Da Christo a Leonardo, cosa pretendiamo oggi dall’arte?

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Ormai tutte le strutture di The Floating Piers sono state smontate e, come per tutti i lavori di Christo e Jeanne-Claude, niente più rimane se non i progetti e le foto dell’opera nei suoi sedici giorni di vita.

Un selfie sulla passerella di Christo e Jeanne-Claude, me lo sono fatto anch'io (Nicola Stoia)In una di quelle calde giornate fra giugno e luglio ho camminato anch’io su quel gran tappeto arancione che l’artista aveva disteso sulle acque del Lago Iseo, ma non ho scritto né pubblicato niente a proposito.

È stata, a mio parere, un’esperienza intensa ma ho preferito non parlarne per tre motivi: primo, perché è stato detto di tutto e di più, a volte anche a sproposito, quindi mi è parso che ci fosse ben poco da aggiungere. Secondo perché purtroppo ho sempre meno tempo da dedicare al blog. Terzo perché cosa si può dire di un’opera che è stata creata per essere calpesta, toccata e soprattutto vissuta intimamente e in tutta la sua pienezza? Poco da scrivere, molto da vivere.

Allora perché parlarne adesso a quasi due mesi dalla sua “chiusura”?

Per 3 motivi:

  1. Sono tornato sul Lago d’Iseo
  2. Sono stato in Piazza Duomo
  3. Ho visitato il Cenacolo Vinciano

Elencati così, possono sembrare eventi che nulla spiegano del mio silenzio di allora e tanto meno della voglia di parlarne di ora e invece sono stati proprio questi tre piccoli avvenimenti ad avermi dato lo spunto per delle piccole riflessioni.

Ma partiamo dall’opera e soprattutto dai suoi numeri.

“The Floating Piers”, l’arte torna in passerella

Un articolo di Artribune ha elencato i numeri record dell’installazione di Christo.

Riporto qui i più interessanti:

  • 1.200.000: visitatori totaliLa passerella sul Lago di Iseo
  • 72.000: media giornaliera dei visitatori
  • 46: anni trascorsi dal 1970, anno in cui Christo e Jeanne-Claude concepirono l’opera
  • 18.000.000: costo in euro di The Floating Piers, interamente finanziato da Christo
  • 1.500.000: quota del costo totale in euro corrisposta da Christo a comuni ospitanti e Regione Lombardia per i servizi di pubblica utilità
  • 1.000: persone assunte e pagate da The Floating Piers

Numeri eccezionali senza alcun dubbio, che danno a The Floating Piers la palma d’oro per l’evento artistico di maggior successo di pubblico nella storia italiana.

Dovremmo essere tutti fieri e contenti e invece, come spesso succede quando si tratta di arte contemporanea, sono scoppiate le polemiche: è arte non è arte, è un furbacchione è un vero genio, è solo una trovata turistica, tutto per arricchire le tasche già piene dell’artista a spese nostre e via dicendo.

Alcune polemiche legittimissime, altre superficiali, ma cerchiamo di capire chi sia Christo e perché invece di dipingere madonnine e gente in croce si mette a costruire ponti.

Da dove nasce il ponte sul Lago d’Iseo.

Partiamo innanzitutto col chiarire 3 equivoci:

  1. Il duo artistico Christo e Jeanne-ClaudeSebbene sia riuscito a far camminare milioni di persone sulle acque, il nome dell’artista non è Crìsto, come spesso ho sentito erroneamente pronunciare. La dizione corretta è Cristò, con l’accento quindi sulla o e non sulla i.
  2. Quando parliamo di Christo non parliamo di una persona ma di un sodalizio artistico, un progetto composto da Christo e sua moglie Jeanne-Claude, coppia nella vita e nel lavoro. Jeanne-Claude ci ha lasciati qualche anno fa, nel 2009. Ho già parlato della loro storia nell’articolo Arte e amore: storie di sesso e passione fra artisti (seconda parte), occupiamoci qui per tanto solamente della loro poetica.
  3. Christo non è un perditempo che ha inventato la trovata dell’imballaggio perché in possesso di nessuna capacità artistica. Christo è un eccezionale disegnatore, lo dimostrano i progetti per le sue installazioni, tutti realizzati a mano da lui, e i suoi lavori giovanili di cui possiamo ammirare tre esempi qui sotto.

Detto questo possiamo contestualizzare il lavoro di questa coppia unica nel mondo dell’arte.

Siamo negli anni ’60, anni di piena contestazione. Pensiamo a tutti i fenomeni socio-culturali e ai movimenti di massa che prendono forma in quel periodo e sfoceranno definitivamente nel decennio successivo: movimenti giovanili nati all’interno delle università, quello operaio sorto invece nelle fabbriche e i vari movimenti femministi che chiedevano maggiori diritti per le donne.

Il comune denominatore era la contestazione e la messa in discussione di tutto ciò che rappresentava l’ordine prestabilito. Non stiamo ad approfondire le ragioni, i motivi e le radici delle proteste, a noi basta sapere che tutto ciò che era tradizione veniva additato come vecchio, desueto e simbolo di un potere che si voleva scardinare.

Cade il valore della famiglia, si predica e pratica il sesso libero, si chiedono nuovi diritti per i lavoratori, cambia la musica e le rock star diventano il simbolo più grande di questa trasgressione.

E nel mondo dell’arte? I giovani artisti ovviamente respirano nell’aria tutto questo fermento e, per certi versi, lo anticipano. In molti sono in prima fila nei movimenti di protesta e partecipano attivamente alle discussioni culturali e politiche legate alle nuove idee.

Anche loro contestano l’ordine prestabilito e cosa rappresenta meglio di tutti la tradizione nel mondo dell’arte? Tela, colori e pennello.Studenti in una contestazione nel '68

I giovani artisti mettono da parte il cavalletto e iniziano a sperimentare mezzi e strumenti diversi di fare arte: fotografia, video, performance, oggetti presi dalla vita reale, utilizzo del corpo.
In quel periodo se un artista tentava di presentare i propri dipinti a un gallerista, non veniva neanche fatto entrare: la pittura non funzionava più, non vendeva, era morta.

È in questo contesto che muovono i primi passi nel mondo dell’arte i nostri Christo e Jeanne-Claude e, sintetizzando molto la loro storia, possiamo più precisamente collocarli all’interno di un movimento chiamato Land Art, nato negli Stati Uniti d’America tra il 1967 e il 1968 e caratterizzato dall’intervento diretto dell’artista sul paesaggio: la terra da soggetto diviene oggetto dell’arte, diventa la tela su cui dipingere.

Christo e Jeanne-Claude, quando l’arte è davvero contemporanea.

Visto dall’alto, “The Floating Piers” può proprio sembrare il segno lasciato da un pennello gigante su una enorme tela, il territorio naturale delineato dal Lago d’Iseo.

Una veduta della passerella di Christo e Jeanne-ClaudeSu questo segno hanno passeggiato quasi ininterrottamente per 16 giorni più di un milione di persone, ma l’importanza dell’opera di Christo non è stato il far camminare sull’acqua la gente, quello è il significato che persone per nulla interessate all’arte hanno dato (ed è del tutto legittimo).

Il messaggio di tutto il lavoro di questa coppia di artisti, che dall’inizio degli anni ’60 ha iniziato a impacchettare piccoli oggetti per poi arrivare a realizzare progetti monumentali, è quello di “svelare coprendo“.

La società moderna soffre di diversi tipi di inquinamento. Quello ambientale, quello atmosferico e quello acustico sono inquinamenti che bene o male tutti conosciamo e di cui ci rendiamo conto. Esiste poi un altro tipo di inquinamento, più subdolo e che agisce alle nostre spalle quasi senza che noi ce ne accorgessimo. Ne abbiamo una percezione così bassa che non ha ancora ricevuto un nome preciso: è l’inquinamento visivo, quello da immagini.

Oggi siamo talmente bombardati da immagini in ogni ora della giornata, da quando ci svegliamo a poco prima di addormentarci, che abbiamo perso la capacità di guardare. Giornali, televisioni, cartelli pubblicitari, insegne luminose, display di ogni tipo. Il nostro cervello è continuamente colpito da stimoli visivi e ha dovuto imparare a non prestare più alcuna attenzione a molti di essi.

Purtroppo però, spesso vengono celati alla nostra consapevolezza immagini di altissimo valore. Camminiamo infatti a testa bassa o con gli occhi fissi sul telefonino e non ci accorgiamo delle vere bellezze che ci circondano.Il Pont Neuf di impacchettato da Christo e Jeanne-Claude

Allora Christo la copre: copre il Pont Neuf e i parigini si svegliano la mattina e, per la prima volta dopo parecchi anni, sono scossi nella loro routine quotidiana. Finalmente si rendono conto del capolavoro che calpestano ogni giorno per andare a lavoro.

La stessa cosa è accaduta con il Reichstag di Berlino o con il Monumento a Vittorio Emanuele II in Piazza Duomo a Milano. Ecco che entra in scena uno degli avvenimenti che mi ha dato da pensare: ho accompagnato qualche giorno fa una coppia di amici Messicani in vacanza a Milano, in giro a vedere la città. Ovviamente una delle tappe è stata Piazza Duomo.

Bene, sono stato a osservarli per tutti i quasi trenta minuti che ci siamo fermati a godere della bellezza della piazza e posso affermare che in pratica non hanno degnato il monumento equestre quasi neanche di uno sguardo e come loro quasi tutte le migliaia di persone che erano nella piazza. Lo splendore immenso del Duomo lo sovrasta totalmente e in pochi si accorgono di questa statua Il monumento a Vittorio Emanuele II impacchettato da Christo e Jeanne-Claudeche è per lo più utilizzata come panchina.

Eppure sempre di arte si tratta. Allora Christo e Jeanne-Claude, per renderle giustizia, nel novembre del 1970 la impacchettano e finalmente i milanesi si accorgono della sua presenza.

È un po’ come quando, dopo tanti anni di innamoramento la routine viene improvvisamente scardinata dalla decisione di uno dei membri della coppia, di rompere il rapporto per assoluta mancanza di attenzione da parte del compagno o della compagna.

Per uno strano scherzo della personalità umana, solo in quel momento l’abbandonato si rende conto di quanto ami la persona che si ha appena perso o che si sta per perdere.

In quella mattina di novembre i milanesi si accorsero di quanto avevano nel cuore la statua del Re a cavallo e, indignati, ottennero la rimozione del telo dopo soli due giorni.

L’impacchettamento aveva riportato l’attenzione su un monumento praticamente dimenticato.

Con il “Floating piers” è successa la stessa cosa: Christo ha aperto gli occhi del mondo su un luogo incantato che non tutti conoscono e che pochi visitano.

Prima polemica: un’opera fine a se stessa

L’opera di Christo ha avuto un enorme successo e, come spesso succede, dove c’è tanto clamore, nascono anche tante polemiche.

Una delle tante micce è stata accesa da Vittorio Sgarbi che in un video pubblicato su Facebook ha etichettato la passerella con il termine di “sega”. La critica non era rivolta né all’artista né all’opera, quanto all’interpretazione di quest’ultima da parte del pubblico e, soprattutto, degli organizzatori, in special modo di Beretta, uno dei maggiori finanziatori del progetto.

L’accusa è quella di non aver saputo sfruttare il richiamo della passerella per far conoscere realmente ai visitatori le meraviglie di quei luoghi incantati.

In effetti, da questo punto di vista non si può dargli torto.
Sono tornato qualche giorno dopo Ferragosto in quei luoghi e, partendo da Marone ho fatto il giro del lago in Vespa, fermandomi a Lovere e a Sarnico. Con tutta la mia buona volontà, sono riuscito a visitare ben poco di questi paesi in quanto dalle 12 alle 15, con i turisti che giravano per le stradine del paese alla ricerca di incanti da visitare, i principali musei e luoghi di interesse culturale erano chiusi al pubblico.

Gli abitanti di Lovere mi hanno rivelato che la politica del comune è quella di spingere tutti i turisti verso il lungo lago, mentre al centro storico non è data alcuna importanza.

Una veduta del Lago d'Iseo

Quindi, un artista contemporaneo, uno di quelli che fanno arte che non è arte, riesce con una sua opera che poi non è vera arte, a portare sotto i riflettori del mondo dei luoghi pieni di vera arte e che con le loro sole forze non sarebbero mai riusciti ad attirare così tanto turismo, e come rispondono i custodi della vera arte, quella delle chiese e degli affreschi rinascimentali?

Fanno di tutto per non agevolare la visita dei turisti. Si disprezza quest’arte nuova, che non ha niente a che vedere con la nostra grande tradizione e ci si vanta del grandioso patrimonio culturale italiano per poi tenerlo chiuso e lontano dagli occhi del mondo.

Come mi ha fatto notare un’amica, non è solo un problema di politica, ma di mentalità. Nei giorni dell’installazione di Christo, un ristoratore le ha detto: “Speriamo che finisca presto, non se ne può più di tutta questa gente.
Alla faccia dei lauti incassi e del rilancio, anche economico, di quei luoghi.

Nei prossimi anni “The Floating Piers”, e di conseguenza il Lago d’Iseo, sarà inserito e citato in molti libri di storia dell’arte in quanto Christo è un artista storicizzato. Questo probabilmente attirerà la curiosità di molti di quei lettori che sfogliando le pagine rimarranno affascinati dalle immagini di quei luoghi e chissà che nel loro prossimo viaggio in Italia non aggiungano una tappa proprio lì.

Spero per loro che troveranno paesi pronti ad accoglierli degnamente.

Seconda polemica: troppa gente, non è arte

Tutta quella gente, è una trovata pubblicitaria, non è certo arte!

Questa è la critica più diffusa che ha investito in pieno la passarella arancione, già di suo ondeggiante.

Passerella sul lago d'Iseo

La cosa curiosa è che è arrivata da sponde completamente opposte: l’hanno gridata ad alta voce i custodi del tempio elitario dell’arte, quelli che vogliono che la cultura rimanga un bene prezioso per pochi eletti, in modo da poterla sfoggiare quando serve per difendere la loro posizione di superiorità rispetto alla massa grezza e incolta. Sinceramente questa opinione può essere non condivisibile, ma, dal loro punto di vista, è comprensibile.

Ciò che faccio invece più fatica a capire, è la posizione di chi fino a l’altro ieri accusava l’arte contemporanea di essere troppo elitaria, celebrale e lontana dalla gente.

Oggi che finalmente un artista ha attirato con un’opera d’arte più di un milione di persone, tutti, come ha scritto Carlo Vanoni in una sua nota su Facebook, a “denigrare un pubblico così vasto che solo nei concerti e nelle partite di calcio”.

In poche parole quelli che vogliono un’arte democratica, non accettano però che questo loro ideale possa portare davanti a un’opera quelle stesse persone che affollano la domenica un centro commerciale, che s’incazzano per un rigore sbagliato o che fanno la fila fuori dai negozi per comperare il nuovo modello di iPhone.

Se l’arte si deve avvicinare alla gente, non può certo mettersi a fare selezione all’ingresso.

Ragionare in questa maniera è un po’ come esaltare la democrazia e poi dare dell’ignorante a un popolo quando, votando, esprime la propria legittima opinione, che può essere (tanto per fare un esempio) quella di uscire dalla Comunità Europea…

Allora mi viene da pensare che non è tanto la fede a uno spirito democratico tradito quello che impedisce a molti di accettare l’arte contemporanea, quanto piuttosto una certa pigrizia intellettuale nell’accettare ciò che è lontano dal proprio pensiero, che solitamente si traduce in arte=bei dipinti, com’era una volta.

Michelangelo, Tiziano, Raffaello, Leonardo da Vinci, quelli sì che sono artisti democratici, apprezzati da tutti e il pubblico che va ad ammirare le loro opere non è una massa becera come quella che si è affollata sulle passerelle del Lago d’Iseo a vedere la “giostra” di Christo.

Guarda caso proprio qualche settimana fa, sempre per accompagnare gli amici messicani, sono stato a visitare il Cenacolo Vinciano e ho avuto modo di ammirare il grande pubblico della vera arte, quella con la “a” maiuscola.

Arte che visiti, pubblico che trovi

È bastato che una sola delle 25 persone entrate nel Refettorio del Convento di Santa Maria delle Grazie estraesse la sua macchina fotografica e scattasse una foto all’affresco, che è scoppiato il pandemonio.

L’espressione perplessa disegnata sui visi dei presenti per la regola – Vietato scattare foto – appena infranta, è durata una frazione di secondo, poi all’indignazione ha fatto subito posto il “Se lo fa lui…

Per i restanti 14 minuti della visita nessuno ha più rivolto alcuno sguardo al capolavoro di Leonardo, o almeno, non a occhio nudo.

Selfie, foto di gruppo con alle spalle l’opera, mille scatti ricordo del dipinto come se di sue immagini non fosse già ricca la rete.

Il Cenacolo Vinciano

La custode risponde al mio sguardo perplesso: “Guardi non ce la faccio più ma che devo fare? È sempre così, non li ferma nessuno. Quindici minuti a scattarsi foto e l’opera non la guardano neanche. Uno schifo.

È più importante portare a casa un ricordo da condividere che capire cosa davvero l’artista ha voluto comunicare con il suo lavoro e questo discorso vale tanto per Leonardo quanto per Christo.

C’è qui quindi da far chiarezza su cosa pretendiamo noi oggi dall’arte.

Se davvero vogliamo che sempre più persone si avvicinino all’arte dobbiamo accettare anche questo modo diverso e contemporaneo di vivere un’opera.

Christo e Jeanne-Claude, da grandi artisti contemporanei, l’hanno capito e hanno dato la possibilità a milioni di persone di toccare e vivere con mano un’opera senza che scattasse nessun allarme.

Forse non è la loro opera migliore, sicuramente i media hanno esagerato la portata dell’evento e non hanno aiutato a cogliere il vero significato dell’opera, trasformandola in un fenomeno da baraccone.
Christo e Jeanne-Claude hanno comunque mostrato al grande pubblico che l’arte non è sempre noiosa e pedante, raggiungendo il loro scopo, che è poi quello di ogni opera d’arte che si rispetti: costringere le persone a pensare e a riflettere, mostrare la realtà sotto un punto di vista alternativo.

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4 risposte

  1. Mi è piaciuto molto il tuo articolo, davvero acuto e pieno di spunti di riflessione. Uno di questi è, a mio parere proprio l’episodio da te citato sul Cenacolo Vinciano. Questo mi ha fatto riflettere sul significato profondo di arte democratica. Penso che l’intento creativo dell’artista veicoli anche un sentimento, un’esperienza non solo fisica, ma anche spirituale, che vuole trasmettere. Per quanto sia convinta che nell’opera di Christo sia insita la volontà di una fruizione invasiva, non solo dal punto di vista fisico, ma anche mediatico con selfie, tweets, like, e pose ‘goliardiche’ di ogni genere, non posso che denigrare coloro che che si comportano di fronte alla delicata opera di Leonardo come se facessero la fila per le ali di pollo da KFC. Anche in democrazia, io penso, è d’obbligo il rispetto ber un bene di inestimabile valore e profonda identità nazionale. Che ne pensi?
    Ancora Complimenti per l’articolo, l’ho davvero apprezzato.

    • nicola.stoia

      Ciao Sara, innanzitutto grazie per i complimenti, mi fa piacere che l’articolo ti sia piaciuto.
      In quanto a quello che dici, come darti torto? Purtroppo è molto triste e ti dirò, a volte anche fastidioso, vedere una marea di persone davanti a un quadro intente a scattare foto. Ormai succede ovunque. Al Louvre per esempio è quasi impossibile godersi la Gioconda per tutte quelle braccia alzate alla ricerca di una fotografia (la rete è piena di immagini di turisti in pose da contorsionisti davanti a Mona Lisa). La cosa più triste è che spesso, catturato il ricordo o l’immagine da condividere, si passa avanti senza dedicare nemmeno uno sguardo all’opera.
      D’altronde il mondo è cambiato, gli apparecchi fotografici sono stati sdoganati dalle autorità anche all’interno dei musei e, sotto alcuni punti di vista, questo non è neanche un male, soprattutto per quanto riguarda la divulgazione (ne ho parlato in un recente articolo del blog). Devo poi ammettere che, per quanto nelle mie visite ai musei sono molto attento alla contemplazione dei dipinti, anche a me capita di scattare foto o di farmi immortalare davanti ad alcune opere. Il punto è sempre farlo con rispetto, educazione e attenzione e queste sono caratteristiche che si dovrebbero possedere al di là dell’arte.
      Non possiamo certo dare la colpa alla modernità e alla tecnologia, i telefoni e le macchine fotografiche d’altronde sono solo degli strumenti nelle mani di teste che dovrebbero essere pensanti, ma che purtroppo spesso fanno poco il loro dovere e non hanno proprio voglia di compiere lo sforzo di far girare le loro rotelle. 🙂

  2. Credo che questa volta Nicola tu ti sia superato 🙂 bellissimo post che rende giustizia a due grandi artisti chiarendo le polemiche (molte superficiali e becere) nate intorno all’ultima creazione di Christo e Jeanne-Claude. Se potessi ti stringerei la mano 😉

    • Grazie Cristian, facciamo come se la stretta di mano ci sia stata, almeno virtuale e sicuramente di idee 😉

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