Michelangelo Buonarroti, storia di un “plagio” d’autore

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L’arte non ha confini, non ha punti di inizio né punti di arrivo, è un continuo divenire.
Gli artisti di oggi nascono e crescono guardando agli artisti di ieri e quelli di domani svilupperanno i loro lavori guardando quello che gli artisti di oggi hanno fatto.
La storia dell’arte è un continuo debito degli uni verso gli altri, una sorta di ossequiosa citazione ai maestri precedenti. Ovviamente citazione non vuol dire plagio: al nuovo artista, per essere riconosciuto e ricordato dalla storia, è chiesto di ridisegnare i confini dell’arte partendo dal punto in cui si sono fermati i suoi predecessori.

Gli artisti più importanti diventano punti di riferimento con i quali le generazioni future dovranno obbligatoriamente confrontarsi. Pensiamo a Picasso e a quanto la sua rivoluzione artistica abbia influenzato gli artisti venuti dopo di lui. Solo quelli però che non si sono fermati al plagio e sono andati avanti sorpassando il suo stile e il suo linguaggio possono chiamarsi artisti e diventare a loro volta maestri. Come abbiamo già visto in un post precedente, anche un genio eccezionale e dallo stile inconfondibile come Caravaggio non ha potuto fare a meno di prendere spunto e citare nelle sue tele un grande maestro come Michelangelo Buonarroti. Ed oggi vedremo come anche quest’ultimo, il “Divino”, non è estraneo a questo modo di operare.

Michelangelo il “Divino” e le sue copie d’autore

Nel XVI secolo papa Giulio II fondò, a partire dalla sua raccolta privata di statue, i Musei Vaticani, un luogo aperto al pubblico in cui i visitatori potevano ammirare tutte le bellezze della Roma antica e non solo. Ogni giovane artista che arrivava da qualsiasi posto del mondo doveva passare un “tirocinio formativo” a copiare e riportare su fogli tutte le pose delle sculture conservate in quei corridoi. Tutti, nessuna eccezione.

Anche il giovane Michelangelo Buonarroti, dunque, giunto a Roma, passò ore e ore davanti alle statue dell’antichità romana, cercando di carpirne segreti. In particolare la collezione papale si distingueva per tre opere ancora oggi famose per la loro bellezza. La prima era l’Apollo del Belvedere, appartenete al Cardinale Giuliano della Rovere che la custodiva nel suo palazzo a Santi Apostoli e la fece trasferire in Vaticano una volta divenuto Papa. Attualmente fa bella mostra di sé nel cortile dell’ottagono al museo Pio-Clementino, nel complesso dei Musei Vaticani.

La statua Apollo del Belvedere conservata ai Musei Vaticani

La seconda, poco distante da quest’ultima, è forse uno dei gruppi scultorei più famosi e riprodotti dell’antichità: il Laocoonte. Acquistata anch’essa da Papa Giulio II, fu sistemata, nel cortile ottagonale e divenne insieme all’Apollo, il pezzo più importante della collezione.

Il gruppo scultore del Laocoonte e i suoi figli conservato ai Musei Vaticani

La terza è una scultura greca giunta a noi mutila ma senza aver per questo perso niente del suo fascino: il Torso del Belvedere. Fu talmente ammirata dal Buonarroti che una leggenda racconta di come egli si sia rifiutato di completare le parti mancanti per non alterarne la bellezza.

Il Torso del Belvedere conservato ai Musei Vaticani

 

Michelangelo passò dunque intere giornate a copiare queste statue cercando di catturare con la matita le sfumature e le tensioni di ogni singolo muscolo delle figure scolpite. Purtroppo nessun disegno è giunto fino a noi: considerati alla stregua di un puro esercizio stilistico, le centinaia di schizzi effettuati sono andati persi, probabilmente gettati dallo stesso autore.

Eppure continuando il giro dei Musei Vaticani e giunti alla tappa finale davanti al massimo capolavoro michelangiolesco, gli affreschi della Cappella Sistina, ci si può rendere conto del frutto di quell’incessante lavoro di copiatura dei maestri antichi.

La figura del Cristo del Giudizio Universale di Michelangelo

 

Nella figura del cristo del Giudizio Universale si ritrovano infatti tutte e tre queste statue: l’Apollo nel viso di Gesù, il Laocoonte nella posizione del torace e delle braccia e il Torso del Belvedere nelle gambe. Anche il “Divino” dunque ha reso omaggio all’arte riconoscendo il suo debito verso i maestri antichi. Un modo per sedersi al loro fianco in una sorta di continuità che è giunta poi con i suoi successori fino ai giorni nostri.

 

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