Treasures from the wreck of the unbelievable: una storia al museo

Mettiamo subito in chiaro una cosa, gli artisti hanno sempre raccontato storie: storie vere, verosimili o completamente inventate. Storie di dei, di guerre e di guerrieri, di imperatori o di eroi. Insomma storie.
Dagli uomini delle caverne, al Rinascimento e oltre, moltissime delle opere che sono arrivate a noi non sono altro che storie sotto forma di pittura o scultura.

Pensiamo alla Colonna Traiana che rievoca tutti i momenti salienti della conquista della Tracia, agli affreschi di Giotto che raccontano la vita di San Francesco (Assisi), di Gioacchino e Anna, di Maria e di Cristo (Padova), alla Storia della Genesi raccontata nella Cappella Sistina da Michelangelo e così via.
Una delle principali funzioni dell’arte era proprio educare e parlare a una popolazione che era perlopiù analfabeta e lo faceva quindi attraverso storie visive. E poi, vuoi mettere la forza comunicativa delle immagini?!

Giotto, Cappella degli Scrovegni

Con il tempo questa funzione è venuta meno. La prima a toglierle in parte questo compito è stata l’invenzione della stampa e la conseguente lenta ma inesorabile diffusione dell’alfabetismo. Poi è arrivata la fotografia che ha rubato all’arte il monopolio sull’immagine. Mancava solo il colpo di grazia, che è arrivato puntuale con il cinema: come potevano gli artisti competere nel campo dello “Storytelling” con delle immagini in movimento?

Da allora l’arte si è fatta più acuta, più astratta, più intelligente, più concettuale, più riflessiva, più stanca, più banale, più provocatoria e così via, esplorando di volta in volta nuovi linguaggi e nuove modalità comunicative. Anche laddove l’arte è rimasta figurativa, raramente ha avuto più intenzione di raccontare storie.

Damien Hirst si è riappropriato con forza di questo primordiale compito. Treasures from the wreck of the unbelievable non è altro che il racconto visivo di una storia e con questa mostra l’artista ha di fatto ridato all’arte quella che una volta era la sua principale funzione.

Somewhere between lies and truth lies the truth

“C’era una volta un ricchissimo collezionista, Cif Amotan II, un liberto originario di Antiochia, vissuto tra la metà del I e l’inizio del II secolo d.C.

Si tramanda che questa figura leggendaria fosse molto nota ai suoi tempi per le immense fortune e che l’eco della sua storia sia risuonata infinite volte nel corso dei secoli. Dicono, infatti, che, appena acquistata la libertà, Amotan abbia iniziato a raccogliere sculture, gioielli, monete e manufatti provenienti da ogni parte del mondo, dando vita a una sterminata collezione. I cronisti del tempo narrano che gran parte di questo straordinario tesoro fosse stata caricata su un enorme vascello, l’Apistos (Incredibile).

La nave, le cui dimensioni nessuna imbarcazione aveva mai raggiunto prima, era diretta ad Asit Mayor, luogo nei cui pressi Amotan aveva fatto costruire un tempio dedicato al Sole. Per cause a noi sconosciute – il peso eccessivo del carico, le avverse condizioni del mare (la zona era, ed è tuttora, soggetta a forti venti) o, forse, l’esplicita volontà degli dei – la nave si inabissò insieme al suo preziosissimo carico. Con il trascorrere dei secoli, la storia di questo drammatico naufragio si è sempre più arricchita di particolari: fatti realmente accaduti sono stati inseriti in nuove narrazioni, dando vita a una miriade di racconti paralleli, spesso diffusi solo oralmente, e rendendo sempre più difficile distinguere gli elementi autentici da quelli fantastici. Si narra persino che durante il periodo rinascimentale, con l’intento di dare forma visiva a ciò che si poteva solo pensare per immagini, alcune delle sculture che si supponeva facessero parte della collezione siano state, per ignote vie, fonte di ispirazione per disegni, studi preparatori e opere di alcuni artisti dell’epoca. Nel corso del 2008, questo leggendario tesoro, rimasto sommerso nell’Oceano Indiano per quasi duemila anni, è stato scoperto al largo della costa orientale dell’Africa e lentamente riportato alla luce.”

Questo è il prologo, da qui si dipana l’intera mostra e ci si perde immediatamente tra realtà e finzione. Hirst gioca con noi, ci provoca, ci irride, insinua il dubbio e subito dopo palesa la truffa. Le sculture e gli oggetti Treasures from the wreck - Damien Hirst a Palazzo Grassiesposti sono decisamente belli, a volte un po’ pacchiani ma pieni di riferimenti culturali e carichi di ironia.

Girando per le sale di Palazzo Grassi e di Punta della Dogana, si passa da momenti di stupore, dubbio e riflessione, ad altri di vera e propria ilarità. Le foto e i video del recupero degli oggetti dal fondo del mare sono eccezionali: Hirst sfida in qualità, verosimiglianza, fantasia ed effetti speciali i migliori film di Hollywood. Sei lì che osservi le immagini, guardi incantato i filmati, passi davanti a questi reperti archeologici del tutto plausibili e reali, ordinati in vetrine da museo storico, ancora coperti di concrezioni marine, stai per entrare completamente nel mondo che l’artista ha voluto creare… quando ti giri e trovi davanti ai tuoi occhi la statua di Miky Mouse mano per la mano con l’artista.

Tutta l’esposizione è così: un continuo immergersi nella finzione e riemergere nella realtà. Un susseguirsi di citazioni dalla storia dell’arte e da opere di artisti contemporanei come Jeff Koons, Marc Quinn e Bansky. Un nascondere il mondo di oggi dietro simboli di ieri come i busti pseudo-greci che in realtà sono di Barbie (sul retro la marca Mattel) o la statua su cui compare la scritta “Made in China”.

Con ironia e intelligenza l’artista invita a riflettere su uno dei temi fondamentali della nostra epoca, quella delle fake news. In un mondo in cui le notizie non solo sono controllate ma anche create con cura da professionisti della comunicazione e spin doctor, un mondo in cui l’invasione di un paese libero può essere legittimato da prove false di armi chimiche, un mondo in cui tutti possono prendere parola e raccontare l’inverosimile tramite il web, l’artista ci mostra tutti i trucchi della finzione.

D’altronde l’anagramma di CIF AMOTAN II, il protagonista della storia, è I AM A FICTION (sono una finzione).

Lodi e critiche, l’eterno destino di Damien Hirst

Solo un artista come Hirst poteva permettersi di realizzare un progetto così grandioso, anche perché lui ha già tagliato tutti i traguardi che un artista può desiderare di raggiungere in vita, che molti hanno raggiunto solo dopo la morte e che tanti altri molto probabilmente non raggiungeranno mai. Nel 2009 dopo gli ultimi mezzi flop in molti hanno iniziato a considerarlo un artista finito o comunque in piena parabola discendente. Da intelligente e acuto curatore della sua stessa immagine, lui si è defilato, è uscito di scena, posando gli strumenti del mestiere per dedicarsi completamente alla sua attività di collezionista.

E invece non si era affatto fermato ma stava pensando e realizzando il progetto di questa mostra che l’ha visto lavorare per ben 10 anni e che segna il suo rilancio.

Visti i numeri dei visitatori, l’operazione è ben riuscita. D’altronde Hirst ha dato al pubblico ciò che il pubblico oggi vuole dall’arte: emozione. Dato che il nostro tempo troppo tecnologico e razionale di emozioni ne regala ben poche, ci ha pensato l’artista creando una storia che ha il sapore di un passato lontano, come quelle rappresentate nei quadri di Tiziano, di Tiepolo o del Veronese, capolavori che piacciono davvero a tutti perché quella sì che è vera arte.

La critica come sempre quando si tratta di Damien Hirst è discorde:

  • Didascalie e citazioni storiche troppo banali, dice la critica. Sono sufficienti a un pubblico abituato alla sintesi del web, risponde lui.
  • La storia del ritrovamento è affascinante ma poco credibile, dice la critica. Anche chi va a vedere un film al cinema non si aspetta una storia vera, basta che sia ben raccontata, e pur essendo consapevole della finzione piange, ride, soffre con il protagonista e si emoziona ugualmente, risponde lui.
  • Sfarzo inutile e volgare, dice la critica. Niente di più del mondo in cui viviamo oggi, risponde lui.

Damien Hirst potrà lavorare anche 10 anni, creare un progetto che si sposa e dialoga perfettamente con le strutture e la città che lo ospita, realizzare qualcosa che non si era mai visto prima, ma difficilmente riuscirà a mettere d’accordo i critici. E anche se un giorno dovesse riuscirci sarà molto più facile che in quel momento saranno tutti d’accorso sì, ma come suoi detrattori.

D’altronde chi lo critica non ha ancora visto il vero gesto artistico che si cela dietro questa mostra. Non l’ha visto perché non si è ancora palesato. Si presenterà a dicembre, quando chiuderanno i battenti a Palazzo Grassi e Punta della Dogana e ognuna delle 200 (e più) opere saranno messe in vendita. Solo allora si paleserà nel pieno del suo splendore il vero genio di Damien Hirst.

 

 

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Graham Short e i micro-ritratti sulle banconote da 5£

Graham Short è un artista, un grande artista. Il suo lavoro, al contrario non è affatto grande e il suo principale strumento di attività è un microscopio. Le sue opere sono infatti talmente piccole che non si vedono ad occhio nudo.
Ma partiamo dall’inizio.

Graham Short è un incisore e ha il suo studio a Birmingham in Inghilterra. Qui ha sviluppato e affinato la sua tecnica creando magnifiche incisioni su richiesta per i suoi clienti (tra cui si annovera anche la Famiglia Reale): piatti, buste, business card e così via. È uno degli ultimi incisori a realizzare ancora i suoi lavori interamente a mano.

Tra una committenza e l’altra, Graham ha trovato il tempo di coltivare la grande passione che, fin dai suoi primi passi in questo mondo, gli ha rapito il cuore: l’incisione su miniatura. Negli anni è riuscito a realizzare cose straordinarie, al limite del possibile, come incidere articoli di legge sull’involucro di un proiettile, i nomi di tutti i giocatori di calcio inglesi ad aver segnato in un Campionato Mondiale sul bottone di una scarpa, fino ad arrivare a incidere un’intero aforisma sulla struttura centrale di un orologio, nel minuscolo punto dove si uniscono le lancette.

Come ammette lui stesso, l’incisione su miniatura è per lui un’ossessione. Questa “malattia” così forte l’ha spinto a realizzare il suo sogno, incidere l’intera preghiera del “Padre nostro” sulla minuscola testa di un chiodo: ci sono voluti ben 40 anni.

La sua fame è cresciuta nel mondo per un’altra impresa: incidere “Nothing is impossible” (una frase che gli si addice) sul bordo millimetrico di una lametta da barba: la più piccola incisione al mondo. Ci sono voluti quasi duecento tentativi prima di compiere l’impossibile, ma la fatica è stata ripagata quando un collezionista ha sborsato ben 50.000€ per la lametta.

 

L’incisione sui 5 biglietti da 5 pounds

Il dicembre scorso Graham Short ha ideato e messo in atto un’operazione artistica che si pone alla stregua di una performance da street artist. Ha infatti inciso su cinque banconote da 5£ un micro-ritratto della scrittrice britannica Jane Austen con 5 diverse sue citazioni, visibili sul retro solo a chi sa trovare il giusto angolo di luce. Lo puoi vedere nel video qui sotto:

 

Una banconota è stata donata alla Jane Austen Society in occasione del bicentenario dalla morte della scrittrice, le altre quattro sono state messe in circolazione nell’intero Regno Unito senza fare alcun tipo di annuncio o pubblicità. Un qualunque cittadino britannico può quindi trovarsi in mano, senza neanche saperlo, 50.000£ nascoste dietro le finte apparenze di un biglietto da 5£, questo è quanto vale ognuna di queste opere di Graham Short.

Vorrei semplicemente che un lavoratore o una signora qualunque trovassero queste banconote. Se le avessero, le vendessero e tirassero su un po’ di soldi per Natale ne sarei davvero felice”.
E in effetti le banconote stanno iniziando a saltar fuori, siamo già alla terza come ci è puntualmente segnalato dal sito dell’artista: la prima nel cuore del Galles, la seconda al confine con la Scozia e la terza qualche giorno fa, alla fine di gennaio, nell’Enniskillen. Ne manca quindi solo una all’appello.

Un’operazione che avvicina l’arte alla gente comune e dà la possibilità anche a chi normalmente non potrebbe permetterselo, di diventare possessore di una splendida, importante e soprattutto costosa opera d’arte.
…un po’ sull’onda di quello che aveva fatto Banksy con la sua bancarella in Central Park a New York.

 

Collezionare arte: passione, investimento o speculazione?

Ti piacerebbe iniziare a collezionare arte? Sì? Per quale motivo? Dì la verità, speri di riuscire a scovare il nuovo Lucio Fontana, l’artista che fra dieci, ma che dico dieci, facciamo cinque anni, decuplicherà le sue quotazioni? Speri così di rivendere l’opera così acutamente acquistata per comprarti un bell’appartamento?

Bhe, non posso che augurarti buona fortuna, ce ne vorrà davvero parecchia per riuscire a realizzare il tuo sogno. Purtroppo però collezionare arte ha sempre avuto poco a che fare con la fortuna, quanto piuttosto con passione e conoscenza e il 99% dei collezionisti che con gli anni si sono trovati un capitale artistico tra le mani, questo capitale non l’avevano affatto cercato.

Erano e sono persone preparate che hanno comprato quadri non per investire i loro denari, ma per nutrire la loro anima e creare una collezione che seguisse un percorso artistico e filologico personale che rispecchiasse la propria visione del mondo.

Giuseppe Panza di BiumoGiuseppe Panza di Biumo o i coniugi Vogel sono l’esempio lampante di questo prototipo di collezionista: grandi amanti dell’arte che con passione, calma e tanta pazienza hanno messo su delle raccolte straordinarie, oggi conservate in alcune delle più importanti sedi artistiche istituzionali del mondo.

Ma si sa, le cose cambiano e oggi sempre più velocemente. Nell’era dell’economia concetti come “pazienza” e “calma” sono stati cancellati dal vocabolario, stridono coi tempi e non funzionano. I mercati comandano, dettano le regole ed esigono il turbo. La politica insegue i mercati, la finanza insegue i mercati,I coniugi Vogel davanti a parte della loro collezione l’economia insegue i mercati e anche l’arte si adegua.

“Quanto costa? Come vanno le sue quotazioni? Sale? Scende?”

Queste sono ormai le domande più comuni davanti a un’opera d’arte. Un quadro è trattato alla stregua di un’azione. Lo si compra con la speranza che aumenti il suo valore monetario per rivenderlo e ricavarci quindi una plusvalenza. La speculazione finanziaria ha raggiunto il mondo dell’arte e le opere sono diventate vero e proprio denaro contante.

Per carità, investire i propri risparmi in arte è del tutto lecito, sicuramente più educativo e culturalmente nutriente rispetto a comprare azioni o altri prodotti finanziari.

Non si può però trattare le opere come fossero moneta contante perché c’è un’enorme differenza. Il denaro ha una sola qualità, la quantità. L’arte invece è qualità allo stato puro. Se compri acciaio, sempre di acciaio si tratta e se aumenterà il suo valore tu avrai fatto bingo in ogni modo. Esiste invece una bella differenza tra un Picasso e un altro e questa inciderà anche sulla tua possibilità di fare un bel investimento.

Comunque questo è un discorso lungo, in questo post ci limiteremo a vedere i tre possibili modi per collezionare e, contemporaneamente, fare un buon investimento.

Questo articolo è il naturale proseguimento del post Investire in arte: 10 buoni consigli per non sbagliare che ti consiglio di leggere se non l’hai già fatto e sei interessato all’argomento.

Collezionare e investire in arte

Collezionare arte oggi

Iniziamo con una premessa: collezionare arte oggi ha a che fare con l’economia, molto più di quanto sia mai stato in passato. È vero, non si può fare di tutta l’erba un fascio, ma è ineccepibile come sia sempre più una specie rara e in via d’estinzione quella del collezionista che va a caccia di opere spinto da una irrefrenabile e genuina passione per l’arte.

Diciamoci la verità, oggi quello che la maggior parte dei collezionisti chiede a un’opera d’arte non è tanto nutrimento per la propria anima, quanto per il proprio conto in banca. Colpa degli artisti? No, è sbagliato quanto inutile prendersela con loro. Semplicemente viviamo in un mondo in cui l’uomo non è più al centro del sistema, il suo posto è stato conquistato dall’economia. Tutto (o quasi) è subordinato al Dio Denaro: politica, sport, salute, ecc.

È triste dirlo, ma perché la cosa dovrebbe essere diversa per il mondo dell’arte?

Lungi da me quindi il voler separare arte e denaro, più volte in questo blog ho affermato che il loro legame non è affatto nuovo, anzi, è indissolubile e lungo come la storia.

Se sei interessato al tema puoi leggere:
Arte e denaro, le verità che spesso non si dicono
Arte e soldi, un connubio vecchio secoli

È anche vero che oggi si è superato il limite e ciò che molti collezionano non sono più le opere in sé e nemmeno ciò che esse rappresentano. Quello che si appende alle pareti, sempre che ancora si appenda qualcosa e non la si conservi direttamente in un caveau in banca, è una promessa per il futuro.

“I like money on the wall. Say you were going to buy a $200.000 painting. I think you should take that money, tie it up and hang it on the wall. Then when someone visited you, the first thing they would see is the money on the wall” – Andy Warhol

(Mi piacciono i soldi sul muro. Mettiamo che stai per comprare un dipinto da duecentomila dollari. Penso che faresti meglio a prendere quei soldi, legarli insieme e appenderli al muro. Quando qualcuno ti verrà a trovare la prima cosa che vedrà sarà il denaro sul muro).

C’è da stupirci? Niente affatto.
L’arte ha da sempre accompagnato il potere: sovrani, imperatori, clero, aristocrazia e borghesia sono andati a braccetto con tutti gli artisti più famosi e rinomati. Oggi il potere non si chiama Lorenzo dei Medici, né Giulio II, non è aristocratico, tanto meno borghese. Oggi il potere è la finanza e i suoi protagonisti sono personalità dai volti poco conosciuti che si muovono spesso dietro le quinte.

Cosa vogliono questi signori? Qual è il loro fine ultimo? Perché collezionano?

Perché si colleziona arte

In generale sono 3 i motivi per cui si colleziona:

  1. Sana e pura passione: questa categoria di collezionisti ama l’arte. A volte, con il tempo, questa passione diventa una vera e propria malattia e non possono più fare a meno di acquistare opere. L’etimologia stessa della parola lo dice: “passione” dal latino pati, passus che significa letteralmente sofferto. È grazie a questi “malati” se oggi esistono straordinarie raccolte di opere di cui tutti possono godere.
  2. Per aumentare il proprio prestigio personale: in passato il mecenate commissionava quadri anche per questo motivo. Oggi, se non puoi commissionarli, puoi sempre comprarli. In una società consumistica per eccellenza, possedere opere importanti ti pone un gradino più in alto su un’ipotetica scala sociale.
  3. Investimento: le opere aumentano di valore. Ovviamente non tutte, ma è un dato di fatto che l’arte sia un ottimo investimento. Quindi perché utilizzare i propri risparmi per comprare acciaio, gas, cacao, farina o qualche titolo di cui non vedremo mai il contenuto reale? Perché piuttosto non appendere un quadro alle pareti di casa e aspettare che le sue quotazioni aumentino? È anche un modo per aiutare e contribuire al lavoro degli artisti.

Ovviamente questi tre motivi si incrociano, non è detto che una persona che collezioni per passione non sia anche attenta all’aspetto dell’investimento e così via.Arte e finanza
Ma tornando ai signori della finanza, quale di questi tre motivi muove la loro mania di collezione? Ovviamente la terza. D’altronde qual è la cosa di cui proprio non possono fare a meno, la cosa che bramano con tutto il loro corpo e la loro anima (sempre che ne abbiano ancora una), quella di cui non si accontentano mai e per cui lavorano notte e giorno? Esatto, sono proprio i soldi.

Questi signori non collezionano opere, collezionano soldi. Giocano d’azzardo con l’arte, scommettono sui nomi degli artisti come scommettono su Bond, Bot, azioni, obbligazioni e derivati. Fanno alzare vertiginosamente i prezzi e, con la stessa noncuranza, li fanno poi crollare.

In pratica speculano selvaggiamente con l’arte come sono abituati a fare nelle loro attività quotidiane con i prodotti finanziari.

Non voglio dire che tutti questi signori siano degli squali senza scrupoli, ci sarà pur qualcuno di loro con una vera passione. Se si pensa però di comprare un’opera per investire il proprio denaro, è bene tenere presente che esistono meccanismi che non hanno niente a che fare con l’arte ma solo con il mercato e che dell’arte confondono i veri valori.

Come collezionare arte per investimento

Veniamo quindi al dunque: tenendo presente queste premesse, come riuscire collezionare arte e fare anche un buon investimento?

Sicuramente, se vuoi ridurre i rischi, un occhio di riguardo va dato alla Storia, il perché è in questo articolo: Il controverso rapporto fra Storia e mercato.

Sono quindi 3 le tipologie di artisti da collezionare per ridurre i rischi:

  1. Artisti importanti e storicizzati del passato

ProSe te lo puoi permettere, un Picasso, un Warhol, un De Chirico, un Basquiat e via dicendo, sono degli ottimi modi per difendere il tuo capitale. Il rischio di sbagliare è molto ridotto, soprattutto quando si tratta di capolavori che tendenzialmente, al momento di rivenderli, fanno sempre cassa. Anche le opere meno importanti difendono comunque bene il proprio valore.

Contro

 

Prezzi proibitivi per i più, per alcuni artisti difficoltà nel trovare pezzi di vero valore.

 

  1. Investire sui giovani

ProCostano poco, si possono comprare opere importanti e significative di alcuni artisti a prezzi accessibili. A livello di spesa quindi il rischio è minimo e c’è il grande vantaggio di poter conoscere e stringere rapporti direttamente con gli artisti.

 

ControDifficile che artisti giovani siano già entrati nella storia dell’arte, quindi bisogna utilizzare altri parametri di valutazione. Per riuscire a indovinare l’artista che si rivaluterà parecchio bisogna avere un’ottima conoscenza della storia dell’arte e un occhio più che allenato.

 

  1. Artisti storicizzati contemporanei

ProSii tratta essenzialmente di artisti storicizzati ma non ancora scoperti dal mercato, che quindi non hanno ancora raggiunto i prezzi proibitivi dei loro predecessori. In questo momento è in corso la riscoperta degli artisti dell’arte cinetica (Giorgio Griffa, Elio Marcheggiani, Pino Pinelli, Claudio Oliveri…) e della Pop Art italiana (Tano Festa, Sergio Lombardo, Franco Angeli, Renato Mambor, Giosetta Fioroni…). Sono invece ancora tutti da rivalutare alcuni artisti del periodo successivo per esempio Luigi Ontani, Salvo, Ettore Spalletti o molti di quelli usciti fuori negli anni ’90 (Nunzio, Stefano Arienti, Mario della Vedova, Vittorio Messina, Riccardo Gusmaroli, Rapetti Mogol, Vittorio Corsini, ecc.). Qualche bell’affare è ancora possibile.

Contro
Non hanno prezzi proibitivi ma sicuramente neanche quotazioni minime come potrebbero avere i giovani. Bisogna prendere confidenza con linguaggi a cui non si è abituati.

 

Sta a te quindi decidere. Quanto sei disposto a investire? Quanto rischiare?

Ricorda sempre che l’arte è un investimento a medio/lungo termine, i veri risultati possono arrivare anche dopo parecchi anni, se non sei disposto ad aspettare rinuncia. Visto che dovrai convivere per un bel po’ di tempo con la tua opera d’arte, fra i possibili investimenti cerca di scegliere un artista che incontra i tuoi gusti.

Soprattutto, prima di azzardare un qualsiasi acquisto, stabilisci un budget da dedicare ai libri di storia dell’arte, musei e fiere. Informarti può farti risparmiare un bel po’ di soldi.

Perché mi odia? (Il burattino-robot di Jordan Wolfson)

Un burattino d’acciaio pende da una struttura di travi con delle catene metalliche legate al collo, a una mano e a un piede. È enorme, ma non è tanto per le sue sproporzionate dimensioni che rimango in un qualche modo sconcertato, quanto per l’espressione disegnata sul suo viso.

Lo fisso, lui mi fissa. Il suo sguardo è carico d’odio e i suoi denti sono digrignati in una feroce smorfia.Particolare dell'installazione Manic/Love di Jordan Wolfson

Cosa avrò fatto di male per meritarmi un’occhiata così minacciosa, perché tanto livore nei miei confronti e verso tutti quelli che, come me, sono nella sala al piano superiore dello Stedelijk Museum di Amsterdam?

Passano pochi secondi e gli argani che tengono imbrigliate le sue catene si mettono in funzione dando il via a una danza macabra: il burattino galleggia all’interno dello spazio circoscritto dalle travi, a sinistra, a destra, avanti, indietro, veloce, lento, poi ancora veloce. Improvvisamente scivola in picchiata a terra, si rialza appeso a un piede, rallenta riprende velocità, di nuovo a terra.

Il rumore delle catene è assordante e ancora più assordante è il tonfo del gigante che precipita contro il pavimento. A partenze rapide, si alternano lunghi momenti di calma piatta e di silenzi assordanti. Poi all’improvviso un’altra violenta caduta a terra. Il corpo striscia trascinato lungo il pavimento, faccia a terra, poi nuovamente in piedi.

È una danza straziante, una specie di tortura per il burattino e una sensazione di pena comincia ad assalirmi.

In uno dei momenti di calma, dalla bambola gigante esce una voce monotonale, quasi inespressiva. Alterna pensieri di odio a frasi d’amore, verso un anonimo “you” che potrei essere io come ognuno dei presenti in sala. I suoi occhi si illuminano, sono vivi, cercano e incrociano il mio sguardo, mentre le sue parole riempiono l’aria: “…four, to leave you; five, to touch you; six, to move you; seven, to ice you; eight, to put my teeth in you; nine, to put my hand on you; ten, to put my hand in your hair…

Poi precipita ancora a terra e accompagnata dalle dolci note di “When a man loves a woman” di Percy Sledge riprende la macabra danza che sembra non avere mai fine.

 

 

Sono incantato, quasi ipnotizzato, e in questo stato di “trans” inizio a comprendere perché il burattino mi odia, perché mi detesta: è colpa di quelle catene, quei gioghi di ferro che oltre a impedirgli ogni libero movimento, lo trascinano con violenza, soffocando quell’amore che pur esiste nascosto nel suo animo e che si rivela solo a tratti, attraverso alcune delle sue parole.

Mentre lo guardo diventano più chiare anche le improvvise liti nate a un semaforo o a uno stop non rispettato, le risse sfociate da uno sguardo o da una parola sbagliata, gli scontri allo stadio, la rabbia liberata in omicidio, Nicola Stoia davanti a un'autoritratto di Rembrandtl’odio apparentemente immotivato che impregna la nostra società. È tutta colpa delle catene invisibili che ci legano e ci trascinano in una routine di vita che spesso non ci appartiene, che non capiamo e che non sentiamo
nostra.

Attraverso un’arte figlia di quella stessa tecnologia avanzata che avrebbe dovuto renderci più liberi, l’opera di Jordan Wolfson ci mette davanti agli occhi una triste verità: la scienza e la tecnica invece di liberarci dalle catene, ci hanno resi ancora più schiavi, quindi più stressati, più infelici, insoddisfatti e pieni di rancore gli uni verso gli altri. O almeno, questo è il messaggio che quest’opera ha trasmesso a me. Probabilmente non ha niente a che vedere con ciò che voleva esprimere l’artista, ma d’altronde è anche questo il fascino dell’arte contemporanea.

A fatica mi allontano dal gigante dai capelli rossi, ho ancora parecchie cose da vedere ad Amsterdam.

Al Rijksmuseum mi perdo tra le bellezze del passato, cogliendo tutti i ricchi dettagli dei quadri del giovane Rembrandt e abbandonandomi negli intensi colori e tra le forti e pronunciate pennellate dei suoi ultimi lavori, tra l’immensità de “La ronda di notte” e i piccoli gioielli di Vermeer. Quanto conta la dimensione nella buona riuscita di un dipinto? Forse niente.

La pittura, la vera pittura, è grande al di là di ogni dimensione, questi due immensi artisti l’hanno dimostrato.

È facile sentirsi piccoli di fronte a geni di tal valore, eppure sul treno che da Amsterdam mi porta all’Aia, non sono i capolavori di questi due indiscussi maestri olandesi che mi occupano la mente, ma il burattino gigante.

Lo vedo tra gli spenti e apatici pendolari che tornano a casa con triste malinconia, il viso schiacciato sullo schermo del loro cellulare. Lo scorgo al di là del finestrino, nelle silenti sagome umane che si muovono nella luce dei pochi uffici ancora accesi. Lo vedo sul taxi, lo vedo per le strade.
È l’arte contemporanea che fa il suo dovere, mi fa riflettere sul nostro tempo.

Veduta dell'installazione di Jordan Wolfson allo Stedelijk Museum

 

Da Christo a Leonardo, cosa pretendiamo oggi dall’arte?

Ormai tutte le strutture di The Floating Piers sono state smontate e, come per tutti i lavori di Christo e Jeanne-Claude, niente più rimane se non i progetti e le foto dell’opera nei suoi sedici giorni di vita.

Un selfie sulla passerella di Christo e Jeanne-Claude, me lo sono fatto anch'io (Nicola Stoia)In una di quelle calde giornate fra giugno e luglio ho camminato anch’io su quel gran tappeto arancione che l’artista aveva disteso sulle acque del Lago Iseo, ma non ho scritto né pubblicato niente a proposito.

È stata, a mio parere, un’esperienza intensa ma ho preferito non parlarne per tre motivi: primo, perché è stato detto di tutto e di più, a volte anche a sproposito, quindi mi è parso che ci fosse ben poco da aggiungere. Secondo perché purtroppo ho sempre meno tempo da dedicare al blog. Terzo perché cosa si può dire di un’opera che è stata creata per essere calpesta, toccata e soprattutto vissuta intimamente e in tutta la sua pienezza? Poco da scrivere, molto da vivere.

Allora perché parlarne adesso a quasi due mesi dalla sua “chiusura”?

Per 3 motivi:

  1. Sono tornato sul Lago d’Iseo
  2. Sono stato in Piazza Duomo
  3. Ho visitato il Cenacolo Vinciano

Elencati così, possono sembrare eventi che nulla spiegano del mio silenzio di allora e tanto meno della voglia di parlarne di ora e invece sono stati proprio questi tre piccoli avvenimenti ad avermi dato lo spunto per delle piccole riflessioni.

Ma partiamo dall’opera e soprattutto dai suoi numeri.

“The Floating Piers”, l’arte torna in passerella

Un articolo di Artribune ha elencato i numeri record dell’installazione di Christo.

Riporto qui i più interessanti:

  • 1.200.000: visitatori totaliLa passerella sul Lago di Iseo
  • 72.000: media giornaliera dei visitatori
  • 46: anni trascorsi dal 1970, anno in cui Christo e Jeanne-Claude concepirono l’opera
  • 18.000.000: costo in euro di The Floating Piers, interamente finanziato da Christo
  • 1.500.000: quota del costo totale in euro corrisposta da Christo a comuni ospitanti e Regione Lombardia per i servizi di pubblica utilità
  • 1.000: persone assunte e pagate da The Floating Piers

Numeri eccezionali senza alcun dubbio, che danno a The Floating Piers la palma d’oro per l’evento artistico di maggior successo di pubblico nella storia italiana.

Dovremmo essere tutti fieri e contenti e invece, come spesso succede quando si tratta di arte contemporanea, sono scoppiate le polemiche: è arte non è arte, è un furbacchione è un vero genio, è solo una trovata turistica, tutto per arricchire le tasche già piene dell’artista a spese nostre e via dicendo.

Alcune polemiche legittimissime, altre superficiali, ma cerchiamo di capire chi sia Christo e perché invece di dipingere madonnine e gente in croce si mette a costruire ponti.

Da dove nasce il ponte sul Lago d’Iseo.

Partiamo innanzitutto col chiarire 3 equivoci:

  1. Il duo artistico Christo e Jeanne-ClaudeSebbene sia riuscito a far camminare milioni di persone sulle acque, il nome dell’artista non è Crìsto, come spesso ho sentito erroneamente pronunciare. La dizione corretta è Cristò, con l’accento quindi sulla o e non sulla i.
  2. Quando parliamo di Christo non parliamo di una persona ma di un sodalizio artistico, un progetto composto da Christo e sua moglie Jeanne-Claude, coppia nella vita e nel lavoro. Jeanne-Claude ci ha lasciati qualche anno fa, nel 2009. Ho già parlato della loro storia nell’articolo Arte e amore: storie di sesso e passione fra artisti (seconda parte), occupiamoci qui per tanto solamente della loro poetica.
  3. Christo non è un perditempo che ha inventato la trovata dell’imballaggio perché in possesso di nessuna capacità artistica. Christo è un eccezionale disegnatore, lo dimostrano i progetti per le sue installazioni, tutti realizzati a mano da lui, e i suoi lavori giovanili di cui possiamo ammirare tre esempi qui sotto.

Detto questo possiamo contestualizzare il lavoro di questa coppia unica nel mondo dell’arte.

Siamo negli anni ’60, anni di piena contestazione. Pensiamo a tutti i fenomeni socio-culturali e ai movimenti di massa che prendono forma in quel periodo e sfoceranno definitivamente nel decennio successivo: movimenti giovanili nati all’interno delle università, quello operaio sorto invece nelle fabbriche e i vari movimenti femministi che chiedevano maggiori diritti per le donne.

Il comune denominatore era la contestazione e la messa in discussione di tutto ciò che rappresentava l’ordine prestabilito. Non stiamo ad approfondire le ragioni, i motivi e le radici delle proteste, a noi basta sapere che tutto ciò che era tradizione veniva additato come vecchio, desueto e simbolo di un potere che si voleva scardinare.

Cade il valore della famiglia, si predica e pratica il sesso libero, si chiedono nuovi diritti per i lavoratori, cambia la musica e le rock star diventano il simbolo più grande di questa trasgressione.

E nel mondo dell’arte? I giovani artisti ovviamente respirano nell’aria tutto questo fermento e, per certi versi, lo anticipano. In molti sono in prima fila nei movimenti di protesta e partecipano attivamente alle discussioni culturali e politiche legate alle nuove idee.

Anche loro contestano l’ordine prestabilito e cosa rappresenta meglio di tutti la tradizione nel mondo dell’arte? Tela, colori e pennello.Studenti in una contestazione nel '68

I giovani artisti mettono da parte il cavalletto e iniziano a sperimentare mezzi e strumenti diversi di fare arte: fotografia, video, performance, oggetti presi dalla vita reale, utilizzo del corpo.
In quel periodo se un artista tentava di presentare i propri dipinti a un gallerista, non veniva neanche fatto entrare: la pittura non funzionava più, non vendeva, era morta.

È in questo contesto che muovono i primi passi nel mondo dell’arte i nostri Christo e Jeanne-Claude e, sintetizzando molto la loro storia, possiamo più precisamente collocarli all’interno di un movimento chiamato Land Art, nato negli Stati Uniti d’America tra il 1967 e il 1968 e caratterizzato dall’intervento diretto dell’artista sul paesaggio: la terra da soggetto diviene oggetto dell’arte, diventa la tela su cui dipingere.

Christo e Jeanne-Claude, quando l’arte è davvero contemporanea.

Visto dall’alto, “The Floating Piers” può proprio sembrare il segno lasciato da un pennello gigante su una enorme tela, il territorio naturale delineato dal Lago d’Iseo.

Una veduta della passerella di Christo e Jeanne-ClaudeSu questo segno hanno passeggiato quasi ininterrottamente per 16 giorni più di un milione di persone, ma l’importanza dell’opera di Christo non è stato il far camminare sull’acqua la gente, quello è il significato che persone per nulla interessate all’arte hanno dato (ed è del tutto legittimo).

Il messaggio di tutto il lavoro di questa coppia di artisti, che dall’inizio degli anni ’60 ha iniziato a impacchettare piccoli oggetti per poi arrivare a realizzare progetti monumentali, è quello di “svelare coprendo“.

La società moderna soffre di diversi tipi di inquinamento. Quello ambientale, quello atmosferico e quello acustico sono inquinamenti che bene o male tutti conosciamo e di cui ci rendiamo conto. Esiste poi un altro tipo di inquinamento, più subdolo e che agisce alle nostre spalle quasi senza che noi ce ne accorgessimo. Ne abbiamo una percezione così bassa che non ha ancora ricevuto un nome preciso: è l’inquinamento visivo, quello da immagini.

Oggi siamo talmente bombardati da immagini in ogni ora della giornata, da quando ci svegliamo a poco prima di addormentarci, che abbiamo perso la capacità di guardare. Giornali, televisioni, cartelli pubblicitari, insegne luminose, display di ogni tipo. Il nostro cervello è continuamente colpito da stimoli visivi e ha dovuto imparare a non prestare più alcuna attenzione a molti di essi.

Purtroppo però, spesso vengono celati alla nostra consapevolezza immagini di altissimo valore. Camminiamo infatti a testa bassa o con gli occhi fissi sul telefonino e non ci accorgiamo delle vere bellezze che ci circondano.Il Pont Neuf di impacchettato da Christo e Jeanne-Claude

Allora Christo la copre: copre il Pont Neuf e i parigini si svegliano la mattina e, per la prima volta dopo parecchi anni, sono scossi nella loro routine quotidiana. Finalmente si rendono conto del capolavoro che calpestano ogni giorno per andare a lavoro.

La stessa cosa è accaduta con il Reichstag di Berlino o con il Monumento a Vittorio Emanuele II in Piazza Duomo a Milano. Ecco che entra in scena uno degli avvenimenti che mi ha dato da pensare: ho accompagnato qualche giorno fa una coppia di amici Messicani in vacanza a Milano, in giro a vedere la città. Ovviamente una delle tappe è stata Piazza Duomo.

Bene, sono stato a osservarli per tutti i quasi trenta minuti che ci siamo fermati a godere della bellezza della piazza e posso affermare che in pratica non hanno degnato il monumento equestre quasi neanche di uno sguardo e come loro quasi tutte le migliaia di persone che erano nella piazza. Lo splendore immenso del Duomo lo sovrasta totalmente e in pochi si accorgono di questa statua Il monumento a Vittorio Emanuele II impacchettato da Christo e Jeanne-Claudeche è per lo più utilizzata come panchina.

Eppure sempre di arte si tratta. Allora Christo e Jeanne-Claude, per renderle giustizia, nel novembre del 1970 la impacchettano e finalmente i milanesi si accorgono della sua presenza.

È un po’ come quando, dopo tanti anni di innamoramento la routine viene improvvisamente scardinata dalla decisione di uno dei membri della coppia, di rompere il rapporto per assoluta mancanza di attenzione da parte del compagno o della compagna.

Per uno strano scherzo della personalità umana, solo in quel momento l’abbandonato si rende conto di quanto ami la persona che si ha appena perso o che si sta per perdere.

In quella mattina di novembre i milanesi si accorsero di quanto avevano nel cuore la statua del Re a cavallo e, indignati, ottennero la rimozione del telo dopo soli due giorni.

L’impacchettamento aveva riportato l’attenzione su un monumento praticamente dimenticato.

Con il “Floating piers” è successa la stessa cosa: Christo ha aperto gli occhi del mondo su un luogo incantato che non tutti conoscono e che pochi visitano.

Prima polemica: un’opera fine a se stessa

L’opera di Christo ha avuto un enorme successo e, come spesso succede, dove c’è tanto clamore, nascono anche tante polemiche.

Una delle tante micce è stata accesa da Vittorio Sgarbi che in un video pubblicato su Facebook ha etichettato la passerella con il termine di “sega”. La critica non era rivolta né all’artista né all’opera, quanto all’interpretazione di quest’ultima da parte del pubblico e, soprattutto, degli organizzatori, in special modo di Beretta, uno dei maggiori finanziatori del progetto.

L’accusa è quella di non aver saputo sfruttare il richiamo della passerella per far conoscere realmente ai visitatori le meraviglie di quei luoghi incantati.

In effetti, da questo punto di vista non si può dargli torto.
Sono tornato qualche giorno dopo Ferragosto in quei luoghi e, partendo da Marone ho fatto il giro del lago in Vespa, fermandomi a Lovere e a Sarnico. Con tutta la mia buona volontà, sono riuscito a visitare ben poco di questi paesi in quanto dalle 12 alle 15, con i turisti che giravano per le stradine del paese alla ricerca di incanti da visitare, i principali musei e luoghi di interesse culturale erano chiusi al pubblico.

Gli abitanti di Lovere mi hanno rivelato che la politica del comune è quella di spingere tutti i turisti verso il lungo lago, mentre al centro storico non è data alcuna importanza.

Una veduta del Lago d'Iseo

Quindi, un artista contemporaneo, uno di quelli che fanno arte che non è arte, riesce con una sua opera che poi non è vera arte, a portare sotto i riflettori del mondo dei luoghi pieni di vera arte e che con le loro sole forze non sarebbero mai riusciti ad attirare così tanto turismo, e come rispondono i custodi della vera arte, quella delle chiese e degli affreschi rinascimentali?

Fanno di tutto per non agevolare la visita dei turisti. Si disprezza quest’arte nuova, che non ha niente a che vedere con la nostra grande tradizione e ci si vanta del grandioso patrimonio culturale italiano per poi tenerlo chiuso e lontano dagli occhi del mondo.

Come mi ha fatto notare un’amica, non è solo un problema di politica, ma di mentalità. Nei giorni dell’installazione di Christo, un ristoratore le ha detto: “Speriamo che finisca presto, non se ne può più di tutta questa gente.
Alla faccia dei lauti incassi e del rilancio, anche economico, di quei luoghi.

Nei prossimi anni “The Floating Piers”, e di conseguenza il Lago d’Iseo, sarà inserito e citato in molti libri di storia dell’arte in quanto Christo è un artista storicizzato. Questo probabilmente attirerà la curiosità di molti di quei lettori che sfogliando le pagine rimarranno affascinati dalle immagini di quei luoghi e chissà che nel loro prossimo viaggio in Italia non aggiungano una tappa proprio lì.

Spero per loro che troveranno paesi pronti ad accoglierli degnamente.

Seconda polemica: troppa gente, non è arte

Tutta quella gente, è una trovata pubblicitaria, non è certo arte!

Questa è la critica più diffusa che ha investito in pieno la passarella arancione, già di suo ondeggiante.

Passerella sul lago d'Iseo

La cosa curiosa è che è arrivata da sponde completamente opposte: l’hanno gridata ad alta voce i custodi del tempio elitario dell’arte, quelli che vogliono che la cultura rimanga un bene prezioso per pochi eletti, in modo da poterla sfoggiare quando serve per difendere la loro posizione di superiorità rispetto alla massa grezza e incolta. Sinceramente questa opinione può essere non condivisibile, ma, dal loro punto di vista, è comprensibile.

Ciò che faccio invece più fatica a capire, è la posizione di chi fino a l’altro ieri accusava l’arte contemporanea di essere troppo elitaria, celebrale e lontana dalla gente.

Oggi che finalmente un artista ha attirato con un’opera d’arte più di un milione di persone, tutti, come ha scritto Carlo Vanoni in una sua nota su Facebook, a “denigrare un pubblico così vasto che solo nei concerti e nelle partite di calcio”.

In poche parole quelli che vogliono un’arte democratica, non accettano però che questo loro ideale possa portare davanti a un’opera quelle stesse persone che affollano la domenica un centro commerciale, che s’incazzano per un rigore sbagliato o che fanno la fila fuori dai negozi per comperare il nuovo modello di iPhone.

Se l’arte si deve avvicinare alla gente, non può certo mettersi a fare selezione all’ingresso.

Ragionare in questa maniera è un po’ come esaltare la democrazia e poi dare dell’ignorante a un popolo quando, votando, esprime la propria legittima opinione, che può essere (tanto per fare un esempio) quella di uscire dalla Comunità Europea…

Allora mi viene da pensare che non è tanto la fede a uno spirito democratico tradito quello che impedisce a molti di accettare l’arte contemporanea, quanto piuttosto una certa pigrizia intellettuale nell’accettare ciò che è lontano dal proprio pensiero, che solitamente si traduce in arte=bei dipinti, com’era una volta.

Michelangelo, Tiziano, Raffaello, Leonardo da Vinci, quelli sì che sono artisti democratici, apprezzati da tutti e il pubblico che va ad ammirare le loro opere non è una massa becera come quella che si è affollata sulle passerelle del Lago d’Iseo a vedere la “giostra” di Christo.

Guarda caso proprio qualche settimana fa, sempre per accompagnare gli amici messicani, sono stato a visitare il Cenacolo Vinciano e ho avuto modo di ammirare il grande pubblico della vera arte, quella con la “a” maiuscola.

Arte che visiti, pubblico che trovi

È bastato che una sola delle 25 persone entrate nel Refettorio del Convento di Santa Maria delle Grazie estraesse la sua macchina fotografica e scattasse una foto all’affresco, che è scoppiato il pandemonio.

L’espressione perplessa disegnata sui visi dei presenti per la regola – Vietato scattare foto – appena infranta, è durata una frazione di secondo, poi all’indignazione ha fatto subito posto il “Se lo fa lui…

Per i restanti 14 minuti della visita nessuno ha più rivolto alcuno sguardo al capolavoro di Leonardo, o almeno, non a occhio nudo.

Selfie, foto di gruppo con alle spalle l’opera, mille scatti ricordo del dipinto come se di sue immagini non fosse già ricca la rete.

Il Cenacolo Vinciano

La custode risponde al mio sguardo perplesso: “Guardi non ce la faccio più ma che devo fare? È sempre così, non li ferma nessuno. Quindici minuti a scattarsi foto e l’opera non la guardano neanche. Uno schifo.

È più importante portare a casa un ricordo da condividere che capire cosa davvero l’artista ha voluto comunicare con il suo lavoro e questo discorso vale tanto per Leonardo quanto per Christo.

C’è qui quindi da far chiarezza su cosa pretendiamo noi oggi dall’arte.

Se davvero vogliamo che sempre più persone si avvicinino all’arte dobbiamo accettare anche questo modo diverso e contemporaneo di vivere un’opera.

Christo e Jeanne-Claude, da grandi artisti contemporanei, l’hanno capito e hanno dato la possibilità a milioni di persone di toccare e vivere con mano un’opera senza che scattasse nessun allarme.

Forse non è la loro opera migliore, sicuramente i media hanno esagerato la portata dell’evento e non hanno aiutato a cogliere il vero significato dell’opera, trasformandola in un fenomeno da baraccone.
Christo e Jeanne-Claude hanno comunque mostrato al grande pubblico che l’arte non è sempre noiosa e pedante, raggiungendo il loro scopo, che è poi quello di ogni opera d’arte che si rispetti: costringere le persone a pensare e a riflettere, mostrare la realtà sotto un punto di vista alternativo.

Arte e Selfie: una storia contemporanea… ma non solo

A due anni dall’approvazione del Decreto cultura che, tra le altre cose, ha dato il via libera agli scatti fotografici all’interno dei musei con qualsiasi dispositivo elettronico, arte e selfie hanno allacciato un legame molto stretto che ha la sua massima esplosione nel mondo della rete. Da un certo punto di vista però, i selfie esistono già da parecchio tempo.

Questa volta partiamo dall’epilogo: la fotografia è stata finalmente ammessa come strumento di studio e ricerca, ma soprattutto come mezzo spontaneo e immediato per divulgare il patrimonio culturale italiano.

Le menti illuminate del ministero hanno quindi compreso le potenzialità dei social e dei nuovi media come strumento di divulgazione? No.

È stato più che altro l’aver constatato l’impossibilità di effettuare efficacemente dei controlli divenuti progressivamente sempre più difficili con il diffondersi di smartphone e tablet.

Il risultato comunque non cambia. Nei nostri musei si è data ampia libertà all’uso degli smartphone, anzi, in alcuni di essi non solo sono state permesse le fotografie, ma sono addirittura incentivate.

Ci sono infatti strutture, come per esempio la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma o la GAM di Torino, che hanno adibito intere giornate alla pratica del selfie, attraverso contest online e hashtag dedicati: l’obiettivo è quello di attirare giovani e meno giovani a divertirsi con l’arte.

Selfie per divertirsi con l’arte

D’altronde i selfie sono ormai entrati nell’accezione comune e nelle abitudini di molti di noi e sono una delle peculiarità della nostra epoca, basti pensare che l’anno scorso hanno fatto più vittime loro degli squali.

Ragazzi indifferenti davanti a "La Ronda di notte" di Rembrandt alla quale preferiscono il telefonino Per molti però, questo non sarebbe il modo migliore per spingere i giovani ad avvicinarsi ai musei, in quanto l’approccio snaturerebbe la funzione principale dell’arte stessa, quella cioè di stimolare il pensiero, a favore di una superficiale voglia di voyerismo e di mettersi in mostra.

Se i risultati sono quelli mostrati da questa foto, è difficile dar loro torto, ma è anche vero che in mezzo ai molti giovani che frequentano i musei solo per immortalarsi davanti a un’opera, ce ne sarà pur qualcuno che, a furia di contare i “like” e i commenti al suo ultimo selfie culturale su Facebook, si accorgerà dei capolavori alle sue spalle, ne coglierà la bellezza e inizierà a porsi qualche domanda che all’arte lo avvicini davvero.

È un po’ il discorso che vale per i best seller da milioni di copie, accusati di non aver alcun valore letterario. Non si considera però che questi autori portano in libreria molte persone che altrimenti non vi avrebbero mai messo piede in vita loro e che magari un giorno, spostando i volumi alla ricerca di un Fabio Volo o di un Dan Brown, si troveranno tra le mani un libro di Dino Buzzati, di Charles Bukowski, di Giovanni Verga, di Virginia Wolf, Raymond Queneau o di tanti altri e, attratti da una copertina particolarmente colorata o da un titolo seducente, decideranno di portarselo a casa.

I selfie e il dibattito culturale sull’arte

Non c’è dubbio che avvicinare l’arte al divertimento tenda a far scivolare il dibattito artistico verso il basso. Il museo diventa in questo modo più un luogo di ritrovo che un ultimo baluardo della cultura. È pur vero che, anche in questo caso, l’arte e il suo mondo non fanno altro che rispecchiare i tempi in cui viviamo.

Tempi in cui la finanza ha vinto su tutto, perfino sul valore artistico e intellettuale di un’opera, o in cui in generale ogni dibattito pubblico sembra cadere sempre più verso livelli minimi. Si pensi ad esempio a quello politico, il cui massimo rappresentante è proprio un presidente del consiglio più attento, appunto, ai selfie che ai contenuti del suo lavoro.

Purtroppo l’arte non fa più mondo e da anni ormai ha perso la sua funzione di faro e guida della società. I giovani (e non solo) sono attratti dai campioni dello sport e dalle stelle del cinema o della musica piuttosto che dagli artisti e dai musei. Non sempre una rock star o un giovane calciatore sono però portatori di quei valori mattoni fondamentali per la costruzione di una vita piena e realizzata.

Allora forse non è poi così male tentar di avvicinare in tutti i modi possibili i giovani all’arte, basta che poi s’insegni loro anche a guardare e non solo a fotografare, a capire e non solo a condividere, a pensare e non solo a seguire le mode del momento.

Arte e selfie, forse qualcosa di già visto

Non c’è dubbio che internet e la rete hanno cambiato il mondo in cui viviamo e di conseguenza anche il modo di approcciarsi all’arte.

Andy Warhol, in tempi non sospetti, aveva profetizzato gli ormai famosi 15 minuti di notorietà per ognuno di noi. La realtà ha superato ogni sua più rosea aspettativa, anche se i 15 minuti si stanno rilevando per molti qualcosa di veramente effimero e vuoto.

Ma questo è il web e bisogna prenderlo cosi com’è, nel bene come nel male.

I musei fanno benissimo a sfruttare le sue potenzialità facendo dialogare mondo reale con mondo virtuale, presente con passato, cultura con intrattenimento.

Il Metropolitan Museum of Art di New York è ancora una volta un esempio da questo punto di vista. In occasione del #museumselfie day, campagna che incoraggia i visitatori a immortalare se stessi al fianco di importanti opere d’arte, ha creato una bacheca su Pinterest interamente dedicata alla storia dell’autoritratto: quello che oggi si chiama selfie, ieri era l’autoritratto.

E dove non arriva il museo è il web a sbizzarrirsi e a dare il meglio in quanto fantasia, creatività e ironia.

Sono diventate invece ormai virali le immagini di famose opere d’arte i cui soggetti sono in posa davanti a uno smartphone, pronti per un selfie.

Ne ho raccolte qui sotto qualcuna per voi.

Maurizio Cattelan: dopo la carta igienica anche il water d’oro

Maurizio Cattelan, rinuncia al pensionamento anticipato, e torna al lavoro, o meglio, torna a fare l’artista. Già perché non è che avesse proprio smesso di lavorare, aveva semplicemente cambiato mestiere passando dall’altro lato della barricata: prima di tutto curatore e poi manager di Toilet Paper, il magazine da lui stesso fondato in collaborazione con il fotografo Pierpaolo Ferrari.

Proprio dalla carta igienica (toilet paper) riparte, o meglio, da qualcosa a essa molto legata, diciamo una sua estensione semantica. La sua ultima trovata è infatti un water in oro massiccio a 18 carati che ha già scatenato le reazioni più controverse: c’è chi grida allo scandalo e chi ne esalta il genio assoluto.

Breve storia di arte ed escrementi

La storia dell’arte è ricca di artisti che hanno giocato e ragionato sui bisogni impellenti e primordiali dell’essere umano.

Ti faccio qui un breve elenco dei più famosi, ma la lista potrebbe allungarsi parecchio:

“Orinatoio” di Marcel Duchamp

L'Orinatoio di Marcel DuchampCon chi iniziare se non da colui che è all’origine di tutto questo, Marcel Duchamp, il padre dell’arte contemporanea. E come inizio non è proprio niente male se già nel 1917 il nostro Marcello, quando decise di inviare uno dei suoi ready-made alla mostra organizzata dalla Società per gli artisti indipendenti, pensò proprio ad un oggetto utile per espletare le corporee funzioni umane.

La storia è lunga e complessa e se sei interessato puoi leggere l’articolo “Tutta colpa di Marcel Duchamp”. In verità lui comunque non fu il primo e l’associazione fra arte e bisogni umani è molto più vecchia, risale a qualche secolo prima, anche se meno conosciuta e di diversa tipologia.

Rosalba Carriera e i pigmenti di pipì

Come ci racconta Stilearte, la raffinatissima artista Rosalba Carriera utilizzava l’urina di bambini e adulti per preparare specifiche tonalità e dare determinate caratteristiche ai suoi colori. Non creava l’opera direttamente con i rifiuti del corpo umano ma ne sfruttava piuttosto le proprietà chimiche e le loro capacità di trasformazione degli elementi.

Beh ricordiamoci che stiamo parlando dei primi anni del ‘700, forse era un po’ presto per pensare di imbrattare le tele con escrementi umani, comunque è sempre un primo passo.

“Merda d’artista” di Piero Manzoni

Ormai celebri quanto il famoso Orinatoio, le 90 scatolette di Merda d’artista di Piero Manzoni ne rappresentano il naturale proseguimento. Anche in questo caso la storia è ormai nota, la potete leggere nell’articolo Piero Manzoni: merda che artista!Piramide di barattoli di Merda d'artista di Piero Manzoni.

Qui mi basta ricordare che l’artista nel 1961 le mise in vendita al prezzo corrente dell’oro, associando l’idea massima di disvalore (le feci) con l’idea massima di valore (l’oro). Anni dopo il mercato ha avvalorato questa tesi, inizialmente solo teorica, portando il valore di questa scatolette, tra l’altro solo ipoteticamente piene di escrementi, a un livello di gran lunga maggiore di quello del metallo prezioso.

“Piss Painting” di Andy Warhol

Andy Warhol: "Piss painting"Non sono sicuramente le opere più famose di Andy Warhol, ma sono sempre lavori di uno degli artisti più geniali del dopoguerra. Nel 1978 l’artista americano realizzò dipinti stendendo a terra la tela e passandoci sopra strati di vernice fresca al rame.

Dopodiché lui, i suoi collaboratori e gli amici della Factory si mettevano in fila e vi ornavano sopra. Per la serie “Chi non piscia in compagnia…

Un po’ come Rosalba Carriera, ciò che creava l’opera era la reazione dell’urina con la vernice: i colori si ossidavano e tante tinte arancioni e verdi emergevano dallo sfondo.

“The Holy Virgin Mary” di Chris Ofili

The Holy Virgin Mary è un quadro sacro, alto circa 2 metri e mezzo e largo poco meno di due metri, che rappresenta la Vergine Maria. Se ci si fermasse a guardare semplicemente il soggetto, nulla di strano, trito"The Holy Virgin Mary" di Chris Ofili e ritrito nella storia dell’arte.

Il problema, e anche ciò che rese questo dipinto così celebre, è il modo in cui fu realizzato: tecniche miste che spaziano dalla tradizionale pittura a olio, all’utilizzo di brillantini, resine e collage di immagini pornografiche.

Il particolare che interessa a noi è il seno nudo della Madonna, creato con un grumo di vernice e sterco di elefante. Il dipinto oggi vale milioni ma nel 1997 in molti si offesero e forse la merda di elefante ne fu solamente l’ultima causa.

“Milo’s Venus, copy made with escrement” di Zhu Cheng

“Milo’s Venus, copy made with escrement” di Shu ChengZhu Cheng è un altro artista che si diverte a giocare con gli escrementi degli animali, questa volta di panda. Facendosi aiutare da nove dei suoi studenti d’arte, ne ha raccolti una bella quantità e ha creato una replica della Venere di Milo.

Per via del forte e cattivo odore, l’opera è stata chiusa in una scatola trasparente che trattiene il fastidioso lezzo, ma questo non ha impedito a un collezionista svizzero di acquistarla per la modica cifra di 45.113$.

“Cloaca” di Wim Delvoye

Delvoye è l’artista che forse si è spinto più in là di tutti su questo tema. Ha creato ed esposto un macchinario lungo qualche metro che riproduce all’incirca le funzioni del nostro stomaco, con relativa “Cloaca” di Wim Delvoyeespulsione degli scarti.

In pratica a un’estremità viene inserito del cibo e, dopo una complessa sequenza di elaborazioni meccaniche e chimiche simili quelle del processo digestivo dell’essere umano, ne esce dall’altra uno scarto. Il prodotto finale, che viene infilato in buste trasparenti e poi venduto a prezzi esorbitanti, non è nient’altro e a tutti gli effetti che merda.

Maurizio Cattelan, oro, gabinetto e carta igienica

Tornando al water d’oro di Maurizio Cattelan verrebbe quindi da pensare “niente di nuovo all’orizzonte”, la solita boutade o provocazione ma, infondo, c’è già stato anche di peggio di cui scandalizzarsi.

Maurizio CattelanUn sanitario è già stato esposto, Cattelan non ha fatto altro che creare qualcosa della stessa famiglia ma con un materiale prezioso come l’oro. Un’idea sicuramente un po’ kitsch, alla Damien Hirst.

Qualcosa di originale però si può trovare e non deve sembrare strano, stiamo comunque parlando di Cattelan, uno fra gli artisti contemporanei, se non più importanti, di certo più famosi al mondo.

A differenza di Manzoni per esempio, l’associazione fra l’idea di disvalore (il cesso) e l’idea massima di valore (l’oro), questa volta è realizzata in modo pratico, non solo teorico: il gabinetto è oro puro al 100%. In una società prettamente materialista non bastano più le idee, ciò che conta è l’oro vero.

In secondo luogo l’opera non verrà mai esposta al centro di una grande sala espositiva, sotto luci e riflettori, ma direttamente in una toilette, quella del Guggenheim Museum di New York, lo stesso museo che con la retrospettiva “All” aveva celebrato l’addio alle scene di Cattelan, il quale ha dichiarato: “Si potrà andare in bagno solo per vederla ma diventerà un’opera d’arte solo quando qualcuno sarà seduto su di essa, rispondendo ad un bisogno fisiologico.

Insomma l’opera d’arte che diventa performance interagendo con il pubblico.

Il water d’oro: significato e contemporaneità

A chi ha visto nell’opera una riflessione sulle diseguaglianze economiche, Cattelan risponde che “non è compito mio spiegare al pubblico cosa significhi l’opera, ma sono convinto che chi la guarda possa trovarci un senso“.

Negli Usa in molti hanno letto un effetto allusivo dell’opera al rinomato amore che il candidato alla presidenza Donald Trump ha per i sanitari d’oro (stessa mania del fu Saddam Hussein, una delle tante analogie tra i due d’altronde): ancora una volta il nostro Maurizio si dimostra attuale e contemporaneo per eccellenza.

Se viviamo in una società in cui personaggi che hanno il compito di guidarla (o che potrebbe farlo in futuro) hanno queste strambe manie, perché l’arte non dovrebbe rifletterci sopra? È un’opera che rispecchia il lato superfluo e assurdo del mondo in cui stiamo vivendo e il water è anche un oggetto che, a detta di molti,Installazione delle artiste Goldschmied & Chiari al Museion di Bolzano stimola il pensiero.

È arte o non è arte? Genialità o paraculata?

I soliti dubbi che nascono davanti a un’opera d’arte contemporanea. Proprio di questi giorni è la notizia che l’installazione delle artiste Goldschmied & Chiari del Museion di Bolzano è stata scambiata per immondizia dalle addette delle pulizie e finito nella raccolta differenziata.

Solo il tempo potrà risolvere i nostri dubbi, intanto una cosa è certa: su quel water appoggeranno i loro glutei folle di amanti e meno dell’arte, anche solo per il futile piacere di scattarsi un selfie mentre espletano i loro bisogni in un museo.

Tu cosa pensi, è arte o non è arte? Lascia la tua opinione qui sotto.

 

La pittura è morta: si cerca l’assassino

La pittura è morta, nessuno vuole più dipingere, è molto più facile e meno faticoso prendere un oggetto e esporlo in una galleria presentandolo come opera d’arte concettuale. Ah maledetto Duchamp!Marcel Duchamp, Ruota di bicicletta

Ma sarà poi vero? Stiamo veramente assistendo al funerale della pittura?

Una delle domande più frequenti che in molti si pongono quando entrano in un museo di arte contemporanea è la seguente: “Ma perché diavolo i pittori hanno smesso di dipingere? Dove sono finite le velature, le sfumature e la ricerca del tono giusto? Perché hanno abbandonato i cari e tanto amati pennelli?

È vero, le domande sono tre, ma possono essere riassunte e tradotte in un’unica questione: perché da un certo periodo storico in poi, gli artisti hanno abbandonato il modo tradizionale di lavorare e di fare arte?

Ovviamente il motivo non è uno solo, ne esistono diversi e vanno cercati tutti all’interno del contesto storico e culturale durante il quale questo cambiamento avveniva.

‘900: l’inizio della fine

Tutto ha inizio agli albori del 20° secolo con le avanguardie storiche. La grande pittura, quella d’Accademia, aveva già subito forti attacchi prima dai pittori realisti, poi dagli impressionisti e infine dai magnifici tre, i padri della pittura moderna: Paul Cézanne, Paul Gauguin e Vincent Van Gogh.

Les Demoiselles d’Avignon (1907), Pablo Picasso È però nel primo decennio del 1900 che si compie la rottura finale con la tradizione: Les demoiselles d’Avignon (1907) di Pablo Picasso butta a terra il castello della prospettiva che aveva dominato il mondo dell’arte per oltre 600 anni.

Passano pochi anni e nasce la pittura astratta: il primo acquerello astratto di Kandinskij è datato 1910. Nel frattempo Picasso e Braque avevano inserito materiali vari nelle loro tele creando i primi collage. Queste non sono semplici novità o stili nuovi, ma vere e proprie rivoluzioni.

Si continua così fino ad arrivare a uno dei gesti più estremi in campo artistico di quegli anni: l’esposizione in un museo di un orinatoio rovesciato da parte di Marcel Duchamp.

A questo punto si potrebbe pensare che a inizio secolo fare il pittore volesse dire andare controcorrente, avere un animo ribelle, sfidare a tutti i costi lo status quo, atteggiamenti questi che portarono a una rivoluzione del fare arte.

Ma se ci fermiamo a osservare bene il contesto storico, noteremo che cambiamenti epocali non si ebbero solo nel campo della pittura: in quegli anni Arnold Schoenberg inventava la dodecafonia, che segna una forte rottura con il passato.

Pensiamo a come le scoperte di un altro immenso genio, Albert Einstein, stessero rivoluzionando la fisica, o come gli studi di Sigmund Freud stessero facendo altrettanto per la psicologia. Pensiamo alla letteratura e a quello che stava facendo James Joyce al romanzo.

Non solo in pittura dunque, si cercano e si trovano nuove strade che portano a un profondo rinnovamento di pensiero e azione.

Un passo indietro e poi un’accelerata

Dopo tutti questi cambiamenti, alcuni pittori in tutta Europa, a partire dallo stesso Picasso, tornano a dipingere in uno stile classico: è il periodo del così detto ritorno all’ordine.

È un modo per staccarsi da canoni avanguardistici divenuti ormai una stanca e vuota ripetizione di modelli precostituiti e, dall’altro lato, un tentativo di sollevarsi al disopra del livello industriale dell’oggetto di massa a cui soprattutto il readymade aveva rilegato l’arte, abbassando il livello di abilità dell’esecuzione.

Ma non dura molto. Dopo la seconda guerra mondiale è tutto uno sbizzarrirsi di inedite tecniche, idee, novità originali. Si Alberto Burri - Grande saccoparte con Alberto Burri che fa pittura non più con pennelli e colori ma con plastiche, sacchi e legni.

E poi arriva il ’68, il fatidico ’68: inizia a diffondersi l’uso di materiali non convenzionali, si sviluppa la fotografia come mezzo artistico, si lavora con il corpo e con l’ambiente, nascono le prime performance.

Nel clima generale di rifiuto delle tradizioni, chi dipingeva ancora con colori e pennelli, non riusciva a trovare nessun gallerista disposto a rappresentarlo.

Dagli inizi del ‘900 agli anni ’70, dopo una lenta agonia, sembra proprio che la pittura sia morta. Ma come si è arrivati a questo efferato omicidio?

Chi ha ucciso la pittura?

A partire dal ‘900, ci sono sicuramente due eventi che hanno contribuito più di tutti alla rottura dei canoni tradizionali della pittura:

1. L’invenzione della fotografia

Ho già parlato ampiamente di questo nell’articolo Arte e fotografia: storia infinita d’amore e odio quindi è inutile qui dilungarsi oltre.

2. L’industrializzazione

Lo sviluppo dell’industrializzazione ha sicuramente un profondo effetto sulla vita delle persone e sulla società e di conseguenza anche sugli artisti e sul loro modo di fare arte. Pensiamo ai temi della velocità, del movimento e delle macchine che già a inizio secolo iniziano a interessare gli artisti come i futuristi ma non solo.

Le profonde trasformazioni tecnologiche e organizzative rendono possibile la produzione in serie che diventa ben presto produzione di massa. Dall’operaio specializzato si passerà all’operaio-massa a bassissima professionalità, saranno sempre più le macchine a fare tutto: ecco spiegato (in parte) Duchamp.

L’industrializzazione offre quindi nuovi metodi di produzione, non solo agli imprenditori, ma  anche agli artisti. Questi ultimi iniziano ad approcciarsi in maniera completamente nuova alla materia evitando di proposito lavori cheL'opera Torques Ellipses di Richard Serra richiedano capacità tecniche elevate.

Come ai lavoratori erano richieste capacità diverse da quelle che caratterizzavano il lavoro artigianale fulcro delle società antecedenti la rivoluzione industriale, così gli artisti puntano su skills completamente nuove rispetto alle tradizionali.

Alla capacità di saper miscelare i colori si preferisce lo spirito di ricerca. Piuttosto che saper riprodurre esattamente la realtà è sviluppata l’attitudine alla deduzione, al ragionamento e al pensiero radicale e innovativo. Niente scalpello, meglio la sperimentazione di nuovi materialiCollaborazione invece che continuo miglioramento di competenze esclusivamente personali.

Insomma l’arte cambia perché la società cambia e come non esistono più i mestieri di una volta, anche i pittori non vogliono più affacciarsi al loro lavoro come si faceva in passato.

Così nascono sculture che sono di proposito non monumentali, dipinti di proposito non virtuosistici, disegni di proposito semplici e, in apparenza, infantili, e persino lavori che, sempre di proposito, non sembrano per niente opere d’arte.

Perché i pittori hanno smesso di dipingere e gli scultori di scolpire

Sono diverse le ragioni che spingono gli artisti, soprattutto a partire dagli anni ’70, verso questi nuovi modi di fare arte:

  1. Sicuramente una delle principali, a cui per altro ho già accennato, è il desiderio di liberarsi dalla tPerformance di Marina Abramovic e Ulayradizione. È un desiderio diffuso in tutta la società, non succede solo nell’arte: pensiamo alla rivoluzione giovanile e a quella operaia, ai movimenti femministi e a quelli spirituali. Gli artisti vivono, si nutrono e spesso alimentano questo clima di cambiamento.
  2. Ci si interroga sul valore dell’unicità dell’oggetto artistico. Il ‘900 è il così detto secolo delle masse, in quanto queste ultime per la prima volta guadagnano un ruolo nella storia. Questo porta all’estendersi dell’alfabetizzazione e della cultura, appunto di massa, che però è diversa rispetto alla cultura “alta” ma che ne influenza le forme espressive, soprattutto in pittura. Per qualcuno l’arte non deve più essere un ambito esclusivo per élite privilegiate, ma deve parlare e essere alla portata di tutti: ecco la Pop Art.
  3. Si riconsidera la separazione fra arte e vita: nascono così gli happening e le performance, si esce dagli spazi istituzionali e dalle gallerie, si contamina l’arte con la vita e viceversa.
  4. Si polemizza con il sistema commerciale dell’arte che tratta l’oggetto artistico alla stregua di un mero trofeo per Piero Manzoni - Merda d'artistagente ricca e spinge gli artisti a creare opere che soddisfino questo bisogno. Pensiamo alle scatolette di Merda d’artista di Piero Manzoni che già negli anni ’60 esprimevano una profonda e ironica critica a questo sistema.

Tutte queste idee culminano e trovano il loro più ampio sviluppo negli anni ’70. Insomma stando alle prove è il ’68 che ha ucciso la pittura.

La pittura è morta? Forse un falso allarme

Ma la pittura è morta per davvero? In verità, a ben guardare, sembra proprio viva e in perfetta salute. Il ’68 non ha ucciso proprio niente e nessuno: colpevole scagionato, il fatto non sussiste.

Il ’68 semplicemente ha segnato uno spartiacque fra passato e presente, piantando i germogli per una pittura che guarda al futuro. I pittori non hanno mai smesso di dipingere, semplicemente non lo fanno più come lo si faceva un tempo, seguendo i canoni tradizionali.

Se ci si avvicina all’arte contemporanea aspettandosi di trovare quadri dipinti alla maniera di Raffaello e Michelangelo si rischia di rimanere estremamente delusi. L’arte riflette e ha sempre rispecchiato il proprio tempo, quanto sarebbero contemporanee oggi madonne, angeli e resurrezioni?

Oggi anche l’arte è entrata nel ciclo della globalizzazione e gli artisti si trovano a dialogare con culture diverse e lontane come quelle di Cina, India e Africa, entrate di forza anche loro nel giro dell’arte che conta. Cambiano i temi, cambiano i mezzi, cambiano soprattutto i linguaggi. Ma la pittura è viva, vegeta e, anzi, in gran forma.

Quelle qui sotto sono opere di ottimi pittori contemporanei, vediamo se ne riconosci qualcuno e se soprattutto ti piace il loro modo di dipingere (cliccando sulle immagini ti comparirà il nome).

E tu conosci qualche altro pittore contemporaneo di cui apprezzi il lavoro? Presentalo anche a noi nei commenti.

Arte ed emozione: come sprecare un’ottima occasione davanti a un quadro

So bene che con l’articolo di oggi mi sto per incamminare su un terreno impervio e sto per affrontare un argomento molto delicato, ma è da un po’ che sento il bisogno di fare chiarezza sul tema “arte ed emozione”. Cosa ci sarà di tanto delicato in questo tema, ti chiederai tu, è un binomio così scontato al quale c’è davvero poco da aggiungere:

Arte = emozione.

Un’equazione praticamente perfetta, giusto? Sbagliato.
È proprio questo il punto delicato.

Riporto qui quello che avevo già scritto nell’articolo I 9 (banali) luoghi comuni sull’arte (soprattutto) contemporanea:
L’arte non è emozione, o meglio, emozionare non è la sua funzione primaria e principale. L’arte è innanzitutto pensiero. Poi può anche arrivare l’emozione, ma non necessariamente. Mentre per essere considerata un’opera d’arte, qualsiasi creazione di un artista deve contenere del pensiero, il fatto di emozionare non è una condicio sine qua non per cui si decreta lo statuto artistico di un’opera.

Si capisce quindi come io non sia per niente d’accordo con l’equazione di partenza e in questo articolo spiegherò il perché. Per evitare qualsiasi equivoco, voglio chiarire subito che con quello che andrò a scrivere di seguito non voglio assolutamente dire che è sbagliato emozionarsi davanti a un dipinto, al contrario: ridi, piangi, urla, arrabbiati, offenditi, fai di tutto davanti a un quadro, fuorché rimanere indifferente.

C’è solo una cosa che dovresti assolutamente evitare: confondere il valore di un’opera con l’emozione che essa fa nascere in te.

Non mi emoziona quindi non è arte!” è il più grande equivoco e il più banale errore di giudizio che si può compiere davanti a un’opera d’arte.

Emozione, cattiva maestra

Partiamo dal principio: fin troppo spesso mi è capitato di discutere con amici sul valore artistico delle opere di certi artisti contemporanei o comunque del ventesimo secolo. Questo tipo di incomprensioni partono infatti più o meno sempre con le avanguardie, per l’arte precedente dubbi non esistono.

Per fare un esempio pratico scegliamo un artista che è spesso protagonista della diatriba “è arte – non è arte”, Lucio Fontana, la cui figura catalizza feroci critiche anche per le enormi, e per molti inconcepibili, quotazioni che le sue opere raggiungono. L’accusa più utilizzata dai suoi detrattori, oltre alla classica “lo potevo fare anch’io”, è, appunto: “Non è arte perché non mi emoziona”. Capirai bene che ragionando in questa maniera ci si infila in un vicolo cieco dal quale diventa impossibile uscire: l’emozione è qualcosa di estremamente personale e come si fa a decretare lo statuto di opera d’arte seguendo principi prettamente soggettivi?

Paesaggio di montagnaFacciamo un esempio banale: prendiamo due persone, Marta nata in un caratteristico paesino delle Alpi e Giorgia su un’isola del Mediterraneo. L’infanzia di entrambe è segnata da esperienze, ricordi Paesaggio marinoed emozioni legate anche inevitabilmente all’ambiente nel quale hanno passato la loro infanzia. Cresciute e trasferitesi a vivere in città, si conoscono e un bel giorno, in visita a una mostra, si trovano davanti a un dipinto raffigurante un maestoso paesaggio di montagna. Ovviamente Marta ne è affascinata: un insieme di ricordi e di emozioni le si affollano nel cuore. Rimane incollata al dipinto, non riesce a staccare gli occhi dal quadro. Giorgia invece passa avanti del tutto indifferente, a lei la neve non provoca nessuna reazione, per lei quella non è arte. Però quando scorge un dipinto raffigurante una bella marina, i ruoli si invertono ed è lei ad essere ipnotizzata, mentre Marta non si accorge neanche del dipinto. Le due ragazze stanno giudicando le due opere attraverso il filtro delle loro emozioni, quindi ciò che è arte per una, può non essere arte per l’altra.

Oltre ogni giudizio personale

Qual è dunque quella caratteristica unica e sopra le parti, intrinseca in ogni opera d’arte e che oggettivamente (per quanto possibile) può permetterci di goderne la grandezza indipendentemente dai nostri gusti, ricordi o Rodin - Il pensatoresensazioni personali? Sicuramente il pensiero.

Non mi stancherò mai di dirlo, lo scopo di un’opera d’arte non è quello di farci emozionare, ma quello di farci ragionare, l’emozione è solo una conseguenza.

Cosa rende grande una persona e la pone un gradino sopra agli altri, forse la sua capacità di emozionarsi? La storia ci racconta per caso la vita e le gesta di personaggi che sapevano emozionarsi più e meglio degli altri? Direi proprio di no.

Mi dispiace deluderti, ma se sei una di quelle persone che vive credendo di essere superiore agli altri perché possiede un cuore sensibilissimo, dolce e delicato, forse ti stai un po’ illudendo. È sempre stata la capacità di pensare e di ragionare, non di emozionarsi, quella che ha contraddistinto un uomo da un altro e che ha portato l’umanità a certi alti livelli. D’altronde, pensiamoci bene, tutti si emozionano, anche le persone che in apparenza sembrano più fredde provano delle emozioni che probabilmente per loro sono persino fortissime. Questo perché emozione è vita e chiunque respiri e muova i passi su questa terra non può non provarne.

Anche il mio gatto si emoziona, quando torno a casa, quando gli do da mangiare o quando lo accarezzo. Non è quindi l’emozione che ci differenzia dagli animali, ma ancora una volta il pensiero e l’arte, essendo la più alta delle espressioni umane non può che essere manifestazione del pensiero, non dell’emozione.

Artisti ed emozioni

E Van Gogh allora, non esprimeva le sue emozioni sulla tela?!

Van Gogh - Lettere a TheoSì certo, lo faceva, come in generale lo fanno tutti i pittori così detti “espressionisti”. Ma ti chiedo, hai mai letto “Lettere a Theo”, la raccolta di lettere, appunto, che in vent’anni Van Gogh ha scritto quasi quotidianamente al fratello? Se non l’hai letto te lo consiglio, è un libro molto interessante che permette di capire più a fondo il lavoro di questo grande artista da molti considerato matto. Sai qual è la cosa più sorprendente che viene fuori da questi scritti?

Leggendo ti accorgi di come questo rozzo olandese non fosse poi uno sprovveduto ma, al contrario, fosse un grandissimo conoscitore della pittura. Van Gogh aveva un credo estetico molto sviluppato e l’emozione espressa dai suoi quadri è filtrata da un pensiero profondo e da una conoscenza dei colori, dell’arte e della pittura in generale, fuori dal comune.

Bisogna dire due cose importanti su arte ed emozione:

  1. Mark Rothko - The Seagram Murals -Tate ModernCi sono periodi storici e correnti artistiche per le quali il binomio arte ed emozione funziona alla perfezione: in determinate opere, l’emozione del fruitore prende esplicitamente parte al significato dell’opera. Ho già accennato alle varie forme di espressionismo, ma pensiamo anche a tutta l’arte barocca che aveva come obiettivo quello di dare risalto alla grandezza della Chiesa e lo faceva cercando di toccare le corde emotive dello spettatore. Oppure prendiamo in considerazione i lavori di Mark Rothko che sono il tentativo di smuovere le emozioni di chi si ferma in loro contemplazione. Oppure ancora, possiamo parlare di Marina Abramović, le
    cui performance suscitano sicuramente forti reazioni emotive nello spettatore. Ci sono invece artisti a cui il lato emotivo dello spettatore interessa meno: pensiamo a Piet Mondrian, ad Joseph Alberts, a Marcel Duchamp, ecc. Questi artisti cercano di dialogare quasi esclusivamente sul piano intellettuale con l’osservatore, cercano di stimolare il loro pensiero piuttosto che le loro emozioni. Per quanto sicuramente più celebrale, non è arte anche questa?
  2. Tutti gli artisti quando creano le loro opere provano emozioni. Non solo Van Gogh, Munch o Rothko, anche Lucio Fontana, Enrico Castellani, Piet Mondrian, per quanto le loro opere possano Piet Mondrian (Amersfoot 1872 - New York 1944) Grande composizione A 1920, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna. olio su telasembrare più fredde, sono emotivamente impegnati durante il processo creativo. Non c’è alcuna differenza da questo punto di vista. D’altronde, sempre per il motivo di cui accennavo prima, cioè che l’emozione è strettamente legata alla vita, anche tu, qualsiasi sia il tuo lavoro, proverai una qualche emozione nel compierlo, positiva o negativa che sia (se così non fosse, fatti qualche domanda, forse è arrivato il momento di cambiarlo). Quindi in ogni opera, che ti piaccia o no, vi è sempre un po’ dell’emozione dell’artista. Quello che la rende grande rispetto ad altre è e rimane però sempre il pensiero da essa espresso.

È arte o è artigianato?

Può il ritratto di un bambino che piange emozionare? Senz’altro.

Che sia frutto del lavoro del più grande artista del mondo o che sia opera di un pittore della domenica, il soggetto è di per sé commovente. Quindi, se entrambe le tele, quella di un artista e quella di un “artiArte ed emozione: bimbo che piangegiano”, hanno la capacità di emozionare, non è sicuramente questa la caratteristica che apre le porte della storia dell’arte al primo e che lascia nell’ambito ristretto dell’artigianato il secondo.

Sarà allora la tecnica? Neanche, ho visto tanti artigiani possedere una tecnica del tutto invidiabile e per certi aspetti, per esempio se si guarda l’aderenza alla realtà, si potrebbe anche dire superiore a quella di grandi maestri come Van Gogh o Renoir. Anzi forse è proprio l’aver affinato e risolto solamente i problemi tecnici della creazione, la caratteristica tipica dell’artigianato.

L’arte è un’altra cosa, non è semplice capacità tecnica come non è semplice emozione. Arte è un processo creativo in grado di dare vita a opere che sono il frutto dell’ingegno umano e che contribuiscono alla crescita intellettuale di tutti gli uomini.

La pubblicità deve emozionare, l’arte deve far ragionare.

Dire che un dipinto deve obbligatoriamente emozionare, vuol dire porlo sullo stesso piano di un cartellone pubblicitario.

Quadro di Delacroix utilizzato per la pubblicità di TimLo scopo della pubblicità è senza dubbio emozionare. Chi, come me, viene dal mondo del marketing sa benissimo che non è con un ragionamento razionale che si vende un prodotto, ma piuttosto parlando alla pancia delle persone, provocando loro emozioni. Non è descrivendo nel dettaglio le fredde specifiche tecniche dell’iPhone che la Apple ha venduto milioni e milioni di telefonini, ma costruendo e comunicando uno stile di vita e un modo di pensare che ha fatto presa sulle emozioni di milioni e milioni di persone.

L’obiettivo finale della pubblicità è vendere: un prodotto, un servizio, un’idea, un partito politico. L’obiettivo finale dell’arte è far ragionare. L’arte è innanzitutto conoscenza e, per quanto da un certo punto di vista anch’essa sia strettamente legata alla vendita, non è quello l’obiettivo primario che un’artista si pone quando si mette al lavoro. L’artista interpreta la realtà, esprime un pensiero, contribuisce a formare una coscienza. La vera arte ci insegna ad avere idee proprie, a costruire un personale pensiero critico.

La pubblicità non vuole farci pensare. Se ci fermassimo troppo a ragionare, non spenderemmo mai i soldi guadagnati con sudore e fatica per portarci a casa oggetti inutili che non ci servono veramente e che molto probabilmente non utilizzeremo mai. Per questo parla e gioca con le nostre emozioni e non al nostro cervello.

Lo stesso discorso lo possiamo fare per i politici: parlano alle nostre teste o piuttosto cercano di colpire le nostre pance? Direi senza alcun dubbio la seconda, basta ascoltare i discorsi di Berlusconi, di Renzi o del Presidente degli Stati Uniti, Donal Trump, solo per citare i più bravi in questo.

L’ultima cosa che un politico (non tutti, ma molti sì) vuole, è avere dei sudditi pensanti, sarebbe troppo rischioso. Per questo fanno di tutto per relegare l’arte in un angolo, nella sfera delle emozioni: essa darebbe un grosso scossone che sveglierebbe le coscienze di molti, se fruita con occhi e mente aperta, mentre loro ci vogliono tenere addormentati, non vogliono farci ragionare con la nostra testa.

Arte ed emozione, forse non è solo questo 

Se l’arte fosse davvero solo emozione, non esisterebbe l’ormai decennale problema dei musei vuoti. Le loro enormi sale sarebbero sempre e costantemente affollate di gente, un po’ come gli stadi la domenica pomeriggio. Di gente addormentata ma comunque pagante.

Invece la realtà è diversa e anche le mostre o i musei che raccolgono i capolavori Rinascimentali, l’arte per eccellenza, quella che emoziona davvero, non sempre riescono ad attirare un gran numero di persone. Dove sono qui tutte quelle persone che dicono che l’arte deve emozionare?

Semplicemente sono a cercare emozioni altrove e lo trovo anche logico. Anch’io quando voglio emozionarmi non mi chiudo certo nella quattro mura di un museo: piuttosto gioco con le mie nipotine, organizzo una sciata in montagna, faccio una passeggiata in riva al mare, vado a un concerto, esco con gli amici o con le persone che amo. Guarda, se mi piacesse ancora il calcio, arrivo addirittura a dirti che piuttosto andrei allo stadio a vedere una partita.

Se decido di passare un pomeriggio in un museo, non lo faccio certo con l’intenzione di trascorrere la giornata più emozionante della mia vita. L’obiettivo è quello di arricchirmi, di nutrire occhi e mente.

Allora tu non ti emozioni mai davanti a un’opera?!

Al contrario, mi emoziono quasi sempre. Per me l’arte è sorgente di grandissime emozioni, se così non fosse non perderei tempo e soldi per visitare mostre, gallerie, fiere, leggere libri per informarmi e soprattutto per scrivere gli articoli di questo blog.

L’arte per me è una grandissima fonte di emozione, ma è un’emozione che ha un forte legame con il pensiero. Mi viene in mente una citazione di Robert R. Kiyosaki: “Bisogna usare le emozioni per pensare, non pensare spinti dalle emozioni.

Forse nell’arte funziona un po’ così o forse no.
La cosa certa è che non bisognerebbe mai giudicare un quadro dall’emozione che suscita in noi.

Secondo te quanto è importante l’emozione quando si guarda e si giudica un’opera? Scrivilo nei commenti qui sotto.

L’arte non fa più mondo, ma fa molto moda

Articolo pubblicato sulla rivista Commenti di Verso l'Arte

Se pensiamo che un tempo, gli artisti sedevano a fianco di imperatori, re e papi, che erano ambasciatori nel mondo, che a loro venivano affidate missioni diplomatiche nelle varie corti europee, che erano uomini conosciuti, rispettati e ammirati o che, in tempi più recenti, sono stati star o divi comunque ambiti e sempre al centro dei riflettori, si capiscono molte cose rispetto allo stato odierno dell’arte.

In quanti oggi sanno chi sia Paola Pivi? Chi riconoscerebbe Francesco Vezzoli se lo incrociasse per strada? Oppure Grazia Toderi? E sto citando qui alcuni degli artisti italiani contemporanei più famosi del mondGrazia Toderi, Paola Pivi, Francesco Vezzolio. Forse per Maurizio Cattelan e Jeff Koons la cosa è più semplice poiché si sono spesso “ritratti” nelle loro opere, ma vi assicuro che non è poi così scontato.

Alla serata d’inaugurazione della retrospettiva di Koons al Whitney Museum di New York, la schiera di giornalisti e fotografi si è scagliata su ogni VIP che faceva il suo ingresso, accecando con i flash delle loro macchine fotografiche i poveri (si fa per dire) malcapitati: attori, cantanti, campioni dello sport e divi dello spettacolo. Quando, davanti all’entrata si è fermata una luccicante e nera limousine da cui è sceso un elegante e brizzolato signore in abito da sera accompagnato dalla sua dama, solo qualcuno, a stento, gli è corso dietro.

Chi era quello?” hanno chiesto ai pochi colleghi tornati dalla rincorsa a quell’uomo, i fotografi rimasti davanti all’ingresso ad aspettare l’arrivo del prossimo VIP. “Jeff Koons, l’artista, il protagonista della serata.

A parte i giornalisti di settore, in pratica nessuno l’aveva riconosciuto. E stiamo parlando di uno degli artisti contemporanei più celebri al mondo, sicuramente quello più pagato, l’uomo che detiene il record per l’opera più cara per un artista vivente.

Arte, potere e moda

Vero o falso che sia questo aneddoto, una cosa è certa: l’arte non fa più mondo, non è più al centro dei riflettori mediatici né delle attenzioni dei potenti. A partire dalla seconda metà del ‘900 gli artisti non sono utili più ad alcun potere, quindi non servono più a nessuno. La televisione ha strappato definitivamente dalle loro mani il monopolio sull’immagine già intaccato dalla fotografia. Quanto è più efficace un video trasmesso in orario di massimo ascolto su una quantità indefinibile di piccoli schermi, rispetto a un’enorme tela appesa sul muro di un singolo palazzo governativo?

Si sa, il potere consegna un alone di fascino a chi lo detiene e chi gli è vicino ne raccoglie i riflessi. Gli artisti quindi, oltre a perdere il loro ruolo di primo piano all’interno della società, smarriscono anche quell’aurea magica che circondava la loro figura e i media non perdono tempo, cercano e trovano immediatamente i loro sostituti.

Sono le star di Hollywood che raccolgono la staffetta e sono sempre loro che occupano il posto, un tempo di pittori e scultori, al tavolo dei potenti. Andy Warhol aveva percepito e compreso questo cambiamento in anticipo su tutti e, serigrafando i volti dei divi del cinema sulle sue tele, decretava la morte dell’arte e la nascita di nuovi miti.

Il padre della Pop americana è un artista tragico ma anche forse il più lucido della sua epoca. I soggetti dei suoi lavori nascondono, dietro ai colori sgargianti, un alone di morte: pensiamo agli incidenti stradali, ai teschi, alle pistole, ma anche a personaggi come Marilyn Monroe, Elvis Presley, Mao.

Renato Mambor, Giosetta Fioroni, Sergio Lombardo, Cesare Tacchi, Jannis Kounellis, Umberto Bignardi, Tano FestaDall’altra parte del globo, in un’Europa che ha ormai perso il suo ruolo di guida del mondo, anche gli artisti di Piazza del Popolo percepiscono la perdita del ruolo di primo piano che apparteneva una volta all’artista, ma forse con meno lucidità rispetto a Warhol. Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Pino Pascali, sono gli ultimi “artisti star”: avvertono il cambiamento in corso ed esprimono il loro disagio più conducendo vite al limite, che attraverso le loro opere.

È finita l’era dei “Dalì” o dei “Picasso”, artisti capaci di guadagnarsi le prime pagine dei giornali. È proprio il padre del cubismo l’ultimo artista davvero influente, quello che poteva anche permettersi di non presenziare all’inaugurazione di una sua personale e snobbare la presenza di autorità e capi di Stato. A Roma, infatti, in occasione della mostra organizzata in suo onore da Palma Bucarelli alla Galleria d’Arte Moderna, l’autore di Guernica ebbe la sfrontatezza di rimanere tranquillo a casa, quando in suo onere si era scomodato persino il presidente della Repubblica, Luigi Einauidi. Quanti artisti di oggi potrebbero concedersi una tale impudenza? Credo nessuno.

Andy Warhol era lucido e aveva capito tutto, dicevamo. Aveva capito soprattutto che non era più l’arte ciò che contava, ma i soldi: “Fare soldi è arte, lavorare è arte, fare buoni affari è la migliore forma d’arte.

Nasce la Business Art ed è la corrente dalla quale possiamo dire siano legati molti dei più importanti artisti di oggi. Jeff Koons, Damien Hirst, Maurizio Cattelan sono Business Artist e i loro lavori danno al collezionista ciò che il collezionista contemporaneo cerca: soldi.

Già perché oggi più che mai è il denaro che dà la fama, che dona prestigio, e allora tutti a seguire le tendenze del momento, a comprare quello che tutti comprano e ad appendere alle pareti, gli Scheggi, i Castellani, i Bonalumi, i Boetti, i Koons: hanno prezzi esorbitanti, sono ben riconoscibili e in molti li desiderano.

E i Franco Angeli, i Salvo, i Luigi Ontani, i lavori di Giosetta Fioroni o di Stefano Arienti?

No, è presto, costano ancora troppo poco e se è il prezzo a sancire il valore di un artista, è meglio aspettare quando aumenteranno. Allora e solo allora ci si accorgerà della loro grandezza e si scatenerà la rincorsa cieca non tanto all’opera, quanto alla firma.

Oggi non è ancora il momento, questi nomi non sono ancora in voga e l’arte, si sa, nell’epoca in cui viviamo, non fa più mondo, ma fa sicuramente molto moda.