Graham Short e i micro-ritratti sulle banconote da 5£

Graham Short è un artista, un grande artista. Il suo lavoro, al contrario non è affatto grande e il suo principale strumento di attività è un microscopio. Le sue opere sono infatti talmente piccole che non si vedono ad occhio nudo.
Ma partiamo dall’inizio.

Graham Short è un incisore e ha il suo studio a Birmingham in Inghilterra. Qui ha sviluppato e affinato la sua tecnica creando magnifiche incisioni su richiesta per i suoi clienti (tra cui si annovera anche la Famiglia Reale): piatti, buste, business card e così via. È uno degli ultimi incisori a realizzare ancora i suoi lavori interamente a mano.

Tra una committenza e l’altra, Graham ha trovato il tempo di coltivare la grande passione che, fin dai suoi primi passi in questo mondo, gli ha rapito il cuore: l’incisione su miniatura. Negli anni è riuscito a realizzare cose straordinarie, al limite del possibile, come incidere articoli di legge sull’involucro di un proiettile, i nomi di tutti i giocatori di calcio inglesi ad aver segnato in un Campionato Mondiale sul bottone di una scarpa, fino ad arrivare a incidere un’intero aforisma sulla struttura centrale di un orologio, nel minuscolo punto dove si uniscono le lancette.

Come ammette lui stesso, l’incisione su miniatura è per lui un’ossessione. Questa “malattia” così forte l’ha spinto a realizzare il suo sogno, incidere l’intera preghiera del “Padre nostro” sulla minuscola testa di un chiodo: ci sono voluti ben 40 anni.

La sua fame è cresciuta nel mondo per un’altra impresa: incidere “Nothing is impossible” (una frase che gli si addice) sul bordo millimetrico di una lametta da barba: la più piccola incisione al mondo. Ci sono voluti quasi duecento tentativi prima di compiere l’impossibile, ma la fatica è stata ripagata quando un collezionista ha sborsato ben 50.000€ per la lametta.

 

L’incisione sui 5 biglietti da 5 pounds

Il dicembre scorso Graham Short ha ideato e messo in atto un’operazione artistica che si pone alla stregua di una performance da street artist. Ha infatti inciso su cinque banconote da 5£ un micro-ritratto della scrittrice britannica Jane Austen con 5 diverse sue citazioni, visibili sul retro solo a chi sa trovare il giusto angolo di luce. Lo puoi vedere nel video qui sotto:

 

Una banconota è stata donata alla Jane Austen Society in occasione del bicentenario dalla morte della scrittrice, le altre quattro sono state messe in circolazione nell’intero Regno Unito senza fare alcun tipo di annuncio o pubblicità. Un qualunque cittadino britannico può quindi trovarsi in mano, senza neanche saperlo, 50.000£ nascoste dietro le finte apparenze di un biglietto da 5£, questo è quanto vale ognuna di queste opere di Graham Short.

Vorrei semplicemente che un lavoratore o una signora qualunque trovassero queste banconote. Se le avessero, le vendessero e tirassero su un po’ di soldi per Natale ne sarei davvero felice”.
E in effetti le banconote stanno iniziando a saltar fuori, siamo già alla terza come ci è puntualmente segnalato dal sito dell’artista: la prima nel cuore del Galles, la seconda al confine con la Scozia e la terza qualche giorno fa, alla fine di gennaio, nell’Enniskillen. Ne manca quindi solo una all’appello.

Un’operazione che avvicina l’arte alla gente comune e dà la possibilità anche a chi normalmente non potrebbe permetterselo, di diventare possessore di una splendida, importante e soprattutto costosa opera d’arte.
…un po’ sull’onda di quello che aveva fatto Banksy con la sua bancarella in Central Park a New York.

 

Perché mi odia? (Il burattino-robot di Jordan Wolfson)

Un burattino d’acciaio pende da una struttura di travi con delle catene metalliche legate al collo, a una mano e a un piede. È enorme, ma non è tanto per le sue sproporzionate dimensioni che rimango in un qualche modo sconcertato, quanto per l’espressione disegnata sul suo viso.

Lo fisso, lui mi fissa. Il suo sguardo è carico d’odio e i suoi denti sono digrignati in una feroce smorfia.Particolare dell'installazione Manic/Love di Jordan Wolfson

Cosa avrò fatto di male per meritarmi un’occhiata così minacciosa, perché tanto livore nei miei confronti e verso tutti quelli che, come me, sono nella sala al piano superiore dello Stedelijk Museum di Amsterdam?

Passano pochi secondi e gli argani che tengono imbrigliate le sue catene si mettono in funzione dando il via a una danza macabra: il burattino galleggia all’interno dello spazio circoscritto dalle travi, a sinistra, a destra, avanti, indietro, veloce, lento, poi ancora veloce. Improvvisamente scivola in picchiata a terra, si rialza appeso a un piede, rallenta riprende velocità, di nuovo a terra.

Il rumore delle catene è assordante e ancora più assordante è il tonfo del gigante che precipita contro il pavimento. A partenze rapide, si alternano lunghi momenti di calma piatta e di silenzi assordanti. Poi all’improvviso un’altra violenta caduta a terra. Il corpo striscia trascinato lungo il pavimento, faccia a terra, poi nuovamente in piedi.

È una danza straziante, una specie di tortura per il burattino e una sensazione di pena comincia ad assalirmi.

In uno dei momenti di calma, dalla bambola gigante esce una voce monotonale, quasi inespressiva. Alterna pensieri di odio a frasi d’amore, verso un anonimo “you” che potrei essere io come ognuno dei presenti in sala. I suoi occhi si illuminano, sono vivi, cercano e incrociano il mio sguardo, mentre le sue parole riempiono l’aria: “…four, to leave you; five, to touch you; six, to move you; seven, to ice you; eight, to put my teeth in you; nine, to put my hand on you; ten, to put my hand in your hair…

Poi precipita ancora a terra e accompagnata dalle dolci note di “When a man loves a woman” di Percy Sledge riprende la macabra danza che sembra non avere mai fine.

 

 

Sono incantato, quasi ipnotizzato, e in questo stato di “trans” inizio a comprendere perché il burattino mi odia, perché mi detesta: è colpa di quelle catene, quei gioghi di ferro che oltre a impedirgli ogni libero movimento, lo trascinano con violenza, soffocando quell’amore che pur esiste nascosto nel suo animo e che si rivela solo a tratti, attraverso alcune delle sue parole.

Mentre lo guardo diventano più chiare anche le improvvise liti nate a un semaforo o a uno stop non rispettato, le risse sfociate da uno sguardo o da una parola sbagliata, gli scontri allo stadio, la rabbia liberata in omicidio, Nicola Stoia davanti a un'autoritratto di Rembrandtl’odio apparentemente immotivato che impregna la nostra società. È tutta colpa delle catene invisibili che ci legano e ci trascinano in una routine di vita che spesso non ci appartiene, che non capiamo e che non sentiamo
nostra.

Attraverso un’arte figlia di quella stessa tecnologia avanzata che avrebbe dovuto renderci più liberi, l’opera di Jordan Wolfson ci mette davanti agli occhi una triste verità: la scienza e la tecnica invece di liberarci dalle catene, ci hanno resi ancora più schiavi, quindi più stressati, più infelici, insoddisfatti e pieni di rancore gli uni verso gli altri. O almeno, questo è il messaggio che quest’opera ha trasmesso a me. Probabilmente non ha niente a che vedere con ciò che voleva esprimere l’artista, ma d’altronde è anche questo il fascino dell’arte contemporanea.

A fatica mi allontano dal gigante dai capelli rossi, ho ancora parecchie cose da vedere ad Amsterdam.

Al Rijksmuseum mi perdo tra le bellezze del passato, cogliendo tutti i ricchi dettagli dei quadri del giovane Rembrandt e abbandonandomi negli intensi colori e tra le forti e pronunciate pennellate dei suoi ultimi lavori, tra l’immensità de “La ronda di notte” e i piccoli gioielli di Vermeer. Quanto conta la dimensione nella buona riuscita di un dipinto? Forse niente.

La pittura, la vera pittura, è grande al di là di ogni dimensione, questi due immensi artisti l’hanno dimostrato.

È facile sentirsi piccoli di fronte a geni di tal valore, eppure sul treno che da Amsterdam mi porta all’Aia, non sono i capolavori di questi due indiscussi maestri olandesi che mi occupano la mente, ma il burattino gigante.

Lo vedo tra gli spenti e apatici pendolari che tornano a casa con triste malinconia, il viso schiacciato sullo schermo del loro cellulare. Lo scorgo al di là del finestrino, nelle silenti sagome umane che si muovono nella luce dei pochi uffici ancora accesi. Lo vedo sul taxi, lo vedo per le strade.
È l’arte contemporanea che fa il suo dovere, mi fa riflettere sul nostro tempo.

Veduta dell'installazione di Jordan Wolfson allo Stedelijk Museum

 

Maurizio Cattelan: dopo la carta igienica anche il water d’oro

Maurizio Cattelan, rinuncia al pensionamento anticipato, e torna al lavoro, o meglio, torna a fare l’artista. Già perché non è che avesse proprio smesso di lavorare, aveva semplicemente cambiato mestiere passando dall’altro lato della barricata: prima di tutto curatore e poi manager di Toilet Paper, il magazine da lui stesso fondato in collaborazione con il fotografo Pierpaolo Ferrari.

Proprio dalla carta igienica (toilet paper) riparte, o meglio, da qualcosa a essa molto legata, diciamo una sua estensione semantica. La sua ultima trovata è infatti un water in oro massiccio a 18 carati che ha già scatenato le reazioni più controverse: c’è chi grida allo scandalo e chi ne esalta il genio assoluto.

Breve storia di arte ed escrementi

La storia dell’arte è ricca di artisti che hanno giocato e ragionato sui bisogni impellenti e primordiali dell’essere umano.

Ti faccio qui un breve elenco dei più famosi, ma la lista potrebbe allungarsi parecchio:

“Orinatoio” di Marcel Duchamp

L'Orinatoio di Marcel DuchampCon chi iniziare se non da colui che è all’origine di tutto questo, Marcel Duchamp, il padre dell’arte contemporanea. E come inizio non è proprio niente male se già nel 1917 il nostro Marcello, quando decise di inviare uno dei suoi ready-made alla mostra organizzata dalla Società per gli artisti indipendenti, pensò proprio ad un oggetto utile per espletare le corporee funzioni umane.

La storia è lunga e complessa e se sei interessato puoi leggere l’articolo “Tutta colpa di Marcel Duchamp”. In verità lui comunque non fu il primo e l’associazione fra arte e bisogni umani è molto più vecchia, risale a qualche secolo prima, anche se meno conosciuta e di diversa tipologia.

Rosalba Carriera e i pigmenti di pipì

Come ci racconta Stilearte, la raffinatissima artista Rosalba Carriera utilizzava l’urina di bambini e adulti per preparare specifiche tonalità e dare determinate caratteristiche ai suoi colori. Non creava l’opera direttamente con i rifiuti del corpo umano ma ne sfruttava piuttosto le proprietà chimiche e le loro capacità di trasformazione degli elementi.

Beh ricordiamoci che stiamo parlando dei primi anni del ‘700, forse era un po’ presto per pensare di imbrattare le tele con escrementi umani, comunque è sempre un primo passo.

“Merda d’artista” di Piero Manzoni

Ormai celebri quanto il famoso Orinatoio, le 90 scatolette di Merda d’artista di Piero Manzoni ne rappresentano il naturale proseguimento. Anche in questo caso la storia è ormai nota, la potete leggere nell’articolo Piero Manzoni: merda che artista!Piramide di barattoli di Merda d'artista di Piero Manzoni.

Qui mi basta ricordare che l’artista nel 1961 le mise in vendita al prezzo corrente dell’oro, associando l’idea massima di disvalore (le feci) con l’idea massima di valore (l’oro). Anni dopo il mercato ha avvalorato questa tesi, inizialmente solo teorica, portando il valore di questa scatolette, tra l’altro solo ipoteticamente piene di escrementi, a un livello di gran lunga maggiore di quello del metallo prezioso.

“Piss Painting” di Andy Warhol

Andy Warhol: "Piss painting"Non sono sicuramente le opere più famose di Andy Warhol, ma sono sempre lavori di uno degli artisti più geniali del dopoguerra. Nel 1978 l’artista americano realizzò dipinti stendendo a terra la tela e passandoci sopra strati di vernice fresca al rame.

Dopodiché lui, i suoi collaboratori e gli amici della Factory si mettevano in fila e vi ornavano sopra. Per la serie “Chi non piscia in compagnia…

Un po’ come Rosalba Carriera, ciò che creava l’opera era la reazione dell’urina con la vernice: i colori si ossidavano e tante tinte arancioni e verdi emergevano dallo sfondo.

“The Holy Virgin Mary” di Chris Ofili

The Holy Virgin Mary è un quadro sacro, alto circa 2 metri e mezzo e largo poco meno di due metri, che rappresenta la Vergine Maria. Se ci si fermasse a guardare semplicemente il soggetto, nulla di strano, trito"The Holy Virgin Mary" di Chris Ofili e ritrito nella storia dell’arte.

Il problema, e anche ciò che rese questo dipinto così celebre, è il modo in cui fu realizzato: tecniche miste che spaziano dalla tradizionale pittura a olio, all’utilizzo di brillantini, resine e collage di immagini pornografiche.

Il particolare che interessa a noi è il seno nudo della Madonna, creato con un grumo di vernice e sterco di elefante. Il dipinto oggi vale milioni ma nel 1997 in molti si offesero e forse la merda di elefante ne fu solamente l’ultima causa.

“Milo’s Venus, copy made with escrement” di Zhu Cheng

“Milo’s Venus, copy made with escrement” di Shu ChengZhu Cheng è un altro artista che si diverte a giocare con gli escrementi degli animali, questa volta di panda. Facendosi aiutare da nove dei suoi studenti d’arte, ne ha raccolti una bella quantità e ha creato una replica della Venere di Milo.

Per via del forte e cattivo odore, l’opera è stata chiusa in una scatola trasparente che trattiene il fastidioso lezzo, ma questo non ha impedito a un collezionista svizzero di acquistarla per la modica cifra di 45.113$.

“Cloaca” di Wim Delvoye

Delvoye è l’artista che forse si è spinto più in là di tutti su questo tema. Ha creato ed esposto un macchinario lungo qualche metro che riproduce all’incirca le funzioni del nostro stomaco, con relativa “Cloaca” di Wim Delvoyeespulsione degli scarti.

In pratica a un’estremità viene inserito del cibo e, dopo una complessa sequenza di elaborazioni meccaniche e chimiche simili quelle del processo digestivo dell’essere umano, ne esce dall’altra uno scarto. Il prodotto finale, che viene infilato in buste trasparenti e poi venduto a prezzi esorbitanti, non è nient’altro e a tutti gli effetti che merda.

Maurizio Cattelan, oro, gabinetto e carta igienica

Tornando al water d’oro di Maurizio Cattelan verrebbe quindi da pensare “niente di nuovo all’orizzonte”, la solita boutade o provocazione ma, infondo, c’è già stato anche di peggio di cui scandalizzarsi.

Maurizio CattelanUn sanitario è già stato esposto, Cattelan non ha fatto altro che creare qualcosa della stessa famiglia ma con un materiale prezioso come l’oro. Un’idea sicuramente un po’ kitsch, alla Damien Hirst.

Qualcosa di originale però si può trovare e non deve sembrare strano, stiamo comunque parlando di Cattelan, uno fra gli artisti contemporanei, se non più importanti, di certo più famosi al mondo.

A differenza di Manzoni per esempio, l’associazione fra l’idea di disvalore (il cesso) e l’idea massima di valore (l’oro), questa volta è realizzata in modo pratico, non solo teorico: il gabinetto è oro puro al 100%. In una società prettamente materialista non bastano più le idee, ciò che conta è l’oro vero.

In secondo luogo l’opera non verrà mai esposta al centro di una grande sala espositiva, sotto luci e riflettori, ma direttamente in una toilette, quella del Guggenheim Museum di New York, lo stesso museo che con la retrospettiva “All” aveva celebrato l’addio alle scene di Cattelan, il quale ha dichiarato: “Si potrà andare in bagno solo per vederla ma diventerà un’opera d’arte solo quando qualcuno sarà seduto su di essa, rispondendo ad un bisogno fisiologico.

Insomma l’opera d’arte che diventa performance interagendo con il pubblico.

Il water d’oro: significato e contemporaneità

A chi ha visto nell’opera una riflessione sulle diseguaglianze economiche, Cattelan risponde che “non è compito mio spiegare al pubblico cosa significhi l’opera, ma sono convinto che chi la guarda possa trovarci un senso“.

Negli Usa in molti hanno letto un effetto allusivo dell’opera al rinomato amore che il candidato alla presidenza Donald Trump ha per i sanitari d’oro (stessa mania del fu Saddam Hussein, una delle tante analogie tra i due d’altronde): ancora una volta il nostro Maurizio si dimostra attuale e contemporaneo per eccellenza.

Se viviamo in una società in cui personaggi che hanno il compito di guidarla (o che potrebbe farlo in futuro) hanno queste strambe manie, perché l’arte non dovrebbe rifletterci sopra? È un’opera che rispecchia il lato superfluo e assurdo del mondo in cui stiamo vivendo e il water è anche un oggetto che, a detta di molti,Installazione delle artiste Goldschmied & Chiari al Museion di Bolzano stimola il pensiero.

È arte o non è arte? Genialità o paraculata?

I soliti dubbi che nascono davanti a un’opera d’arte contemporanea. Proprio di questi giorni è la notizia che l’installazione delle artiste Goldschmied & Chiari del Museion di Bolzano è stata scambiata per immondizia dalle addette delle pulizie e finito nella raccolta differenziata.

Solo il tempo potrà risolvere i nostri dubbi, intanto una cosa è certa: su quel water appoggeranno i loro glutei folle di amanti e meno dell’arte, anche solo per il futile piacere di scattarsi un selfie mentre espletano i loro bisogni in un museo.

Tu cosa pensi, è arte o non è arte? Lascia la tua opinione qui sotto.

 

Tutta colpa di Marcel Duchamp

Tanta arte contemporanea è frutto dell’opera di Marcel Duchamp, cambia solo l’imballaggio.

Pablo Picasso

Squalo di Damien Hirst, Cavallo appeso di Maurizio Cattelan, cagnolone gigante di Jeff Koons e montagna di caramelle di Felix Gonzalez TorresSquali in formaldeide, cagnoloni giganti in acciaio, montagne di caramelle, cavalli appesi al soffitto: odi tutta questa robaccia, la consideri indegna di un museo e ti chiedi come possa l’arte essere arrivata a un tale infimo livello?

Bene, sappi che è tutta colpa di Marcel Duchamp.

Papi travolti da meteoriti, orologi affiancati alla parete, palle da basket galleggianti in acqua, teschi ricoperti di diamanti: ami queste opere d’arte e non riesci a fare a meno di stupirti quando ti trovi davanti ad esse?

Bene, sappi che è tutto merito di Marcel Duchamp.

Qual è l’artista del passato che ha avuto l’influenza maggiore sui suoi colleghi di oggi?

No, non è Picasso e nemmeno Kandinsky, è proprio lui, il controverso Marcel Duchamp. L’amato e tanto odiato Marcel Duchamp, il padre assoluto dell’arte contemporanea.

D’altronde come si fa a non odiare uno che ha messo un orinatoio in un museo, un’opera che in quanto a fastidio è stata raggiunta e forse superata solo dalle scatolette di Merda d’artista di Piero Manzoni?

E come si fa a non amare uno che ha messo un orinatoio in un museo, un’opera che ha finalmente liberato gli artisti dalla tirannia del pennello e del colore e dall’oppressione della L'Orinatoio di Marcel Duchampmanualità? Ok, sto facendo un po’ di confusione.

Allora partiamo da un dato di fatto: oggi Marcel Duchamp è considerato dagli addetti ai lavori uno dei più grandi artisti di sempre, il suo nome è in tutti i libri di storia dell’arte e le sue opere sono conservate ed esposte nei più importanti musei del mondo. È anche vero che, nonostante ciò, sono ancora in tanti quelli che non hanno capito il suo lavoro. Persone convinte che sia tutta una truffa, uno dei tanti controsensi di questo strambo mondo dell’arte che si allontana sempre più dalle aspettative di un pubblico abituato a un classico stereotipo di “bellezza”, per accontentare i vizi di folli ed eccentrici milionari. Insomma l’orinatoio capovolto non è stato ancora digerito dai più, eppure sono già passati cento anni dalla sua creazione.

In questo articolo cercheremo di capire quale ruolo abbia avuto Marcel Duchamp nel grande gioco dell’arte contemporanea. Sarà un po’ lungo perché c’è davvero tanto da dire ma ho preferito non dividerlo in due parti come ho fatto invece in altre occasioni.

Marcel Duchamp ha più colpe o più meriti? Se sei curioso lanciati nella lettura.

Il ‘900, secolo di grandi cambiamenti

Gli artisti veramente importanti, quelli che rimangono nella storia, sono quelli che riescono a leggere meglio e prima degli altri il loro tempo. Vedono e sentono le novità e i cambiamenti in corso ed evolvono il proprio linguaggio per cercare di esprimere al meglio ciò che percepiscono e che vogliono quindi comunicare. La storia dell’arte è la storia dell’evoluzione dei suoi linguaggi, evoluzione spesso non accettata immediatamente e, anzi, molte volte aspramente contrastata.

Nell’articolo I 6 peggiori abbagli della storia dell’arte abbiamo visto alcuni dei grandi errori di valutazione che critica e pubblico hanno compiuto verso i nuovi linguaggi che avanzavano. Un’opera di Marcel Duchamp era tra quelle non da subito accettate. Ma quali sono questi cambiamenti della società che hanno influenzato il modo di fare arte?
Ne elenco qui alcuni (ne ho già descritti altri nell’articolo Lucio Fontana e i tagli che hanno cambiato la storia dell’arte):

  1. Innanzitutto fotografia e cinema tolgono agli artisti il monopolio sull’immagine. Celebre il racconto della prima Fotogramma del film L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat” dei fratelli Lumière proiezione del film “L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat” dei fratelli Lumière che, come suggerisce il titolo, non mostrava nient’altro se non l’arrivo di un treno visto frontalmente alla stazione. Sembra che al comparire della carrozza di testa gli spettatori terrorizzati si sarebbero dati alla fuga. Questo aneddoto, verosimile ma per essere precisi, mai dimostrato, è la prova di come la percezione del mondo dopo l’invenzione del cinema non sarà più la stessa.
  2. La Rivoluzione Industriale fa enormi passi avanti e con il nuovo secolo raggiunge vette mai toccate prima. Il vecchio modo di produrre, quello che vedeva al proprio centro le piccole botteghe artigiane che manualmente creavano tutto ciò che poteva servire alla vita di un uomo del tempo, è definitivamente sorpassato da un mondo in cui le macchine la fanno da padrone, con tutti i loro pro e qualche contro.
  3. Conseguenza di questa meccanizzazione della produzione è l’introduzione della distribuzione di prodotti inscatolati: nascono i primi grandi magazzini e i supermercati. Non si compra più il prodotto, ma si sceglie fra le sue immagini riprodotte su una scatola con il marchio dell’azienda produttrice. Il contenuto vero e proprio non è più visibile.

Come hanno influito questi cambiamenti sull’arte di Marcel Duchamp?

Un nuovo e moderno modo di fare arte

Ovviamente un vero artista non può rimanere indifferente a quello che sta succedendo intorno a lui. Marcel Duchamp sente che il mondo sta cambiando. Come altri artisti, si interessa al cinema e ai cronogrammi e si dedica alla lettura dei filosofi. Tutto questo lo porta a introdurre importanti e fondamentali novità nel mondo dell’arte.

1. Abbandono e rifiuto della pittura retinica

Il rifiuto del suo “Nudo che scende le scale” al Salon des Indépendants, l’istituzione del tempo considerataMarcel Duchamp - Nudo che scende le scale più all’avanguardia, non fa altro che alimentare e portare all’estremo la sua insoddisfazione per quella che lui chiamava pittura retinica, la pittura decorativa ed estetizzante che si basava sulla piacevolezza della visione. Era anche un rifiuto a un certo modo di fare arte trito e ritrito, che si opponeva a ogni evoluzione per aggrapparsi a desuete teorie e teoremi ed emulare modelli del passato che non avevano più nulla di interessante.

Duchamp è un rivoluzionario: mentre gli altri pittori sono pro o contro Cézanne e discutono le idee cubiste, lui guardava e vedeva ciò che c’era oltre l’atto fisico della pittura. Voleva svincolarsi dalla “dittatura dell’occhio” e rimettere la pittura al servizio della mente. È una concezione sovversiva dell’arte, della vita e del mondo che non è comunque totalmente scollegata da ciò che c’era stato prima.

Duchamp infatti non fa altro che continuare e, in un certo senso, radicalizzare quel processo di trasformazione dell’arte iniziato con Coubert, Whistler, Manet e via via con tutti i pittori che sono arrivati dopo: l’attenzione dell’artista nell’800 inizia infatti a spostarsi dal soggetto al linguaggio pittorico, dal “che cosa” al “come”. Caduto l’interesse per storia e soggetto, inizia qui quel cammino verso la pittura pura nella sua specificità di linguaggio che porterà l’arte a interrogarsi su se stessa.

Marcel Duchamp rifiuta prima di tutto di essere considerato un pittore: “In Francia c’è un vecchio detto, stupido come un pittore. Il pittore veniva considerato stupido, mentre il poeta e lo scrittore erano ritenuti molto intelligenti. Volevo essere intelligente. Dovevo avere l’idea di inventare. Non vale nulla essere un altro Cézanne. Nel mio periodo visivo c’è un po’ di quella stupidità del pittore. Tutto il mio lavoro nel periodo precedente al Nudo era pittura visiva. Poi pervenni all’idea. Considerai la formulazione derivante dall’idea come un modo per sfuggire alle influenze esterne“.

L’arte doveva prendere la direzione intellettuale, più che per l’occhio, doveva essere arte per la mente.

2. Creazione di Ready-made

È proprio allora che propone un oggetto come opera d’arte, uscendo in questo modo dagli stretti confini della pittura in cui erano stati legati tutti gli artisti venuti prima di lui.

In un mondo in cui tutto è creato dalle macchine, perché l’opera d’arte doveva ancora essere fatta a mano?

Se con il Nudo la sfida era con il cinema, ora il confronto stava tutto con le macchine.

Marcel Duchamp sorridente dietro allla sua opera Ruota di biciclettaGià nel 1912 Duchamp aveva visitato il Salon de l’Aviation di Parigi con l’amico Brancusi e davanti a un elicottero aveva apostrofato allo scultore: «La pittura è finita. Chi potrebbe far meglio di questa elica? Dì, tu lo sapresti fare?»

Duchamp rinuncia così all’abilità tecnica: “Non volevo più fare niente con le mie mani… Desideravo introdurre in pittura qualcosa di diverso rispetto al cosiddetto inconscio della mano, che poi non è affatto inconscio, ma piuttosto abilità, destrezza. Che uno dipinga male, minuziosamente come un pittore accademico o con macchie di colore come Matisse, per me è assolutamente identico: lo strumento resta sempre la mano, e io volevo liberarmi delle mie mani.

La trasformazione di un oggetto in opera d’arte consiste semplicemente in una scelta dell’artista che seleziona un qualcosa di già fatto (ready-made) e ne decreta lo statuto di opera d’arte. È un’operazione completamente mentale.

Rivoluzionario? Certo, ma esiste comunque un legame con l’arte del passato.

Queste le parole di Henry Moore, un grande scultore del ‘900 davanti alla Pietà Rondanini di Michelangelo:
Non è la bravura, né l’eccellenza della tecnica, neppure una particolare abilità in quest’arte ciò che più conta. Quello che è importante è la qualità del pensiero che ispirò l’opera. La grandezza del pensiero scaturisce dall’opera e dilaga al di sopra di ogni bravura o perizia tecnica. Si sente da ogni capolavoro la più profonda comprensione dell’umanità. Questo è il vero metro di giudizio di ogni opera d’arte: il senso di umanità che le ha ispirate.

L’arte è quindi sempre stata concettuale, Duchamp ha semplicemente dato maggior risalto a questo aspetto. Da questo momento in poi tanti artisti passeranno dalla rappresentazione dell’oggetto (su una tela) alla sua presentazione in uno spazio espositivo.

3. introduzione dell’umorismo in pittura

La rivoluzione che Duchamp stava introducendo nel mondo dell’arte andava in parallelo con la sua visione sovversiva della vita e del mondo.

Il rifiuto della pittura era un tentativo di evadere dalla certezza borghese, una conseguenza del suo più generale rifiuto dei luoghi comuni e del comune modo di pensare: rifiuto di seguire una vita d’artista in cerca di gloria e soldi, di ridursi al bisogno di vendere le sue tele (in poche parole di essere un pittore), di partecipare alla guerra, di sposarsi e fare famiglia, di riempire la propria vita di oggetti e beni da lui considerati inutili, come un’automobile, una casa, ecc., rifiuto di lavorare per vivere.

In pratica faceva il contrario di ciò che era comunemente ritenuto normale e giusto.

Mentre gli altri pittori teorizzavano eRitratto di Rose Selavy si lanciavano in infinite elucubrazioni sul cubismo e sulla pittura, lui partoriva il suo alter ego femminile Rrose Sélavy, dava titoli ai suoi lavori che erano intelligenti nonsense e creava opere lasciandosi guidare dal caso: “…io ero a favore del caso, dell’umorismo in pittura. Detestavo l’idea di una pittura seria. Se si può parlare di un’idea filosofica nel mio lavoro, è che non esiste nulla di così serio da essere preso sul serio.

Per Marcel Duchamp introdurre lo humor in un campo ritenuto serio era come utilizzare un’arma antisociale: “…(lo humor) è pericoloso perché si insinua nelle cose serie, nei ragionamenti comunemente accettati su cui si fonda la conoscenza umana, per spingerli fino all’assurdo e dimostrarne la relatività.”  (Pawlowski)

4. Nuovo valore allo “sguardo”

Mettendo un orinatoio in un museo, Marcel Duchamp non fa altro che invitarti a guardare un oggetto liberandoti dei Scolabottiglie, ready made di Marcel Duchamppregiudizi, di tutto ciò che conosci e che hai imparato.

Ti invita a guardare un oggetto al di là della sua funzione, semplicemente come qualcosa con una forma e un colore.

In pratica ti invita a tornare bambino, quando in braccio a tua madre afferravi tutto ciò che ti era messo davanti agli occhi con curiosità e gioia, senza sapere e dare importanza a ciò che l’oggetto fosse: uno spazzolino era solo qualcosa di stretto e lungo con un colore; un libro era solo qualcosa di pesante con dei colori; un cuscino solo qualcosa di morbido e grande con dei colori.

Duchamp ti sta dicendo di guardare la vita con occhi nuovi, ti invita a tornare bambino. Questo vale per gli oggetti come per le persone, guardarle al di là delle apparenze, dei ruoli e fuori da ogni contesto.

Marcel Duchamp e il mercato dell’arte

Fino a qui ho detto solo una piccolissima parte di quello che si potrebbe dire su un artista tanto complesso e profondo come Marcel Duchamp, ma penso di essermi comunque già dilungato abbastanza.

C’è semplicemente un’ultima considerazione da fare: al contrario di quello che si potrebbe pensare, Marcel Duchamp non era affatto interessato al mercato e al successo delle sue opere, anzi era molto critico a riguardo: “L’arte è diventata un prodotto, al pari dei fagioli. Oggi si compra arte nello stesso modo in cui si comprano gli spaghetti.

Questa situazione secondo Duchamp ha provocato un forte cambiamento nel modo di fare arte che lo ha spinto ad Andy Warhol con la sua telecamera e Marcel Duchampabbandonare la pittura: “Non voglio copiarmi come tutti gli altri… essere pittore significa copiare e moltiplicare qualche idea… Da quando si è creato un mercato della pittura, tutto è stato radicalmente cambiato nel campo dell’arte. Guardi come producono. Crede che a loro piaccia e che provino soddisfazione a dipingere cinquanta volte, cento volte la stessa cosa? Per niente, non fanno neanche quadri, fanno degli assegni.

In Duchamp c’è tutto il disprezzo per la sovrapproduzione (quantità a discapito di qualità) di un’arte contemporanea diventata sempre più sistema. È curioso come Andy Warhol, artista di un’altra generazione, reagirà in maniera completamente opposta a questa situazione.

Marcel Duchamp, il padre dell’arte contemporanea

A questo punto non ti resta che decidere, è tutto merito o tutta colpa di Marcel Duchamp?

A volte quando visito una fiera e mi trovo davanti a mazze da baseball appoggiate a terra, bottiglie poste in una teca e altre banalità del genere, credo che avesse ragione Picasso nell’affermare che gli artisti contemporanei “svaligiano il magazzino di Duchamp limitandosi a cambiare gli imballaggi.”

Marcel Duchamp gioca a scacchi con la pipa in boccaSe penso però ai capolavori del Nouveau Realisme, del Minimalismo, dell’Arte Povera, della stessa Land Art e di parte dell’arte di oggi, non posso che essere grato a Duchamp per aver aperto la strada a tali espressioni e linguaggi artistici.

Sono sempre le deviazioni, il ripetuto, il già visto che non porta niente di nuovo e che non sposta il confine di ciò che è considerato arte che finisce per stancare e per farmi esclamare sorridendo “Maledetto Marcel Duchamp!

Oggi sono cambiati i tempi e la società ha subito forti mutamenti. Forse non ha più senso emulare Marcel Duchamp o forse sì. Forse la crisi fa da trampolino per un ritorno alla manualità e alla qualità o forse no.

Sicuramente ci sono già grandi artisti che questi cambiamenti li hanno percepiti e che li stanno esprimendo con le loro opere. Forse qualche critico, curatore o collezionista li avrà già scoperti e starà cercando di promuoverne il lavoro o forse no. Il tempo e la storia, come per Duchamp, li premieranno, su questo non c’è alcun dubbio.

Tu cosa pensi dell’orinatoio capovolto? È arte o è una grandissima presa in giro? Sono curioso di conoscere la tua opinione qui nei commenti.

Lucio Fontana e i tagli che hanno cambiato la storia dell’arte

Il vero antagonista del kitsch totalitario è l’uomo che pone delle domande.
Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto
per permetterci di dare un’occhiata a ciò che si nasconde dietro.

Milan Kundera – L’insostenibile leggerezza dell’essere

Lucio Fontana ride tirandosi i baffiUna delle accuse più ricorrenti mosse all’arte contemporanea è quella di non emozionare. Eppure le stesse persone che lanciano questa critica non si accorgono che molto spesso davanti a un’opera dei giorni nostri una forte emozione la provano eccome: l’incazzatura. E se c’è un’artista che più di ogni altro stringe lo stomaco e provoca questa reazione a chi osserva le sue opere, quello è senza dubbio Lucio Fontana.

I suoi tagli irritano più di un graffio di ortica e quando si viene a sapere che uno di essi ha addirittura superato in asta i 20 milioni di dollari, il piccolo fastidio si trasforma in vera e propria rabbia, condita forse anche da un po’ d’invidia: tutti quegli euri sarebbero potuti entrare nelle tue di tasche se tu fossi stato un furbacchione come il buon Lucio, d’altronde quanto ci vuole a fare quattro sfregi su una tela?! Giusto?

E allora, forse pieno d’ira per non essere stato abbastanza pronto e veloce a farsi venire l’idea di usare ilTaglio di Lucio Fontana, Concetto spaziale bianco, opera sfregiata alla Galleria d'Arte Moderna di Roma taglierino come pennello, qualcuno qualche anno fa, nel 2009 per la precisione, ha pensato bene di fare un secondo sfregio sulle tele di chi l’ha anticipato e si è preso tutti i meriti e i lauti guadagni per questa trovata artistica: questo esemplare individuo, un bel giorno è entrato nella Galleria di Arte Moderna di Roma, ha preso bene la mira, si è riempito la bocca e ha sputato su una tela bianca con non uno ma ben cinque tagli. Per fortuna questo sensibile amante della vera arte, quella con la “a” maiuscola, non ha centrato nessuno dei buchi fatti da Fontana e la sua salvifica saliva vendicatrice ha raggiunto solo un angolo basso della tela.

A tanto arriva dunque l’odio per il nostro italo-argentino e per la sua arte.
A dir la verità però, episodi del genere non sono poi nuovi nella storia, basta pensare alle martellate date alla Pietà di Michelangelo. Ma, se mentre per quest’ultimo gesto non si trova alcuna giustificazione (se non la totale incapacità di intendere e di volere del vandalo), nel caso di Fontana il gesto, anch’esso opera di un perfetto imbecille, pur essendo altrettanto ingiustificabile, si può dire che sia comunque quantomeno comprensibile. Accade spesso infatti, a chi non ha strumenti critici o non ha né la voglia né la curiosità di cercarli, di sentirsi un pochino preso per i fondelli da quei tagli o buchi su una tela monocroma.

In difesa di Lucio Fontana e dei suoi tagli

Mettiamo subito in chiaro una cosa: le nuove espressioni artistiche sono sempre state guardate con disprezzo e astio dai propri contemporanei, soprattutto a partire da un preciso momento storico, quando cioè, dopo la Rivoluzione Francese, scompare la committenza per come la si era sempre conosciuta fino ad allora (aristocrazia e clero) e gli artisti sono lasciati liberi di scegliere i soggetti dei loro dipinti.

Da quel momento i gusti fra gli artisti, che tentavano di esprimere la propria individualità, e i collezionisti, che quando decidono di comprare un quadro di solito cercano qualcosa che somigli a un’opera vista altrove, si allontanarono inesorabilmente. Il nuovo spaventa e fu così che impressionisti, Van Gogh e tutti gli altri innovatori furono inizialmente osteggiati e derisi per essere poi idolatrati anni dopo, quando ormai il pubblico si era abituato al loro linguaggio.

Lucio Fontana può a ben diritto, essere inserito nella lista di questi innovatori e personaggi che hanno introdotto un nuovo linguaggio nel mondo dell’arte. C’è una piccola differenza, però: nonostante siano passati più di cinquant’anni, il suo modo di esprimersi non è stato ancora completamente accettato. Neanche Van Gogh ci ha messo tanto per arrivare a essere apprezzato dai più. Fontana è uno degli artisti più incompresi della storia dell’arte, forse al pari di Duchamp, e sicuramente quello su cui mi trovo più spesso a discutere, difendere e litigare con gli amici. Allora cerchiamo di capire perché questo italiano di origini argentine abbia tutti i diritti di essere considerato uno degli artisti più influenti e importanti del secondo Novecento.

1. Il mondo cambia…

Dal 1267 (anno di nascita di Giotto) al 1968 (anno di morte di Lucio Fontana) il mondo ha subito giusto un po’ di cambiamenti. Per non essere troppo prolissi, consideriamone qui solo alcuni relativi all’epoca moderna.

  1. Ritratto fotografico di Edgar Allan PoeInnanzitutto intorno al 1830 nasce la fotografia e prima della fine del secolo questa nuova invenzione è già alla portata di tutti grazie alla Kodak. Nel giro di pochi anni gli artisti perdono il monopolio sull’immagine: per portare a termine un ritratto ci sono da sempre volute ore ed ore di lavoro di un esperto professionista e ore ed ore di noiosissima posa di un soggetto. Improvvisamente, in pochissimo tempo e con una maggiore precisione, creare un’immagine verosimile della realtà che si ha davanti agli occhi diventa qualcosa alla portata di tutti. Il lavoro del pittore è seriamente messo in crisi dalla nuova invenzione. Nel 1895 inoltre i fratelli Lumière inventano il cinematografo e qui la lotta finisce definitivamente: in che modo gli artisti possono competere con immagini in movimento?
  2. Prova un po’ a immaginare poi quale sensazione deve aver provato una mamma del primo Novecento nel sentire per la prima volta la voce del figlio dall’altro capo del telefono. Le distanze si accorciano enormemente, l’informazione viaggia a una velocità mai vista prima.
  3. Treni, automobili, aeroplani, insieme al telefono, rendono in pochi anni il mondo un luogo molto più piccolo.

Quando si ammira un’opera d’arte, immedesimarsi nel contesto in cui è stata creata è essenziale per coglierne e godere in pieno tutto quello che ci vuole comunicare, questo vale per tutti i generi e per tutti i periodi storici. Il vero artista è un sismografo sensibile che capta e si adegua prima di ogni altro ai cambiamenti in corso nella società in cui vive e tenta poi di esprimerli con il suo lavoro. Con le importanti trasformazioni che ho appena descritto e altre che non ho riportato qui ma che hanno modificato sensibilmente la vita delle persone, era praticamente impossibile che gli artisti continuassero a dipingere madonnine piangenti, cristi crocefissi o incantevoli paesaggi. E infatti…

2. … l’arte cambia.

Dai tempi di Giotto, il principale problema di un artista è stato quello di trasferire una realtà tridimensionale (altezza, larghezza, profondità) su una tela che di dimensioni ne aveva solo due (altezza e larghezza). Fu inventata allora la prospettiva, dapprima a livello molto intuitivo con Giotto, poi in modo estremamente preciso attraverso un procedimento matematico-geometrico con i pittori del Rinascimento. Questo modo di fare arte durò, quasi senza alcun cambiamento, per 500 anni. Era un modo illusorio di rappresentare il mondo, quasi una menzogna che rimaneva Opera di Kandinsky - Yellow Red Bluein piedi grazie al tacito accordo tra chi creava l’opera e il fruitore che, osservandola, stava al gioco. Poi arrivarono Picasso e Braque e inserirono una quarta variabile nella tela: il tempo. Questo novità distrusse tutto ciò che c’era stato finora: la prospettiva si frantumò e una figura poteva essere osservata da più punti di vista nello stesso istante.

Prima dei cubisti, gli Impressionisti avevano messo sotto scacco la pittura accademica lavorando sulla percezione visiva, Van Gogh aveva liberato il colore e Cézanne aveva scomposto il quadro nei suoi elementi primari. È facile capire come da questo momento in poi niente fu più come prima. Kandinsky arrivò addirittura a teorizzare e a creare una pittura che non aveva più alcun legame con la realtà, una pittura astratta che non rappresentava più niente di concreto e reale. Il colpo di grazia lo diede Marcel Duchamp esponendo un orinatoio capovolto in un museo.

3. Cosa succedeva negli anni in cui Fontana creava i primi buchi e i tagli sulla tela?

Fontana inizia a bucare le sue tele nel 1949. Più o meno in quegli anni Pollock crea le prime opere con la tecnica del dripping che contraddistinguerà il suo lavoro per il resto della sua vita: un’altra forte rottura con il tradizionale modo di fare arte. È appena finita una guerra disastrosa, sono stati sganciati due ordigni atomici che in pochi secondi hanno provocato la morte di circa duecentomila persone. I primi satelliti vengono lanciati nello spazio e nella casa degli italiani e non solo, incominciano a entrare immagini cheFamiglia davanti alla televisione negli anni '50 proprio attraverso quello spazio viaggiano: è la televisione.

In questo contesto, l’esiguo intervallo della tela non è più sufficiente per descrivere un mondo che ha confini sempre più labili ed eterei, bisogna andare oltre. Ed è allora che Fontana buca e taglia la superficie: vuole creare una sensazione di infinito per dare valore allo spazio e rendergli la tridimensionalità che merita. Lo spazio non è qualcosa di così insignificante da potersi circoscrivere in un rettangolo.

A volte la ferita era curata con una garza nera in modo che il passaggio della luce si perdesse nell’oscurità dell’insondabile. Fontana buca la tela soprattutto per azzerare la finzione della prospettiva, quella menzogna che per secoli aveva troneggiato nel mondo dell’arte. In questo modo ristabilisce un contatto fra ciò che sta davanti e ciò che sta dietro, che fino allora era solo una mera illusione. È un modo per risvegliare la consapevolezza dell’osservatore: “Ragazzo/a, il mondo vero non è questo rappresentato qui su questa tela ma è tutto ciò che ti sta attorno che tocchi e vedi con i tuoi occhi e anche ciò che invece i tuoi occhi non riescono a vedere ma la tua mente può solo immaginare. Il mondo è infinito e tu sei solo un piccolissimo puntino in confronto ad esso.

4. I tagli sono il traguardo di un lungo percorso.

Lucio Fontana - Struttura al neon per la ix triennale di milano 1951Fontana non era un povero disoccupato che si è svegliato una mattina e si è messo a tagliare e vendere tele per sbarcare il lunario. Figlio di uno scultore e di un’attrice argentina, anche i nonni erano entrambi pittori: non poteva far altro che diventare anch’egli artista. Studia in Italia all’Accademia di Belle Arti di Milano e durante la guerra torna in Argentina dove insegna “decorazione” all’Accademia di Bellas Artes “Prilidiano Pueyrredòn” di Buenos Aires. Capisci che non è l’ultimo arrivato?

Si è sempre dedicato alla scultura in particolar modo utilizzando come mezzo espressivo la ceramica e portando avanti una ricerca sulla dimensione spaziale iniziata ai tempi di Brera con il professore Adolfo Wildt. I Manifesti dello Spazialismo sono solo una delle sue innovazioni: fu il primo artista a utilizzare il neon e fu ancora una volta il primo a ipotizzare ed elaborare (ispirandosi al Futurismo) un utilizzo creativo del mezzo televisivo. Un anticipatore a tutti gli effetti.

5. Fontana non è diventato milionario

Ti voglio tranquillizzare. Fontana non ha passato i suoi giorni terreni passeggiando per le sale di in un enorme castello o sdraiato sotto il sole di un paradiso tropicale a godersi i miliardi messi da parte con la vendita delle sue opere. Quando si avvicina la questione denaro alla questione arte, ci sono ancora molte persone che si scandalizzano, nonostante sia stato ormai provato che anche i grandi artisti del Rinascimento erano ricchi e vendevano a caro prezzo le proprie prestazioni, a partire dal “Divino” Michelangelo che, a quanto sembra, amava i suoi fiorini quanto se non di più della sua stessa arte (The wealth of Michelangelo di Rab Hatfield).

Non devi comunque pensare che Lucio Fontana sia diventato milionario grazie alle sue tele e che abbia speculato su Lucio Fontana mentre taglia una tela fotografato da Mulas nel 1965questo. Le aggiudicazioni record delle sue opere sono un avvenimento di questi ultimi venti anni, trenta dopo la sua scomparsa. Ti assicuro che negli anni ’60, quando l’artista era ancora in vita e quando le sue tele avevano prezzi irrisori, non sono stati tanti i collezionisti che hanno acquistato i suoi tagli. Se fosse stato così oggi avremmo un sacco di milionari e invece ci sono solamente un mucchio di persone che si piange addosso “Ah, se l’avessi comprato prima…

Ciò che voglio dire con questo è che Fontana non era affatto un pigro e svogliato furbetto del quartiere con tanta voglia di diventare ricco. Benestante lo era già di famiglia e i soldi li guadagnava con l’insegnamento o con la scultura più che con le poche tele che riusciva a vendere. Sicuramente amava l’arte più dei soldi. Oltre a essere maestro e punto di riferimento carismatico per i giovani brillanti artisti della Milano di allora, era sempre pronto a dare loro una parola di conforto e ad acquistare le loro opere per incoraggiarli e sostenerli.

Lucio Fontana è l’artista che ha cambiato la storia dell’arte.

Che piaccia o no, Lucio Fontana è uno di quegli artisti che ha cambiato la Storia dell’Arte e che ha influenzato le generazioni venute dopo di lui. Con i suoi lavori, per la prima volta l’opera non è più oggetto su cui dipingere altro, ma diventa soggetto essa stessa e lo spazio attorno ad essa entra a farne parte.

Nella sua vita ha svolto il compito che ogni artista dovrebbe svolgere: guardare la realtà con occhio critico e diverso, indicarne i limiti e poi superarli. Con questo articolo non voglio certo farti amare le opere di Lucio Fontana ma semplicemente invitarti a riflettere sul suo lavoro abbandonando ogni (pre)giudizio superficiale.
L’arte va valutata sempre in maniera oggettiva, secondo criteri storici, filosofici, concettuali e, ovviamente artistici. Poi i gusti rimangono gusti e ognuno è libero di esprimere il proprio parere. Che sia chiaro però che i “secondo me” in arte, come in tanti altri aspetti della vita, rimangono solo e semplicemente pareri e gusti personali.

Per il resto chiudo con le stesse parole di Lucio Fontana:

“…è l’infinito, e allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti,
ed ecco che ho creato una dimensione infinita,
un buco che per me è alla base di tutta l’arte contemporanea, per chi la vuol capire.
Sennò continua a dire che l’è un büs e ciao…”

Secondo te Lucio Fontana è un grande artista o è sopravvalutato? Cosa pensi delle sue opere e delle loro aggiudicazioni? Lascia il tuo parere nei tuoi commenti qui sotto.

Picasso: questione di arte, questione di brand

Qual è l’artista più famoso e conosciuto di tutti i tempi? Qual è il nome che tutti, ma proprio tutti, riconoscono e associano immediatamente alla figura del pittore? Ho già scritto in un precedente articolo come Caravaggio sia l’artista più apprezzato dell’antichità e come la Monnalisa sia invece il quadro più famoso di sempre. Ma la fama di Leonardo è pari a quella della Gioconda? Oppure, se si chiedesse a 100 persone che non masticano niente di arte di indicare un pittore, uno solo, il nome che sentiremmo uscire dalla loro bocca sarà davvero “Caravaggio”?  No, non credo proprio.

Il più famoso artista di tutti i tempi, non è un pittore dell’antichità, ma della nostra epoca. Non lo si può più considerare contemporaneo semplicemente perché è vissuto e ha lavorato nel secolo passato, ma la sua influenza è ancora ben presente ai giorni nostri e la si sente soprattutto nelle aggiudicazioni delle aste serali di Christie’s e Sotheby’s.

Foto di un Picasso giovaneOvviamente sto parlando di Pablo Picasso, l’enfant prodige, l’inventore del cubismo, il genio dal carisma irresistibile e dal fascino magnetico. Uomo tanto seducente per chi lo conosceva appena, quanto crudele e spietato con le sue amanti. Pensaci un attimo. Se tuo figlio, o il tuo nipotino, dovesse farti vedere un suo disegno, per incoraggiarlo a quale pittore lo paragoneresti? Diresti per caso “Oh, guarda che bravo, dipingi meglio di Tiziano!”? Oppure “Sei più bravo di Michelangelo!”? O piuttosto il complimento che si sentirebbe dire è: “Sta a vedere che abbiamo davanti un nuovo Picasso!

La stessa cosa probabilmente succederebbe se dovessi prendere in giro un amico che ha appena tracciato uno schizzo su un foglietto di carta: “Eh, è arrivato Picasso!”. O sbaglio e per caso diresti: “Eh, è arrivato Raffaello!”. Forse qualcuno lo farebbe anche, ma la maggioranza di noi utilizzerebbe come termine di paragone sempre e solo l’artista spagnolo semplicemente perché è il pittore più conosciuto di sempre.

Picasso, tanto conosciuto quanto amato?

Il fatto che Picasso sia tanto conosciuto non vuol dire che sia anche tanto amato. Se mentre davanti a un dipinto di Leonardo anche chi è a digiuno di arte non potrebbe far altro che ammettere di trovarsi di fronte a un capolavoro, la stessa persona, davanti a un capolavoro di Picasso, molto probabilmente esclamerebbe indignata “Questo lo sapevo fare anch’io!” o tutt’al più “Mio figlio lo farebbe meglio!”.

Che poi Picasso non si offenderebbe neanche a sentirsi paragonato a un bambino dato che questo faceva parte della sua poetica: “Ci ho messo 4 anni per imparare a dipingere come Raffaello, mi ci è voluta una vita per imparare a dipingere come un bambino.

Ma se in pochi o comunque non tutti, possono apprezzare la sua arte, com’è possibile che Picasso sia diventato l’artista più famoso di sempre? Come ha fatto questo piccolo spagnolo a superare nella testa della gente la notorietà di giganti come Michelangelo, Leonardo, Caravaggio, Van Gogh?

Risposta: è tutta questione di brand. Anche in questo caso, che piaccia o no, si esula dai meriti storico artistici (che nel caso di Picasso sono davvero tanti) e si passa alla capacità di promuovere se stessi e la propria immagine. Picasso è stato un genio in quanto ad arte e un fenomeno in quanto a Personal Branding. Oggi molti artisti hanno capito la sua lezione e hanno imparato a promuovere la loro immagine. Il fatto è che lui lo ha fatto in un momento storico in cui non esistevano tutti i mezzi che abbiamo a nostra disposizione oggi. Come ha fatto? Lo spiega bene un libretto di Francesco Bonami intitolato “Con Picasso incasso. Il segreto dell’eterno successo dell’artista più famoso del mondo.” che vi consiglio di leggere e da cui ho preso alcune spunti per questo articolo.

Come ha fatto Picasso a diventare un brand  alla pari di CocaCola?

La firma di Picasso1. Innanzi tutto, come ogni brand, ha scelto un naming.

Penserete che sia impazzito ma non è così. Il vero nome di questo giovane spagnolo è: Pablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno Marìa de los Remedios Cipriano de la Santisima Trinidàd Ruiz y Annibali Picasso. Un po’ difficile che rimanga impresso, se non per la lunghezza. Allora lui decide di tenere solo il primo nome e il cognome della madre: Pablo Picasso suona molto meglio di Pablo Ruiz. Dopodiché inizia a firmarsi solo come Picasso e la sua firma diventa un vero e proprio logo, un marchio.

2. La sua produzione è smisurata.

Sembra abbia creato 50.000 opere di cui 1885 dipinti, 1228 sculture, 2880 ceramiche e 12.000 disegni. Per capire meglio l’esagerazione di queste cifre vi propongo un paragone con un altro artista vissuto nello stesso periodo e per tanti aspetti antitetico al pittore spagnolo anche e soprattutto per il modo di lavorare: Giorgio Morandi. Il bolognese in tutta la sua vita forse non è arrivato a produrre 2000 opere (quasi tutti capolavori) anche perché per ognuna di esse c’era dietro un lavoro certosino di studio della luce e di sistemazione delle bottiglie che rubava molto tempo. Picasso al contrario era tutto fuoco e furore. Quando doveva creare aggrediva la tela con tutta la furia che aveva addosso. Il suo è un rapporto fisico con il dipinto. Si racconta che Modigliani gli avesse regalato uno dei suoi migliori dipinti, ma un giorno Picasso, che sapeva chi era e chi sarebbe diventato Modi, rimasto senza tele, prese il quadro del pittore livornese e ci dipinse sopra.

Il punto è che con tutto questo materiale a disposizione è stato possibile e si potrà in futuro organizzare un numero elevatissimo di mostre ed esposizioni. È vero che non saranno tutti capolavori, ma vuoi che su 50.000 opere non ci siano comunque tanti quadri ben riusciti? E infatti il nome di Picasso è uno di quelli che si sente spesso in asta anche perché opere di livello di questo artista ne esistono parecchie e girano nel mercato.

3. È il primo a fare della propria immagine un’alleata e ad aver promosso il culto della propria personalità.

Picasso vestito da PopeyePosa a torso nudo e in mutande nel suo studio e fa il bullo in spiaggia a 70 anni suonati. Si fa immortalare prima da «Paris Match» con la sua tribù poi dalla cinepresa di Henri-Georges Clouzot per «Le Mystère Picasso» nel 1955 mentre dipinge su vetro. Philippe Dagen dice che «Alla corrida se lo contendono tutti; si fa fotografare con Gary Cooper, posa con la sua colt e il suo cappello, fa entrare Hollywood nel suo gioco. Tutto il contrario dell’artista maledetto e confinato nello studio. Ha un senso del pubblico molto superiore rispetto ai suoi contemporanei. È un tipo, Pablo, che fa le pubbliche relazioni di un artista chiamato Picasso; è tutto molto ben calcolato».

4. È riuscito a far parlare di sé, non solo per la sua arte.

Passò la maggior parte della sua vita nelle sua villa in Costa Azzurra, ben lontano da ogni avventura e dal clamore cittadino, eppure è riuscito a creare un personaggio che ha attirato tutta la curiosità del pubblico e dei media. Questo anche grazie alle sue tante avventure sentimentali, a volte sfociate in vere e proprie tragedie. Le sue amanti poi sono spesso diventate soggetto di alcune delle sue più celebri tele se non addirittura vere e proprie ossessioni come nel caso di Dora Maar.

5. Ha portato avanti un ottimo lavoro di public relation.

Sempre Philippe Dagen lo definisce un «pittore popolare» perché «Ha compreso il popolo e non ha perso occasione per dimostrarlo, ad esempio dipingendo “Guernica”. Non ha mai fatto della pittura borghese, a differenza di Matisse. I suoi legami con il Partito Comunista, le decine di migliaia di colombe della pace riprodotte ovunque, hanno fatto la loro parte».
Picasso ha usato la politica per accrescere la sua fama, come la politica (il Partito Comunista) ha usato lui per aumentareLa Colomba disegnata da Picasso come simbolo del movimento per la pace i consensi: era l’uomo giusto al posto giusto, l’esule (anche se poi esule non era visto che era in Francia per sua volontà) che si opponeva alla dittatura franchista. Il Partito Comunista francese gli chiede di fare un disegno come simbolo del movimento per la pace è Picasso traccia la sagoma di una colomba con nel becco un rametto. In pochissimo tempo la Colomba di Picasso compare sui muri di tutte le città d’Europa: è stata una vera e propria operazione di Brand Positioning. Ma in verità Picasso non è mai veramente stato interessato alla politica, aveva semplicemente capito quanto contasse fare public relation per la carriera di un artista e ai tempi il Partito Comunista offriva le migliori opportunità in questo senso.

Picasso, ben più di un semplice genio artistico

Picasso dipinge GuernicaOvviamente a tutto questo va unito il valore storico e culturale di Picasso artista. A differenza di Bonami io credo che Picasso sia un mattone fondamentale della storia dell’arte moderna, tolto lui cadrebbe l’intero castello. Con una sola opera, Les Demoiselles d’Avignon, Picasso ha mandato in frantumi 700 anni di Storia dell’Arte basata su terza dimensione illusoria e prospettiva.

È vero che nessuna sua opera sia più famosa dell’artista stesso come succede per altri artisti moderni e non. La Gioconda è più famosa di Leonardo, gli affreschi della Cappella Sistina sono più famosi di Michelangelo, anche l’Orinatoio probabilmente è più famoso di Duchamp stesso.

Per quanto famigerate possano essere Guernica e Les Demoiselles d’Avignon, nessuna delle due supera in fama la figura del loro creatore. Egli è talmente grande che fa ombra ai suoi più importanti capolavori. Tanto è vero che ormai “Picasso” da nome proprio è diventato un nome comune per indicare la figura del “pittore” per antonomasia.

È tanto grande da potersi permettere il lusso di rifiutarsi di presentarsi alle inaugurazioni delle mostre personali a lui dedicate: successe a Milano quando l’artista non si presentò all’apertura della sua personale del ’53 a Palazzo Reale (pensate che era presente anche il Presidente della Repubblica di allora) e addirittura quando preferì stare nella sua villa in Costa Azzurra piuttosto che affrontare un lungo viaggio per assistere all’inaugurazione della retrospettiva che il MoMa gli dedicava. Quale artista di oggi potrebbe permettersi un lusso del genere? Credo, anzi sono sicuro, proprio nessuno. Segno dei tempi che cambiano: oggi l’arte non fa più mondo e sono passati gli anni in cui aveva il potere di influenzare le masse.

 

Fenomeno Banksy: tra arte e comunicazione

Graffito di Banksy: domestica che nasconde la polvere  sotto il tappetoBanksy è sicuramente uno degli artisti contemporanei più famosi e allo stesso tempo controversi dei nostri giorni. Chi egli sia, nessuno veramente lo sa e non c’è alcun essere umano che possa dire di averlo mai visto. Qualcuno sospetta che egli non esista nemmeno e che dietro questa figura così misteriosa si nasconda un gruppo di galleristi, pubblicitari, artisti (è stato ipotizzato addirittura Damien Hirst) e altri personaggi molto potenti tutti appartenenti al sistema dell’arte. Insomma in molti credono che sia un progetto ben studiato e costruito a tavolino e che dietro agli stencil che compaiono improvvisamente nottetempo sui muri di tutto il mondo non ci sia nessun artista in carne ed ossa ma un’organizzazione vera e propria che si è divertita a costruire un personaggio di cui tutti parlano. Comunque sia Banksy funziona e il fatto che sia un gruppo o un artista solitario non fa alcuna differenza. Anche nell’antichità l’opera di un artista era portata avanti da un’intera bottega nella quale ognuno aveva un compito preciso e specializzato (chi disegnava lo sfondo, chi le figure secondarie, chi le case) e al maestro non rimaneva altro da fare che dettare lo stile, dipingere le parti più importanti della tela e poi aggiungere la sua firma, la griffe. Di cose ben riuscite comunque nel corso degli anni, da quando ha mosso i primi passi nella città natale di Bristol, Banksy ne ha fatte. Ma quali sono le caratteristiche di questo artista che ne hanno decretato un così grande successo?

I 5 punti di forza di Banksy

Il successo di Bansky è dovuto a un perfetto mix di arte e comunicazione. Egli possiede tutte le caratteristiche che un artista dovrebbe avere per raggiungere la fama.

1. I suoi lavori sono ironici e geniali e racchiudono dei contenuti che ci fanno riflettere.

Questa è la prima e Graffito di Banksy: grassa coppia di turisti che si fa portare sul  risciò da un bambinoindispensabile qualità che ogni artista deve possedere, senza la quale tutti i successivi punti hanno ben poco valore. Se un artista non ha un messaggio valido da trasmettere e non comunica veri contenuti è impossibile che possa avere successo. Se è furbo e sa destreggiarsi bene all’interno del mondo dell’arte, le sue opere potranno raggiungere buoni prezzi sul mercato, ma il tempo alla fine farà da giudice. Molti artisti che avevano ottenuto ottime quotazioni in asta prima del 2008, sono in pratica spariti dal mercato quando è scoppiata la bolla, i prezzi sono crollati e non si sente più parlare di loro.

2. L’alone di mistero che circonda la sua figura ne alimenta il mito.

Ho parlato di quanto la forza del mito associata alla vita di un artista influenzi il successo di pubblico in questo articolo: Arte e morte, mito e tragedia. Il comportamento e la condotta di alcuni artisti sono più famosi della loro stessa opera. Per Banksy, il tratto comportamentale che lo caratterizza, non è la vita sregolata come per la maggior parte degli artisti qui citati, ma la clandestinità. Il fatto che nessuno abbia mai visto il suo volto, che non si sappia chi veramente egli sia e tutte le congetture che di conseguenza sono nate, non fanno altro che aumentare la curiosità nei suoi confronti e alimentare la leggenda che già circonda la sua aurea di artista irriverente, anti conformista e misterioso. Dopo più o meno venti anni di attività è già diventato una sorta di eroe mitologico vivente.

3. È un artista contemporaneo che utilizza un linguaggio contemporaneo e che ci parla di problemi contemporanei.

Le sue opere sono immagini taglienti e ironiche a volte accompagnate da slogan. Gioca con i più Opera di Banksy: Topolino e il pagliaccio di Mc Donald's che camminano mano nella mano con una bambina malnutrita e disperata familiari luoghi comuni, stravolgendone il significato in modo da far riflettere sulla vuotezza di una società consumistica che non riesce o non vuole più vedere i problemi veri che la circondano. Affronta i temi della guerra e della pace, della povertà e del capitalismo sfruttatore, criticando il potere di istituzioni false e corrotte. Nei suoi lavori inserisce spesso icone più o meno commerciali a tutti riconoscibili. Parla a noi, di argomenti che ci toccano, utilizzando un linguaggio che ci è familiare (a volte vicino a quello della comunicazione pubblicitaria) e che ci raggiunge nei luoghi in cui passiamo la nostra esistenza (città, strade, muri, ecc.)

4. Utilizza alla perfezione i nuovi mezzi di comunicazione per promuovere la sua immagine.

Come i giornali quando nel 1911 è stata rubata, hanno portato in giro per il mondo l’immagine della Monna Lisa donandole la fama, così Banksy sfrutta alla perfezione la rete per far conoscere e veicolare le sue opere. In Instagram, per esempio, il tag #banksy racchiude quasi 360.000 foto. Le sue incursioni nelle strade delle città per lasciare le sue tracce sui muri o in importanti musei per appendere sue opere alle pareti, fanno sempre notizia e sono state fonte di ispirazione per brand più o meno famosi nella realizzazione di alcune campagne di guerrilla marketing (un artista che ha anticipato, quindi, non seguito i fenomeni sociali). Banksy non solo sa far parlare di sé, ma riesce anche a veicolare lui stesso la propagazione della sua immagine grazie per esempio alla creazione di un film documentario sulla sua vita “Exit Through the Gift Shop”, all’organizzazione di “The Cans Festival” in un tunnel abbandonato, alla realizzazione della sigla di una puntata dei Simpson.

5. Ha creato relazioni importanti all’interno del mondo dell’arte.

Una delle accuse mosse contro BanGraffito di Banksy sul muro della Striscia di Gazaksy, dopo che le sue opere hanno raggiunto cifre significative in asta, è quella di essere entrato a far parte di quello stesso sistema che criticava con in suoi lavori. Che faccia o meno parte del sistema dell’arte non è dato saperlo, quel che è certo è che riesce a compiere gesti per i più impensabili (come per esempio raggiungere le zone di guerra della Palestina per realizzare i suoi lavori), quindi un qualche aiutino deve pur averlo.

Un arte che parla a tutti

Può piacere o meno, ma è innegabile il fatto che le opere di Banksy abbiano un forte impatto emotivo oltre che sensazionalistico e di riflessione su chiunque le veda. Una delle sue ultime incursioni è stata messa in atto nella famigerata Striscia di Gaza e il video realizzato intitolato ironicamente «Scopri una nuova destinazione quest’anno» e che fa il verso alle pubblicità delle compagnie turistiche, funge da testimone. L’artista ha realizzaGraffito di Banksy nella Striscia di Gaza: gattino che gioca con un gomitolo di fili di ferroto diversi graffiti per denunciare la situazione in cui si trova Gaza dopo la guerra contro Israele della scorsa estate. Uno di questi rappresenta un gattino che gioca con un gomitolo fatto di fili di ferro. Un abitante del luogo ha visto nell’opera un messaggio per l’intero mondo: “Se anche manca la gioia nella sua vita, un gatto riesce a trovare qualcosa con cui giocare. Cosa invece per quanto riguarda i nostri bambini?

L’artista ha voluto dare una spiegazione differente: “Un uomo mi ha chiesto cosa significasse la mia opera e ho spiegato che volevo mostrare la distruzione di Gaza mettendo foto sul mio sito, ma che la gente su internet guarda solo foto di gattini”. Un artista attento alle dinamiche sociali e che riesce a usarle per comunicare problematiche di livello mondiale.

Il lavoro di Bansky ha un linguaggio internazionale che supera i confini culturali e parla a chiunque anche se in maniera differente ed è un arte che compie il suo primo e principale dovere: mette in moto il cervello di chi ne usufruisce e ci fa pensare.

Qui sotto il video della sua incursione a Gaza:

 

Arte e amore: storie di sesso e passione fra artisti (seconda parte)

Continuiamo il discorso lasciato a metà con l’articolo precedente e riprendiamo a parlare del connubio arte e amore raccontando altre storie di alcune delle coppie più chiacchierate della storia dell’arte.

Picasso e Dora Maar – Picasso e Françoise Gilot

Ad aprire questa seconda parte è Picasso, l’artista per antonomasia: per parlare dei suoi amori ci vorrebbe un articolo intero dedicato solo a lui e probabilmente non basterebbe neanche. Qui mi soffermerò a raccontare solo la storia delle relazioni con due delle sue amanti, entrambe artiste: quello con la fotografa Dora Maar e quello con la pittrice Françoise Gilot. Partiamo con la prima: Picasso e Dora si incontrano nel 1936 lui aveva 54 anni, lei 25. Erano in uno di quei locali pariginiDora Maar con Pablo Picasso luogo di incontro di artisti e bohemien e Picasso rimase affascinato da questa giovane e formosa serba che si divertiva a sfidare la sorte facendo passare velocemente la lama di un coltello affilato tra le dita della mano aperta stesa sul tavolo. La loro relazione durerà sette anni e Dora sarà per l’artista spagnolo una musa ispiratrice cadendo nello stesso tempo vittima del suo genio creativo e della sua personalità sadica. Picasso la induce ad abbandonare la fotografia per la pittura per poi criticare e deridere i suoi lavori. Dora cade lentamente in depressione spinta ancora più a fondo nella disperazione dalla giovane nuova amante di Picasso che, a differenza sua che era sterile, era riuscita a regalare un figlio al pittore. Sarà ricoverata in una clinica psichiatrica e “curata” con la terapia degli elettroschok. Dopo due anni di analisi ritroverà il suo equilibrio arrivando a dichiarare su Picasso: “Solo io so quello che lui è… è uno strumento di morte… non è un uomo, è una malattia.

Dora Maar non è l’unica ad aver subito il massacro psicologico al quale Picasso sottometteva le sue amanti. Due di loro si tolsero la vita, altre persero la ragione. L’unica che sopravvisse a questo sterminio e che uscì da vincitrice dalla relazione Picasso con Francoise Gilotcon il maestro del cubismo fu Françoise Gilot. È la giovane amante che sostituì Dora Maar e che diede a Picasso altri due figli. Si conobbero nel 1943 tramite un amico pittore di cui lei era allieva: aveva ventidue anni mentre Picasso ne aveva 63. All’inizio della loro relazione il pittore le aveva detto indicandole la polvere sulle scale: «Per me tu conti come quella polvere», ma si dovette ben presto ricredere. Questa volta fu lui a essere abbandonato: dopo dieci anni di relazione Françoise lasciò Picasso che per farle cambiare idea arrivò anche a minacciare il suicidio. La decisione ormai era presa e Gilot oltre che andare avanti per la sua strada, scrisse anche un libro di memorie che l’ex amante fece di tutto per boicottare arrivando anche a tentare di farlo proibire da un tribunale, ma la giovane pittrice vinse la causa. Alla fine anche Pablo si arrese di fronte alla sconfitta, la chiamò e le disse: “Congratulazioni, hai vinto e sai che a me piacciono i vincitori.” L’unica donna che ha lasciato Picasso ricorda così la sua relazione: “Sebbene la nostra storia abbia avuto un inizio e una fine, fu la più grande passione della mia vita. Non ho mai più vissuto né amato così intensamente. La nostra relazione è scritta dentro di me con lettere di fuoco.

Gilbert e GeorgeGilbert e George

È questo forse uno dei sodalizi amorosi più duraturo e prolifico di tutta la storia dell’arte. Gilbert Prousch e George Passmore si sono incontrati al St. Martin’s School of Art di Londra frequentando il corso di scultura. Da allora vivono e lavorano insieme. Sono coppia nell’arte come nella vita e hanno fatto di loro stessi il centro della loro arte.

Salvador Dalì e Amanda Lear

Salvador Dali e Amanda LearUna delle coppie più eccentriche della storia dell’arte: Salvador Dalì e Amanda Lear si incontrarono nel 1965 in un locale notturno parigino di nome Le Castel quando lei era una studentessa di Belle Arti e si guadagnava da vivere facendo la modella. L’enfant terrible dell’arte fu abbagliato dallo sguardo ammagliante di questa giovane e affascinante francese ma fu soprattutto l’affinità spirituale fra i due a far diventare Amanda la sua musa preferita. La relazione fu un menage a trois in quanto Dalì era sposato e innamorato spiritualmente di sua moglie Gala, ma era anche pazzo dello scheletro della esile Amanda. Oltretutto le due donne erano amiche ma Gala era molto più vecchia del marito e dopo 50 anni di relazione non aveva problemi a dividerlo con un’altra donna anche perché non le interessava più di uscire con lui. Amanda pubblicò nel 1984 il libro My Life With Dalì, la sua prima biografia ufficiale, uscito inizialmente in Francia sotto il titolo di Le Dali D’Amanda. La relazione durò ben 16 anni durante i quali Amanda passò ogni estate con lui e sua moglie visitando i migliori salotti parigini e i musei europei, oltre che posare per alcune sue opere come “Voguè” e “Venus to the Furs“.

Christo e Jeanne-Claude

Un duo artistico fra i più eccezionali di sempre nel mondo dell’arte, sia per le opere realizzate, uniche e straordinarie nel loro genere, sia per la loro storia d’amore, un connubio durato una vita.Christo e Jeanne Claude
Lui nato in Bulgaria, lei a Casablanca, i due si incontrano a Parigi nel 1958. L’arte fu prima Galeotta nell’amore e poi ragione di vita per entrambi: Jeanne-Claude commissionò infatti a questo giovane artista bulgaro un ritratto della madre e da lì cominciò la loro conoscenza.
La relazione non nacque però subito e anche in questo caso gli ingredienti per un romanzo rosa da milioni di copie ci sono tutti. Jeanne-Claude infatti è fidanzata e Christo comincia a frequentare la sorella di lei, Joyce. La relazione ufficiale inizia solo dopo la luna di miele di Jeanne-Claude: lei si rese infatti conto di essere incinta di Christo e non del marito. L’11 maggio 1960 nasce Cyril.
Le loro opere uniscono la creatività di Christo con lo spirito organizzativo di Jeanne-Claude: lei infatti era laureata in filosofia e diceva di essersi avvicinata all’arte per amore: «se lui fosse stato un dentista io sarei diventata una dentista.»
Jeanne-Claude si è spenta nel 2009, ma il progetto artistico creato da entrambi va avanti con il nome Christo.

Marina Abramović e Ulay

Nel 1976 Marina si traferisce in Olanda, ad Amsterdam, dalla natia Serbia e qui incontra un uomo di cui si innamorerà aMarina Abramovic e Ulay prima vista e con il quale creerà un’unione totalizzante fatta di arte e di amore: è un artista tedesco il cui pseudonimo è Ulay. Compiono gli anni lo stesso giorno e insieme si dedicarono a un nuovo tipo di arte, quello della performance, formando un duo chiamato The Other che sfiderà i limiti del corpo ed esplorerà i segreti delle relazioni umane. Giovani e senza un soldo in tasca, all’inizio della loro carriera vissero nello stesso furgone che utilizzavano per spostarsi da una città all’altra per mettere in scena i loro progetti. Uno di quelli entrati nella storia e che più di tutti può essere rappresentativo della loro simbiosi fatta di arte e amore è intitolato Death Self: i due unirono le labbra e respirarono l’aria espulsa dall’altro fino a terminare l’ossigeno. Dopo soli 17 minuti dall’inizio della performance, caddero a terra privi di sensi. L’idea era quella di esplorare la capacità dell’individuo di assorbire, cambiare e distruggere la vita altrui. Un amore che sfida i limiti umani quindi e che porterà, all’inizio degli anni ’80, all’ideazione di una nuova performance: camminare lungo la Grande Muraglia Cinese, l’unica costruzione umana che si può vedere dallo spazio, l’uno verso l’altra, incontrandosi a metà strada e sposarsi. Il governo cinese non concederà il permesso e la performance si potrà realizzare solo otto anni dopo.
Sono passati però ben 12 anni di un legame e di un sodalizio grandioso e la coppia è ormai in crisi. Nel 1988 misero sì in atto la performance progettata otto anni prima, non per sposarsi però ma per separarsi e dire addio, con un ennesimo atto simbolico, a un amore diventato sinonimo stesso della loro arte. Percorsero i 2500 km della Muraglia Cinese in solitario partendo dai lati opposti per incontrarsi a metà percorso, abbracciarsi e continuare ognuno per la propria strada in direzioni diverse. Un modo per dimostrare quanto sia lungo, faticoso e importante a volte dirsi addio.

Passano 22 anni e il 14 febbraio del 2010 il Moma di New York inaugura “The artist is present” una retrospettiva di Marina Abramović in cui l’artista serba mette in atto una nuova performance: lei è seduta su una sedia al centro di una sala. Di fronte a lei un’altra sedia e nel mezzo un tavolo di legno. A turno, uno spettatore alla volta si siede sulla sedia vuota dall’altra parte del tavolo e si mette in relazione con l’artista attraverso gli occhi e un gioco di sguardi. Si instaura così una relazione diversa per ognuno dei partecipanti a seconda della propria personalità, del proprio modo di interpretare lo sguardo dell’altra e dell’empatia che questo suscita. Ancora una volta sono protagoniste le emozioni. A un certo punto però a sedersi sulla sedia di fronte a Marina tocca a una persona speciale e la performance subisce una modifica. È Ulay e quello che è successo lo potete vedere nel video qui sotto.

Con questa commovente performance si concludono le mie storie d’amore fra artisti. Sono certo di averne dimenticata qualcuna, se tu ne conosci altre condividile con tutti noi nei commenti qui sotto.

Se hai perso la prima parte dell’articolo, ecco il link: Arte e amore: storie di sesso e passione fra artisti (prima parte)

Arte e amore: storie di sesso e passione fra artisti (prima parte)

A volte si crede che i più grandi artisti, soprattutto quelli del passato, vivano o abbiano vissuto esclusivamente per creare le loro opere dedicando tutte le proprie energie a un’unica grande passione: l’arte. La verità è un po’ diversa: pittori o scultori chiusi nel loro studio giorno e notte per dare libero sfogo alla propria creatività sono assolutamente una leggenda.
Anche loro, come tutti noi che artisti non siamo, cadono vittime delle più grandi passioni e dei peggiori vizi umani e veramente in pochi riescono a resistervi.

Oggi ho voglia di parlare proprio di questo, tratterò della più grande delle passioni umane. No, non l’arte, questa Amor vincit omnia - Michelangelo Merisi detto il Caravaggionon è ancora un’infatuazione che colpisce tutti purtroppo. Oggi parlerò di quella passione che tutti vince, nessuno escluso: “Omnia Vincit Amor” (l’amore vince ogni cosa) è una frase di Publio Virgilio Marone e anche il titolo di una tela di Caravaggio e proprio l’amore sarà il protagonista di questo articolo.

Ma non ho voglia di essere noioso quindi tratterò l’argomento in maniera giocosa. Più che fare il romantico, mi trasformerò in una specie di paparazzo e farò del gossip sulle più celebri coppie del mondo dell’arte. Dato che sono davvero tante l’articolo sarà diviso in due, pubblicherò la seconda parte a giorni.

Amore fra artisti: le coppie più chiacchierate nella storia dell’arte

La storia dell’arte è piena di vicende d’amore e di passione. Non si contano le relazioni nate fra gli artisti e le loro modelle (o modelli): Raffaello e Margherita Luti, la figlia del fornaio, ritratta dall’artista in molti dei suoi più celebri dipinti, Michelangelo e Tommaso de’ Cavalieri, al quale l’artista dedicò decine di odi e diversi disegni, Leonardo e Gian Giacomo Caprotti detto il Salaì che appare nei dipinti dell’artista sotto forma sia di uomo che di donna.

Per andare avanti si potrebbero citare i vari amanti di Caravaggio, di Goya, di Modigliani ecc. ma non è questo tipo di passione che mi interessa. Oggi parleremo di un amore che va al di là della semplice attrazione fisica e che raggiunge una dimensione più alta, quella della mente creativa. Quelle che troverete in questo articolo sono le storie di sesso e passione nate fra artisti, anche di diverse tipologie di arte.

1. Frida Kahlo e Diego Rivera

Diego Rivera e Frida KahloNon poteva che essere questa la coppia che apriva le danze. La passione fra Frida e Diego è ormai leggenda grazie anche alle diverse mostre dei due artisti che si sono tenute in tutto il mondo. Quando si incontrarono per la prima volta lei era una ragazzina di quindici anni, lui era un maestro già affermato che di anni ne aveva trentasei. Fu una storia lunga una vita, un romanzo d’amore fatto di tormenti, tradimenti e slanci di passione irrefrenabili. Si sposarono la prima volta nel 1929. Diego aveva alle spalle già tre matrimoni e per tutta la vita ebbe decine di amanti, tra cui anche la cognata Cristina, relazione quest’ultima che spinse Frida ad abbandonare il marito, partire per New York e chiedere il divorzio. La distanza tra i due però, invece che spegnere la fiamma la alimentò e Frida tornò a casa, perdonò sorella e marito e risposò Diego nel 1940 a San Francisco. «Più mi tradisci più ti amo.» scrisse in una lettera, ma cominciò nello stesso tempo anche lei ad avere degli amanti, tra cui lo scultore Isamu Noguchi, l’esule russo Lev Trotsky, il fotografo Nickolas Muray ed ebbe anche una relazione omossessuale con Tina Modotti (amante anche del marito). Insomma gli ingredienti per un romanzo da milioni di copie ci sono tutti ma, fra gli alti e bassi della loro relazione, nessuno dei due poté per tutta la vita fare a meno dell’altro e il loro amore fu sconfitto solamente dalla morte di lei. In quell’occasione il pittore scrisse: «Il 13 luglio 1954 è stato il giorno più tragico della mia vita: avevo perso per sempre la mia amata Frida. Ho capito troppo tardi che la parte più bella della mia vita era il mio amore per lei». Di Frida rimarrà invece sempre la sua celebre battuta sul marito: «Ho avuto due gravi incidenti nella mia vita. Il primo quando un tram mi mise al tappeto, l’altro è Diego».


2. Jeff Koons e Ilona Staller

Da una storia di amore passionale quanto tormentato passiamo a quella, forse all’apparenza un po’ più frivola, fra Jeff Koons e Ilona Stallerl’artista vivente più pagato al mondo e Cicciolina, una delle porno dive più famose della storia. Tutto nasce quando Jeff Koons, allora un artista già abbastanza affermato in America ma non ancora così famoso a livello internazionale come oggi, vede una foto di Ilona sulla copertina di una rivista tedesca. Ne rimane talmente affascinato e ossessionato che inizia a martellare il fax dell’agenzia di Riccardo Schicchi con la richiesta di fare uno shooting fotografico con lei. Sul set di questo servizio nasce l’amore tra i due. Dopo un anno e mezzo di fidanzamento i due si sposano ed hanno un figlio. A quei tempi l’immagine di Ilona era più importante di quella di Jeff e nacquero ben presto quelle classiche rivalità che possono nascere tra due superstar. Il matrimonio finì ben presto e ne seguì una dura battaglia legale per l’affidamento del figlio Ludwig prima sottratto illegalmente dal padre in Italia e poi, successivamente, dalla madre negli Stati Uniti. Di questa storia d’amore, estremamente passionale quanto breve, rimango le opere di Jeff Koons che hanno come soggetto la ex moglie. Opere d’arte create da due autori dato che anche Cicciolina è da considerarsi artista a tutti gli effetti avendo fatto la sua parte. Come ha dichiarato Koons stesso: “Gli artisti usano il pennello come Ilona usa la sua…”.


3. Robert Mupplethorpe e Patty Smith

Robert Mupplethorpe e Patty SmithFine anni sessanta: due giovani ragazzi si incontrano per le strade di New York e ha inizio una fantastica storie d’amore e di arte. Lui è Robert Mupplethorpe, lei Patty Smith. Entrambi hanno un grande sogno, quello di diventare artisti: lui diventerà uno dei più importanti fotografi al mondo, lei una delle protagoniste del rock americano. In mezzo ci sono sacrifici, tentativi falliti, incontri con Rock Star e artisti della Factory di Andy Warhol, problemi di soldi, uso di droghe, il virus dell’HIV e la morte precoce di decine di amici e conoscenti. Alla fine la loro storia d’amore terminerà anche per l’omosessualità di lui, ma si conserverà sempre una rara e preziosa amicizia fondata sulla condivisione di un sogno e sul sostegno reciproco. Patty Smith ha descritto tutto questo in un bellissimo libro intitolato “Just Kids”, soltanto ragazzini.


 4. Jean-Michel Basquiat e Madonna

Un’altra relazione tra un’artista e una rock star, sicuramente meno romantica della precedente, ma comunque 
Jean-Michel Basquiat e Madonnaaltrettanto affascinante. Tutto cominciò nell’autunno dell’82, quando i due si conobbero al Bowlmor. Lui aveva dato a un amico una busta d’erba lei lo agganciò e cominciarono a frequentarsi. Le differenze erano però enormi e si fecero sentire presto: Madonna era già una salutista disciplinata mentre lui faceva uso di eroina. Larry Gagosian ricorda che il giorno di Natale lei cercò dei preservativi per tutta Malibu perché senza non avrebbe mai fatto sesso con lui: era noto come Basquiat attaccasse la gonorrea a tutte quelle con cui lo faceva e poi, per non sentirsi in colpa, pagava loro le cure. La relazione non durò a lungo ma per entrambi la nascente notorietà dell’altro divenne un trampolino di lancio, come nei matrimoni organizzati vecchio stile. Dopo la morte del suo ex fidanzato, Madonna nel 1992 finanziò la retrospettiva a lui dedicata al Whitney Museum di New York.


5. Georgia O’KeeffeAlfred Stieglitz

Georgia O’Keeffe e Alfred StieglitzI due si incontrarono grazie all’amica Anita Pllitzer che nel 1916 mostrò i lavori di Georgia ad Alfred, un affermato fotografo che possedeva una galleria a New York. Colpito dall’espressività delle sue opere e dalla capacità tecnica dell’autrice, Stieglitz si impegnò in un lavoro di promozione dell’opera della O’Keeffe e iniziò a farle dei ritratti. I due si sposarono nel 1924 e l’arte di entrambi, pur rimanendo strettamente personale, sarà influenzata dall’amore che ognuno provava per l’altro. Alla fine saranno oltre 500 le fotografie di Stieglitz che hanno come soggetto l’amata.

 

6. Robert Rauschemberg e John CageRobert Rauschemberg e John Cage

Artista il primo, musicista il secondo, sono stati entrambi dei rivoluzionari nei loro rispettivi campi e le loro opere sono centrali nell’evoluzione dell’arte e della musica contemporanea. Rauschemberg con i suoi quadri bianchi che cambiano a seconda delle condizioni di luce e di ambiente fu una delle fonti di ispirazione per la celeberrima opera di Cage 4’33’’ in cui veniva messa in opera il silenzio. Della loro storia d’amore si sa poco se non che furono grandi amici e amanti.

Finisce qui la prima parte di questo articolo, nella seconda verranno raccontati gli amori del più grande artista del ‘900 e le storie di altre coppie davvero particolari. Se sei curioso e interessato,

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Apre la stagione invernale delle gallerie milanesi: Jason Martin spicca su tutti

Jason Martin BluMartedì, mentre tra le vie del centro impazzava la Vogue Fashion Night con i negozi allestiti ad hoc, i cocktail party e i dj set, dall’altra parte di Milano, con molto meno rumore ma sicuramente con tanto più stile, le gallerie d’arte di Zona Lambrate inauguravano la stagione espositiva presentando a collezionisti e non i lavori dei loro artisti. Mentre Francesca Minini ha aperto con una personale di Becky Beasley e Massimo de Carlo con una dell’ormai certezza Rudolf Stingel, Andrea Ingenito con la collettiva Otherwhere presenta i lavori di tre italiani, Riccardo Ajossa, Giacomo Rizzo e Sandro Scalia. Anche Mimmo Scognamiglio ha scelto di dare il via alla stagione invernale con una collettiva, decisamente quella che fra tutte più mi ha colpito. Otto gli artisti esposti: Rina Banerjee, Paul Benney, Adam Fuss, Gonkar Gyatso, Michael Joo, Chiharu Shiota, Kiki Smith e Jason Martin.

Proprio un lavoro di quest’ultimo accoglie chi entra nella galleria: nella parete di fronte all’ingresso è appeso un grande monocromo di un blu così intenso e brillante da avermi subito Jason Martin Nerofatto pensare a Yves Klein. Il pigmento puro è letteralmente trascinato su una superfice di alluminio in strati di pittura che formano onde in movimento che catturano la luce creando un ritmo frenetico. La materia è spessa e nodosa e fuoriesce dalla superfice del quadro in forme sempre diverse. Colore e movimento si amalgamano alla perfezione trasmettendo un senso di energia e nello stesso tempo di pace. Nella parete a sinistra un’altra opera dell’artista, un altro monocromo. Questa volta il colore è un nero brillante, non c’è materia ma la luce si appoggia sulla tela in un continuo gioco con le striature piatte che movimentano il dipinto ricordando ciocche di capelli lucidi e appena lavati.

Sarà perché nell’ultimo periodo sono particolarmente attratto da artisti che praticano il monocromo, come Ettore Spalletti o Alfonso Frateggiani Bianchi, ma devo ammettere che queste opere mi hanno colpito come poche sono riuscite a fare nell’ultimo periodo. Sono uscito dalla galleria convinto di aver incontrato un grande artista.

Jason Martin RossoQuando il giorno dopo alla mostra inaugurale della sede milanese della Lisson Gallery, che presentava una personale dell’artista Geratd Byrne, nella sala al piano inferiore mi sono trovato davanti a un piccolo monocromo rosso che trasmetteva la stessa sensazione di energia e di movimento del grande monocromo blu della galleria di Mimmo Scognamiglio, ho deciso che avrei dovuto saperne di più di quest’artista: Jason Martin ha 44 anni, vive e lavora tra Londra e il Portogallo e diversi musei nel mondo gli hanno dedicato mostre personali (uno fra tutti la Peggy Guggenheim di Venezia). Un curriculum di tutto rispetto quindi per un’artista ancora giovane e le cui opere sono immediatamente riconoscibili e identificabili fra mille altre. Le sue quotazioni hanno per questo raggiunto cifre relativamente importanti: la piccola tela di 30×20 cm esposta alla Lisson Gallery costa 22.000€. Un investimento ancora possibile? Sul valore dell’artista non credo ci siano dubbi e se è vero che il mercato lo fa il gallerista, la Lisson Gallery da questo punto di vista è sicuramente una certezza. Bisognerebbe forse affrettarsi prima che i prezzi raggiungano cifre veramente irraggiungibili per molti.