Treasures from the wreck of the unbelievable: una storia al museo

postato in: Mostre | 0
If you liked it, share it on...Share on FacebookTweet about this on TwitterPin on PinterestShare on Google+Share on LinkedIn

Mettiamo subito in chiaro una cosa, gli artisti hanno sempre raccontato storie: storie vere, verosimili o completamente inventate. Storie di dei, di guerre e di guerrieri, di imperatori o di eroi. Insomma storie.
Dagli uomini delle caverne, al Rinascimento e oltre, moltissime delle opere che sono arrivate a noi non sono altro che storie sotto forma di pittura o scultura.

Pensiamo alla Colonna Traiana che rievoca tutti i momenti salienti della conquista della Tracia, agli affreschi di Giotto che raccontano la vita di San Francesco (Assisi), di Gioacchino e Anna, di Maria e di Cristo (Padova), alla Storia della Genesi raccontata nella Cappella Sistina da Michelangelo e così via.
Una delle principali funzioni dell’arte era proprio educare e parlare a una popolazione che era perlopiù analfabeta e lo faceva quindi attraverso storie visive. E poi, vuoi mettere la forza comunicativa delle immagini?!

Giotto, Cappella degli Scrovegni

Con il tempo questa funzione è venuta meno. La prima a toglierle in parte questo compito è stata l’invenzione della stampa e la conseguente lenta ma inesorabile diffusione dell’alfabetismo. Poi è arrivata la fotografia che ha rubato all’arte il monopolio sull’immagine. Mancava solo il colpo di grazia, che è arrivato puntuale con il cinema: come potevano gli artisti competere nel campo dello “Storytelling” con delle immagini in movimento?

Da allora l’arte si è fatta più acuta, più astratta, più intelligente, più concettuale, più riflessiva, più stanca, più banale, più provocatoria e così via, esplorando di volta in volta nuovi linguaggi e nuove modalità comunicative. Anche laddove l’arte è rimasta figurativa, raramente ha avuto più intenzione di raccontare storie.

Damien Hirst si è riappropriato con forza di questo primordiale compito. Treasures from the wreck of the unbelievable non è altro che il racconto visivo di una storia e con questa mostra l’artista ha di fatto ridato all’arte quella che una volta era la sua principale funzione.

Somewhere between lies and truth lies the truth

“C’era una volta un ricchissimo collezionista, Cif Amotan II, un liberto originario di Antiochia, vissuto tra la metà del I e l’inizio del II secolo d.C.

Si tramanda che questa figura leggendaria fosse molto nota ai suoi tempi per le immense fortune e che l’eco della sua storia sia risuonata infinite volte nel corso dei secoli. Dicono, infatti, che, appena acquistata la libertà, Amotan abbia iniziato a raccogliere sculture, gioielli, monete e manufatti provenienti da ogni parte del mondo, dando vita a una sterminata collezione. I cronisti del tempo narrano che gran parte di questo straordinario tesoro fosse stata caricata su un enorme vascello, l’Apistos (Incredibile).

La nave, le cui dimensioni nessuna imbarcazione aveva mai raggiunto prima, era diretta ad Asit Mayor, luogo nei cui pressi Amotan aveva fatto costruire un tempio dedicato al Sole. Per cause a noi sconosciute – il peso eccessivo del carico, le avverse condizioni del mare (la zona era, ed è tuttora, soggetta a forti venti) o, forse, l’esplicita volontà degli dei – la nave si inabissò insieme al suo preziosissimo carico. Con il trascorrere dei secoli, la storia di questo drammatico naufragio si è sempre più arricchita di particolari: fatti realmente accaduti sono stati inseriti in nuove narrazioni, dando vita a una miriade di racconti paralleli, spesso diffusi solo oralmente, e rendendo sempre più difficile distinguere gli elementi autentici da quelli fantastici. Si narra persino che durante il periodo rinascimentale, con l’intento di dare forma visiva a ciò che si poteva solo pensare per immagini, alcune delle sculture che si supponeva facessero parte della collezione siano state, per ignote vie, fonte di ispirazione per disegni, studi preparatori e opere di alcuni artisti dell’epoca. Nel corso del 2008, questo leggendario tesoro, rimasto sommerso nell’Oceano Indiano per quasi duemila anni, è stato scoperto al largo della costa orientale dell’Africa e lentamente riportato alla luce.”

Questo è il prologo, da qui si dipana l’intera mostra e ci si perde immediatamente tra realtà e finzione. Hirst gioca con noi, ci provoca, ci irride, insinua il dubbio e subito dopo palesa la truffa. Le sculture e gli oggetti Treasures from the wreck - Damien Hirst a Palazzo Grassiesposti sono decisamente belli, a volte un po’ pacchiani ma pieni di riferimenti culturali e carichi di ironia.

Girando per le sale di Palazzo Grassi e di Punta della Dogana, si passa da momenti di stupore, dubbio e riflessione, ad altri di vera e propria ilarità. Le foto e i video del recupero degli oggetti dal fondo del mare sono eccezionali: Hirst sfida in qualità, verosimiglianza, fantasia ed effetti speciali i migliori film di Hollywood. Sei lì che osservi le immagini, guardi incantato i filmati, passi davanti a questi reperti archeologici del tutto plausibili e reali, ordinati in vetrine da museo storico, ancora coperti di concrezioni marine, stai per entrare completamente nel mondo che l’artista ha voluto creare… quando ti giri e trovi davanti ai tuoi occhi la statua di Miky Mouse mano per la mano con l’artista.

Tutta l’esposizione è così: un continuo immergersi nella finzione e riemergere nella realtà. Un susseguirsi di citazioni dalla storia dell’arte e da opere di artisti contemporanei come Jeff Koons, Marc Quinn e Bansky. Un nascondere il mondo di oggi dietro simboli di ieri come i busti pseudo-greci che in realtà sono di Barbie (sul retro la marca Mattel) o la statua su cui compare la scritta “Made in China”.

Con ironia e intelligenza l’artista invita a riflettere su uno dei temi fondamentali della nostra epoca, quella delle fake news. In un mondo in cui le notizie non solo sono controllate ma anche create con cura da professionisti della comunicazione e spin doctor, un mondo in cui l’invasione di un paese libero può essere legittimato da prove false di armi chimiche, un mondo in cui tutti possono prendere parola e raccontare l’inverosimile tramite il web, l’artista ci mostra tutti i trucchi della finzione.

D’altronde l’anagramma di CIF AMOTAN II, il protagonista della storia, è I AM A FICTION (sono una finzione).

Lodi e critiche, l’eterno destino di Damien Hirst

Solo un artista come Hirst poteva permettersi di realizzare un progetto così grandioso, anche perché lui ha già tagliato tutti i traguardi che un artista può desiderare di raggiungere in vita, che molti hanno raggiunto solo dopo la morte e che tanti altri molto probabilmente non raggiungeranno mai. Nel 2009 dopo gli ultimi mezzi flop in molti hanno iniziato a considerarlo un artista finito o comunque in piena parabola discendente. Da intelligente e acuto curatore della sua stessa immagine, lui si è defilato, è uscito di scena, posando gli strumenti del mestiere per dedicarsi completamente alla sua attività di collezionista.

E invece non si era affatto fermato ma stava pensando e realizzando il progetto di questa mostra che l’ha visto lavorare per ben 10 anni e che segna il suo rilancio.

Visti i numeri dei visitatori, l’operazione è ben riuscita. D’altronde Hirst ha dato al pubblico ciò che il pubblico oggi vuole dall’arte: emozione. Dato che il nostro tempo troppo tecnologico e razionale di emozioni ne regala ben poche, ci ha pensato l’artista creando una storia che ha il sapore di un passato lontano, come quelle rappresentate nei quadri di Tiziano, di Tiepolo o del Veronese, capolavori che piacciono davvero a tutti perché quella sì che è vera arte.

La critica come sempre quando si tratta di Damien Hirst è discorde:

  • Didascalie e citazioni storiche troppo banali, dice la critica. Sono sufficienti a un pubblico abituato alla sintesi del web, risponde lui.
  • La storia del ritrovamento è affascinante ma poco credibile, dice la critica. Anche chi va a vedere un film al cinema non si aspetta una storia vera, basta che sia ben raccontata, e pur essendo consapevole della finzione piange, ride, soffre con il protagonista e si emoziona ugualmente, risponde lui.
  • Sfarzo inutile e volgare, dice la critica. Niente di più del mondo in cui viviamo oggi, risponde lui.

Damien Hirst potrà lavorare anche 10 anni, creare un progetto che si sposa e dialoga perfettamente con le strutture e la città che lo ospita, realizzare qualcosa che non si era mai visto prima, ma difficilmente riuscirà a mettere d’accordo i critici. E anche se un giorno dovesse riuscirci sarà molto più facile che in quel momento saranno tutti d’accorso sì, ma come suoi detrattori.

D’altronde chi lo critica non ha ancora visto il vero gesto artistico che si cela dietro questa mostra. Non l’ha visto perché non si è ancora palesato. Si presenterà a dicembre, quando chiuderanno i battenti a Palazzo Grassi e Punta della Dogana e ognuna delle 200 (e più) opere saranno messe in vendita. Solo allora si paleserà nel pieno del suo splendore il vero genio di Damien Hirst.

 

 

Google+ Comments

If you liked it, share it on...Share on FacebookTweet about this on TwitterPin on PinterestShare on Google+Share on LinkedIn

Google+ Comments

Lascia un commento

Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.