Collezionare arte: passione, investimento o speculazione?

Ti piacerebbe iniziare a collezionare arte? Sì? Per quale motivo? Dì la verità, speri di riuscire a scovare il nuovo Lucio Fontana, l’artista che fra dieci, ma che dico dieci, facciamo cinque anni, decuplicherà le sue quotazioni? Speri così di rivendere l’opera così acutamente acquistata per comprarti un bell’appartamento?

Bhe, non posso che augurarti buona fortuna, ce ne vorrà davvero parecchia per riuscire a realizzare il tuo sogno. Purtroppo però collezionare arte ha sempre avuto poco a che fare con la fortuna, quanto piuttosto con passione e conoscenza e il 99% dei collezionisti che con gli anni si sono trovati un capitale artistico tra le mani, questo capitale non l’avevano affatto cercato.

Erano e sono persone preparate che hanno comprato quadri non per investire i loro denari, ma per nutrire la loro anima e creare una collezione che seguisse un percorso artistico e filologico personale che rispecchiasse la propria visione del mondo.

Giuseppe Panza di BiumoGiuseppe Panza di Biumo o i coniugi Vogel sono l’esempio lampante di questo prototipo di collezionista: grandi amanti dell’arte che con passione, calma e tanta pazienza hanno messo su delle raccolte straordinarie, oggi conservate in alcune delle più importanti sedi artistiche istituzionali del mondo.

Ma si sa, le cose cambiano e oggi sempre più velocemente. Nell’era dell’economia concetti come “pazienza” e “calma” sono stati cancellati dal vocabolario, stridono coi tempi e non funzionano. I mercati comandano, dettano le regole ed esigono il turbo. La politica insegue i mercati, la finanza insegue i mercati,I coniugi Vogel davanti a parte della loro collezione l’economia insegue i mercati e anche l’arte si adegua.

“Quanto costa? Come vanno le sue quotazioni? Sale? Scende?”

Queste sono ormai le domande più comuni davanti a un’opera d’arte. Un quadro è trattato alla stregua di un’azione. Lo si compra con la speranza che aumenti il suo valore monetario per rivenderlo e ricavarci quindi una plusvalenza. La speculazione finanziaria ha raggiunto il mondo dell’arte e le opere sono diventate vero e proprio denaro contante.

Per carità, investire i propri risparmi in arte è del tutto lecito, sicuramente più educativo e culturalmente nutriente rispetto a comprare azioni o altri prodotti finanziari.

Non si può però trattare le opere come fossero moneta contante perché c’è un’enorme differenza. Il denaro ha una sola qualità, la quantità. L’arte invece è qualità allo stato puro. Se compri acciaio, sempre di acciaio si tratta e se aumenterà il suo valore tu avrai fatto bingo in ogni modo. Esiste invece una bella differenza tra un Picasso e un altro e questa inciderà anche sulla tua possibilità di fare un bel investimento.

Comunque questo è un discorso lungo, in questo post ci limiteremo a vedere i tre possibili modi per collezionare e, contemporaneamente, fare un buon investimento.

Questo articolo è il naturale proseguimento del post Investire in arte: 10 buoni consigli per non sbagliare che ti consiglio di leggere se non l’hai già fatto e sei interessato all’argomento.

Collezionare e investire in arte

Collezionare arte oggi

Iniziamo con una premessa: collezionare arte oggi ha a che fare con l’economia, molto più di quanto sia mai stato in passato. È vero, non si può fare di tutta l’erba un fascio, ma è ineccepibile come sia sempre più una specie rara e in via d’estinzione quella del collezionista che va a caccia di opere spinto da una irrefrenabile e genuina passione per l’arte.

Diciamoci la verità, oggi quello che la maggior parte dei collezionisti chiede a un’opera d’arte non è tanto nutrimento per la propria anima, quanto per il proprio conto in banca. Colpa degli artisti? No, è sbagliato quanto inutile prendersela con loro. Semplicemente viviamo in un mondo in cui l’uomo non è più al centro del sistema, il suo posto è stato conquistato dall’economia. Tutto (o quasi) è subordinato al Dio Denaro: politica, sport, salute, ecc.

È triste dirlo, ma perché la cosa dovrebbe essere diversa per il mondo dell’arte?

Lungi da me quindi il voler separare arte e denaro, più volte in questo blog ho affermato che il loro legame non è affatto nuovo, anzi, è indissolubile e lungo come la storia.

Se sei interessato al tema puoi leggere:
Arte e denaro, le verità che spesso non si dicono
Arte e soldi, un connubio vecchio secoli

È anche vero che oggi si è superato il limite e ciò che molti collezionano non sono più le opere in sé e nemmeno ciò che esse rappresentano. Quello che si appende alle pareti, sempre che ancora si appenda qualcosa e non la si conservi direttamente in un caveau in banca, è una promessa per il futuro.

“I like money on the wall. Say you were going to buy a $200.000 painting. I think you should take that money, tie it up and hang it on the wall. Then when someone visited you, the first thing they would see is the money on the wall” – Andy Warhol

(Mi piacciono i soldi sul muro. Mettiamo che stai per comprare un dipinto da duecentomila dollari. Penso che faresti meglio a prendere quei soldi, legarli insieme e appenderli al muro. Quando qualcuno ti verrà a trovare la prima cosa che vedrà sarà il denaro sul muro).

C’è da stupirci? Niente affatto.
L’arte ha da sempre accompagnato il potere: sovrani, imperatori, clero, aristocrazia e borghesia sono andati a braccetto con tutti gli artisti più famosi e rinomati. Oggi il potere non si chiama Lorenzo dei Medici, né Giulio II, non è aristocratico, tanto meno borghese. Oggi il potere è la finanza e i suoi protagonisti sono personalità dai volti poco conosciuti che si muovono spesso dietro le quinte.

Cosa vogliono questi signori? Qual è il loro fine ultimo? Perché collezionano?

Perché si colleziona arte

In generale sono 3 i motivi per cui si colleziona:

  1. Sana e pura passione: questa categoria di collezionisti ama l’arte. A volte, con il tempo, questa passione diventa una vera e propria malattia e non possono più fare a meno di acquistare opere. L’etimologia stessa della parola lo dice: “passione” dal latino pati, passus che significa letteralmente sofferto. È grazie a questi “malati” se oggi esistono straordinarie raccolte di opere di cui tutti possono godere.
  2. Per aumentare il proprio prestigio personale: in passato il mecenate commissionava quadri anche per questo motivo. Oggi, se non puoi commissionarli, puoi sempre comprarli. In una società consumistica per eccellenza, possedere opere importanti ti pone un gradino più in alto su un’ipotetica scala sociale.
  3. Investimento: le opere aumentano di valore. Ovviamente non tutte, ma è un dato di fatto che l’arte sia un ottimo investimento. Quindi perché utilizzare i propri risparmi per comprare acciaio, gas, cacao, farina o qualche titolo di cui non vedremo mai il contenuto reale? Perché piuttosto non appendere un quadro alle pareti di casa e aspettare che le sue quotazioni aumentino? È anche un modo per aiutare e contribuire al lavoro degli artisti.

Ovviamente questi tre motivi si incrociano, non è detto che una persona che collezioni per passione non sia anche attenta all’aspetto dell’investimento e così via.Arte e finanza
Ma tornando ai signori della finanza, quale di questi tre motivi muove la loro mania di collezione? Ovviamente la terza. D’altronde qual è la cosa di cui proprio non possono fare a meno, la cosa che bramano con tutto il loro corpo e la loro anima (sempre che ne abbiano ancora una), quella di cui non si accontentano mai e per cui lavorano notte e giorno? Esatto, sono proprio i soldi.

Questi signori non collezionano opere, collezionano soldi. Giocano d’azzardo con l’arte, scommettono sui nomi degli artisti come scommettono su Bond, Bot, azioni, obbligazioni e derivati. Fanno alzare vertiginosamente i prezzi e, con la stessa noncuranza, li fanno poi crollare.

In pratica speculano selvaggiamente con l’arte come sono abituati a fare nelle loro attività quotidiane con i prodotti finanziari.

Non voglio dire che tutti questi signori siano degli squali senza scrupoli, ci sarà pur qualcuno di loro con una vera passione. Se si pensa però di comprare un’opera per investire il proprio denaro, è bene tenere presente che esistono meccanismi che non hanno niente a che fare con l’arte ma solo con il mercato e che dell’arte confondono i veri valori.

Come collezionare arte per investimento

Veniamo quindi al dunque: tenendo presente queste premesse, come riuscire collezionare arte e fare anche un buon investimento?

Sicuramente, se vuoi ridurre i rischi, un occhio di riguardo va dato alla Storia, il perché è in questo articolo: Il controverso rapporto fra Storia e mercato.

Sono quindi 3 le tipologie di artisti da collezionare per ridurre i rischi:

  1. Artisti importanti e storicizzati del passato

ProSe te lo puoi permettere, un Picasso, un Warhol, un De Chirico, un Basquiat e via dicendo, sono degli ottimi modi per difendere il tuo capitale. Il rischio di sbagliare è molto ridotto, soprattutto quando si tratta di capolavori che tendenzialmente, al momento di rivenderli, fanno sempre cassa. Anche le opere meno importanti difendono comunque bene il proprio valore.

Contro

 

Prezzi proibitivi per i più, per alcuni artisti difficoltà nel trovare pezzi di vero valore.

 

  1. Investire sui giovani

ProCostano poco, si possono comprare opere importanti e significative di alcuni artisti a prezzi accessibili. A livello di spesa quindi il rischio è minimo e c’è il grande vantaggio di poter conoscere e stringere rapporti direttamente con gli artisti.

 

ControDifficile che artisti giovani siano già entrati nella storia dell’arte, quindi bisogna utilizzare altri parametri di valutazione. Per riuscire a indovinare l’artista che si rivaluterà parecchio bisogna avere un’ottima conoscenza della storia dell’arte e un occhio più che allenato.

 

  1. Artisti storicizzati contemporanei

ProSii tratta essenzialmente di artisti storicizzati ma non ancora scoperti dal mercato, che quindi non hanno ancora raggiunto i prezzi proibitivi dei loro predecessori. In questo momento è in corso la riscoperta degli artisti dell’arte cinetica (Giorgio Griffa, Elio Marcheggiani, Pino Pinelli, Claudio Oliveri…) e della Pop Art italiana (Tano Festa, Sergio Lombardo, Franco Angeli, Renato Mambor, Giosetta Fioroni…). Sono invece ancora tutti da rivalutare alcuni artisti del periodo successivo per esempio Luigi Ontani, Salvo, Ettore Spalletti o molti di quelli usciti fuori negli anni ’90 (Nunzio, Stefano Arienti, Mario della Vedova, Vittorio Messina, Riccardo Gusmaroli, Rapetti Mogol, Vittorio Corsini, ecc.). Qualche bell’affare è ancora possibile.

Contro
Non hanno prezzi proibitivi ma sicuramente neanche quotazioni minime come potrebbero avere i giovani. Bisogna prendere confidenza con linguaggi a cui non si è abituati.

 

Sta a te quindi decidere. Quanto sei disposto a investire? Quanto rischiare?

Ricorda sempre che l’arte è un investimento a medio/lungo termine, i veri risultati possono arrivare anche dopo parecchi anni, se non sei disposto ad aspettare rinuncia. Visto che dovrai convivere per un bel po’ di tempo con la tua opera d’arte, fra i possibili investimenti cerca di scegliere un artista che incontra i tuoi gusti.

Soprattutto, prima di azzardare un qualsiasi acquisto, stabilisci un budget da dedicare ai libri di storia dell’arte, musei e fiere. Informarti può farti risparmiare un bel po’ di soldi.

L’arte non fa più mondo, ma fa molto moda

Articolo pubblicato sulla rivista Commenti di Verso l'Arte

Se pensiamo che un tempo, gli artisti sedevano a fianco di imperatori, re e papi, che erano ambasciatori nel mondo, che a loro venivano affidate missioni diplomatiche nelle varie corti europee, che erano uomini conosciuti, rispettati e ammirati o che, in tempi più recenti, sono stati star o divi comunque ambiti e sempre al centro dei riflettori, si capiscono molte cose rispetto allo stato odierno dell’arte.

In quanti oggi sanno chi sia Paola Pivi? Chi riconoscerebbe Francesco Vezzoli se lo incrociasse per strada? Oppure Grazia Toderi? E sto citando qui alcuni degli artisti italiani contemporanei più famosi del mondGrazia Toderi, Paola Pivi, Francesco Vezzolio. Forse per Maurizio Cattelan e Jeff Koons la cosa è più semplice poiché si sono spesso “ritratti” nelle loro opere, ma vi assicuro che non è poi così scontato.

Alla serata d’inaugurazione della retrospettiva di Koons al Whitney Museum di New York, la schiera di giornalisti e fotografi si è scagliata su ogni VIP che faceva il suo ingresso, accecando con i flash delle loro macchine fotografiche i poveri (si fa per dire) malcapitati: attori, cantanti, campioni dello sport e divi dello spettacolo. Quando, davanti all’entrata si è fermata una luccicante e nera limousine da cui è sceso un elegante e brizzolato signore in abito da sera accompagnato dalla sua dama, solo qualcuno, a stento, gli è corso dietro.

Chi era quello?” hanno chiesto ai pochi colleghi tornati dalla rincorsa a quell’uomo, i fotografi rimasti davanti all’ingresso ad aspettare l’arrivo del prossimo VIP. “Jeff Koons, l’artista, il protagonista della serata.

A parte i giornalisti di settore, in pratica nessuno l’aveva riconosciuto. E stiamo parlando di uno degli artisti contemporanei più celebri al mondo, sicuramente quello più pagato, l’uomo che detiene il record per l’opera più cara per un artista vivente.

Arte, potere e moda

Vero o falso che sia questo aneddoto, una cosa è certa: l’arte non fa più mondo, non è più al centro dei riflettori mediatici né delle attenzioni dei potenti. A partire dalla seconda metà del ‘900 gli artisti non sono utili più ad alcun potere, quindi non servono più a nessuno. La televisione ha strappato definitivamente dalle loro mani il monopolio sull’immagine già intaccato dalla fotografia. Quanto è più efficace un video trasmesso in orario di massimo ascolto su una quantità indefinibile di piccoli schermi, rispetto a un’enorme tela appesa sul muro di un singolo palazzo governativo?

Si sa, il potere consegna un alone di fascino a chi lo detiene e chi gli è vicino ne raccoglie i riflessi. Gli artisti quindi, oltre a perdere il loro ruolo di primo piano all’interno della società, smarriscono anche quell’aurea magica che circondava la loro figura e i media non perdono tempo, cercano e trovano immediatamente i loro sostituti.

Sono le star di Hollywood che raccolgono la staffetta e sono sempre loro che occupano il posto, un tempo di pittori e scultori, al tavolo dei potenti. Andy Warhol aveva percepito e compreso questo cambiamento in anticipo su tutti e, serigrafando i volti dei divi del cinema sulle sue tele, decretava la morte dell’arte e la nascita di nuovi miti.

Il padre della Pop americana è un artista tragico ma anche forse il più lucido della sua epoca. I soggetti dei suoi lavori nascondono, dietro ai colori sgargianti, un alone di morte: pensiamo agli incidenti stradali, ai teschi, alle pistole, ma anche a personaggi come Marilyn Monroe, Elvis Presley, Mao.

Renato Mambor, Giosetta Fioroni, Sergio Lombardo, Cesare Tacchi, Jannis Kounellis, Umberto Bignardi, Tano FestaDall’altra parte del globo, in un’Europa che ha ormai perso il suo ruolo di guida del mondo, anche gli artisti di Piazza del Popolo percepiscono la perdita del ruolo di primo piano che apparteneva una volta all’artista, ma forse con meno lucidità rispetto a Warhol. Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Pino Pascali, sono gli ultimi “artisti star”: avvertono il cambiamento in corso ed esprimono il loro disagio più conducendo vite al limite, che attraverso le loro opere.

È finita l’era dei “Dalì” o dei “Picasso”, artisti capaci di guadagnarsi le prime pagine dei giornali. È proprio il padre del cubismo l’ultimo artista davvero influente, quello che poteva anche permettersi di non presenziare all’inaugurazione di una sua personale e snobbare la presenza di autorità e capi di Stato. A Roma, infatti, in occasione della mostra organizzata in suo onore da Palma Bucarelli alla Galleria d’Arte Moderna, l’autore di Guernica ebbe la sfrontatezza di rimanere tranquillo a casa, quando in suo onere si era scomodato persino il presidente della Repubblica, Luigi Einauidi. Quanti artisti di oggi potrebbero concedersi una tale impudenza? Credo nessuno.

Andy Warhol era lucido e aveva capito tutto, dicevamo. Aveva capito soprattutto che non era più l’arte ciò che contava, ma i soldi: “Fare soldi è arte, lavorare è arte, fare buoni affari è la migliore forma d’arte.

Nasce la Business Art ed è la corrente dalla quale possiamo dire siano legati molti dei più importanti artisti di oggi. Jeff Koons, Damien Hirst, Maurizio Cattelan sono Business Artist e i loro lavori danno al collezionista ciò che il collezionista contemporaneo cerca: soldi.

Già perché oggi più che mai è il denaro che dà la fama, che dona prestigio, e allora tutti a seguire le tendenze del momento, a comprare quello che tutti comprano e ad appendere alle pareti, gli Scheggi, i Castellani, i Bonalumi, i Boetti, i Koons: hanno prezzi esorbitanti, sono ben riconoscibili e in molti li desiderano.

E i Franco Angeli, i Salvo, i Luigi Ontani, i lavori di Giosetta Fioroni o di Stefano Arienti?

No, è presto, costano ancora troppo poco e se è il prezzo a sancire il valore di un artista, è meglio aspettare quando aumenteranno. Allora e solo allora ci si accorgerà della loro grandezza e si scatenerà la rincorsa cieca non tanto all’opera, quanto alla firma.

Oggi non è ancora il momento, questi nomi non sono ancora in voga e l’arte, si sa, nell’epoca in cui viviamo, non fa più mondo, ma fa sicuramente molto moda.

Il controverso rapporto fra Storia e mercato

Articolo pubblicato sulla rivista Commenti di Verso l'Arte

Una riflessione sull’attuale mondo dell’arte non può prescindere oggi dal prendere in considerazione uno dei fattori ormai diventati cardine, se non vero e proprio traino, di tutto il sistema: il mercato.

Un protagonista giovane in rapporto a tanti altri ma che, relativamente in pochi anni, ha conquistato il suo posto alla cabina di comando del sistema, scalzando quella che può essere considerata sua sorella maggiore: la Storia dell’arte.

Due collezionisti davanti a un quadroOggi infatti, gli artisti più conosciuti e celebrati sono quelli che hanno un grande successo di mercato piuttosto che un nome consolidato all’interno dei libri di storia.

Eppure è la Storia dell’arte quella che tra i due ha una vita più lunga: essa ha visto nascere il mercato nella seconda metà dell’Ottocento, quando ormai lei aveva già un bel po’ di anni alle spalle, ha passeggiato accanto a lui indicandogli la via, ha seguito la sua crescita e il suo sviluppo, assistendo infine al proprio sorpasso.

Storia dell’arte e Storia del mercato hanno infatti viaggiato per lo più su binari paralleli, fino a quando in questi ultimi decenni qualcosa è cambiato e ha stravolto completamente il loro rapporto.

Breve storia del mercato dell’arte

Ho già accennato a una breve storia del mercato dell’arte in questo articolo: Arte e soldi un connubio vecchio secoli.
Partiamo comunque dal principio, cioè dalla Rivoluzione Francese: è questo importantissimo evento che cambia tutto. Uno degli episodi svoltosi in quegli anni che ne dimostrano la rilevanza, è il tentativo di Jacques-Louis David di superare il tradizionale mecenatismo regio, ecclesiastico e aristocratico: nel 1805 l’artista francese espone al Louvre il Evoluzione del mercato dell'artedipinto “Le Sabine” imponendo un biglietto d’ingresso per chi volesse ammirare l’opera. In cinque anni, ben cinquantamila persone videro il capolavoro del David, il quale con questo gesto voleva rivendicare la libertà dell’artista di scegliere il soggetto dei propri dipinti.

Da quel momento in poi l’artista non è più al servizio di un mecenate che ne ordina e finanzia le opere ma è pieno padrone di se stesso e del proprio lavoro. È libero di scegliere le dimensioni delle tele, è libero di decidere i colori, è libero di includere uno o più personaggi ed è anche libero di morire di fame. La famosa libertà, tanto agognata e posta come valore fondamentale in quegli anni, presenta, infatti, anche un rovescio della medaglia: non essendoci più committenti che ordinano e che pagano, per vivere della propria arte bisogna trovare qualcuno disposto a investire in essa parte del proprio denaro comprando le tele dipinte liberamente da qualcun altro.

Per incentivare questo scambio di beni, nascono le esposizioni che cambiano radicalmente il rapporto tra pubblico e produzione artistica e che nell’arco di un secolo si trasformeranno in veri e propri empori merci: è la nascita del mercato dell’arte come lo intendiamo noi oggi.

Il mercato dell’arte oggi

Dal 1805 al 2015 sono passati 210 anni, pochi rispetto a quelli che occupano l’intero arco della storia dell’arte, eppure molte cose sono cambiate. Nell’epoca moderna, la consacrazione di un artista è sempre avvenuta prima per opera di un critico che ne avvallava le capacità, poi dalle istituzioni che accettavano le sue opere in un museo e solo infine, anche il mercato si allineava.

Veduta dall'alto di un'istallazione di ALighiero BoettiPensiamo ai Burri, ai Fontana, ai Castellani o ai Boetti. Le loro opere non hanno sempre fatto registrare cifre straordinarie, tutt’altro: sono state innanzitutto consacrate da importanti storici o critici insigni e solo dopo si sono affermate anche a livello economico.

Oggi le cose non sono più così. Le interrelazioni fra storia dell’arte e mercato dell’arte sono diventate fortissime ed è ormai quest’ultimo che ha avuto la meglio e tende a influenzare istituzioni e curatori. Gli artisti contemporanei più riconosciuti sono tutti stati consacrati dal mercato e dai grandi collezionisti prima ancora che da musei ed esposizioni. I vari Hirst, Koons e Cattelan, per citare solo i più famosi, sono artisti che hanno ricevuto riconoscimenti e importanti retrospettive in grandi istituzioni (Tate Gallery per Hirst, Centre Pompidou per Koons e Guggenheim di New York per Cattelan) solo dopo che il mercato ne aveva già riconosciuto il valore portando le loro quotazioni alle stelle. Un posto nella storia dell’arte se lo sono guadagnati a suon di aggiudicazioni milionarie, ma sarebbe sbagliato pensare che il loro successo sia tutto frutto di speculazioni finanziare di ricchi e avidi broker.

Nel mondo anglosassone, a differenza di quello italiano, esiste un fitto dialogo tra istituzioni, mercato (case d’asta e gallerie) e collezionisti. È un meccanismo rodato che ha innescato la nascita di un sistema virtuoso pronto a difendere e valorizzare gli artisti in ambito nazionale e internazionale, portandoli a diventare tra i più conosciuti e ambiti al mondo.

Per gli artisti italiani, e più in generale per quelli dei paesi mediterranei, succede qualcosa di simile ma solo qualora il loroDamien Hirst in posa davanti ai fotografi in mezzo a due sue opere da Sothebys valore sia già comprovato da un fondamento storico culturale rilevante e spesso comunque per opera di operatori stranieri. I nostri artisti più quotati, infatti, hanno raggiunto le cifre che fanno scalpore non qui in Italia ma nelle aste londinesi e newyorkesi. I vari Fontana, Burri, Castellani o l’ultima superstar delle aste, Paolo Scheggi, per esempio, hanno ottenuto i loro record price fuori dal Bel Paese. Sembra che l’Italia, spesso fin troppo a sproposito decantata come la patria dell’arte, non riesca ad aver fiducia delle potenzialità di quegli artisti che non hanno dipinto Madonne e Cristi crocifissi, fino a quando non arriva qualcuno da oltre confine a suggerirci che quel nostro connazionale forse un po’ di valore ce l’ha.

Emblematico il caso di Burri: se non fosse per la serie d’iniziative organizzate a Città di Castello, suo paese natale, il centenario della sua morte passerebbe completamente in sordina nella nostra penisola. Nessun altro museo italiano, infatti, ha progettato qualcosa d’importante e ancora una volta ha dovuto pensarci un’istituzione straniera a ricordarci la grandezza di uno dei nostri artisti più apprezzati e considerati nel mondo. Il Guggenheim Museum di New York lo celebra, infatti, con una retrospettiva degna di questo nome. Ovviamente in parallelo si stanno muovendo gli operatori del mercato americani e nei cataloghi delle case d’asta sono già apparsi importanti opere che verosimilmente segneranno nuovi record price per l’artista umbro.

Italia patria di artisti e di… mercanti

L’Italia rimane quindi un enorme bacino in cui galleristi stranieri vengono a riscoprire e riportare all’attenzione importanti artisti dimenticati dal mercato, ma ben presenti nei libri di storia dell’arte, per dare loro il successo, anche economico, che meritano. D’altronde dopo il 2008 e in seguito ai tonfi di quei giovani artisti super quotati oggi completamente spariti da aste e mercato, i collezionisti sono molto più attenti a scegliere le opere sulle quali scommettere. Anche se le cifre non sono cambiate, anzi in molti casi sono addirittura aumentate, la tendenza è quella di investire i propri risparmi sui lavori di artisti con un riconosciuto background alle spalle. È la rivincita della Storia dell’arte che sta facendo sentire il suo peso anche in questioni prettamente commerciali.

Le speculazioni esistono sempre, ma quando sono costruite su artisti che hanno un curriculum ricco e importante e i cui nomi si leggono nei libri di storia dell’arte, il pericolo di andare incontro a brutti scherzi è ridotto. Anche quando si è predisposti a un rischio più elevato e si vuole puntare sui giovani, un occhio di riferimento va sempre dato a quella grande maestra che è la storia. Un giovane artista che ha la pretesa di essere considerato tale e ha l’ambizione di lasciare un segno nella storia, deve lavorare con la consapevolezza che prima di lui c’è stato qualcuno ed è da lì, dove i suoi predecessori si sono fermati, che lui deve partire.

L’arte non è un fatto personale e tanto meno un’esclusiva faccenda di estro e d’ispirazione. Fare arte è prima di tutto una questione di preparazione e di conoscenza.

Storia e mercato possono qui trovare un punto di equilibrio.

Tu cosa ne pensi, qual è oggi secondo te il ruolo del mercato all’interno del sistema dell’arte? Mi interessa conoscere il tuo parere, lascia pure un commento qui sotto.

 

La Monna Lisa e l’arte di far parlar di sé

Nel precedente articolo ho affrontato il tema del personal branding e di come oggi gli artisti per avere successo, oltre che produrre opere significative, dovrebbero far parlare di sé, prestare attenzione alla cura della loro immagine e cercare di stringere relazioni importanti all’interno del sistema dell’arte.

La Mona Lisa di LeonardoOggi voglio rimanere in tema e raccontare una storia che in tanti conoscono e che per questo motivo guarderò da un punto di vista diverso, non tanto da quello storico-critico (anche perché non è il mio campo di competenza) quanto piuttosto da quello del marketing e della comunicazione. Il protagonista di questa storia è un quadro, anzi, il quadro per antonomasia, la Monna Lisa di Leonardo, il dipinto più famoso di tutta la storia dell’arte.

Ma perché questo lavoro del grande genio italiano è conosciuto in tutto il mondo, anche da chi non ha mai messo piede in un museo, né aperto un catalogo in vita sua? È forse l’opera più bella di Leonardo? È davvero un capolavoro superiore al Cenacolo di Santa Maria delle Grazie? Obiettivamente, è più bella la Gioconda o la Vergine delle Rocce? Non sto parlando dell’importanza stilistica o storica dell’opera, queste sono cose che interessano gli addetti ai lavori o i veri appassionati. In questo caso mi riferisco alla semplice piacevolezza estetica che poi è ciò che è colto dalla maggior parte delle persone che affollano un museo come il Louvre. Credo che la Vergine delle Rocce, da questo punto di vista, sia superiore alla Gioconda: più colori, dimensioni maggiori, più personaggi (ci sono anche due bambini!), è un quadro che trasmette un’emozione (cosa che piace sempre al grande pubblico) nettamente superiore rispetto a quella che può trasmettere un semplice ritratto di donna. Allora perché la gente si affolla davanti a quel piccolo gioiello che è la Monna Lisa e non davanti a un capolavoro come la Vergine delle Rocce?

È tutta una questione di marketing

Leonardo dipinse la Gioconda tra il 1503 e il 1514 circa e la portò con sé in Francia nel 1516 dove fu acquistata insieme ad altre opere da Francesco I. Il dipinto fece quindi parte delle collezioni reali francesi e si pensa che fu conservato per un certo periodo al Castello di Fontainebleau finché Luigi XIV lo fece trasferire a Versailles. L’opera venne finalmente spostata ed esposta al Louvre solo dopo la Rivoluzione francese.

Per tutto questo tempo la Gioconda era sì un dipinto rinomato, essendo pur sempre uno dei pochi creati da uno dei geni più grandi di sempre, ma non era così conosciuto come lo è oggi e tanto meno non poteva certo definirsi il dipinto più famoso della storia dell’arte.

Dovette succedere qualcosa affinché la sua fama raggiungesse le vette odierne, qualcosa che non ha niente a che vedere con il valore dell’opera e nemmeno con il mondo dell’arte. Fu tutto merito di una storia che vede tanti protagonisti più e meno celebri.

La più grande operazione di art-marketing

I primi due protagonisti di questa storia sono il pittore Louis Béroud e l’incisore Frédéric Laguillermie. Era lunedì 21 agosto 1911 e, come spesso accadeva, i due compari si recarono al Louvre (chiuso come tutti i lunedì) a cLa parete del Louvre dopo il furto della Mona Lisa di Leonardoopiare i capolavori lì esposti. Quando passarono nel Salon Carré, si accorsero che c’era uno spazio vuoto sulla parete tra un Giorgione e un Correggio là dove ci sarebbe dovuto essere uno dei tesori più preziosi del museo, la Gioconda di Leonardo Da Vinci. Pensando che il dipinto fosse dal fotografo interno per una pubblicazione, Béroud, che proprio quel giorno avrebbe voluto farne una copia, chiede al brigadiere di turno quanto avrebbe dovuto aspettare per rivedere il capolavoro appeso alla parete.

In pochi minuti, il tempo di rendersi conto che i fotografi non hanno la Gioconda, e si scatena il panico. Si bloccano le visite e si chiamano polizia e i responsabili del museo. Per uno strano scherzo del destino il sottosegretario alle Belle arti lasciando l’ufficio per partire per le vacanze aveva raccomandato scherzando di non essere disturbato “a meno che il Louvre bruci e la Gioconda sia rubata”. Per fortuna si verificò il presagio meno dannoso.

Arsenio Lupin o la Banda Bassotti?

Vincenzo PeruggiaMentre si scatena il caos dentro al Louvre e polizia e ispettori corrono avanti e indietro alla ricerca di indizi, fa la sua entrata nel museo il terzo protagonista della storia, Vincenzo Peruggia, un imbianchino italiano emigrato a Parigi. Quel giorno era uscito alle nove da casa, leggermente in ritardo, come aveva dichiarato anche la portinaia, perché la sera prima aveva fatto baldoria ubriacandosi con amici e arrivando persino a farsi denunciare per schiamazzi notturni, lo stolto.

Che poi il Peruggia proprio così stolto non lo era. Arrivato in Francia aveva fatto di tutto pur di lavorare a contatto con l’arte, tanto che la teca in cui era custodita la Gioconda era stata montata proprio da lui. Fu forse proprio durante quei giorni che cominciò a elaborare il suo piano per riportare in Italia il capolavoro di Leonardo, convinto che facesse anch’esso parte del bottino delle razzie Napoleoniche. Eh sì, non fu nessun scaltro ed esperto ladro né alcuna banda organizzata a compiere il furto del secolo, bensì proprio questo giovane e ingenuo decoratore che attuò e portò a termine un piano praticamente perfetto. L’ubriacatura era tutta una messa in scena e la mattina del 21 agosto 1911 il Peruggia esce di casa all’alba, entra al Louvre senza svegliare il custode, che si diceva dormisse sempre, stacca il dipinto dalla cornice e lo nasconde sotto la giubba. In pochi minuti rientra di nuovo a casa senza farsi notare dalla portinaia e prepara la seconda messa in scena, quella dell’uscita in ritardo per recarsi al lavoro.

Prima regola: far parlare di sé

Il clamore per il furto fa in pochissimo tempo il giro del pianeta. Certo, non ci possiamo aspettare la velocità di Prima pagina dell'Excelsior con la notizia del furto della Mona Lisapropagazione della notizia dei giorni nostri, comunque l’immagine di Monna Lisa guadagnò le prime pagine dei giornali di tutto il mondo e ci stette per parecchio tempo.

Due furono i motivi principali di gran scalpore:

  1. Si trattava del primo furto in assoluto di un’opera d’arte da un museo
  2. Ci fu il rischio che si aprisse un caso diplomatico intorno alla vicenda: tra Francia e Germania non correva buon sangue a causa delle contese per l’espansione coloniale in Africa. I francesi accusarono i tedeschi di voler rubare, oltre alle colonie, anche i loro capolavori e i tedeschi rispondevano che il furto era tutta una messinscena.

Si capisce bene che c’erano tutte le premesse affinché si parlasse del caso non solo su ogni giornale, ma in tutte le case, scuole, uffici, bar. Anche chi non era affatto interessato all’arte poteva dire la sua opinione sul fattaccio della Gioconda, un po’ come succede oggi con le partite di calcio. Il dipinto di Leonardo divenne il simbolo di una vicenda molto grande che non riguardava solamente il mondo dell’arte e che ne alimentò ulteriormente il mito. Si arrivò al paradosso che in molti si recavano al Louvre non più per vedere i quadri ma per vedere lo spazio vuoto lasciato dalla Monna Lisa. Ci fu persino un pittore che dipinse la parete del museo senza il capolavoro e vendette i quadri all’ingresso. Se non è marketing questo.

La vicenda si complica

Intanto le indagini proseguono ed entrano in scena due altri personaggi questa volta non proprio sconosciuti: il 7 settembre venne arrestato Guillaume Apollinaire, il poeta e scrittore che in un’invettiva contro l’arte del passato aveva dichiarato di voler distruggere tutti i capolavori dei musei per far spazio all’arte nuova. Niente di eccezionale per i tempi, egli era infatti in contatto con il Movimento Futurista che nasceva proprio in quel periodo.

Qui le cose si fanno un po’ confuse: entra in gioco un terzo personaggio, per alcuni è Honoré Géri Pieret ex-amante del poeta che lo denunciò per vendicarsi di essere stata lasciata, per altri è Honoré Joseph Géri Pieret, ex-segretario di Apollinaire, che aveva trafugato delle statuette africane dal museo donandole al suo principale. Alcune di queste erano finite in mano anche a un giovane e promettente artista dell’epoca, Pablo Picasso, che ne trasse ispirazione per uno dei suoi futuri capolavori, Les damoiselles d’Avignon.

Anche l’artista spagnolo fu quindi sentito dagli agenti e, per salvarsi, negò di conoscere l’amico Apollinaire e tentò di sbarazzarsi delle statuette. Quando fu scagionato scherzò sul fatto con la famosa battuta: “Amici vado al Louvre, serve qualcosa?

Fatto sta che tutti questi errori giudiziari e questo intrecciarsi di eventi non fecero altro che buttare altra benzina sul fuoco e regalarono nuovi argomenti di discussione ai giornalisti. E intanto il mito cresceva sempre di più…

Ma intanto dov’è finita la Gioconda?

Vincenzo Peruggia al processo per il furto della GiocondaIl Peruggia aveva nascosto il dipinto sotto il tavolino, lo stesso sul quale il Prefetto firmò il verbale dopo una perquisizione a sorpresa nel suo appartamento. La polizia brancolava nel buio.

Nel dicembre del 1913, dopo due anni di una bellissima convivenza, il Peruggia decise di liberarsi della refurtiva. Si recò in Italia e si mise in contatto con il direttore degli Uffizi, Giovanni Poggi. Constatata l’originalità dell’opera il Poggi avvisa le forze dell’ordine e verso sera l’esule parigino venne arrestato. Al processo l’opinione pubblica è tutta a favore del ladro che alla fine viene condannato a un anno e 15 giorni, pena ridotta poi a 7 mesi e 4 giorni.

Il rumore sui giornali, durato ben due anni, continua ancora per qualche mese, fino a quando, come succede anche oggi con velocità ancora maggiore, il clamore di un’altra notizia distoglie l’attenzione del pubblico: due colpi di rivoltella a Serajevo avevano dato inizio al primo conflitto mondiale.

Il mito è ormai alimentato

Ormai il dado è tratto, della Gioconda se ne è parlato, parlato e parlato, in tutto il mondo. Prima di tornare in Francia in Giornale con la notizia del ritrovamento della Gioconda a Firenzepompa magna il dipinto viene esposto in alcuni musei italiani. Il mito è nato: poco alla volta Monna Lisa conquista un’intera parete del museo e la gente fa la fila non più per osservare il capolavoro di Leonardo ma per vedere il famoso dipinto rubato.

Il furto della Gioconda si è rivelata una grandissima operazione di marketing, certo, non studiata a tavolino, ma comunque ben sfruttata poi dal museo. Se oggi il capolavoro di Leonardo è il dipinto più famoso della storia dell’arte e il Louvre è uno dei musei più visitati al mondo, un po’ del merito è anche del quasi sconosciuto e anonimo Vincenzo Peruggia.

Arte di successo: questione di talento e di Personal Branding

Oggi si accusano artisti contemporanei di aver fondato il proprio successo più sulla capacità di far parlar di sé, piuttosto che sulla forza della loro arte. L’utilizzo da parte loro di alcune delle cosiddette strategie di personal branding, se non addirittura di marketing vero e proprio, infastidiscono i benpensanti e fanno gridare allo scandalo.

Io, che dal mondo della comunicazione arrivo, ho un’opinione chiara e precisa: il marketing e le sue tecniche funzionano solamente se sono al servizio di un prodotto valido. Al contrario se non esiste sostanza, queste strategie contribuiscono solamente a far venire allo scoperto più velocemente le debolezze di ciò che pubblicizzano.

Per l’arte è la stessa cosa: un artista può utilizzare tutta la sua capacità di fare personal branding ma se la sua opera non esprime contenuti di valore, verrà fuori in pochissimo tempo tutta la sua mediocrità.

Detto questo mi sembra chiaro che nessun imbrattatele potrà mai raggiungere il successo solo per la sua capacità di creare relazioni e di far parlare di sé ed è altrettanto vero che nessun genio o fenomeno del pennello raggiungerà mai la fama meritata se se ne starà tutto il giorno chiuso nel suo studio a creare senza mai impegnarsi per far conoscere la sua opera.

Proprio in questi giorni è uscito nelle sale cinematografiche “Big Eyes”, un film diretto da Tim Burton indicativo rispetto a questo tema.

“Big Eyes”: saper dipingere non basta

Locandina del film "Big Eyes" di Tim BurtonIl film è tratto da una storia vera. Ne riassumo qui le vicende senza entrare nei particolari per non rovinare la sorpresa a chi volesse andare a vederlo e perché a me interessa soprattutto per trarne spunto per alcune riflessioni.

Siamo nell’America della fine degli anni ’50 inizio anni ’60: gli Stati Uniti sono appena usciti vincitrici dalla grande guerra e sono un paese un po’ spensierato e un po’ bigotto. Margaret Ulbrich scappa dal marito con il quale era diventato impossibile vivere e si traferisce a San Francisco portando con sé la figlia Jane. Ora, in quegli anni non era un avvenimento di tutti i giorni che una donna lasciasse il nido famigliare e da sola si prendesse cura di se stessa e della figlia, quindi è facile immaginare la difficoltà nel trovare un’occupazione.

Soluzione? Fare ciò che sapeva fare meglio: dipingere e vendere i suoi quadri per strada. A questo punto, se fosse un romanzo di fantasia, sarebbe passato davanti alla sua bancarella un grande curatore o un direttore di museo, sarebbe rimasto affascinato dal talento e dalla bellezza della giovane donna, l’avrebbe sposata e portata al successo e tutti sarebbero vissuti felici e contenti, bla bla bla… boooriiiing!

Per fortuna invece si tratta di una storia vera, le cose non andarono poi così lisce e la vicenda è per questo molto più interessante.

Ad avvicinarsi e ad accorgersi del talento della donna è Walter Keane un agente immobiliare, artista di strada della domenica che ama dipingere scialbe vedute di Parigi, mentre i quadri di Margaret hanno come soggetto principale espressive (e devo dire a volte inquietanti) bambine dai grandi occhioni tondi e sproporzionati rispetto al resto della figura. Significato: gli occhi sono lo specchio dell’anima e sono la parte del corpo che meglio caratterizza una persona.

Un dipinto di Margaret Keane raffigurante una bimba che piangeI due cominciano a frequentarsi e quando l’ex marito di Margaret pretende che le venga assegnata la figlia, l’intraprendente Walter propone alla donna di sposarlo. Qui inizia la parte che interessa a noi. Walter è affascinato dalla pittura della novella mogliettina e fa di tutto per esporre i suoi quadri in affermate gallerie della città, ma non è proprio il periodo migliore per l’arte figurativa, è l’arte astratta dei vari Pollock, Rothko, Sam Francis che va per la maggiore in quegli anni.

Ma Walter non si arrende, è un venditore nato: raggiunge un accordo con Enrico Balducci, il proprietario di un famoso locale della zona. I suoi quadri e quelli della moglie sono sì esposti ma nel corridoio che porta ai bagni. Da qui nasce una controversia nel bel mezzo di una serata, prima verbale poi anche fisica durante la quale Keane scaraventa una tela sulla testa del Balducci. La storia fa scalpore, le foto vanno sulle prime pagine dei giornali e indovinate cosa succede… Più gente nel locale, dipinti più in vista, opere finalmente vendute.

Ecco la prima riflessione su cui porre l’accento: le opere di Margaret erano belle anche prima di finire sulle prime pagine dei giornali ma c’è voluto che qualcuno ne parlasse per far sì che anche il grande pubblico le apprezzasse e avesse il coraggio di comprarle. In questo caso l’evento scatenante è stato un po’ fortuito e anche comico ma comunque efficace, tant’è vero che sia Walter che Balducci ci marceranno sopra e continueranno a simulare finti litigi per cavalcare l’onda e far parlare dei dipinti come del locale.

Ad ognuno il suo lavoro

A questo punto il primo passo è fatto, l’interesse verso i quadri è nato. Walter si accorge però ben presto che i dipinti della moglie attirano maggiormente l’attenzione del pubblico rispetto alle sue vedute parigine e, approfittando del fatto che sono entrambi firmati solamente con il cognome acquisito “Keane”, si appropria della paternità, in un primo momento all’insaputa di Margaret.

Una scena tratta dal film "Big Eyes" di Tim BurtonGrazie alla sua spigliatezza Walter riesce a far crescere la popolarità (e i prezzi) dei quadri dipinti dalla moglie facendoli sempre passare come sue opere, conclude affari importanti, dona dipinti a personaggi illustri e si fa immortalare con loro (insomma fa personal branding). Una scena importante del film è quando un importante collezionista, Dino Olivetti, rampollo della famosa famiglia industriale italiana, si innamora di una delle bambine dipinte da Margaret. L’impacciata donna, dopo un attimo di esitazione, si fa anticipare dal marito ed è lui che tesse la relazione con il giovane collezionista. Da quel momento in poi il gioco diventa sempre più grosso e Margaret, ormai dentro fino al collo nell’operazione fraudolenta, ha sempre più rimorsi di coscienza. Intanto i soldi arrivano a fiumi, gli affari si fanno sempre più grossi e Walter crea una “Factory” stile Andy Warhol mentre la moglie continua a dipingere e sfornare quadri da immettere nel mercato di nascosto persino dalla figlia. Non voglio rovinarvi il finale del film quindi se vi interessa andate al cinema oppure cercate su Wikipedia l’intera storia.

Il punto a cui volevo arrivare è questo: se si è interessati al successo, non basta essere grandi artisti, bisogna anche sapersi vendere. Questo vale nel campo dell’arte come in tutte le professioni e vale oggi come valeva 500 anni fa. Se Caravaggio fosse rimasto a vivere in un paesino in provincia di Bergamo e non fosse partito per Roma, dove nel ‘600 si trovava il più grande dei committenti di allora, la Chiesa, sicuramente non avrebbe avuto tutto il successo e i seguaci che invece ha avuto.

Puoi essere il miglior architetto del mondo ma se ti limiti a costruire palazzi a Rescaldina e non ti confronti con committenze più importanti in grandi città, difficilmente verrai riconosciuto. Se Lionel Messi fosse rimasto a giocare nei campi di terra in Argentina e non avesse lasciato casa e famiglia per trasferirsi a Barcellona, adesso sarebbe comunque un fenomeno ma non avrebbe mai vinto tre (o quattro?) palloni d’oro e sarebbe rimasto sconosciuto ai più.

Margaret era impacciata, timida, poco propensa a instaurare relazioni e a elogiare il suo lavoro. Walter al contrario aveva tutte le caratteristiche che mancavano alla moglie: fascino, intraprendenza e una grossissima faccia tosta. I due si completavano e se il signor Keane fosse stato onesto e si fosse limitato a fare ciò che gli riusciva meglio (promuovere, vendere, creare contatti e fare affari) senza appropriarsi della paternità delle opere, la storia si sarebbe conclusa nel migliore dei modi per tutti i personaggi.

Disegno di una compravendita di un quadroCi sono artisti che non si trovano a loro agio davanti ai riflettori, mentre ce ne sono altri che probabilmente sono più bravi a promuoversi che a dipingere. Il pittore che non si sa vendere, deve almeno sforzarsi di instaurare buoni rapporti con galleristi che sanno fare il loro mestiere. Ad ognuno il suo lavoro: l’artista fa i quadri, il gallerista li vende. Ma anche l’artista più introverso deve tirare fuori ogni tanto la testa dallo studio per parlare con critici, curatori, collezionisti e magari anche con colleghi, è inevitabile. Il mondo dell’arte è un sistema fatto di relazioni e chi è più bravo a tesserle ha più successo di chi non lo è. È probabile che un buon artista capace di promuovere il suo lavoro raggiungerà una fama maggiore di un fenomeno incapace di comunicare.

Poi arriva la storia e davanti a lei si tirano i conti e tutto si sistema. Ma per quello ci vuole tempo, bisogna saper aspettare e non tutti sono così fortunati da arrivare a vedere la propria fama crescere in vita.

Arte e denaro, le verità che spesso non si dicono

Il battitore aggiudica un'opera in astaÈ inutile negarlo e continuare a far finta che non sia vero: se oggi ogni tanto l’arte ottiene ancora i riflettori del palco mediatico, non è certo per il genio di un’artista o di un astro nascente, quanto per le quotazioni che le sue opere raggiungono.

Tanto è vero che quando c’è un record d’asta, si parla sempre e solo del prezzo, mai dell’opera e del suo significato, indipendentemente dal fatto che l’autore sia Monet, Picasso, Francis Bacon o Jeff Koons.

Per capire le cifre astronomiche che girano attorno al mondo dell’arte e che fanno tanto scalpore, non dobbiamo dimenticare due cose:

    1. I bravi artisti si sono sempre fatti pagare e anche tanto
    2. Viviamo in un’epoca in cui l’economia ha vinto e si è impossessata di tutto

1. Arte e denaro un connubio vecchio secoli

Arte e denaro hanno sempre camminato fianco a fianco. L’arte dell’epoca moderna si è sviluppata con più forza in quei paesi in cui non era solo il fermento culturale a essere ricco, ma anche il denaro vero e proprio girava in abbondanza. Nell’Italia del Rinascimento, nell’Olanda della seconda metà del 1600, nella Francia della Belle Époque e nell’America del dopoguerra, agli artisti, oltre a grandi commissioni e riconoscimenti, erano assicurati anche lauti compensi.

Stati ricchi quindi, che diventavano direttamente o indirettamente mecenati e protettori delle arti tutte. Non poteva essere diversamente d’altronde, dato che il prodotto del fare artistico è un bene superfluo, non necessario, e solo classi dirigenti di società nelle quali tutti gli altri bisogni erano per lo più soddisfatti potevano permettersi di sostenere una classe “non produttiva” come quella degli artisti.

Tanto è vero che l’arte è sempre stata un’attività per ricchi (papi, imperatore, re, aristocratici) che solo di riflesso si volgeva al resto della popolazione. Anche vederla come forma di investimento non è cosa nuova se, come citato da Nicola Maggi in un articolo del suo blog, già nel 1200 il critico Ts’ai Tao scriveva: «L’amore e la gioia per l’arte sono diventati una moda e le opere d’arte sono ovunque considerate alla stregua di merci e investimenti. Questo il diavolo della nostra epoca».

Cambiano gli artisti, cambia il pubblico ma…

Nulla è cambiato quindi, oggi come allora il denaro associato al mondo dell’arte è visto come un male. Gli artisti devono essere poveri e maledetti e lavorare per la gloria che arriverà solo a morte giunta. Peccato che questo sia vero solo per una percentuale piccolissima di protagonisti della storia dell’arte. Tiziano era così ricco, famoso e rispettato che addirittura l’imperatore Carlo V in persona (l’uomo che regnava su un impero in cui non sorgeva mai il sole, per intenderci) si inchinò per raccogliere un pennello caduto al maestro.


Copertina del libro "The wealth of Michelangelo" di Rab HatfieldAndrea Mantegna
il giorno in cui morì possedeva case e terreni di gran valore. Per non parlare di Michelangelo, uno degli artisti più ricchi del suo tempo, grande nel creare arte quanto nell’accumulare denari come è stato dimostrato dalla ricerca svolta dallo studioso Rab Hatfield pubblicata con il titolo “The wealth of Michelangelo” (un ottimo libro che racchiude tante curiosità sui pittori italiani del Rinascimento e sul loro rapporto con il denaro).

Per tornare agli artisti, se Caravaggio non ha mai vissuto un’esistenza agiata è dovuto solo al suo carattere indocile e aggressivo che lo ha costretto a fuggire in lungo e largo per l’Italia vivendo come un fuggiasco: i suoi lavori, richiesti da grandi e influenti personaggi come il Cardinale Barbierini, erano ben ricompensati.

Avvicinandoci sempre di più ai nostri tempi andiamo incontro a una delle più grandi e false legende relative alla storia dell’arte, quella che vuole gli impressionisti poveri, incompresi e morti in miseria: a parte il fatto che nessuno di loro è mai stato povero per il semplice fatto che appartenevano tutti, ad eccezione di Renoir, a famiglie benestanti. Comunque sia tutti gli impressionisti sono diventati ricchi e famosi grazie alla loro pittura. Molto probabilmente anche Van Gogh stesso se non fosse morto così giovane avrebbe conosciuto il successo.

Van Gogh, uno degli artisti maledettiSe poi pensiamo a Picasso o Dalì, possiamo sicuramente affermare che non morirono certo in disgrazia. Da dove arriva allora questa credenza comune che vuole l’artista povero e maledetto, dedito solo a creare i propri lavori per la gloria e non per alcun guadagno?

Il mito romantico dell’artista maledetto

Bastarono pochissimi anni per creare e coltivare un mito che si è poi talmente radicato da giungere inalterato fino ai giorni nostri: quello dell’artista povero e maledetto che vive e si nutre esclusivamente di emozioni e pittura.

Nella prima metà dell’800 nasce la figura del genio incompreso, rifiutato dalla società e che della società rifiuta regole e valori, che conduce una vita autodistruttiva e che muore prima che il suo valore venga riconosciuto. È il Romanticismo, un movimento a mio parere mediocre il cui lascito più grande alla storia dell’arte è stato appunto questo stupido e falso retaggio causa delle più grandi incomprensione di oggi verso l’arte contemporanea.

D’altronde i numeri parlano chiaro: quanti sarebbero questi artisti maledetti? Così su due piedi mi vengono in mente solo i nomi di Van Gogh e di Modigliani, due artisti importantissimi ma che fanno grande presa sul pubblico più per il fascino delle loro vite “spericolate”, come direbbe il buon vecchio Vasco, che per il pensiero trasmesso dalle loro opere. Eppure questo è un retaggio che ha messo radici talmente profonde che a fatica riusciamo ad accettare che un artista possa guadagnare e diventare ricco vendendo i propri lavori.

Di arte si vive e con l’arte si mangia

Fare l’artista è un lavoro come un altro, per certi versi forse più affascinate ma è comunque un lavoro. Gli artisti dedicano energia e ore della propria giornata per regalare un po’ di bellezza a questo mondo, perché non dovrebbero essere pagati dato che, come ogni professionista che si rispetta, versano anche i loro bei tributi allo stato?

Nel rinascimento esistevano tabelle di prezzo che indicavano con certezza quanto sarebbe dovuto essere ricompensato un lavoro: più figure comparivano nel dipinto, più aumentava il prezzo. Gli artisti non producevano spinti dall’ispirazione: tutte le opere che vediamo appese nei vari musei del mondo erano lavori innanzitutto commissionati da qualcuno e che dovevano seguire determinati canoni. Solo in seguito poteva capitare che il talento di un genio ci mettesse del proprio e creasse quei capolavori che ancora oggi possiamo ammirare.

Si lavorava comunque innanzitutto per una retribuzione, non per esclusivo piacere personale. Oggi è uguale. Gli artisti lavorano per esprimere se stessi è vero, ma hanno bisogno di essere pagati anche perché altrimenti sarebbero costretti a procurarsi il sostentamento con altri mezzi e questo toglierebbe tempo alla loro arte. Che poi alcuni artisti abbiamo raggiunto quotazioni astronomiche è un altro discorso.

2. L’economia si è impossessata dell’arte

Si, l’economia ha vinto su tutto non possiamo far finta di niente. Mentre nel Medioevo era la religione ad avere la meglio sulla vita e sull’arte, nel Rinascimento tutto era fondato sullo studio dell’Uomo e la parola chiave dell’Illuminismo era “Ragione”, oggi l’Economia è ciò che guida la nostra società. E dato che l’arte riflette sempre se non addirittura anticipa ciò che la società produce, in un mondo in cui non si fa altro che parlare di spread, bilanci, indici, ecc., l’economia non poteva non diventare protagonista anche nell’arte.

Un uomo pensa ai soldi e cerca di prenderli con una calamitaQuesto non vuol dire però che viene meno il valore degli artisti e della loro opera. Bisogna sempre tenere bene in mente che prezzo e valore sono due cose diverse che non sempre combaciano. Ci sono artisti che costano poco e che valgono tanto, come ci sono artisti che hanno raggiunto quotazioni altissime ma le cui opere non hanno un valore poi così grande.

Non dobbiamo giudicare grande un’artista solo per il prezzo che le sue opere raggiungono come non dobbiamo fare l’errore di classificare alla stregua di una speculazione finanziaria un’opera che ha un prezzo esorbitante. Anche là dove i prezzi sono evidentemente gonfiati dal mercato, non ci si dovrebbe far distrarre dall’indignazione ma sforzarsi di comprendere quello che l’opera vuole trasmettere.

Lasciati da parte i pregiudizi potremmo trovarci di fronte a piacevoli sorprese sia davanti a un opera valutata poche migliaia di euro, sia davanti a un’altra valutata milioni di dollari.

Investire in arte: 10 buoni consigli per non sbagliare

Investire in arte è una forma molto redditizia per far fruttare una parte dei propri risparmi. È vero che ci sono diversi livelli di volatilità, ma le performance non sono affatto da Arte e investimentiscartare. Per l’arte contemporanea per esempio, possono arrivare anche a picchi del 50%. Restando con i piedi per terra, studi più o meno recenti indicano un rendimento medio annuo che va dal 14% al 17%. Con questi numeri non è difficile capire come mai in molti si stanno lanciando su questo mercato per diversificare il proprio portfolio investimenti.

Il problema è che come è vero che si possono ottenere bei guadagni, è altrettanto vero ed è molto più facile fare acquisti sbagliati e ritrovarsi dopo qualche anno con qualcosa che praticamente non ha più alcun valore. Questo succede soprattutto quando si passa all’azione senza una reale conoscenza del vasto universo dell’arte, un mondo affascinante ma che per quanto riguarda il mercato è guidato da ben poche regole certe e verificabili.

Probabilmente anche tu vuoi diversificare il tuo portfolio investimenti e puntare su un dipinto, una scultura o una fotografia ma hai paura di compiere un errore. Eccoti allora dieci consigli che ti aiuteranno a scegliere un artista le cui quotazioni potrebbero rivalutarsi nel corso degli anni. Devo partire innanzitutto da una breve ma fondamentale premessa indispensabile per contenere il più possibile le polemiche che ogni volta si scatenano quando si parla di questo argomento.

Ti dico inoltre fin da subito che in un solo articolo non potrò esaurire l’argomento, sul quale per altro si sono già consumate le penne di decine di giornalisti, critici o addetti ai lavori. Scriverò comunque presto altri post legati a quello che stai per leggere. Ma ora partiamo.

L’arte è una cosa, il mercato un’altra

Proprio così, arte e mercato sono due entità differenti e separate anche se strettamente legate e connesse fra loro. È come parlare di uno sport, il calcio per esempio, ma di due partite differenti che si giocano su due campi differenti per due competizioni differenti. Se valutiamo il valore artistico di un’opera, lo stile di un artista e la sua importanza culturale, stiamo giocando una partita, se analizziamo il valore economico di un dipinto o di una scultura, ne stiamo giocando un’altra.

Questo vuol dire che arte e mercato non si incontrano mai? No, a volte si incontrano anche, ma nella maggior parte dei casi c’è un forte sfasamento e il mercato si comporta un po’ come un cavallo impazzito: corre avanti rispetto a certi artisti mentre ne lascia indietro altri e questo comportamento fa arrabbiare tanti nostalgici amanti della vecchia buona e bella arte.

Jeff Koons ball fintiFacciamo qualche esempio per essere più chiari. Chi sono gli artisti che più di tutti negli ultimi anni sono stati bersaglio di aspre critiche e fulcro di polemiche sistematiche (spesso anche consciamente cercate)? Sicuramente i nomi principali, per citare i più famosi, sono Damien Hirst e Jeff Koons. Il primo è stato forse un precursore nell’aver utilizzato (consapevolmente e con una strategia precisa) ciò che si chiama personal branding nel mondo dell’arte. Il secondo detiene il record per l’opera di un artista vivente più pagata in asta (58 milioni di $).

Può un cagnolone gigante, metallizzato, consapevolmente kitsch, costare più di un’opera di Gerhard Richter, per citare un altro artista vivente, o di Salvador Dalì e di Lucio Fontana, per citare due nomi di artisti storicizzati? Ebbene sì, può, sempre per lo stesso motivo: l’arte è una cosa, il mercato un’altra. Lo ripeto nuovamente perché deve entrare bene in testa a chi si vuole avvicinare a questo mondo senza trovarsi di fronte a brutte sorprese. Il mercato ha delle regole proprie e si muove secondo principi propri che a volte non hanno nulla a che vedere con quelli della storia dell’arte.

Quindi se ci si avvicina all’arte con l’intenzione di fare un investimento sono le regole del mercato che bisognerebbe cercare di capire e seguire, non la piacevolezza dell’opera tanto meno il proprio gusto personale. Ovviamente fra i tanti possibili investimenti si può scegliere l’artista che più tocca le nostre corde, ma, come ho già scritto in un precedente post, se si compra sperando in una futura rivalutazione dell’opera non bisognerebbe mai farsi guidare dall’emozione: godere l’arte con il cuore ma comprarla con la testa.

Come investire in arte: 10 consigli per scegliere l’opera giusta

Veniamo finalmente al succo di questo post. Se ti stai avvicinando al mondo dell’arte con l’intenzione di fare un buon investimento eccoti 10 domande che faresti bene a porti quando ti trovi davanti a un’opera che ti affascina prima di decidere di tirar fuori il tuo libretto degli assegni e sperare di aver sotto il braccio un dipinto che in futuro si rivaluterà. Cominciamo:

  1. Qual è la galleria o il mercante che segue e gestisce il suo lavoro?

    I galleristi - Investire in arteEh si, la prima domanda non ha nulla a che vedere né con l’artista tanto meno che con la sua arte. Ti sembra strano? Ti ricordo che stiamo parlando di mercato e il mercato lo fa il gallerista, non l’artista.  Come esistono avvocati più potenti e influenti degli altri, politici più potenti e influenti degli altri, blogger, giornalisti, imprenditori, ecc. più potenti e influenti degli altri, così nel mondo dell’arte ci sono galleristi più potenti e influenti degli altri. Sono loro che, insieme ad altri personaggi, muovono le reti del sistema e a volte sono così famosi da diventare brand più importanti degli stessi artisti che gestiscono: Larry Gagosian, David Zwirner, Iwan Wirth per citarne qualcuno.

    Stando con i piedi per terra, senza andare a scomodare certe vette, anche a livelli inferiori ci sono galleristi che fanno bene il proprio lavoro e altri che lo fanno meno bene. Dietro alle alte quotazioni di un artista, si nasconde un lungo e dispendioso lavoro, sia a livello di tempo che a livello di denaro. Non tutti sono in grado o hanno le capacità, le conoscenze e i contatti (fattore essenziale per avere successo in questo mondo) per portarlo a termine. Ricordatevi che dietro agli impressionisti c’era Paul Durand Ruel e dietro a Picasso e Cézanne c’era un grande mercante come Ambroise Vollard. Quindi insieme all’artista, e in alcuni casi ancor prima dell’artista, scegliete il mercante giusto. In Italia le gallerie più forti sono Massimo De Carlo, Giò Marconi, Lia Rumma, Massimo Minini, Franco Noero per citarne solo alcune. Ci sono poi tantissime altre gallerie meno forti ma che fanno un ottimo lavoro e vendono artisti interessanti.

  1. In quali mostre o musei sono stati o sono esposti i suoi lavori?

    Mostre e musei Finalmente parliamo dell’artista o meglio ancora del suo Curriculum.
    Se doveste assumere un collaboratore come lo scegliereste? Ovviamente dando un’occhiata alle sue esperienze passate e alle aziende per cui ha lavorato. Nel caso di un artista le esperienze sono date dai premi vinti, dalle mostre e soprattutto dai musei in cui le sue opere sono esposte.

    Un tempo gli artisti raggiungevano questo riconoscimento a fine carriera.
    Oggi le cose sono cambiate e spesso gli artisti entrano nei musei molto prima e ottengono il riconoscimento economico fin da giovani. Avere un’opera all’interno di un museo, oltre che essere un riconoscimento ufficiale, espone il nome dell’artista agli occhi del mondo e lo rende quindi più desiderabile.
    Consiglio: cercate artisti esposti nei musei ma con prezzi ancora abbordabili e diffidate di quelli che costano già cifre stellari ma che nei musei entrano solo pagando il biglietto.

  2. Chi lo colleziona

    Una volta c’erano Papi, nobili e aristocratici. Oggi ci sono capitani d’industria, banchieri e imprenditori. Cambiano i ruoli, cambiano i modi, ma la musica non cambia. EntrInvestire in arte - I collezionistiare a far parte di certe collezioni è garanzia di successo. Pensate agli artisti della Young British Art collezionati dal magnate della pubblicità Charles Saatchi e che oggi hanno raggiunto cifre da capogiro.  Altre collezioni importanti sono quella dei coniugi Rubell e quella di Rosa e Carlos De la Cruz in America, mentre in Italia si devono citare la Collezione Miuccia Prada, quella di Giuliano Gori e quella del Conte Panza di Biumo.

  1. Quale ruolo ha all’interno della storia dell’arte?

    All’interno del vasto mondo della storia dell’arte, ci sono artisti importanti, alcuni indispensabili e altri che non hanno lasciato il segno. Se cancellassimo Storia dell'arteCézanne, non capiremmo più Picasso e senza Picasso crollerebbe tutto il castello della storia dell’arte del Novecento. La stessa cosa vale per Lucio Fontana, per Andy Warhol e per tanti altri. Il mercato spesso non va di pari passo con la storia dell’arte e, soprattutto avvicinandoci ai giorni nostri, ci sono importanti e già storicizzati artisti che hanno ancora delle quotazioni raggiungibili.

    In questo momento gli artisti del dopoguerra (Vedova, Afro, Manzoni, Fontana, Castellani) hanno già valutazioni inarrivabili per i più ed è in atto la riscoperta degli artisti cinetici e di quelli dell’arte analitica. Una volta che anche loro arriveranno a determinate vette, il mercato passerà ai movimenti dei decenni successivi. Negli anni ’90 per esempio, hanno lavorato artisti come Alessandro Pessoli, Marco Cingolani e Stefano Arienti le cui quotazioni non hanno ancora raggiunto quelle del coetaneo Maurizio Cattelan.

    La cosa che si dovrebbe fare è anticipare i tempi e comprare gli artisti prima che vadano di moda e che vengano inglobati dal mercato: per riuscire a fare questo però, bisogna iniziare a familiarizzare con linguaggi a cui non siamo ancora abituati e che spesso possono risultare di difficile comprensione.

  2. Ha raccolto le sue opere in un catalogo generale

    Per un artista avere il catalogo generale è garanzia di sicurezza. Serve a far ordine nella sua produzione, a certificare quali opere sono vere e a dare un messaggio di serietà chCatalogo ragionato dell'artistae poi si trasferisce al mercato. Una delle cose che ha fatto esplodere il mercato di Alighiero Boetti qualche anno fa è stata la pubblicazione del catalogo ragionato delle sue opere.

  3. I suoi lavori sono immediatamente riconoscibili?

    Avere uno stile unico e inconfondibile porta sicuramente valore al lavoro di un artista, soprattutto quando questo vuol dire anche utilizzare un linguaggio nuovo o dire cose che nessuno ha mai detto. Artisti con stili propri sono quelli che poi diventano più facilmente icone e quindi più desiderabili dai grandi collezionisti. Un’opera di Andy Warhol, come una di Francis Bacon, come una di Lucio Fontana, come una di Luigi Ontani ecc. le si possono riconoscere a chilometri di distanza. Avere una loro opera appesa in un salotto è garanzia di prestigio per chi la possiede.

  4. Le sue opere girano all’interno di un mercato locale, nazionale o internazionale?Mercato dell'arte globale

    Qui è anche inutile spendere troppe parole, è una legge dell’economia: più la richiesta aumenta, più aumentano i prezzi. È intuitivo e automatico che un artista venduto nel mondo ha più richiesta di un altro venduto solamente dalla galleria del paese.

  5. Quella che sto per acquistare è un’opera di un periodo significativo?

    Quasi tutti gli artisti hanno avuto nel corso della vita, periodi di grande fermento creativo affiancati a periodi meno produttivi. Di solito il ciclo produttivo di un artista è diviso da una fase in cui “inventa” un nuovo linguaggio, seguito da una seconda fase in cui la novità si afferma e quindi finisce di essere una novità. Infine arriverà la fase in cui l’artista, ormai affermato, si attesterà sulla stanca ripetizione di uno schema ormai di successo. Ovviamente la prima fase è quella più cercata e pagata dal mercato.

    Non tutti i Picasso costano milioni di euro. Quelli del periodo rosa, del periodo blu o le opere cubiste sono quelle che raggiungono quotazioni spaventose. I Picasso dell’ultimo periodo non si avvicineranno nemmeno ai record price pazzeschi dell’artista. Così come una Piazza d’Italia di De Chirico degli anni ’50 non costerà come una del primo decennio del ‘900 o un Castellani degli anni 2000 non costerà come uno degli anni ’60.

    Attenzione però, perché non per tutti gli artisti il periodo migliore è quello giovanile, ci sono pittori che hanno raggiunto il massimo dell’espressività in età senile o altri per cui l’anno di creazione di un opera non fa la differenza ma conta solo la qualità.

  1. Com’è la qualità dell’opera che sto per acquistare?

    La qualità appunto. Penso sia chiaro che un artista non dipinge solo capolavori. Tutti noi abbiamo giornate no, in cui niente ci esce come vorremmo e altre in cui tutto sembra invece facile. Per un artista è uguale: ci sono giornate in cui dipinge capolavori, altre in cui i quadri sono poco riusciti, altre ancora in cui non ha alcuna ispirazione ed è costretto a creare opere giusto per accontentare il mercato e altre giornate ancora in cui il risultato del suo lavoro è ciò che l’ambiente chiama con il sinonimo di “crosta”.

    A differenza della borsa e delle azioni, l’arte è fatta di qualità, non di quantità. Nei titoli l’acciaio è sempre acciaio, il grano è sempre grano, l’alluminio è sempre alluminio. Un Picasso non è sempre un Picasso (con la “P” maiuscola intendo). Ovviamente i capolavori costano più delle altre opere, ma sono anche quelli che si rivalutano meglio nel tempo e che si farà meno fatica a vendere quando si vorrà monetizzare l’investimento. Nel mondo dell’arte a volte è meglio ricordarsi del proverbio: “chi più spende meno spende.”

  2.  Quale critico si è occupato della sua opera?

    Critico d'arteQuest’ultima regola ero indeciso se inserirla o meno. Un tempo la voce di un critico avrebbe potuto lanciare verso le stelle la carriera e le quotazioni di un artista. Oggi anche una critica importante non smuove in sostanza niente dal punto di vista delle quotazioni. C’è in compenso una nuova figura che qualche influenza in più ce l’ha ed è quella del curatore. Negli ultimi anni le scelte fatte da alcune importanti istituzioni museali rispetto a mostre ed esposizioni spesso coincidono con i nomi che fanno ottimi risultati in asta.

 

Quando l’arte è investimento

Adesso sei pronto anche tu a comprare la tua prima opera e a investire in arte.  Ovviamente non è necessario che un artista possegga tutti i requisiti che ho elencato qui sopra per essere un investimento, soprattutto se stiamo parlando di un artista giovane. Queste vogliono essere solo delle linee guida ma il discorso ovviamente non si esaurisce qui, ci sono tante variabili che influenzano le quotazioni di un artista soprattutto in un mercato in cui c’è poca chiarezza e trasparenza.

Matthew Carey-Williams, curatore della galleria White Cube di Londra ha dichiarato provocatoriamente «Oggi l’arte è un super business. Dopo il traffico di droga e la prostituzione, è il più grande mercato senza regole del mondo». Prima di lanciarti in un acquisto azzardato sarebbe meglio quindi iniziare a visitare musei, mostre, fiere nazionali e internazionali e dare un’occhiata ai nomi che girano. La cosa ancora più saggia è quella di farsi consigliare da un addetto ai lavori, ma occhio anche in questo caso a scegliere quello giusto, alcuni sono solo dei bravi imbonitori.

E tu? Sei già un collezionista o stai pensando di diventarlo? Hai altri suggerimenti da aggiungere? Condividili con noi nei commenti.

La Top Ten delle aste di Giugno

Impressionisti e Arte Moderna occupano le prime posizioni della Top Ten delle aste di Giugno, incontrando ancora una volta i gusti dei collezionisti più importanti.
In classifica anche un italiano, Amedeo Modigliani, con il Ritratto di Paul Alexandre.
Unico artista contemporaneo è Peter Doing con l’olio su tela Country-rock (wing-mirror), pezzo che fa parte di una serie di tre dipinti del 1999. Fu comprato dalla Gavin Brown’s Enterprise l’anno stesso in cui fu dipinto ed è rimasto in quella collezione fino a quest’ultimo passaggio che ha anche segnato il nuovo record price per l’artista.

Vero protagonista è comunque uno dei padri dell’ImpressionismoClaude Monet presente con ben tre opere in classifica tra cui anche quella che si è aggiudicata il primo posto.

Ma ecco la Top Ten:

  1. Claude Monet, Nymphéas – Olio su tela 88,5 x 100 cm – Venduta da Sotheby’s Londra per 53.959.006 $
  2. Francis Bacon, Three studies for portrait of George Dyer – Olio su tela 35,5 x 30 cm – Venduta da Sotheby’s Londra per 45.463.452 $
  3. Piet Mondrian, Composition with Red, Blue and Grey – Olio su tela 66 x 50 cm – Venduta da Sotheby’s Londra per 25.858.989 $
  4. Kurt Schwitters, Ja – Was? – Tecnica mista 109.2 x 80 cm – Venduta da Christie’s Londra per $ 23.710.964
  5. Amedeo Modigliani, Ritratto di Paul Alexandre – Olio su tela 92 x 60 cm – Venduta da Sotheby’s Parigi per 18.435.925 $
  6. Alberto Giacometti, Femme de Venise II – Bronzo e patina d’oro 120,50 cm – Venduta da Christie’s Londra per 15.347.080 $
  7. Claude Monet, La Seine à Argenteuil – Olio su tela 59,8 x 79,8 cm – Venduta da Sotheby’s Londra per 14.523.728 $
  8. Peter Doig, Country-rock (wing-mirror) – Olio su tela 194.9 x 270 cm – Venduta da Sotheby’s Londra per 14.453.058 $
  9. Henri Matisse, L’artiste et le modèle nu. – Olio su tela 60 x 73 cm – Venduta da Christie’s Londra per 11.545.315 $
  10. Claude Monet, Antibes, vue du Plateau Notre-Dame – Olio su tela 65,1 x 92,1 – Venduta da Sotheby’s Londra per 13.475.931 $

Grandi numeri e grandi cifre per un totale che supera i 236 milioni di $.
Che dire, il mercato dell’arte si dimostra ancora in gran forma, soprattutto per chi di problemi finanziari sicuramente non ne ha. Come dire che piove sempre sul bagnato.

Art Basel 2014, il mercato dell’arte è in piena forma

Non esiste crisi per l’arte contemporanea e anche la 45° edizione di Art Basel ha dimostrato (se ancora ce ne fosse stato bisogno) che il polso del mercato è più vitale che mai.Giuseppe Penone "Linfa Vitale"
Secondo le stime degli organizzatori più di 92.000 visitatori sono stati attratti dalla fiera madre fra tutte quelle dedicate all’arte e, a quanto sembra, gli affari sono andati a gonfie vele.

Il più importante? Un autoritratto di Andy Warhol degli anni ’80 passato di mano per una cifra che si aggira intorno ai 35 milioni di $. Grande successo anche per l’artista tedesco Gerhard Richter presente con diverse opere per diverse gallerie e una cui tela astratta è stata venduta per 6 milioni di $.

E fra gli italiani? Ovviamente non potevano mancare gli spazialisti, un “Concetto Spaziale” di Lucio Fontana è stato ceduto per 4,7 milioni di $, e gli ormai più che affermati artisti dell’Arte Povera, Michelangelo Pistoletto con gli “Specchi“, Pier Paolo Calzolari, Anselmo e Giuseppe Penone con la scultura “Linfa Vitale“, un’enorme opera di 50 metri tanto affascinante quanto difficile da piazzare in una casa, anche se i veri collezionisti sono sempre capaci di Gerhard Richterstupirci.

Molto presenti anche gli artisti dell’Arte Cinetica o Programmata, sia italiani che stranieri, anche loro ormai avviati per la strada che li porterà verso cifre sempre più elevate. Enorme spazio anche alla Performances e alla Videoarte con diverse opere presenti in fiera.

Ma è davvero possibile fare l’affare giusto, cogliere il nome che nei prossimi anni farà “il botto”? Al piano terra conoscendo un po’ di storia dell’arte e avendo un portafoglio di almeno un paio di milioni, è più facile azzeccare l’artista che crescerà: per la maggior parte sono tutti già storicizzati e affermati e per quanto la cifre siano alte il rischio è minore. Il problema è a monte: chi si può permettere di spendere cifre simili? Non tutti, sicuramente non in pochi, ma comunque non tutti.

Allora si può provare a fare un giro al piano di sopra dove si trovano gli artisti di oggi. I lunguaggi possono sembrare un po’ eccentrici e certamente molto lontani da quelli a cui siamo abituati ma cercando bene si può portare a casa un qualcosa di interesante con qualche decina di migliaia di euro.
Consiglio. Mai farsi guidare dall’emozione, godere l’arte con il cuore ma comprarla con la testa. E se non si è davvero esperti, forse è meglio farsi guidare da un addetto ai lavori o da qualcuno che ne sa più di noi. È vero che l’affare è sempre dietro l’angolo, ma anche la bufala non si nasconde. E forse sono più le bufale che gli affari…

Settimana calda per le aste Newyorchesi

Settimana calda questa per il mercato dell’arte a New York: arte impressionista e moderna sotto i riflettori delle case d’asta con la vendita di opere provenienti da alcune delle più importanti collezioni statunitensi.

Domani parte Christie’s con, fra le altre, le Nymphéas di Claude Monet del 1907 (quotato 25-35 milioni di dollari), tre Renoir (stimati da 3 a 15 milioni di dollari), Picasso con un ritratto di Dora Maar, musa e amante dell’artista (stimato 25-30 milioni di dollari), una tela di Kandinsky del 1909, Strandzene (16-22 milioni di dollari).

Il 7 maggio sarà la volta di Sotheby’s. Anche qui spunta un Monet, Sur la falaise à Pourville, (valutato 5-7 milioni di dollari) e ancora opere di Picasso, tra cui Tête de Marie-Thérèse (stima 15-20 milioni di dollari).

Dopo gli ultimi dati che descrivono un mercato in forte ripresa, ci si aspettano dei grandi risultati e perché no, magari qualche nuovo record.