Arte e soldi, un connubio vecchio secoli

Nicola Stoia

Articolo pubblicato sulla rivista Commenti di Verso l'Arte

L’arte ha sempre avuto un costo che fin dai tempi di Giotto è stato essenzialmente legato all’abilità e alla fama dell’artista. Nessuno dei grandi geni del passato ha mai lavorato solo ed esclusivamente per la gloria. ComeCopertina del libro "The wealth of Michelangelo" di Rab Hatfield hanno dimostrato gli studi del professor Rab Hatfield pubblicati nel libro “The Wealth of Michelangelo”, l’autore degli affreschi della Cappella Sistina era tanto attento alla qualità dei suoi lavori quanto, se non di più, alla quantità della ricompensa ricevuta per essi. Alla sua morte avvenuta nel 1564 all’età di 89 anni, sembra che il nostro “Divino” possedesse la bellezza dell’equivalente odierno di dieci milioni di dollari.

Arte e denaro hanno quindi camminato sempre di pari passo e continueranno a farlo ancora per parecchio tempo.
Ma se il prezzo di un’opera è legato alla fama del suo autore, chi o cosa influenza e decide la fama di un artista? Ovviamente il potente e ricco mecenate che quell’opera l’ha commissionata. Michelangelo è diventato Michelangelo grazie a Lorenzo il Magnifico e ancor di più grazie a Giulio II. Il Buonarroti, infatti, non ci pensò due volte a lasciare appena abbozzati i lavori della Sala del Gran Consiglio di Palazzo Vecchio per rispondere alla chiamata del sommo pontefice: gloria e lauti guadagni lo attendevano a Roma.

Oggi i committenti non sono più Papi, Re o imperatori ma il mercato, un’entità relativamente nuova, formata perlopiù da capitani d’industria, banchieri e imprenditori, insomma gente facoltosa che ha in mano le redini della finanza. Mentre Carlo V chiedeva a Tiziano di dipingere un quadro che ne celebrasse la potenza e la gloria, il mercato chiede agli artisti di oggi di produrre opere che assecondino i bisogni della finanza, vale a dire soldi e investimento. Ne consegue che mentre in passato l’importanza di un artista era legata al valore estetico, intellettuale e artistico della sua opera e solo in secondo momento era considerato il prezzo, oggi essa è indissolubilmente legata al suo valore di mercato e al costo che i suoi lavori raggiungono. Finché un artista non ottiene determinate quotazioni non è considerato da nessuno se non da un circolo ristretto di amanti e addetti ai lavori. Non appena però le sue opere vengono battute a cifre record, allora si scatena la corsa di massa e tutti vogliono accaparrarsele.

Una mappa del mondo di Alighiero BoettiAlighiero Boetti era un artista importante già negli anni ’90 o lo è diventato solo dopo le ultime aggiudicazioni stellari delle sue opere? Possiamo porci la stessa domanda per Enrico Castellani, per Agostino Bonalumi e per tanti altri. Se guardiamo alla storia dell’arte, sono sempre stati grandi artisti, allora perché anche solo dieci anni fa nessuno voleva i loro lavori? Semplicemente perché costavano troppo poco e oggi è il prezzo il fattore che indica l’importanza di un artista e che muove la rincorsa all’opera. Non è più il collezionista che rende importante un dipinto quanto il mercato che fa sì che quel dipinto diventi desiderabile per un numero sempre più elevato di collezionisti. È sempre il mercato che muove le redini, accade quindi spesso che “le opere culturalmente più importanti valgano molto meno di quelle facilmente vendibili.” (Giuseppe Panza)

Arte e investimento, ieri e oggi cosa è cambiato

Come si è arrivati a questo? Già nel 1200 il critico Ts’ai Tao scriveva: «L’amore e la gioia per l’arte sono diventati una moda e le opere d’arte sono ovunque considerate alla stregua di merci e investimenti. Questo il diavolo della nostra epoca».
“Il diavolo della nostra epoca”: anche allora considerare l’arte alla stregua di semplice merce era qualcosa che indignava gli appassionati.

Eppure il peggio doveva ancora arrivare. È solo dopo la Rivoluzione Francese e ancor di più con le grandi esposizioni dell’800, infatti, che l’arte si sarebbe pienamente affermata come merce, tanto che già il grande mercante di quadri parigino Ambroise Vollard poteva parlare nelle sue memorie di investimenti riferendosi alle opere dei giovani pittori impressionisti.

Da quel momento in poi è tutta un’escalation e il mercato diventerà poco alla volta un’entità sempre più forte. Nel 1928 in una lettera ad Alfred Stieglitz, Marcel Duchamp scrive: «…Picabia è uno dei pochi oggi a non essere un “investimento sicuro”? La situazione del “mercato” qui è talmente deplorevole… […] Pittori e pittrici salgono e scendono come azioni di Wall Street».

Intorno agli aSimboli del dollaro dipinti da Andy Warholnni ’60 del Novecento sono arrivate quindi le scatolette di Merda d’Artista che Piero Manzoni sbatteva in faccia a un mercato che accettava qualunque “merda” purché fosse in edizione limitata, numerata, firmata e garantita da un certificato di autenticità. Più o meno nello stesso periodo un artista lucido come Andy Warhol invece, accettava la realtà di fatto portando all’interno dei musei gli stessi oggetti che si trovavano sugli scaffali di un supermercato: l’arte deve essere consumata come qualsiasi altro prodotto commerciale e “fare soldi è un’arte, fare buoni affari è la migliore forma d’arte” profetizzava. È l’apoteosi dell’arte come merce e il via libero definitivo a un sistema commerciale che diventerà sempre più forte e capillare.

Oggi l’economia, dopo aver conquistato gran parte degli ambiti della nostra vita, ha definitivamente vinto anche sull’arte. È un male questo? Da un certo punto di vista per niente. Ben vengano i soldi nel mondo dell’arte: gli artisti hanno bisogno di essere pagati per produrre le loro opere, liberi da ogni altra preoccupazione e poi ricordiamoci che è solo grazie a questi enormi capitali che l’arte è ancora viva. Pensiamo alla poesia, alla musica, alla danza e al teatro contemporanei, chi ne parla più? La notizia di una nuova aggiudicazione record almeno riesce ancora ad attirare i grandi riflettori mediatici sul palcoscenico artistico e a veicolare l’attenzione della moltitudine. È vero, in queste rare occasioni purtroppo, non si discute mai del valore dell’opera appena battuta in asta quanto piuttosto si disquisisce solo ed esclusivamente sulla straordinarietà della cifra raggiunta, ma è già qualcosa. D’altronde in un mondo in cui non si fa altro che parlare di spread, banche, debiti, bilanci, milioni che crescono e milioni che svaniscono, in quanti possono essere interessati più al valore di un’opera piuttosto che al suo prezzo?

Arte ed economia: qual è il vero valore di un’opera?

Oggi quindi l’arte riesce a essere ancora vera protagonista solo se legata all’aspetto economico, di investimento. SenzaLa fiera di Art Basel alcun dubbio il prezzo di un’opera attira maggiori attenzioni rispetto al suo valore. Una dimostrazione di questo è il numero di visitatori che una manifestazione completamente centrata sul mercato come Art Basel ha accolto in soli quattro giorni: ben 98.000 (6,52% in più rispetto al 2014), cifra che molte delle mostre del nostro paese non riescono a raggiungere neanche nell’arco di sei mesi.

Per tanti l’arte è e rimane soprattutto investimento e le crescite commerciali di molti artisti sono operazioni studiate a tavolino da galleristi, mercanti e speculatori. È chiaro che per riuscire ad alzare le quotazioni devono esistere requisiti storico-artistici e ragioni oggettive valide, fatto sta che non sempre al valore di un artista corrisponde un’adeguata valutazione commerciale della sua opera e viceversa. Se così fosse, un artista come Giorgio De Chirico (tanto per fare un esempio) dovrebbe costare molto più di tanti altri artisti con un curriculum e un’importanza storica decisamente inferiore alla sua.

Arte e mercato sono quindi due entità differenti che pur avendo uno stretto legame camminano su due binari diversi. Se si vuole apprezzare davvero il lavoro di un artista, bisogna cercare in tutti i modi di dimenticare il prezzo delle sue opere. In un mondo in cui si conosce e si quantifica il costo di ogni cosa, è difficile ma è l’unico modo per tornare a dare peso e importanza al valore. Non è detto che un artista che costa poco valga poco, come non tutte le opere di quegli artisti che raggiungono quotazioni esorbitanti sono solo ed esclusivamente speculazioni finanziare: anche là dove ci sono evidenti prezzi gonfiati può nascondersi vero valore.

Il cavallo appeso di Maurizio Cattelan al Castello di RivoliL’arte è figlia del proprio tempo” (Kandinsky ) e se questo modo di fare, usufruire e vivere l’arte non ci piace, non è con essa che ce la dobbiamo prendere e non è agli artisti che dobbiamo chiedere di cambiare. L’arte di oggi è l’immagine dell’epoca in cui viviamo e non fa altro che rispecchiare una società in cui l’economia è più importante della fratellanza fra i popoli, della pace e della cultura.

Se questo tipo di arte ci fa innervosire e ci infastidisce ma ci fa anche solo per un attimo pensare e riflettere sul modo e sul mondo in cui stiamo vivendo, allora è un’arte che, bella o brutta, ha comunque fatto il suo dovere.

Qual è secondo te il ruolo del mercato oggi? È ancora riconosciuto il valore di un’opera? Lascia la tua opinione nei commenti.

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