Arte contemporanea nel Medio Oriente, qualcosa sta accadendo

Nicola Stoia
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Articolo pubblicato sulla rivista Commenti di Verso l'Arte

Dire Dubai vuol dire imponenti grattacieli e verdi prati fioriti là dove solo dieci anni prima c’era un arido deserto, vuol dire opere di architettura e ingegneria che superano le più ambiziose fantasie umane e che sfidano le ferree regole e i limiti che la natura impone, vuol dire il lusso più sfrenato e ricchezza ovunque.Una veduta dello skyline di Dubai

Eppure non è niente di tutto ciò quello che rimane impresso quando ci si fa largo tra la folla ordinata del Dubai Mall, quando si passeggia sotto i riflessi dei raggi del sole sui cristalli bruniti del Burj Khalifa o quando si osserva il traffico dai finestrini di un taxi in corsa su carreggiate cittadine a sette corsie.

Non è ciò che si può cogliere con uno sguardo quello che stupisce di questa metropoli, ma qualcosa che si percepisce nell’aria e che è difficile definire e spiegare con parole. Potrei descriverla come una sorta di energia e di dinamicità avvolgente che impregna di sé ogni singolo elemento di questa città dal fascino ineguagliabile. La si può percepire quando si cammina per strada, quando si parla con le persone, siano essi nativi o residenti stranieri, o quando, guardandosi attorno, ci si rende conto di essere immersi in una società multiculturale in cui comunque tutto sembra funzionare senza grosse frizioni.

Questa plurietnicità e questo fermento vivo non possono che essere da stimolo per gli artisti ed essere a loro volta nutriti dalla loro arte ed è infatti proprio durante la settimana di Art Dubai che si coglie al massimo della sua potenza quell’energia creativa che fa da motore per questo illustre emirato arabo.

Una veduta dell'Alserkal Avenue a dubaiGiunta quest’anno alla nona edizione, la più importante fiera internazionale d’arte del Medio Oriente, dell’Africa e del Sud Asia ha ospitato 92 gallerie provenienti da 40 paesi del mondo. Le realtà locali, che hanno sede nel Gate Village e nell’Alserkal Avenue e che da dieci anni stanno portando avanti un difficile lavoro di promozione, sia a livello commerciale sia a livello culturale, iniziano finalmente a raccoglierne i frutti.

Protagonisti degli stand ovviamente gli artisti di queste zone ma non è mancata la presenza anche di alcuni fra i più celebri maestri occidentali. A sentire gli addetti ai lavori, questo è stato l’anno della svolta: chi cercava quadri decorati con i famigerati ghirigori orientali è rimasto deluso. La maggior parte delle opere esArt Dubai e gli stand delle gallerieposte hanno definitivamente rotto con questo vecchio e ormai sterile modo di fare arte e, pur rimanendo legate alla propria tradizione, si sono inserite prepotentemente nel contesto contemporaneo. Sono lavori che a volte sfidando l’occhio di una censura che a Dubai dà la sensazione di non essere poi così vigile, un guardiano fin troppo permissivo che, facendo finta di niente, si gira spesso e volentieri dall’altra parte per non vedere. E così gli artisti possono parlare della storia, dei contrasti e delle contraddizioni dei loro paesi, del progresso che sembra si stia affacciando alla porta, ma a cui poi è impedito ogni volta di entrare.

Tutta l’arte di Dubai

Ma Art Dubai non è solo la fiera. Ci sono tutta una serie di eventi collaterali che vi ruotano intorno, primo fra tutti l’asta di Christie’s sull’Arte Moderna e Contemporanea Araba, Iraniana e Turca che ha fatto registrare l’80% dei lotti L'asta di Christie's a Dubaivenduti, 11,3 milioni di $ di incasso (7% in più rispetto all’anno scorso) e 31 record mondiali di alcuni nomi che forse meriterebbero di essere seguiti con più attenzione anche dalle nostre parti.

Un esempio per tutti? Tahia Halim (1919-2003), artista egiziana le cui opere sono già nelle collezioni permanenti dell’Alexandria Modern Art Museum in Egitto, del Museo d’Arte Moderna a Il Cairo e al Museo d’Arte Moderna di Stoccolma. Un suo lavoro del 1965 intitolato “Farhat Al Nuba” (La felicità di Nubia) è stato battuto a 749mila $ quadruplicando la stima massima. È vero, siamo ancora lontani anni luce dalle cifre stellari registrate dalla stessa casa d’asta a Londra o a New York, ma non dimentichiamoci che i due quadri più cari della storia, «Nafea Faa Ipoipo (Quando ti sposi?)» di Paul Gauguin (300 milioni) e «I giocatori di carte» di Paul Cézanne (250 milioni), si trovano nel vicino Qatar. Le potenzialità economiche per far fare il salto di qualità all’arte araba anche per quanto riguarda il mercato ci sono quindi tutte, potrebbe essere solo questione di tempo. D’altronde sono molti i musei in costruzione e non si potranno certo riempire tutti con le opere dei grandi maestri occidentali.

Anche gli artisti autoctoni hanno qualcosa da dire e potranno presto a buon diritto guadagnarsi il posto al fianco dei nostri grandi nomi, Sharjah ne è la prova: antica città degli Emirati Arabi Uniti situata a qualche kilometro a est di Dubai,Tra i viicoli di Sharjah vi si tiene l’omonima biennale che, giunta quest’anno alla dodicesima edizione (è più vecchia di Art Dubai), si è spinta fino a Kalba, sul Golfo dell’Oman, dove in una ex fabbrica del ghiaccio l’artista argentino Adrian Villar Rojas ha installato i suoi strati sovrapposti di terreno, simbolo del tempo che scorre e della memoria che scompare.

Ma è fra i vicoli di Sharjah che si nasconde la maggior parte delle opere: più di 50 artisti tra cui gli ormai celebri Julie Mehretu, Eric Baudelaire, Abdullah Al Saadi, Mohammed Kazem e Hassan Sharif, sono stati chiamati per rispondere con il loro lavoro al concept che guida l’esposizione, “The past, the present, the possible”.

In una terra dove anche nel deserto possono nascere dei fiori, il possibile diventa un orizzonte senza limiti dove gli artisti possono sbizzarrirsi più che mai. Il risultato? Una biennale veramente degna di nota in cui opere commissionate per l’occasione e interventi site specific hanno dimostrato come non mai quanto il medio oriente sia entrato ormai di prepotenza nel giro dell’arte che conta.

Medio Oriente: l’arte è pronta al grande salto

I tempi sembrano ormai maturi, gli artisti delle regioni islamiche e non solo, hanno tutte le carte in regola per arrivare al successo e anche da quelle parti si è ormai creato un sistema dell’arte forte e dinamico. Ricapitoliamo: i soldi non mancano e tanto meno mancano grandi collezionisti e mecenati; galleristi giovani, colti, raffinati e capaci lottano per la causa; sono in costruzione musei in tutto il territorio e anche dalle istituzioni arrivano lo stimolo e l’aiuto necessari per far sì che l’arte trovi il suo ampio spazio di sviluppo.

In questa situazione mi chiedo se sia ancora attuale difendere a spada tratta, come alcuni fanno, la superiorità assoluta dell’arte occidentale su quella orientale. A favore di questa tesi a volte si porta il fatto che nei paesi arabi è impedito agli Intersections - Opera di Anila Quayyum Aghaartisti di esprimersi liberamente, soprattutto su alcuni temi, e questa superiorità della nostra società si rispecchierebbe nella superiorità della nostra arte. Ma girando per i vicoli di Sharjah ti accorgi che forse non è proprio così: il doversi confrontare con regole granitiche e il voler lottare contro di esse, fa sì che la creatività raggiunga una vitalità che spesso sembra mancare a quegli artisti che vivono in realtà dove tutto è concesso. È come se la mancanza di una completa libertà costringa il cervello agli straordinari per trovare una soluzione che aggiri i dettami e impedisca di cadere nel banale.
Guardando questi lavori si ha come l’impressione di tornare indietro nel tempo, agli anni settanta, quando anche da noi l’arte era una cosa seria e gli artisti erano filosofi impegnati socialmente e politicamente per il cambiamento della società. È vero che alcune opere, soprattutto quelle che utilizzano materiali poveri, per gli occhi ormai saturi di un occidentale, sembrano “già viste”, ma spesso il significato o il percorso artistico che si cela dietro alla loro realizzazione è completamente diverso da quello che ha portato alla creazione di lavori analoghi in occidente.

Detto questo mi domando quanto sia ancora utile stabilire se ci sia davvero un migliore e un peggiore o se sarebbe semplicemente più realistico ammettere che ci sono due diversi modi di fare arte come ci sono due culture diverse ma entrambe di grandissimo valore.

Due realtà che a volte si incontrano e a volte si scontrano ma che per capirsi l’un l’altra non devono far altro che guardarsi e avvicinarsi senza alcun pregiudizio iniziale. A Dubai sembra che questo stia avvenendo e che una convivenza pacifica e feconda, senza pretesa di superiorità alcuna, sia possibile.

Ciò che sicuramente è ancora più forte in occidente rispetto alle terre arabe è il sistema dell’arte con tutti i suoi protagonisti, ma il gap si sta riducendo velocemente e, almeno in campo artistico, siamo forse di fronte a un vero Rinascimento arabo.

 

 

 

 

 

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