschi di Giotto che raccontano la vita di San Francesco (Assisi), di Gioacchino e Anna, di Maria e di Cristo (Padova), alla Storia della Genesi raccontata nella Cappella Sistina da Michelangelo e così via.
Una delle principali funzioni dell’arte era proprio educare e parlare a una popolazione che era perlopiù analfabeta e lo faceva quindi attraverso storie visive. E poi, vuoi mettere la forza comunicativa delle immagini?!

Giotto, Cappella degli Scrovegni

Con il tempo questa funzione è venuta meno. La prima a toglierle in parte questo compito è stata l’invenzione della stampa e la conseguente lenta ma inesorabile diffusione dell’alfabetismo. Poi è arrivata la fotografia che ha rubato all’arte il monopolio sull’immagine. Mancava solo il colpo di grazia, che è arrivato puntuale con il cinema: come potevano gli artisti competere nel campo dello “Storytelling” con delle immagini in movimento?

Da allora l’arte si è fatta più acuta, più astratta, più intelligente, più concettuale, più riflessiva, più stanca, più banale, più provocatoria e così via, esplorando di volta in volta nuovi linguaggi e nuove modalità comunicative. Anche laddove l’arte è rimasta figurativa, raramente ha avuto più intenzione di raccontare storie.

Damien Hirst si è riappropriato con forza di questo primordiale compito. Treasures from the wreck of the unbelievable non è altro che il racconto visivo di una storia e con questa mostra l’artista ha di fatto ridato all’arte quella che una volta era la sua principale funzione.

Somewhere between lies and truth lies the truth

“C’era una volta un ricchissimo collezionista, Cif Amotan II, un liberto originario di Antiochia, vissuto tra la metà del I e l’inizio del II secolo d.C.

Si tramanda che questa figura leggendaria fosse molto nota ai suoi tempi per le immense fortune e che l’eco della sua storia sia risuonata infinite volte nel corso dei secoli. Dicono, infatti, che, appena acquistata la libertà, Amotan abbia iniziato a raccogliere sculture, gioielli, monete e manufatti provenienti da ogni parte del mondo, dando vita a una sterminata collezione. I cronisti del tempo narrano che gran parte di questo straordinario tesoro fosse stata caricata su un enorme vascello, l’Apistos (Incredibile).

La nave, le cui dimensioni nessuna imbarcazione aveva mai raggiunto prima, era diretta ad Asit Mayor, luogo nei cui pressi Amotan aveva fatto costruire un tempio dedicato al Sole. Per cause a noi sconosciute – il peso eccessivo del carico, le avverse condizioni del mare (la zona era, ed è tuttora, soggetta a forti venti) o, forse, l’esplicita volontà degli dei – la nave si inabissò insieme al suo preziosissimo carico. Con il trascorrere dei secoli, la storia di questo drammatico naufragio si è sempre più arricchita di particolari: fatti realmente accaduti sono stati inseriti in nuove narrazioni, dando vita a una miriade di racconti paralleli, spesso diffusi solo oralmente, e rendendo sempre più difficile distinguere gli elementi autentici da quelli fantastici. Si narra persino che durante il periodo rinascimentale, con l’intento di dare forma visiva a ciò che si poteva solo pensare per immagini, alcune delle sculture che si supponeva facessero parte della collezione siano state, per ignote vie, fonte di ispirazione per disegni, studi preparatori e opere di alcuni artisti dell’epoca. Nel corso del 2008, questo leggendario tesoro, rimasto sommerso nell’Oceano Indiano per quasi duemila anni, è stato scoperto al largo della costa orientale dell’Africa e lentamente riportato alla luce.”

Questo è il prologo, da qui si dipana l’intera mostra e ci si perde immediatamente tra realtà e finzione. Hirst gioca con noi, ci provoca, ci irride, insinua il dubbio e subito dopo palesa la truffa. Le sculture e gli oggetti Treasures from the wreck - Damien Hirst a Palazzo Grassiesposti sono decisamente belli, a volte un po’ pacchiani ma pieni di riferimenti culturali e carichi di ironia.

Girando per le sale di Palazzo Grassi e di Punta della Dogana, si passa da momenti di stupore, dubbio e riflessione, ad altri di vera e propria ilarità. Le foto e i video del recupero degli oggetti dal fondo del mare sono eccezionali: Hirst sfida in qualità, verosimiglianza, fantasia ed effetti speciali i migliori film di Hollywood. Sei lì che osservi le immagini, guardi incantato i filmati, passi davanti a questi reperti archeologici del tutto plausibili e reali, ordinati in vetrine da museo storico, ancora coperti di concrezioni marine, stai per entrare completamente nel mondo che l’artista ha voluto creare… quando ti giri e trovi davanti ai tuoi occhi la statua di Miky Mouse mano per la mano con l’artista.

Tutta l’esposizione è così: un continuo immergersi nella finzione e riemergere nella realtà. Un susseguirsi di citazioni dalla storia dell’arte e da opere di artisti contemporanei come Jeff Koons, Marc Quinn e Bansky. Un nascondere il mondo di oggi dietro simboli di ieri come i busti pseudo-greci che in realtà sono di Barbie (sul retro la marca Mattel) o la statua su cui compare la scritta “Made in China”.

Con ironia e intelligenza l’artista invita a riflettere su uno dei temi fondamentali della nostra epoca, quella delle fake news. In un mondo in cui le notizie non solo sono controllate ma anche create con cura da professionisti della comunicazione e spin doctor, un mondo in cui l’invasione di un paese libero può essere legittimato da prove false di armi chimiche, un mondo in cui tutti possono prendere parola e raccontare l’inverosimile tramite il web, l’artista ci mostra tutti i trucchi della finzione.

D’altronde l’anagramma di CIF AMOTAN II, il protagonista della storia, è I AM A FICTION (sono una finzione).

Lodi e critiche, l’eterno destino di Damien Hirst

Solo un artista come Hirst poteva permettersi di realizzare un progetto così grandioso, anche perché lui ha già tagliato tutti i traguardi che un artista può desiderare di raggiungere in vita, che molti hanno raggiunto solo dopo la morte e che tanti altri molto probabilmente non raggiungeranno mai. Nel 2009 dopo gli ultimi mezzi flop in molti hanno iniziato a considerarlo un artista finito o comunque in piena parabola discendente. Da intelligente e acuto curatore della sua stessa immagine, lui si è defilato, è uscito di scena, posando gli strumenti del mestiere per dedicarsi completamente alla sua attività di collezionista.

E invece non si era affatto fermato ma stava pensando e realizzando il progetto di questa mostra che l’ha visto lavorare per ben 10 anni e che segna il suo rilancio.

Visti i numeri dei visitatori, l’operazione è ben riuscita. D’altronde Hirst ha dato al pubblico ciò che il pubblico oggi vuole dall’arte: emozione. Dato che il nostro tempo troppo tecnologico e razionale di emozioni ne regala ben poche, ci ha pensato l’artista creando una storia che ha il sapore di un passato lontano, come quelle rappresentate nei quadri di Tiziano, di Tiepolo o del Veronese, capolavori che piacciono davvero a tutti perché quella sì che è vera arte.

La critica come sempre quando si tratta di Damien Hirst è discorde:

  • Didascalie e citazioni storiche troppo banali, dice la critica. Sono sufficienti a un pubblico abituato alla sintesi del web, risponde lui.
  • La storia del ritrovamento è affascinante ma poco credibile, dice la critica. Anche chi va a vedere un film al cinema non si aspetta una storia vera, basta che sia ben raccontata, e pur essendo consapevole della finzione piange, ride, soffre con il protagonista e si emoziona ugualmente, risponde lui.
  • Sfarzo inutile e volgare, dice la critica. Niente di più del mondo in cui viviamo oggi, risponde lui.

Damien Hirst potrà lavorare anche 10 anni, creare un progetto che si sposa e dialoga perfettamente con le strutture e la città che lo ospita, realizzare qualcosa che non si era mai visto prima, ma difficilmente riuscirà a mettere d’accordo i critici. E anche se un giorno dovesse riuscirci sarà molto più facile che in quel momento saranno tutti d’accorso sì, ma come suoi detrattori.

D’altronde chi lo critica non ha ancora visto il vero gesto artistico che si cela dietro questa mostra. Non l’ha visto perché non si è ancora palesato. Si presenterà a dicembre, quando chiuderanno i battenti a Palazzo Grassi e Punta della Dogana e ognuna delle 200 (e più) opere saranno messe in vendita. Solo allora si paleserà nel pieno del suo splendore il vero genio di Damien Hirst.

 

 

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I Tableau Vivant di Luigi Ontani in mostra al GAMeC di Bergamo

Luigi Ontani Bergamo - Dante e PinocchioDevo dirla proprio tutta: la mostra Luigi Ontani – “Er” “SIMULACRUM” “amò” al GAMeC di Bergamo è davvero qualcosa di grandioso. Sarò anche di parte, in quanto Ontani è da sempre uno dei miei artisti preferiti, ma devo dire che non mi aspettavo niente di simile. Giacinto Di Pietrantonio ha fatto un ottimo lavoro. Così tante fotografie del maestro, di quelle dimensioni e di quella importanza storica soprattutto, mi hanno reso per quelle due ore passate all’interno del museo come un bambino lasciato libero di scorrazzare all’interno di un parco giochi.

D’altronde sentirsi un bambino è normale davanti alle  opere di un’artista che un po’ bambino in fondo lo è e lo è sempre stato. I personaggi onirici che popolano i suoi acquerelli, il modo a volte anche autoironico in cui utilizza il suo corpo nei Tableau Vivant, i titoli delle sue opere, opere d’arte essi stessi, un misto di piccole poesie e giochi di parole per bambini, la fertile fantasia dalla quale nascono i suoi lavori, sono tutti modi di esprimere una personalità che rimane se stessa senza mai omologarsi e che tenta di stare al di fuori dalle cerchia ristretta di quelle regole comuni che caratterizzano la nostra società. “Ogni bambino è un artista, il problema è poi come rimanere un artista quando si cresce”, affermava Picasso. Luigi Ontani è la risposta. L’elemento ludico è fondamentale nella sua opera. Questo non vuol dire che la sua arte sia infantile, semplice, poco impegnata. Tutt’altro! Nei suoi lavori ci sono citazioni alla storia dell’arte, alla nostra cultura e a quella orientale, a volte talmente colte che sono per i più incomprensibili se non accuratamente spiegate.

Inspiegabilmente vuotaLuigi Ontani al GAMeC - David e i Pigioni

Sarà questo il motivo per cui a girare per le sale del GAMeC ero in pratica da solo? È possibile che la mostra di uno dei nostri artisti più rappresentativi sia così snobbata, non dico dal grande pubblico poco interessato, ma almeno da chi l’arte la mastica un pochino. Sarei pronto a scommettere che, a una cinquantina di kilometri di distanza, fuori da Palazzo Reale di Milano, si sia invece formata la consueta coda da weekend per entrare alla retrospettiva su Van Gogh. Eppure Luigi Ontani è ormai un artista molto apprezzato, è vero, forse più all’estero che in Italia dove siamo ancora restii a certe modalità di linguaggio che, nonostante non si possano più chiamare contemporanee, visto che le opere sono datate anni ’60 e ’70, nel nostro paese non sono ancora state assimilate e digerite.

Qualcosa comunque si sta muovendo: settimana scorsa ad Arte Padova le opere di Luigi Ontani erano protagoniste in diversi stand. Sarà questo uno dei casi in cui il mercato arriverà prima del pubblico? Può darsi. Un acquerello per il quale solo tre anni fa chiedevano intorno ai 12.000€, me lo sono sentito offrire a 18.000€. Era anche ora e oserei dire che siamo Luigi Ontani - Acquerello esposto ad Arte Padovasolo all’inizio. Un artista che ha già avuto una retrospettiva al PS1/MoMa di New York, al Castello di Rivoli e alla Kunsthalle di Berna, per citarne solo qualcuna, i cui lavori sono stati fonte di ispirazione di importanti giovani venuti dopo di lui come ad esempio Cindy Sherman che più volte l’ha citato come suo maestro di riferimento (artista che tra l’altro ha raggiunto già quotazioni milionarie), può costare ancora così poco?

Se fosse nato in America o in Inghilterra, sicuramente oggi sentiremo parlare di Luigi Ontani in tutt’altra dimensione e probabilmente la sua mostra sarebbe affollata. Gli anglosassoni hanno una capacità ammirevole di riempire i musei e attirare pubblico. Il problema quindi non è tanto nella figura dell’artista, ma sarebbe forse da cercare all’interno del sistema arte Italia. Cosa sono i nostri musei? Dei semplici contenitori chiusi nel quale conservare oggetti vecchi e stantii. Hanno qualche attrattiva per il pubblico? Non direi proprio. I musei inglesi offrono al loro pubblico delle vere e proprie esperienze che iniziano ancor prima di staccare il biglietto: si possono passare intere giornate al loro interno. A parte poche eccezioni come il Mart di Rovereto, i nostri musei assomigliano ancora più a degli archivi della memoria che a luoghi di cultura vera e propria. Non che essi non debbano essere anche questo, ma il mondo è cambiato e anche il modo di fruire la cultura è cambiato. Se non ci si accorge di questo anche il baluardo di difensori del ricordo prima o poi cadrà.Luigi Ontani a Bergamo - Lapsus Lupus

Tornando alla mostra di Luigi Ontani, come mai questa poca affluenza? Si può pensare che Bergamo non sia Milano? Ma anche Rovereto non è Venezia. Il GAMeC è un’istituzione che si sta muovendo in maniera superba nel suo intento di seguire una politica di promozione dell’arte moderna e contemporanea. Oltre alle ottime esposizioni temporanee, possiede un’eccellente collezione permanente con capolavori che mai mi sarei aspettato di trovare. Dal punto di vista espositivo quindi niente da dire. Allora cos’è che manca? Può darsi che il mio sia un giudizio un affrettato visto che è la prima volta che visito il GAMeC e potrei anche aver scelto un giorno particolare in cui l’affluenza è stata povera. Oppure da un altro lato si può pensare che forse quello che manca è un’efficiente e strategica politica di marketing culturale. Con questo potrei aprire un dibattito fra chi pensa che gli strumenti del marketing possano distruggere l’arte e chi dice che al contrario possano essere di grande aiuto a questo mondo. Lascio aperte le riflessioni per un futuro post. Intanto invito tutti a fare un giro a Bergamo e visitare la mostra Luigi Ontani – “Er” “SIMULACRUM” “amò”.

 

Frida Kalho e Diego Rivera: due grandi artisti messicani a confronto al Palazzo Ducale di Genova

Frida Kaholo e Diego Rivera a Palazzo Ducale di GenovaHa aperto le porte al pubblico la mostra “Frida Kahlo e Diego Rivera” al Palazzo Ducale di Genova in un salone gremito di persone alle quali il sindaco Marco doria, il presidente di Palazzo Ducale-Fondazione per la cultura Luca Borzani e l’ambasciatore messicano S.E Ruiz Cabanas Izquerdo hanno dedicato le consuete parole di circostanza. Nulla da rilevare di particolare interesse nei loro discorsi quindi direi di passare direttamente al giudizio su una mostra che viene presentata come una delle più belle mai allestite sui due artisti messicani.

Partiamo proprio dai due protagonisti, Frida Kalho e Diego Rivera, una coppia di opposti, che ha vissuto una passionale storia d’amore e ha concepito due modi diversi di vedere e servirsi dell’arte. Allieva del secondo, più anziano di lei di vent’anni, Frida, pur influenzata almeno nei primi passi della sua carriera artistica da Diego, ha creato uno stile e un mondo pittorico che gli appartiene. Sono considerati oggi i maggiori artisti messicani di tutti i tempi e la mostra a Palazzo Ducale presenta un bel confronto-scontro tra due personalità parallele ma tanto diverse. Chi dei due è più grande, chi vince la sfida?

Cominciamo dall’inizio, da quel 1910 anno della rivoluzione di popolo messicana: i contadini stanchi delle continue vessazioni subite, affrontano e costringono alla resa le milizie dei Frida Kaholo e Diego Rivera a Palazzo Ducale di Genovagrandi proprietari terrieri. Città del Messico diventa in quegli anni il centro del mondo e Diego Rivera diventa l’esponente di spicco del movimento dei muralisti formato da quegli artisti, come José Clemente Orozco e David Alfaro Siqueiros, legati all’ideale politico comunista che si rifiutavano di chiudere le loro opere dentro i musei e dipingevano i muri dei palazzi pubblici affinché tutti, persino i contadini più poveri, potessero usufruirne.

Sia Diego che Frida si rimpossessano nei loro dipinti di quelle radici indigene della messicanità che erano da sempre state messe da parte dall’oligarchia prerivoluzionaria che si vantava di avere origini europee e nascondeva le sue reali radici meticce.

Ma, mentre in questi anni di tumulto e di profondo cambiamento sociale, Diego Rivera diventa il pittore ufficiale del Partito Comunista e si dedica a un’arte fondamentalmente politicizzata, Frida Kahlo continua a ritrarre se stessa, il suo dolore e il suo lottare e sconfiggere la morte ogni giorno. La sua arte è uno strumento di liberazione Frida Kahlopersonale che le consente di esprimere se stessa e la sua sofferenza. Anzi la pittura diventa l’unico modo per lenire il suo dolore sia fisico che morale. È proprio questo tipo di pittura intimista, che si guarda dentro, che ha fatto sì che oggi la fama di Frida superasse quella del sua maestro e amante Diego. Mentre infatti la pittura di Rivera è legata a un momento storico ben preciso e a degli ideali politici che oggi possono sembrare tanto lontani, la pittura della Kahlo ha saputo attraversare gli anni e rimanere sempre attuale, anzi farsi sempre più attuale. Oggi molte donne, ma anche molti uomini, si possono rivedere nei quadri dell’artista messicana, sentire ciò che lei provava, immedesimarsi nelle sue sofferenze e nelle sue passioni. Seppur eccezionali, le opere di Rivera parlano di un tempo che non esiste più e nel quale in pochi possono ancora immedesimarsi.

La sfida da questo punto di vista è vinta quindi dall’allieva e prova ne è che anche sul titolo e su tutta la comunicazione della mostra il nome di Frida Kahlo è messo più in evidenza rispetto a quello di Diego Rivera, nonostante forse, per quantità di opere esposte, sia lui il vero protagonista dell’esposizione. Ma Frida è entrata ormai nel cuore degli amanti dell’arte di tutto il mondo più di quanto sia stato capace di fare Diego e il suo ultimo grido di amore “Viva la vida!” è il messaggio che passa attraverso le sue opere e che per questo ce le fa tanto amare.

Paolo Veronese in mostra al Palazzo della Gran Guardia

Paolo Veronese. L'illusione della realtàSono solo due le città italiane che avrebbero potuto dedicare una mostra di tale importanza e ampiezza a Paolo Veronese, uno dei grandi coloristi veneti insieme a Tiziano e Tintoretto che hanno segnato la storia dell’arte diventando i creatori di un nuovo stile che conquisterà l’Europa: Verona e Venezia. La prima è la città natale dell’artista, quella a cui è legata la sua formazione, la seconda diventerà la sua patria d’adozione, la città di cui celebrerà i fasti e le glorie e che in cambio lo ricompenserà con fama e ricchezza.
A vincere la sfida è stata Verona e il suo Palazzo della Gran Guardia, una delle poche strutture che avrebbero potuto accogliere e ospitare le enormi tele del maestro veneto protagoniste dell’esposizione.

Preceduta da quella tenutasi alla National Gallery di Londra dal 19 marzo al 15 giugno 2014, la mostra monografica “Paolo Veronese. L’illusione della realtà” si snoda attraverso tutto il percorso dell’artista, dalla formazione fino agli ultimi lavori prodotti con l’aiuto della sua bottega e raccoglie più di cento opere di cui 60 dipinti e 50 disegni.
Al primo impatto ci si potrebbe chiedere dove sono finiti i colori brillanti per i quali il maestro veneto è diventato famoso nel mondo. Non tutte le tele presenti nelle sale, infatti, possiedono quella luminosità che caratterizza invece gli affreschi più celebri del Veronese, come quelli di Villa Bàrbaro o della chiesa di San Sebastiano a Venezia. Eppure, e forse anche per questo, questa mostra rende giustizia a un’artista che a volte è stato considerato solo un felice decoratore (Paola Marini). Non si è, infatti, voluto mettere in risalto solamente le conosciute doti di colorista del grande maestro del ‘500, ma anche quelle di disegnatore attraverso una grande raccolta di carte che fa da spina dorsale all’intero percorso, la sua affinità con il mondo dell’architettura, la sua profonda cultura filosofica e umanistica e il suo spirito religioso. Insomma una vera mostra che torna a far luce dopo più di 70 anni sulla vita e sul lavoro di uno dei più importanti artisti del ‘500 italiano.

Da segnalare le iniziative parallele all’esposizione, in particolare la serie di incontri “I mestieri dell’arte” organizzate da Cattolica per i giovani di cui trovate il programma qui sotto. Quattro conferenze in cui i professionisti che hanno contribuito a realizzare la mostra sveleranno tutto il lavoro che si cela dietro le quinte di un evento del genere.

I mestieri dell'arte

Aisthesis: l’arte di Robert Irwin e James Turrell a Villa Panza

Aisthesis - James TurrellAisthesis non è una mostra canonica, la definirei piuttosto un’esperienza sensoriale, un continuo mettere in gioco le proprie aspettative rispetto alla realtà che ci circonda e al modo in cui la percepiamo. Le opere di Robert Irwin e James Turrell a Villa Panza ci fanno ragionare sulla complessità e allo stesso tempo sulla bellezza dei fenomeni fisici del nostro universo.

Già al primo impatto con la mostra si capisce che quello che si andrà a vedere è qualcosa di diverso rispetto a ciò a cui siamo abituati. Salita la scalinata che porta al primo piano della villa che ospita la collezione di Giuseppe Panza, si presentano davanti agli occhi dei quadri dai quali fuoriesce venendo incontro allo spettatore un triangolo luminoso che si muove, cambia colore, forma e dimensione in base a come ci si posiziona davanti ad esso. La prima reazione è quella di avvicinarsi e di toccarlo. Solo allora ci si accorge dell’illusione: è un ologramma creato da una fonte luminosa riflessa su un supporto fotografico.  James Turrell dà fisicità alla luce, la scolpisce nello spazio trasformando l’immateriale in materiale. Questo è quello che succede anche con Wallen, altra sua opera conservata in Villa Panza: si entra nella piccola sala completamente immersa in una luce blu profonda e si è accolti da un cubo bianco che sporge all’angolo fra le due pareti. Anche in questo caso, solo in un secondo momento, spostandosi e dando il tempo all’occhio di abituarsi allo strano gioco di luci, ci si accorge che non c’è niente di tridimensionale ma solo luce piatta e bianca proiettata contro i muri dai riflessi blu.

Aisthesis - Robert IrwinAnche Robert Irwin lavora con la luce e la percezione, ma lo fa ponendo la nostra attenzione sulla fisicità degli oggetti che ci circondano, smaterializzandoli davanti ai nostri occhi. Con il suo disco di lacca elimina la cornice dell’opera e la fonde all’ambiente circostante come se l’oggetto fosse fatto d’aria. A prima vista non riesci a capire dove finisca l’opera e dove inizi il muro. La luce dissolve completamente i confini e di fisico rimane solamente la linea che attraversa orizzontalmente il disco.

Tutto il percorso è un continuo fermarsi e chiedersi: “Quello che sto vedendo esiste davvero o è solo il modo in cui io do forma al mondo?
Quella di Robert Irwin e di James Turrell è un’arte che ha a che fare con la nostra fisicità. È un’arte che attraverso l’occhio stimola il pensiero e la riflessione sul nostro essere al mondo e nel mondo. Le opere site-specific create nel 1973 per Villa Panza dai due artisti, sono installazioni che aprono la villa all’ambiente esterno o che cercano di portare il cielo all’interno dello spazio vitale della villa. I loro lavori stimolano nello spettatore la consapevolezza dello spazio attraverso la manipolazione di luci, materiali e forme o attraverso l’alterazione di ambienti.

James Turrell - Sky Space Villa PanzaEd è proprio l’alterazione dell’ambiente ciò che caratterizza le opere che i due artisti hanno creato in occasione di questa mostra. Robert Irwin ha progettato nella Limonaia uno spazio modellato da dei velari di nylon semitrasparente e dalla luce che entra all’interno della stanza attraverso delle aperture verticali sul muro. James Turrell ha creato Ganzfeld, un ambiente in cui si è investiti da una serie di stimoli visivi per i quali si perde l’orientamento. Per questo motivo l’accesso all’opera è regolato da tempi precisi e da un operatore della Villa che guida all’interno un gruppo limitato di spettatori alla volta. La proiezione di luci programmate elimina i confini delle pareti creandone di finte là dove non c’è altro che il vuoto. Il colore delle luci proiettate cambia in continuazione la percezione di chi si trova all’interno influenzando anche la percezione del colore dei muri esterni alla sala.

Insomma una esperienza visiva che non si può spiegare a parole o attraverso la logica, ma che va vissuta e che consiglio a tutti di provare. La mostra rimarrà allestita a Villa Panza di Varese fino al 2 novembre 2014.

 

 

“Il ciclo di Arhat” di Takashi Murakami al Palazzo Reale di Milano

Takashi MurakamiDopo Kandinsky e Klimt e prima di Chagall e di Van Gogh, Palazzo Reale di Milano con la mostra “Il ciclo di Arhat” di Takashi Murakami, ospita finalmente un grande dei giorni nostri, anche se lo fa a bassa voce e di sfuggita, dal 24 luglio al 7 settembre, approfittando delle vacanze e di una città quasi vuota, come se non volesse arrecare alcun disturbo ai milanesi.

All’esposizione ci sono stato questo pomeriggio e posso assicurare che sono stati i 5 euro meglio spesi negli ultimi tempi, sarà anche perché ho un debole per tutti quegli artisti che creano con la loro immaginazione un mondo fantastico e lo riempiono di personaggi straordinari e improbabili ma allo stesso tempo fortemente comunicativi. Penso per esempio a Chagall, del quale aspetto con ansia la mostra di settembre, oppure agli acquerelli e alle ceramiche di un grande maestro come Luigi Ontani, ancora poco valorizzato in Italia.

E poi c’è Takashi Murakami, forse insieme a Yayoi Kusama, il più importante artista giapponese contemporaneo e sicuramente il più quotato visto che la sua opera “My Lonesome Cowboy” nel 2008 è stata battuta a New York da Sotheby’s per 15,2 milioni di dollari. Il mondo di Murakami è sempre stato popolato da fiori umanizzati, animali ibridi e strambi, personaggi che sembrano appena usciti da un fumetto manga, un mondo che deriva dalla tradizionale cultura giapponese e si riallaccia alla storia dell’arte moderna occidentale.Takashi Murakami - Il ciclo di Arhat

Tutto giapponese è invece il mondo che si apre davanti ai nostri occhi nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale. Protagonisti assoluti sono gli “Arhat” che secondo la tradizione buddista sono persone che hanno percorso lo stesso cammino di un Buddha raggiungendo così il Nirvana. E si rimane affascinati ad osservare sulle quattro tele enormi questi vecchi definiti Santi, illuminati, ma che dalle espressioni dei loro volti o dai loro atteggiamenti tutto comunicano fuorché saggezza. Sembra quasi che il Nirvana sia per l’artista una viaggio dentro e oltre la follia, in un limbo psichedelico pieno di colori e di simboli tanto affascinanti quanto di difficile interpretazione, almeno per noi occidentali. Cosa sta a significare per esempio l’albero che esce dalla testa della pecora in una delle tele gigantesche o dalla testa dell’autoritratto dell’artista stesso in un altro dipinto?

Si potrebbe stare ore davanti a queste tele e non si finirebbe di cogliere particolari nuovi e interessanti. L’occhio si perde se lasciato scorrere libero sugli sfondi, creati ogni volta con fantasie diverse, vuoi con pallini che vanno a formare raggi colorati, o triangolini che sfumano e prendono i colori dai personaggi che sfiorano. Poi ci sono i teschi, che tutto sembrano fuorché simboli di morte.
Takashi Murakami - Il ciclo di ArhatEccezionali sono le decorazioni dei kimoni e delle vesti dei giganti che sovrastano le tele: sembrano quadri nei quadri e ci aprono le porte verso mondi altri e paralleli.

Insomma un Takashi Murakami diverso e forse più profondo è quello che ci viene presentato da Francesco Bonami a Palazzo Reale. Un artista che si confronta con il disastro provocato dal terremoto e dallo tsunami di Fukushima del 2011 che ha scosso e cambiato il popolo giaponese e di conseguenza l’arte di Murakami.

“Il secondo Novecento in Lombardia” in esposizione a Varenna

Alfredo Chighine - ComposizioneAlcune opere appartenenti al Museo della Permanente di Milano sono in esposizione nella Sala Polifunzionale “Rosa e Marco De Marchi” a Varenna, piccolo e caratteristico paesino in riva ala Lago di Como, per la mostra “Il secondo Novecento in Lombardia“.

L’esposizione presenta oltre trenta importanti opere, tra sculture e dipinti, dei maggiori artisti che hanno lavorato in Lombardia nella seconda metà del XX secolo.

Tra i maestri presenti con le loro opere troviamo: Renato Birolli, Agostino Bonalumi, Bruno Cassinari, Mimo Ceretti, Ennio Morlotti, Claudio Olivieri, Giò Pomodoro, Mario Raciti, Mauro Reggiani, Mauro Staccioli, Emilio Tadini, Valentino Vago, Grazia Varisco, Luigi Veronesi, per citarne solo alcuni.

Chagall e Van Gogh aprono la stagione 2014/2015 al Palazzo Reale di Milano

Marc Chagall - Over the townDue grandi nomi dell’arte internazionale apriranno la stagione 2014/2015 a Milano: Marc Chagall e Vincent Van Gogh. Importantissimi e indiscussi maestri del colore, i due saranno i protagonisti di una doppia retrospettiva a Palazzo Reale di Milano.

Aprirà le danze dal 17 settembre 2014 al 18 gennaio 2015, Marc Chagall, eclettico maestro russo esponente originale del Modernismo del Novecento. Ha vissuto infatti nella Parigi delle Avanguardie e, pur prendendo spunto sia dall’Impressionismo che dal Cubismo, se ne discostò in fretta, creando uno stile unico e ben riconoscibile. La sua arte deriva da quella delle icone della tradizione russa e in tutto il suo lavoro è sempre presente un forte contenuto simbolico e un sapore fiabesco misto a ricordi d’infanzia. I tagli geometrici semplificati, le scomposizioni e l’uso dei colori come forme che spesso si mescolano e contrastano tra loro, fanno di lui il pittore degli stati d’animo, delle metafore e delle invenzioni fantastiche.

Van Gogh sarà invece protagonista dal 18 ottobre 2014 all’8 marzo e posso già immaginare le interminabili code che si formeranno davanti Palazzo Reale. Come David Beckham negli anni al Milan è riuscito a riempire lo stadio Vincent Van Gogh(e soprattutto il primo anello) di donne entusiaste, per le quali il calcio era stato fino ad allora solo un’attività utile a tenere i figli in un qualche modo occupati mentre loro preparavano da mangiare, così Vincent Van Gogh è uno di quei nomi che riesce ad avvicinare ad un museo anche chi di arte ne ha sentito parlare solo qualche volta distrattamente dalla professoressa di italiano alle superiori.

Le opere delle due mostre provengono tutte da importanti musei o collezioni private e comprenderanno l’intero percorso storico per entrambi gli artisti. Due eventi eccezionali per importanza che si sfideranno a suon di visitatori. Chi vincerà la sfida? Il maestro dal colore dolce e delicato o l’artista che con il colore esprimeva tutta la sua energia quasi in una lotta senza tregua?

Quale sia fra i due quello che preferisco penso si sia già capito. Vi consiglio comunque di guardare questo breve e bellissimo video prodotto da RaiArte per avere la certezza della risposta. GUARDA IL VIDEO.

 

Grande retrospettiva di Kasimir Malevich alla Tate Modern di Londra

malevic_quadrato-neroSi inaugura oggi alla Tate Modern di Londra, fino al 26 ottobre 2014, la retrospettiva del rivoluzionario artista russo Kasimir Malevich. La prima di sempre nel Regno Unito, la mostra raccoglie le opere appartenenti a diverse collezioni russe, americane ed europee e ripercorre tutta la storia di questo radicale artista padre del Suprematismo.

Tutto comincia quando, tra il 1914 e il 1915, Kasimir Malevich realizza un quadro che non ha precedenti nella storia dell’arte: un quadrato nero su fondo bianco.
È un quadro rivoluzionario che ben si inserisce nel contesto storico e artistico dei primi anni del ‘900, forse uno dei periodi più fertili di innovazione e di cambiamenti radicali nel modo di pensare e fare arte. Basta ricordarsi che nel 1907 un giovane artista spagnolo trasferitosi a Parigi (Pablo Picasso) aveva realizzato “Les demoiselles d’Avignon“, abolendo con le sue pennellate 500 anni di storia dell’arte: addio alla prospettiva, alla profondità e alla bellezza classica. Nel 1912 poi, un altro pittore russo, Vasilij Kandinskij, aveva creato il “Primo acquerello astratto” in cui era scomparsa completamente ogni forma di mimesi della natura.

Con Malevich, l’astrazione si spinge al limite estremo. Nasce il Suprematismo: “Per suprematismo intendo la Malevich - Quadrato rosso su fondo biancosupremazia della sensibilità pura nell’arte. Dal punto di vista dei suprematisti le apparenze esteriori della natura non offrono alcun interesse; solo la sensibilità è essenziale. L’oggetto in sé non significa nulla. L’arte perviene col suprematismo all’espressione pura senza rappresentazione
I suprematisti sono interessati all’essenza delle cose non alla loro apparenza. L’arte astratta è una suprema schematizzazione di forme geometriche semplici ed essenziali. Il colore da secondario rispetto al disegno, diventa protagonista  del quadro. La pittura può avere una funzione meditativa e infatti ad una mostra del 1915 alla galleria Dobycina di San Pietroburgo, il Quadrato bianco su fondo nero è esposto all’angolo tra le due pareti sotto il soffitto: l’angolo bello, il posto in cui nelle case russe venivano messe le icone. Malevich sostituisce un’arte sacra con un quadrato nero, affermando la supremazia del colore e della forma sull’immagine.

malevic-quadrato-bianco-su-sfondo-biancoAl quadrato nero seguiranno il Quadrato rosso e il Quadrato bianco su fondo bianco, quest’ultimo oggi al Museo di Arte Moderna di New York. Tutto comincia comunque dal quadrato nero, un quadro fondamentale per gli sviluppi della storia dell’arte come aveva ben profetizzato il suo autore: “Questo disegno avrà un’importanza enorme per la pittura. Rappresenta un quadrato nero, l’embrione di tutte le possibilità che nel loro sviluppo acquistano una forza sorprendente. È il progenitore del cubo e della sfera, e la sua dissociazione apporterà un contributo culturale fondamentale alla pittura….”

 

Genesi, la fotografia tra uomo e natura di Sebastião Salgado

Sebastiao Salgado - GenesiLa fotografia di Sebastião Salgado è un tuffo dentro l’anima del nostro pianeta, sono immagini che con la loro forza e la loro spettacolarità ci fanno fare un tuffo indietro verso le origini della vita sulla terra, in un tempo in cui l’uomo non aveva ancora iniziato la sua inarrestabile corsa verso il progresso e viveva in stretta simbiosi con la natura e con gli altri esseri viventi.

La mostra “Genesi”, dopo aver fatto il giro del mondo è giunta finalmente a Milano e inaugura al Palazzo della Ragione il nuovo polo permanente dedicato alla fotografia. 250 fotografie divise in 5 sezioni che sono anche 5 parti diverse del nostro globo. Si parte con “Pianeta Sud” e i freddSebastiao Salgado - Genesii ghiacci dell’Antartico per poi fare un tuffo nei “Santuari”, isole fantastiche come il Madagascar e la Papua Nuova Guinea. Ci si sposta quindi verso la calda “Africa” alla scoperta del fascino di una terra tanto vecchia quanto misteriosa, e si torna quindi al freddo de “Le terre del nord”. Il viaggio si conclude in “Amazzonia e Pantanal” un habitat naturale dei più importanti del globo situato proprio a pochi passi di distanza da dove si stanno giocando i campionati mondiali di calcio, una dei simboli di questa civiltà così poco attenta alle sue origini.

Una mostra questa che, nelle intenzioni di Sebastião Salgado, vuole essere innanzitutto un invito alla riflessione sull’importanza della salvaguardia del nostro pianeta. La Terra va costudita e non sfruttata, in quanto parte della nostra stessa vita.

Sebastiao Salgado - GenesiDavanti alle fotografie di alberi, piante, pinguini, leoni, elefanti marini e di tutte le altre specie viventi, ci si accorge di quanto grande sia il mondo e della fortuna che ci è capitata a essere finiti su questa terra sotto forma di esseri umani. I numeri parlano chiaro e ci dicono che il 97,3% della biosfera è occupato dalle piante, il 2,7% da animali e insetti e solo lo 0,01% dagli esseri umani.

Allora, guardando gli occhi tristi della grande tartaruga gigante che spicca nella fotografia in mezzo alla sala, mi viene da pensare a quali e quante meraviglie ancora intatte rimangono nel nostro pianeta e a come, anche solo per ringraziamento al fatto di essere nato uomo, devo impegnarmi a rispettare un habitat che è nostro solo in minima parte.